Il “subcomandante” Renzi, la “partigiana” Boschi e il partigiano Smuraglia

Dispiace molto piangere sul latte versato, anche perché perfettamente inutile: quando in un’assemblea dei presidenti delle sezioni dell’ Anpi provinciale di Milano, dissi ” è un errore per noi dell’ Anpi non andare a Roma per la manifestazione in difesa della Costituzione promossa da Rodotà, Landini e compagni nell’ ottobre 2013, la mia rimase una voce nel deserto.

Argomentai che “una sinistra in embrione ci offriva una sponda politica e noi ce ne stavamo a casa”.

Non servì a convincere la direzione dell’ Anpi provinciale di Milano e tantomeno quella nazionale.

Ora che però i nodi vengono al pettine e gli attacchi al presidente Smuraglia si moltiplicano da parte dei fantocci italiani del neoliberismo internazionale, è giusto ricordare i segnali inequivocabili che li hanno preceduti: le esternazioni con insulti del sindaco, nonché segretario cittadino del Pd di Cusano Milanino un paio di anni fà all’ Anpi, ai partigiani e ai sessantottini, le offese più recenti di Rondolino a Smuraglia su l’ Unità(sic!) fino alle stronzate odierne di Renzi e Boschi.

Svegliamoci compagni!

 

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Istat: “2,2 milioni di famiglie senza lavoro. Spesa sociale inefficiente, peggio di noi solo la Grecia”

Nel suo rapporto annuale 2016, l’istituto di statistica spiega che un minore su cinque è in condizione di povertà, mentre cresce la disuguaglianza nella distribuzione del reddito. Sei giovani su 10 vivono a casa dai genitori, uno su quattro non studia e non lavora. E si prevede che nel 2025 il tasso di occupazione resti ai livelli del 2010

Famiglie senza lavoro in aumento, una spesa sociale inefficiente, una crescente disuguaglianza nella distribuzione del reddito. Questo è il quadro fornito dall’ultimo rapporto annuale dell’Istat, relativo al 2015. La fotografia scattata dall’istituto mostra che 6 giovani su 10 vivono ancora con i genitori, mentre uno su quattro non studia e non lavora. Il tutto in un contesto economico debole, con i prezzi che ristagnano o calano e un mercato del lavoro incerto: nel 2025, l’istituto prevede che l’occupazione rimanga ferma a un livello simile al 2010.

Oltre 2 milioni di famiglie senza lavoro. Un minore su 5 in condizione di povertà – In Italia 2,2 milioni di famiglie vivono senza redditi da lavoro. Le famiglie “jobless” sono passate dal 9,4% del 2004 al 14,2% dell’anno scorso e nel Mezzogiorno raggiungono il 24,5%, quasi un nucleo su quattro. La quota scende all’8,2% al Nord e al 11,5% al Centro. L’incremento ha riguardato di più le famiglie giovani rispetto alle adulte: tra le prime l’incidenza è raddoppiata dal 6,7% al 13%, tra le seconde è passata dal 12,7% al 15,1%.

I minori sono i soggetti che hanno pagato il prezzo più elevato della crisi in termini di povertà e deprivazione, scontando un peggioramento della loro condizione relativa anche rispetto alle generazioni più anziane. L’incidenza di povertà relativa per i minori, che tra il 1997 e il 2011 era oscillata su valori attorno all’11-12%, ha raggiunto il 19% nel 2014. Al contrario, tra gli anziani – che nel 1997 presentavano un’incidenza di povertà di oltre 5 punti percentuali superiore a quella dei minori – si è osservato un progressivo miglioramento che è proseguito fino al 2014 quando l’incidenza tra gli anziani è stata di 10 punti percentuali inferiore a quella dei più giovani.

La spesa sociale è inefficiente, peggio di noi solo la Grecia. E aumenta la disuguaglianza – Il sistema di protezione sociale italiano è tra quelli europei “uno dei meno efficaci“. Lo rileva il Rapporto annuale Istat 2016, evidenziando come “la spesa pensionistica comprime il resto dei trasferimenti sociali”, aumentando il rischio povertà. Nel 2014 il tasso delle persone a rischio si riduceva dopo il trasferimenti di 5,3 punti (dal 24,7% al 19,4%) a fronte di una riduzione media nell’Ue di 8,9 punti. Solo in Grecia il sistema di aiuti è meno efficiente che in Italia.

In Italia, sottolinea l’Istat, la disuguaglianza nella distribuzione del reddito (misurata attraverso l’indice di Gini sui redditi individuali lordi da lavoro) è aumentata da 0,40 a 0,51 tra il 1990 e il 2010; si tratta dell’incremento più alto tra i paesi per i quali sono disponibili i dati.

Sei giovani su 10 a casa dai genitori. Il 25% non studia e non lavora – La generazione dei bamboccioni non molla: nel 2014 più di 6 giovani su 10 (62,5%) tra i 18 e i 34 anni hanno vissuto ancora a casa con i genitori. Il dato ha riguardato nel 68% dei casi i ragazzi e nel 57% le ragazze. Nel contesto europeo l’Italia si schiera quindi in pieno con le medie dei paesi mediterranei (“dove i legami sono ‘fortì”), a fronte di una media Ue del 48,1%.

Sono più di 2,3 milioni nel 2015 i giovani di 15-29 anni non occupati e non in formazione (Neet), di cui tre su quattro vorrebbero lavorare. I Neet sono aumentati di oltre mezzo milione sul 2008 ma diminuiscono di 64mila unità nell’ultimo anno (-2,7%). L’incidenza dei Neet sui giovani di 15-29 anni è al 25,7%(+6,4 punti percentuali su 2008 e -0,6 punti su 2014).

Dopo la laurea i giovani non cercano lavoro, ma continuano a studiare – Rispetto a una ventina di anni fa sono quasi raddoppiati i giovani che a tre anni dalla laurea non cercano lavoro, la maggior parte perché ha deciso di continuare a studiare. A tre anni dal conseguimento del titolo, nel 1991 i laureati occupati erano il 77,1%. Questo valore è sceso al 72% nel 2015, anno nel quale non cercano lavoro circa il 12,5% dei giovani laureati, quasi il doppio di quelli del 1991 (6,6%). Quest’ultimo dato va letto – spiegano i ricercatori – assieme al fenomeno della prosecuzione delle attività di formazione: nel 2015, infatti, il 78,7% di coloro che dichiarano di non cercare lavoro risultano impegnati in dottorati, master, stage o ulteriori corsi di laurea, quando nel 1991 la stessa quota era pari a 59,7%.

Mercato del lavoro incerto: nel 2025 la stessa occupazione del 2010 – Nel 2016 l’andamento dei prezzi “appare ancora molto debole” e quello del mercato del lavoro “è incerto“. Lo afferma l’Istat nell’ultimo rapporto annuale, ritenendo “plausibile”, per il primo semestre, il succedersi di periodi di debole crescita tendenziale dei prezzi e di episodi deflazionistici. La ripresa dei consumi risulta infatti insufficiente a bilanciare il calo dei prezzi energetici. Allo stesso tempo, il mercato del lavoro nei primi tre mesi 2016 mostra una sostanziale stabilità degli occupati. L’Istat prevede inoltre, in un esercizio statistico, “un miglioramento piuttosto modesto del grado di utilizzo dell’offerta di lavoro” nei prossimi anni. Nel 2025 il tasso di occupazione potrebbe così restare “prossimo a quello del 2010, a meno che non intervengano politiche di sostegno alla domanda di beni e servizi e un ampliamento della base produttiva”.

Aumentano gli occupati, ma dal 2008 scende l’incidenza del lavoro stabile. Nel 2015 gli occupati in Italia sono 22,5 milioni, 186mila in più sull’anno (+0,8%). L’anno scorso il contratto a tempo indeterminato è stato il più diffuso: vi hanno fatto ricorso quasi due terzi delle aziende manifatturiere e del terziario. Nonostante l’aumento dei contratti fissi, l’incidenza del lavoro standard sul totale degli occupati è scesa al 73,4% nel 2015 dal 77% del 2008 con 1,3 milioni di occupati in meno. A trainare le assunzioni, in particolare nelle imprese manifatturiere, sono stati in primis gli sgravi contributivi.

La popolazione italiana diminuisce e invecchia. Nel 2015 minimo storico per le nascite – Al 1° gennaio 2016 la stima della popolazione italiana è di 60,7 milioni di residenti (-139mila sull’anno precedente) mentre gli over 64 sono 161,1 ogni 100 giovani con meno di 15 anni. Il nostro Paese è tra i più invecchiati al mondo, insieme a Giappone e Germania. Nel desolante quadro demografico si inserisce il nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia per le nascite: nel 2015 sono state 488mila, 15mila in meno rispetto al 2014. Per il quinto anno consecutivo diminuisce la fecondità, solo 1,35 i figli per donna.

Il fatto quotidiano    20 mag 2016

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Il fascismo di ieri, il fascismo di oggi

La banca americana JP Morgan ha dettato alla politica la sua linea per il presente e il futuro: gli Stati di tutto il mondo devono essere gestiti come aziende, in cui l’unico fine da perseguire è il profitto per banchieri e finanzieri, con la cancellazione delle Costituzioni, dei diritti per i lavoratori e dello stato sociale.

Questo è il programma del governo Renzi in Italia, premier di estrazione socialista (sic!)
Figuriamoci se fosse stato un fascista dichiarato.
La verità è, come ha scritto Luciano Gallino nei suoi libri, che i governi sia di centro-destra che di centro-sinistra perseguono ormai da molti anni in tutto il mondo i dettami di politica economica neoliberista, che rispondono alle linee guida di JP Morgan.
E allora che fare?
Anzicché correre dietro alle stronzate del ns. premier e del ministro Padoan, dobbiamo ribellarci!
Perché è vero, ciò che hanno già detto in passato politologi onesti e di chiara fama, e che è stato ribadito ieri sera da Di Majo del M5S nella trasmissione “8 e mezzo” di Lilli Gruber: oggi i golpe, almeno in Europa e in Italia, non si fanno più con i carri armati, ma mettendo il bavaglio all’informazione con le concentrazioni editoriali e le nomine di direttori di testata genuflessi (il Referendum sulle trivellazioni in mare docet) e stravolgendo la nostra Costituzione nata dalla Resistenza.

Glielo chiede JP Morgan!

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Putin shock: “I Politici Italiani? In Russia molti già sarebbero morti!”

– Da Mosca le parole durissime del Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin nei confronti del governo Italiano.

Dal Cremlino Putin è stato raggiunto da un giornalista, Mike Underhill, che gli ha sottoposto personalmente diverse domande riguardo le varie politiche internazionali.

Una delle domande sottoposte a Putin è stata quella di descrivere e commentare la “situazione Italiana” in questo momento storico particolarmente difficile. Il presidente ha risposto energicamente e duramente alla domanda sostenendo che la politica Italiana sia “morta”.

Una delle tesi proposte da Putin è quella che i politici Italiani, essendo governanti di uno Stato da un irrilevante peso internazionale, si siano svenduti ai migliori offerenti.

In questo caso si riferisce alla questione Franco-Tedesca oltre a quella Americana, che secondo il presidente ha schiacciato e annullato qualsiasi potere politico Italiano nei confronti della comunità internazionale.

A proposito della corruzione dilagante italiana, Putin esprime un pensiero sulla classe politica del Bel Paese: ” Io amo l’Italia, uno dei paesi più affascinanti del mondo. Un posto magnifico che ho avuto il piacere di conoscere” – ” Mi dispiace vedere che in Italia la classe politica si sia svenduta ad interessi bassi e privi di senso. In Russia a meno che non si parli di cifre davvero indicibili, i nostri dirigenti preferiscono perseguire gli interessi della Nazione piuttosto che  quelli personali.” – ” Ho sentito parlare di uomini politici italiani avere accettato mazzette da manager di banche e istituti di credito Tedeschi affinché votassero o meno proposte di legge fondamentali – Questo in Russia non potrebbe accadere – Quando noi dirigenti abbiamo anche un solo sospetto di corruzione legata a un nostro politico questo è tenuto a dimettersi immediatamente” e conclude: “Noi russi amiamo la nostra coscienza nazionale, la storia ce lo insegna, e dunque qualsiasi politico si azzardasse a tradire la fiducia del suo popolo questo rischierebbe seriamente la morte” e infine: ” I Politici Italiani? In Russia alcuni di loro sarebbero già morti”
Spiazzanti, dure e assordanti le parole proferite da Putin, uno dei capi politici più carismatici ed amati del nostro tempo. Una lezione di politica alla nostra classe dirigente ma anche a noi Italiani.

Sì, perchè, in sostanza, Putin ritiene non meritevole un popolo che oltraggiato, non riesce a farsi sentire.

Questa nient’altro che l’ennesimo atto di derisione da parte di altre nazioni. Riuscirà un giorno l’Italia a ergersi quale grande potenza, svestendo il ruolo da “ultimo della classe” quale ricopre ormai da molto tempo?  Ai posteri l’ardua sentenza.

Posted on maggio 6, 2016 by Video in Rete

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BREAKING! TTIP leaks: Greenpeace Olanda rivela i testi segreti del TTIP

Avevamo ragione: confermati rischi per clima, ambiente e sicurezza dei consumatori

I cittadini hanno diritto di sapere: Greenpeace Olanda pubblica oggi su www.ttip-leaks.org parte dei testi negoziali del TTIP per garantire la necessaria trasparenza e promuovere un dibattito informato su un trattato che interessa quasi un miliardo di persone, nell’Unione Europea e negli USA. È la prima volta che i cittadini europei possono confrontare le posizioni negoziali dell’UE e degli USA.

Questi documenti svelano che noi e la società civile avevamo ragione a essere preoccupati: con questi negoziati segreti rischiamo di perdere i progressi acquisiti con grandi sacrifici nella tutela ambientale e nella salute pubblica!

Dal punto di vista della protezione dell’ambiente e dei consumatori, quattro gli aspetti seriamente preoccupanti:
•Tutele ambientali acquisite da tempo sembra siano sparite

Nessuno dei capitoli che abbiamo visto fa alcun riferimento alla regola delle Eccezioni Generali (General Exceptions). Questa regola, stabilita quasi 70 anni fa, compresa negli accordi GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) della World Trade Organisation (WTO – in italiano anche Organizzazione Mondiale per il Commercio, OMC) permette agli stati di regolare il commercio “per proteggere la vita o la salute umana, animale o delle piante” o per “la conservazione delle risorse naturali esauribili”. L’omissione di questa regola suggerisce che entrambe le parti stiano creando un regime che antepone il profitto alla vita e alla salute umana, degli animali e delle piante.
•La protezione del clima sarà più difficile con il TTIP

Gli Accordi sul Clima di Parigi chiariscono un punto: dobbiamo mantenere l’aumento delle temperature sotto 1,5 gradi centigradi per evitare una crisi climatica che colpirà milioni di persone in tutto il mondo. Il commercio non dovrebbe essere escluso dalle azioni sul clima. Ma non c’è alcun riferimento alla protezione del clima nei testi ottenuti.
•La fine del principio di precauzione

Il principio di precauzione, inglobato nel Trattato UE, non è menzionato nei capitoli sulla “Cooperazione Regolatoria”, né in nessuno degli altri 12 capitoli ottenuti. D’altra parte, la richiesta USA per un approccio “basato sui rischi” che si propone di gestire le sostanze pericolose piuttosto che evitarle, è evidente in vari capitoli. Questo approccio mina le capacità del legislatore di definire misure preventive, per esempio rispetto a sostanze controverse come le sostanze chimiche note quali interferenti endocrine (c.d. hormone disruptors).
•Porte aperte all’ingerenza dell’industria e delle multinazionali

Mentre le proposte contenute nei documenti pubblicati minacciano la protezione dell’ambiente e dei consumatori, il grande business ha quello che vuole. Le grandi aziende ottengono garanzie sulla possibilità di partecipare ai processi decisionali, fin dalle prime fasi.

I documenti mostrano chiaramente che mentre la società civile ha avuto ben poco accesso ai negoziati, l’industria ha avuto invece una voce privilegiata su decisioni importanti.

Il rapporto pubblico reso noto di recente dall’UE ha solo un piccolo riferimento al contributo delle imprese, mentre i documenti citano ripetutamente il bisogno di ulteriori consultazioni con le aziende e menzionano in modo esplicito come siano stati raccolti i pareri delle medesime.

I documenti pubblicati da Greenpeace Olanda constano di 248 pagine in un linguaggio legale tecnicamente complesso: 13 capitoli di “testo consolidato” del TTIP più una nota interna dell’UE sullo stato del negoziato (Tactical State of Play of TTIP Negotiations – March 2016). Greenpeace Olanda ha lavorato assieme al rinomato network di ricerca tedesco di NDR, WDR and Süddeutscher Zeitung. Fino ad ora i rappresentanti eletti avevano potuto vedere parte di questi documenti in stanze di sicurezza, con guardie, senza consulenti esperti e senza poterne discutere con nessuno. Con questa pubblicazione, milioni di cittadini hanno la possibilità di verificare l’operato dei propri governi e discuterne con i loro rappresentanti.

Chi ha cura delle questioni ambientali, del benessere degli animali, dei diritti dei lavoratori o della privacy su internet dovrebbe essere preoccupato per quel che c’è in questi documenti. Il TTIP, si svela per ciò che davvero è: un grande trasferimento di poteri democratici dai cittadini al grande business.

Per fermare il TTIP, tutelare i diritti e i beni comuni e costruire un altro modello sociale ed economico, equo e democratico, ti aspettiamo sabato 7 maggio 2016 a Roma per un grande appuntamento nazionale!

da Greenpeacenews 2 maggio 2016

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La Resistenza di ieri, la Resistenza di oggi

“alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,

ma nessuno o pochi si domandano:

se avessi fatto  anch’io il mio dovere

se avessi cercato  di far valere la mia volontà

sarebbe successo ciò che è successo?”

Antonio Gramsci

Quest’anno ad Assago, durante la manifestazione organizzata dal Comune per il 25 aprile davanti al monumento dedicato ai nostri partigiani, c’è stato anche il mio intervento in qualità di presidente dell’ Anpi di Assago.

E dire quel che andavo pensando da tempo: ” Non è questa l’ Italia per cui hanno combattuto e sono morti i Partigiani: gli spazi di democrazia si stanno restringendo in Italia, in Europa e in tutto il mondo.

Basti pensare al TTIP, quello sciagurato Trattato transatlantico di partnerariato per il commercio e gli investimenti, condotto in gran segreto tra Unione europea e Stati uniti d’America e che sarà una corda al collo per tutti i popoli.

Basti pensare nel nostro paese alla Riforma costituzionale del Senato e alla legge elettorale dell’italicum, che consegneranno il Parlamento al Premier di turno e che ne disporrà a suo piacimento; allo scippo del Referendum sull’ acqua pubblica, votato dal 54% degli aventi diritto al voto e vinto a larghissima maggioranza dai cittadini, che la vogliono affidata a mani pubbliche e che è stato disatteso nella legge appena approvata; basti pensare al recente Referendum sulle trivellazioni in mare, per cui il Presidente del consiglio ha invitato ad andare appunto al mare, quale mare se poi sarà inquinato?

E poi le trivellazioni nei territori, in Basilicata, dove gli effetti si vedono da anni con l’ aumento delle malattie e le morti per tumore e che ci saranno anche qua, sul nostro territorio a causa di una concessione già data alla società Appenine Energy per estrarre gas nel comune di Zibido S. Giacomo, concessione che si estende fino ad Assago.

E ho taciuto del Ponte sullo stretto di Messina e del Muos sempre in Sicilia, del Tav in val di Susa e della variante di valico tra Liguria e Piemonte, delle opere inutili già realizzate come la Brebemi e la Tangenziale est esterna e della progettata Tangenziale ovest esterna, con un’ulteriore scempio e consumo di territorio.

No! Non era questa l’Italia che sognavano i Partigiani!

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Il mare nero, di Maria Teresa de Carolis

Il 17 aprile sarà, forse, una bella giornata, sole splendente, fioriture che risvegliano il buon umore e invitano a respirare all’aria aperta. Aprile è il mese in cui la natura abbraccia con delicatezza il quotidiano e sarà, speriamo, una giornata di coscienza.  Il 17 aprile si vota per il referendum sulle trivellazioni nei mari italiani. Il testo del quesito referendario  è:

“Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, Norme in materia ambientale, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 ‘Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilita’ 2016)‘, limitatamente alle seguenti parole: ‘per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale‘?”

Per entrare nel dettaglio, con questo referendum si chiede ai cittadini italiani di cancellare la norma che permette alle società petrolifere di cercare ed estrarre petrolio e gas entro le 12 miglia dalle coste senza limiti di tempo. La soglia limite delle 12 miglia è stata introdotta nel 2010 dal cosiddetto “Decreto Prestigiacomo”, che fu approvato subito dopo l’esplosione nel Golfo del Messico della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, a salvaguardia del mare e delle coste.

Le società impegnate nelle trivellazioni dei fondali marini, infatti, nonostante non possano più richiedere nuove concessioni, usufruiscono di permessi senza scadenza certa. Ne nasce un utilizzo sine die, che genera sfruttamento a tempo indeterminato. Nel caso in cui si raggiunga il quorum e gli italiani esprimano un parere positivo all’abrogazione, entro i prossimi anni  le concessioni andranno a scadere. Legambiente, come tante altre associazioni, si è fatta promotrice del SI, chiara ed esplicativa la mappa pubblicata di recente di tutte le concessioni che riguardano i nostri mari:

«Nel nostro mare, entro le 12 miglia, ci sono ad oggi 35 concessioni di estrazione di idrocarburi (coltivazione). Tre di queste sono inattive, una è in sospeso fino alla fine del 2016 (è quella di Ombrina Mare, al largo delle coste abruzzesi), cinque erano non produttive nel 2015. Le altre 26 concessioni, che sono produttive, sono distribuite tra il mare Adriatico, il mar Ionio e il canale di Sicilia, per un totale di 79 piattaforme e 463 pozzi».

Greenpeace ha pubblicato uno studio sull’inquinamento provocato dalle trivelle nel mar Adriatico: “Trivelle fuorilegge”. Le piattaforme off-shore presenti nel mar Adriatico sono circa 100, installate a partire dagli anni ’70 ed estraggono circa il 50% del gas che viene estratto su tutto il territorio nazionale; complessivamente il gas estratto in Italia copre circa il 10% del fabbisogno annuo.

L’estrazione offshore dei combustibili fossili ha molti impatti negativi sull’ambiente marino, si mescolano grandi quantità di sedimenti, c’è un forte traffico navale, ultima ma non meno importante la produzione di materiale di risulta. Per esempio, durante le trivellazioni vengono usati dei fanghi di perforazione per l’asportazione dei detriti dai fondi dei pozzi.

Questi fanghi contengono fino a 1000 diversi additivi, per la maggior parte chimici  e naturalmente dannosi.

Lo scopo del referendum non è soltanto legale e quindi di carattere restrittivo per concessioni che hanno permesso ad aziende come Eni, Edison, Adriatica idrocarburi, Ionica Gas, di sfruttare il mare, senza termini di concessioni, provocando gravissime conseguenze.  Addentrarsi nello specifico significa considerare la fauna e la flora dei mari interessati, soprattutto gli animali che subiscono in silenzio i soprusi umani.  Analisi accurate hanno appurato, dai mitili prelevati presso le piattaforme, che sono presenti importanti inquinanti: mercurio, esaclorobenzene e esaclorobutadiene. Di questi tre elementi, abitualmente viene misurato soltanto il livello di mercurio; l’86% del totale dei campioni analizzati nel triennio 2012-2014 superava il limite di concentrazione di mercurio, stabilito dagli SQA.  Sanciamo allora che l’intento primario di questo referendum è la salute del mare e dei suoi abitanti; a cascata ne deriva la salute degli abitanti terrestri.

E mentre Obama decide di interrompere le trivellazioni presso la Calotta polare artica, l’Eni col suo gigante Goliat, progetto in cooperazione con l’azienda statale norvegese Statoil, comincia a estrarre dal Mare di Barents. Progetto dispendioso e probabilmente fallimentare, ma ormai avviato e difficile da fermare. Si considera il proprio ambito, ma bisogna necessariamente soffermarsi sulla capacità di grandi Aziende di manipolare e distruggere risorse preziose. Nel 1993 Giulietto Chiesa scrisse un articolo sui mari russi, “bombe”  di scorie nucleari. Anche lì le norme internazionali erano vincolanti, eppure dal 1959 in poi la zona dei mari del nord è stata teatro di disastri ambientali senza ritegno.

Facile fare la connessione, non tra nucleare ed estrazione di idrocarburi, ma tra sfruttamento incosciente e senza misura delle risorse terrestri.

L’Italia “petrolizzata” è un mostro contro il quale la fisica Maria Rita Dorsogna si batte ormai da anni. Riuscì nel 2010 a mobilitare la popolazione abruzzese contro il colosso ENI che voleva trasformare i vigneti di Ortona in “un campo di petrolio con annessa raffineria” (sic).

La mobilitazione popolare ha il ruolo di voce che si leva al di sopra di questi giganti meschini e senza scrupoli, che non hanno testa né cuore, ma solo tasche.

Tornando al nostro mare, le tecniche per l’estrazione, che le piattaforme utilizzano, sono accompagnate da metodi di prospezione, i cosiddetti airgun. E la dottoressa Dorsogna spiega molto scrupolosamente in cosa consiste la tecnica dell’airgun:

“L’airgun è una tecnica di ispezione dei fondali marini, per capire cosa contiene il sottosuolo. Praticamente ci sono degli spari fortissimi e continui, ogni 5 o dieci minuti, di aria compressa che mandano onde riflesse da cui estrarre dati sulla composizione del sottosuolo. Spesso possono causare lesioni ai pesci, e soprattutto la perdita dell’udito. Questo è molto grave perché molte specie ittiche dipendono dal senso dell’udito per orientarsi, per accoppiarsi e per trovare cibo. Già in provincia di Foggia ci sono stati degli spiaggiamenti che potrebbero essere dovuti a queste tecniche pericolose”.

L’air gun è quindi  un metodo ispettivo che genera onde riflesse catturate da un ricevitore, idrofono, che trasmette, a sua volta, al misuratore di bordo e che registra le caratteristiche dell’onda e il tempo peso che l’onda impiega per attraversare tutti gli strati di crosta terrestre tornando in superficie. All’onda elastica primaria, si sommano ovviamente, le onde secondarie causate dall’effetto bolla. L’aria emessa forma una bolla che si dirige verso la superficie, crescendo di volume sino a scoppiare e generando un forte rumore che raggiunge picchi tra i 230 e 260 db (il rumore del mare nei fondali è tra i 70 e i 100db). Il senso più importante degli abitanti marini è proprio l’udito e i forti rumori dell’airgun possono generare sordità, stress e gravi danni alla riproduzione delle specie. In particolare gli effetti osservati dopo l’esposizione ad airgun, sono:

Irregolarità nella migrazione e nella formazione di branchi; perdita del senso dell’orientamento e della capacità di tornare “a casa”; incapacita’ di riconoscere i suoni tipici dell’accoppiamento; irregolarità nel mangiare; abbandono di habitat  – perdita fra il 40 e l’80% della popolazione in un raggio di 30 km dalle sorgenti sismiche; perdita e/o danni all’udito; stress generale, valori alterati di ormoni; affaticamento, perdita di controllo e movimento muscolare.

Con questo quadro si evince che i danni sono enormi, incalcolabili considerato che le ispezioni che riguardano i fondali durano del tempo, prima di arrivare ad estrarre idrocarburi, a volte mesi. Il danno causato dai rumori antropici è qualcosa che si somma all’inquinamento ambientale, si somma allo sfruttamento e si somma all’abuso economico che ne deriva. La dottoressa Rossella Baldacconi, PhD in Scienze Ambientali, ribadisce che il voto positivo all’abrogazione dell’art. 6 “è soprattutto per lanciare un forte e chiaro messaggio contro la politica energetica italiana radicata ancora sullo sfruttamento sfrenato dei combustibili fossili che oltre a produrre impatti gravissimi sull’ambiente e sulla salute, contribuisce in modo rilevante al surriscaldamento globale e alle disastrose modificazioni climatiche ormai sotto gli occhi di tutti”.

La Dottoressa Baldacconi descrive anche la condizione del Golfo di Taranto, già da tempo individuato da diverse compagnie petrolifere per essere sottoposto alla fase di prospezione tramite airgun. Si prevedrebbe, come è facile immaginare, un traffico notevole di petroliere, residui tossici, danni alla fauna, e il meraviglioso Golfo diventerebbe una “fabbrica nera”.

Cetacei, tartarughe e pesci sono le vittime silenziose, ma come al solito, si parla di occupazione, di posti di lavoro che verrebbero a mancare con l’affermazione del Si. Il comitato Ottimisti e Razionali con a capo Gianfranco Borghini, è un comitato costituitosi proprio per sostenere il NO. I motivi sono economici innanzitutto, contestano infatti il costo dell’operazione referendaria, non ultimo il problema dei posti di lavoro.

E proprio in virtù degli intenti di Borghini, storico attivista dei diritti dei lavoratori, la schiera dei NO si fa scudo con l’argomento “occupazione”, ma la crisi del settore petrolifero è mondiale con gravi ricadute sulle aziende dell’indotto e dei posti di lavoro, che sono già penalizzati da diversi anni anche in Italia, con tagli e contratti a breve termine. La questione in gioco riguarda dunque i diritti, di tutte le specie, sia dei lavoratori sia della popolazione, assai più numerosa, degli abitanti marini, che non possono parlare né opporsi, ma sono destinati a soccombere.

L’alternativa esiste, Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, sottolinea che in Italia la grande risorsa non è nei fondali marini, ma nei territori, sfruttando i biogas e il biometano prodotto da discariche e scarti agricoli. Gli impianti in Italia che producono elettricità con impianti a biogas, a oggi, garantiscono il 7% dei consumi. Percentuale che può lievitare se si utilizza il potenziale del biometano. “Il problema è che questi interventi sono bloccati proprio dalle scelte del Governo” (sic).

La  coscienza di questi “mostri”, di queste aziende che deflagrano il pianeta, è annebbiata dal profitto, l’ambiente subisce la Cecità, per utilizzare la metafora di Saramago, di umani allo sbaraglio. Chi non ha voce deve essere difeso e la responsabilità di proteggere la natura è un dovere e non una scelta, votare SI è la direzione per ricominciare e, forse, nella speranza di cambiare il disastro incombente, convertire in vortice virtuoso, lo sfruttamento di una terra sofferente oltre ogni limite.

dalla Newsletter Oipa del 31 marzo 2016

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