Quanti sono davvero i “disoccupati” in Italia ? (di Mario Perugini, Università Luigi Bocconi)

Il tasso di disoccupazione a luglio era all’11,3%. Lo ha comunicato l’Istat segnalando un aumento di 0,2 punti percentuali da giugno. Il dato sarebbe tuttavia da leggere in positivo perché si accompagna a un incremento degli occupati, + 59 mila unità, e un drastico calo degli inattivi, -115 mila. Aumenta quindi la quota di persone che pur non avendo un lavoro si mette alla ricerca, e questo fa crescere il tasso di disoccupazione, cioè il numero di persone che sono a caccia di un impiego ma non lo trovano. L’istituto di statistica segnala inoltre come, per la prima volta dal 2008, il numero totale degli occupati in Italia sia tornato a salire sopra quota 23 milioni su base tendenziale, cioè rispetto a luglio 2016, il numero di occupati sale di 294 mila unità. Nello stesso periodo diminuiscono sia i disoccupati (-0,6%, -17 mila) sia, soprattutto, gli inattivi (-2,4%, -322 mila).
I movimenti positivi sul fronte del lavoro sono ovviamente accolti con favore da politici e opinionisti (ndr: fa molto comodo agli uni e agli altri interpretare i dati statistici a proprio uso e consumo), ma non si può non constatare come il mercato del lavoro nel nostro paese sia un tema su cui la sfasatura tra la percezione collettiva e le rilevazioni ufficiali è ancora particolarmente vistosa. L’elemento di novità è che la pensa in modo simile anche la Banca centrale europea, stando al bollettino economico diffuso l’11 maggio scorso, un documento che ha avuto scarsa eco sui mezzi di comunicazione (ndr: chissà perché ?). Secondo la Bce la disoccupazione in Italia (e in Europa) è significativamente sottostimata: tenendo conto non solo dei disoccupati (persone che cercano lavoro), ma anche degli scoraggiati (persone che non cercano più lavoro ma vorrebbero lavorare) e dei sottoccupati (persone che vorrebbero un lavoro a tempo pieno ma hanno ottenuto solo un part time), la disoccupazione media dell’Eurozona passerebbe dal 9,5 al 18% e quella italiana supererebbe il 25%. Ovviamente gli istituti di statistica (Eurostat a livello continentale, Istat in Italia) non vengono accusati di truccare i dati o di sbagliare i conti. Il problema sono i criteri di misurazione e, in ultima analisi, il concetto stesso di disoccupazione.
L’ipotesi di partenza espressa nello studio della Bce è che il tasso di disoccupazione si basi su “un’accezione piuttosto ristretta di sottoutilizzo della manodopera” e che quindi “potrebbe tuttora persistere un alto grado di sottoutilizzo della manodopera, ben superiore al livello suggerito dal tasso di disoccupazione”.
Il fatto che si cominci a parlare di “sottoccupazione” in senso ampio piuttosto che di disoccupazione in senso tradizionale non è tuttavia una particolare novità. Da anni la Federal Reserve statunitense utilizza, per la regolazione della propria politica monetaria, l’indicatore U-61, che misura l’incidenza sulle forze di lavoro allargate non solo dei disoccupati, che non intercettano le persone che si trovano nell’area di confine tra la disoccupazione e l’inattività, ma anche dei lavoratori part-time che vorrebbero lavorare più ore e degli inattivi che non cercano attivamente un’occupazione, ma sarebbero disponibili a lavorare immediatamente. L’U-6 è un indicatore importante perché misura la quantità effettiva di lavoro disponibile non pienamente utilizzata dal sistema produttivo, che il solo tasso di disoccupazione non è in grado di stimare. Infatti, accanto ai disoccupati, definiti come persone che non lavorano, che sono disponibili a lavorare immediatamente e che cercano attivamente un’occupazione, vi sono molte persone che hanno i primi due requisiti, ma che non cercano un lavoro perché sono in gran parte scoraggiate: sono considerati inattivi che fanno parte delle forze di lavoro potenziali. A questi occorre aggiungere i part-time involontari, che vorrebbero lavorare full time, ma non hanno trovato offerte di lavoro a tempo pieno.
Il tasso di sottoutilizzo del lavoro, che misura complessivamente la quantità di lavoro disponibile non pienamente utilizzata dal sistema produttivo, arricchisce le possibilità di fotografare il mercato del lavoro nel quale, tradizionalmente, le persone possono avere, dal punto di vista statistico, solo tre condizioni professionali: occupato, disoccupato e inattivo. Una classificazione troppo schematica per riuscire a cogliere, in un mercato del lavoro sempre più frammentato e diversificato, le complessità delle aree grigie in cui l’inattività degli scoraggiati, che sono pronti a lavorare immediatamente, non ha caratteri molto diversi dalla disoccupazione e anche l’occupazione a tempo parziale involontaria, con retribuzioni ridotte, condivide alcune delle criticità della disoccupazione, per esempio il rischio di povertà.

da fondazionefeltrinelli.it                                                  04 settembre 2017

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Riforme lacrime e sangue: storia recente del saccheggio pensionistico

Il recente studio a cura del Fondo Monetario Internazionale “Italy: Toward a Growth-Friendly Fiscal Reform” (“Italia: verso una riforma fiscale amica della crescita”) pubblicato a marzo di quest’anno, oltre a tracciare la rotta ortodossa delle più congrue politiche fiscali e del lavoro per il nostro Paese, fissa anche le priorità di nuovi interventi in tema previdenziale. Evidentemente le riforme più recenti, che hanno già stravolto in senso restrittivo le pensioni dei lavoratori italiani, non sono state sufficienti a saziare gli appetiti dei sostenitori della presunta insostenibilità del sistema previdenziale italiano.
Dopo venti anni di stravolgimento del sistema previdenziale, cerchiamo di capire in modo più approfondito qual è il quadro attuale delle pensioni in Italia così come plasmato dalle ultime riforme del biennio 2010-2012, la duplice Riforma Sacconi 2010-11 e la Monti-Fornero del 2011. Tali riforme meritano particolare attenzione: in primo luogo poiché sono state le ultime vaste riforme che hanno fortemente modificato in direzione restrittiva il sistema pensionistico; in secondo luogo perché i contenuti stabiliti esprimono in modo palese la furia controriformistica dettata dal dogma dell’austerità finanziaria che, seppur già pienamente vigente dagli anni ’90, ha visto una forte accelerazione negli anni della crisi economica e in particolare in concomitanza con la crisi dei debiti sovrani dei Paesi periferici dell’eurozona (2009-2011).
I provvedimenti restrittivi hanno colpito due aspetti: l’età pensionabile e l’entità della pensione media attesa.

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L’UE boccia la Fornero: l’ austerità crea problemi (di Antonio Signorini)

A sorpresa il report di Bruxelles sulle pensioni dà ragione a chi vuole ammorbidire le riforme.

Roma – C’è l’allarme sulla sostenibilità del sistema pensionistico italiano, anche se meno marcato rispetto alle previsioni.
Ma nell’atteso Pensions Adequacy Report 2018 della Commissione europea c’è anche altro. Sull’Italia, ad esempio, ci sono considerazioni che non stonerebbero tra le tesi di chi vuole cambiare certe asperità delle riforme passate. In particolare quella Fornero e l’adeguamento automatico dell’età pensionabile legato alle aspettative di vita. E arriva addirittura l’invito ad «affrontare gli effetti collaterali negativi delle riforme pensionistiche all’insegna dell’austerità».
Il rapporto critica le pensioni italiane perché costano tanto, ma non risolvono problemi di fondo, ad esempio il rischio pensioni inadeguate per i lavoratori precari, le lavoratrici e chi ha carriere discontinue.
Il rapporto osserva come «l’inasprimento estremamente rapido dei requisiti per la pensione» delle riforme adottate tra il 2009 e il 2011 hanno provocato un effetto «anziani dentro, giovani fuori», con «un milione di lavoratori anziani» tra i 50 e i 64 anni in più, e una contemporanea «riduzione di giovani lavoratori di 0,9 milioni» tra i 15 e i 34 anni, tra il 2008 e il 2013.
Meno giovani occupati, più anziani occupati ma, paradossalmente, anche un maggior numero di over 50 disoccupati passati da 130 mila a 500 mila. Sono lavoratori che in altre ere sarebbero stati pensionati e ora non hanno accesso né all’assegno Inps né al lavoro.
Per questo l’esecutivo europeo chiede misure per «migliorare la capacità di assorbimento del mercato del lavoro italiano».
La Commissione riconosce al governo Renzi di avere introdotto alcune misure per ammorbidire i requisiti della pensione, spendendo 6 miliardi in tre anni. Ad esempio l’Ape sociale. Peccato che «i requisiti di ammissioni troppo rigidi» rischiano di fare respingere una percentuale di richieste di pensione anticipata intorno al 35% (13.000 su 39,777).
In generale, il sistema italiano «svolge efficacemente la funzione di mantenimento del reddito». Quindi le pensioni in rapporto agli ultimi stipendi sono alte, anche se quelle delle donne sono ancora più basse.
Poi, il sistema non protegge dalla povertà. «Anche se in Italia gli anziani sono relativamente in condizioni migliori rispetto ai giovani», siamo ancora «sotto la media europea per tasso di deprivazione materiale degli ultra 65 enni». Situazione che è peggiorata con la crisi del 2008. «Gli anziani a rischio di povertà ed esclusione sociale erano il 23,9% contro il 18,3% nella Ue».
Diventa un problema anche quella che era stata presentata come la soluzione ai vizi storici della previdenza italiana. Per la Commissione, «il notevole e rapido aumento dell’età pensionabile dal 2010 ha fatto emergere problemi sia sulla durata del pensionamento sia sull’interazione tra durata attesa della vita lavorativa e la performance del mercato del lavoro oltreché dello sviluppo dei servizi». In sintesi, la stretta sulle pensioni che ha salvato i conti pubblici ha creato tanti problemi agli italiani.
Sul versante della tenuta del sistema, l’allarme che si temeva alla vigilia è molto ridimensionato. La spesa pubblica per le pensioni resterà stabile al 15,6% del Pil fino al 2020. Aumenterà molto dal 2020 al 2040, con il pensionamento dei baby boomers. Ma dopo riscenderà al 13,9% del Pil.

www.ilgiornale.it                                                          01/05/2018

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Discriminazioni e lavoro, gli italiani tristemente primi in Europa

Poco meno della metà degli italiani ha dichiarato di aver subito discriminazioni sul posto di lavoro
(Teleborsa) – Triste primato per gli italiani, che a confronto con i fratelli europei si sentono primi nella discriminazione sul posto di lavoro. Un lavoratore europeo su tre (34%) si è sentito discriminato per qualche motivo sul posto di lavoro: l’Italia è in testa con il 42%. Il 37% in Francia, Spagna e Regno Unito, mentre i Paesi Bassi hanno l’incidenza più bassa al 21%.
Secondo i dati diffusi da ADP, leader internazionale nell’human capital management, che ha rilasciato i dati della ricerca WorkForce Europe 2018 condotta su oltre 10.000 lavoratori nel continente di cui 1300 italiani, poco meno della metà degli italiani ha dichiarato di aver subito discriminazioni sul posto di lavoro (il 37,8% degli uomini e il 47,4% delle donne).
Tra le motivazioni principali l’età per il 19,3% dei lavoratori over 55. Il 22% dei lavoratori tra i 45 e 54 vede l’età come prima motivazione di ostacolo alla carriera, una percentuale molto alta se si considera la tarda età in cui oggi giorno ci si approccia al mercato del lavoro.
Seguono le discriminazioni legate al sesso per il 9,8% – 6,3% per gli uomini e 14,2% per le donne – percentuale bassa in media ma che ha picchi in alcuni business come nel settore dei servizi Finanziario dove tale discriminazione di genere sale a 19%, background (9,7%), istruzione (6,8), nazionalità (3,4%), religione (4,4%), aspetto fisico (4,4%), sessualità (2,7%).

Articolo di Teleborsa, 5 marzo 2018
Link: https://www.teleborsa.it/News/2018/03/02/discriminazioni-e-lavoro-gli-italiani-tristemente-primi-in-europa-125.html#.Wp05-DGWzcv

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L’ Americanizzazione della salute

Enti e associazioni lanciano un allarme per una sanità nazionale sempre più al collasso. Ecco i motivi, privati, di una scelta pubblica scellerata
«Ci siamo illusi che la gente si rassegnasse a un welfare smontato a piccole dosi, un ticket in più, un asilo in meno, una coda più lunga… Ma alla fine la mancanza di tutele nel bisogno scatena un fortissimo senso di ingiustizia e paura che porta verso forze capaci di predicare un generico cambiamento radicale». Così Romano Prodi rispondeva quasi un anno fa in un’intervista su Repubblica. Un’indiretta ammissione di colpa di una classe politica che, per scelte thatcheriane, ha tagliato e continua a tagliare i fondi di un servizio essenziale come quello sanitario, che oggi sta trasformandosi sempre più in privato.
Ma vediamo qualche dato. Secondo la Federazione italiana dei medici di medicina generale già nei prossimi 5 anni 14 milioni di cittadini potrebbero rimanere senza medico di famiglia. Motivo? Andranno in pensione più di 45mila dottori del Servizio sanitario nazionale (SSN) senza che sia stata definita una politica di assunzioni per controbilanciare il “buco”. Ancora, secondo dati Censis, nel 2017 sono stati 12 i milioni di italiani che hanno rinunciato alle cure per mancanza di risorse economiche, quelle stesse cure che – è bene ricordarlo – dovrebbero essere garantite a tutti di dalla nostra Costituzione (art. 32). Secondo lo stesso rapporto, allo Stato italiano mancherebbero almeno 30 miliardi per garantire gli standard assistenziali pubblici.
Riassumendo: lo Stato concede sempre meno fondi al servizio sanitario pubblico e gli italiani avendo sempre meno soldi – per politiche di austerità (aumento tassazione, taglio investimenti e incentivi a lavoro e occupazione) – rinunciano a quella salute che, come cantava Nino Manfredi, quando c’è, c’è tutto. Dall’altra parte, chi ancora può permettersele in caso di necessità si avvale di formule di “sanità integrativa”, ossia banalmente privata, tanto che se nel 2009 erano 9 milioni gli italiani che avevano un’assicurazione sanitaria integrativa, nel 2017 sono cresciuti fino a 14 milioni, e nel 2025 potrebbero arrivare – stipendi permettendo – a 21 milioni.

Articolo di Guido Rossi, 16 febbraio 2018
Link: http://www.lintellettualedissidente.it/economia/salute-sanita-pubblica/

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L’ emorragia dei medici

Negli ultimi 5 anni: Medici di Base e del Servizio Sanitario Nazionale: – 45.000
Negli ultimi 10 anni: Medici di Base e del Servizio Sanitario Nazionale: – 80.676
Medici di Base: Nuovi Medici: 11.000 Medici andati in pensione: 33.392 Saldo: – 22.392
Le Regioni più in crisi: Lombardia, Lazio, Campania e Sicilia
Fonti: FIMMG e ANAAO
Ad ogni modo, il messaggio che viene spesso fatto passare dai principali media nazionali e da taluni politici è, troppo spesso, che la sanità pubblica è sempre meno efficiente (servizi di bassa qualità, lunghe attese, eccetera), che “spreca troppo” ed è mal gestita, pertanto non resta che ricorrere al privato. Eppure il concetto è banale: se a una macchina (sanità) togli la benzina (soldi) e a un certo punto finisce, non significa che è rotta, ma che deve andare dal benzinaio (Stato). Attenzione però, qui non si vuole demonizzare la sanità privata di per sé, quanto piuttosto la spinta di forze esterne nel voler portare la sanità pubblica verso forme sempre più privatistiche, ossia imprenditoriali e che non tutti si possono permettere.
Qualcuno forse si sta chiedendo se un governo, qualora volesse invertire questa tendenza e dunque aumentare il sostegno alla sanità pubblica, ne avrebbe il potere. La risposta è no, o almeno, non se l’Italia rimane nell’Unione europea. Per capire il perché è necessario tornare ancora una volta – molto velocemente – agli accordi internazionali di libero scambio.
Il nostro paese aderisce all’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization, WTO), creata con l’unico scopo di liberalizzare completamente beni e servizi in tutto il globo. Per far questo, tra i suoi accordi dispone il Technical barriers to trade (TbT), volto a eliminare qualsiasi restrizione al commercio internazionale, inclusa la sanità. Se infatti da una parte l’accordo nelle sue premesse riconosce il diritto per un Paese di adottare tutte le misure necessarie ad assicurare la tutela della salute, dall’altra queste non devono costituire un mezzo di discriminazione arbitraria o ingiustificata tra Paesi ossia appunto delle restrizioni dissimulate al commercio. Non solo, per poter adottare misure “protettive” bisogna fornire dati tecnici e scientifici, e a decidere se un’esigenza possa considerarsi tale, esiste un comitato apposito. Questo comitato, secondo il funzionamento del Wto, non è composto dai rappresentanti di ogni Paese, ma da chi ha il curriculum e la preparazione tecnica. Pertanto può darsi che ad esempio un finnico prenda una decisione per l’Italia, pur non essendoci mai stato. Senza contare che questi comitati lavorano a porte chiuse.
Come se non bastasse, lo stesso accordo è inglobato all’interno di un altro accordo internazionale di libero scambio, il CETA (tra Ue e Canada, in vigore in via provvisoria dal 21 settembre 2017), che vuole assolutamente garantire “che le misure sanitarie e fitosanitarie adottate dalle parti – gli Stati – non creino ostacoli ingiustificati agli scambi”. Insomma, caro Stato non “disturbare” il profitto con le tue ipocondrie. Tutto questo perché? Perché gli italiani solo nell’ultimo anno hanno speso circa 35 miliardi in sanità privata, e sono quasi 5mila le imprese che operano nel settore medicale, e le multinazionali che operano sul nostro territorio sono straniere per il 60%.
Ma non è finita qui. Senza scendere in ulteriori e noiosi dettagli, basti sapere che questi accordi mirano alla cosiddetta “armonizzazione” che, detto in soldoni, significa “livellare” le varie normative nazionali per rendere le misure sanitarie e di controllo al minimo. Ecco allora che tutti i nodi vengono al pettine: esiste infatti una differenza rilevante tra la legislazione americana, che prevede l’introduzione di misure protettive (come il ritiro dal mercato di un prodotto considerato dannoso) solo a fronte di evidenze scientifiche certe (il che accade assai raramente), e quella europea incentrata sulla “prevenzione” e che dunque, per semplificare brutalmente, blocca un prodotto quando vi è anche solo il più lontano dubbio che possa essere rischioso. America, la stessa dove se non hai un’assicurazione o paghi profumatamente o non puoi curarti neppure un’unghia incarnita. Lo stesso non-modello in cui, fin troppo velocemente, ci stiamo trasformando.

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1968, 10 marzo: assemblea degli studenti della facoltà di Medicina di Milano all’ istituto di Anatomia a Città studi

L’ emiciclo è stracolmo, tutti i banchi occupati, tanta gente anche in piedi.
I compagni più politicizzati degli anni alti aprono l’assemblea, poi si dà inizio agli interventi: una lunga sequela di matricole, finalmente arriva il mio turno, sono anch’io una matricola, il cuore mi batte forte: è la prima volta che parlo in pubblico davanti a tante persone, afferro il microfono e dico “mi chiamo Fedele, primo anno”‘. Dall’ assemblea si grida “No, basta!”. Urlo anch’io “Hanno parlato gli altri, voglio parlare anch’io!” E aggiungo ” In primo luogo non dobbiamo dare comunicazioni di sorta sulle nostre prossime iniziative ai pennivendoli di regime (penso soprattutto a Montanelli allora editorialista del Corriere della sera), che poi distorcono e travisano tutto. E dopo dobbiamo abbattere questo governo dei padroni e dei “baroni”…”
Si scatena l’inferno: metà assemblea applaude, l’altra metà urla e fischia, qualcuno del tavolo della presidenza mi strappa il microfono dicendo “Questo fa scoppiare la rivoluzione!”
Ci rimango male, tuttavia questo è stato l’inizio del mio ’68.

Fedele

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Pil, l’Italia ferma in Europa. La crescita è stata zero negli ultimi 17 anni

L’analisi della Cgia: dal 2000 al 2017 la ricchezza nel Paese è cresciuta mediamente di appena lo 0,15% ogni anno. Rispetto al 2007, anno pre-crisi, dobbiamo ancora recuperare 5,4 punti percentuali di Pil. Pesano le minore spese della pubblica amministrazione e il crollo degli investimenti

La frenata di investimenti e della spesa pubblica

Rispetto al 2007, anno pre-crisi, mancano 5,4 punti percentuali di Pil. Nel 2017 la spesa della Pubblica amministrazione è l’1,7% in meno rispetto a dieci anni fa, quella delle famiglie del 2,8%. Ma sono gli investimenti a crollare nel periodo della crisi: -24,3%

«Gli investimenti pubblici – sostiene Paolo Zabeo — sono una componente del Pil meno rilevante in termini assoluti, ma fondamentale per la creazione di ricchezza. Se non miglioriamo la qualità e la quantità delle nostre infrastrutture materiali, immateriali e dei servizi pubblici, questo Paese è destinato al declino. Senza investimenti non si creano posti di lavoro stabili e duraturi in grado di migliorare la produttività del sistema e, conseguentemente, di far crescere il livello delle retribuzioni medie».

Il confronto con l’eurozona

La crescita registrata dai nostri principali partner economici dell’area dell’euro — sottolinea l’ufficio studi della Cgia — è stata molto superiore a quella italiana.

Se in Italia negli ultimi 17 anni il Pil è aumentato di soli 2,6 punti percentuali (variazione calcolata su valori reali), in Francia l’incremento è stato del 21,7%, in Germania del 23,7% e in Spagna addirittura del 31,3%.

L’Area dell’euro (senza Italia), invece, ha riportato una variazione positiva del 25,9%. Tra i 19 paesi che hanno adottato la moneta unica solo il Portogallo (-1,2%), l’Italia (-5,4%) e la Grecia (-25,2%) devono ancora recuperare, in termini di Pil, la situazione ante crisi.

Il crollo della produzione industriale

Anche sul fronte della produzione industriale, rispetto al 2000 l’Italia sconta un differenziale negativo di 19,1 punti percentuali, con punte del -35,3% nel tessile/abbigliamento e calzature, del -39,8%nel settore dell’informatica e del -53,5% nelle apparecchiature elettriche. Di segno opposto, invece, solo gli alimentari e le bevande (+11,2%) e la farmaceutica (+28,3%).

Nessun altro tra i principali paesi avanzati dell’Ue ha fatto peggio. Sebbene Spagna e Francia abbiano ottenuto risultati con scostamenti non molto diversi, è invece significativa la performance registrata dal settore industriale tedesco. Tra il 2000 e il 2017 la produzione manifatturiera in Germania è aumentata di quasi 30 punti percentuali.

Il rigore nei conti pubblici

«Negli ultimi 17 anni – dichiara il Segretario della Cgia Renato Mason – solo in un anno, il 2009, il saldo primario, dato dalla differenza tra le entrate totali e la spesa pubblica totale al netto degli interessi sul debito pubblico, è stato negativo. In tutti gli altri anni, invece, è stato di segno positivo e, pertanto, la spesa primaria è stata inferiore alle entrate. A ulteriore dimostrazione che in questi ultimi decenni l’Italia ha mantenuto l’impegno di risanare i propri conti pubblici, nonostante gli effetti della crisi economica siano stati più pesanti qui da noi che altrove».

Stralci da un articolo di Fabrizio Massaro, Corriere Economia, 23 dicembre 2017

Link: http://www.corriere.it/economia/cards/pil-l-italia-ferma-europa-crescita-stata-zero-ultimi-17-anni/paese-fermo_principale.shtml

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Anno XVI – Nr. 01 del 20 gennaio 2018

 

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Record assoluto rischio povertà. Eurostat: l’Italia è il paese che ha più poveri in Europa

I dati sulla povertà in Italia dell’Eurostat sono confermati anche dalle analisi sul rischio povertà nel nostro Paese da parte dell’Istat.

Eurostat: l’Italia è il paese che ha più poveri in Europa I dati sulla povertà in Italia dell’Eurostat sono confermati anche dalle analisi sul rischio povertà nel nostro Paese da parte dell’Istat CondividiTweet Povertà. Sant’Egidio lancia allarme: a Roma 7.500 persone vivono in strada o in alloggi di fortuna Istat: uno su tre a rischio povertà o esclusione Sempre più bambini vivono in povertà assoluta Roma ‘capitale’ anche della povertà. Caritas: 16mila i senzatetto, nuovi poveri anche nel ceto medio. I dati sono proprio sconfortanti.

Secondo Eurostat l’Italia è il Paese che conta, in valori assoluti, più poveri in Europa. È quanto emerge dalle analisi dall’Ufficio Statitico dell’Unione Europea sul tasso di privazione sociale. Nel 2016 i poveri erano quasi 10,5 milioni.

La classifica è stata redatta basandosi su una serie di indicatori che valutano le possibilità economiche e di situazione sociale delle persone. Le spese prese in considerazione da Eurostat permettono di valutare quando si entra nella categoria di deprivazione materiale e sociale se non ci si può permettere almeno cinque delle spese sotto elencate: •affrontare spese impreviste; •una settimana di vacanza annuale fuori casa; •evitare arretrati (in mutui, affitti, utenze e / o rate di acquisto a rate); •permettersi un pasto con carne, pollo o pesce o equivalente vegetariano ogni secondo giorno; •mantenere la propria casa adeguatamente calda; •una macchina / furgone per uso personale; •sostituire i mobili logori; •sostituire i vestiti logori con alcuni nuovi; avere due paia di scarpe adeguate; •spendere una piccola somma di denaro ogni settimana su se stesso (“paghetta”); •avere attività ricreative regolari; •stare insieme con amici/famiglia per un drink pasto almeno 1 volta al mese; •possedere una connessione Internet.

Anche secondo i dati resi noti dall’Istat sulle condizioni di vita degli italiani, nel 2016 si registra il record storico sia per le persone a rischio di povertà (20,6%) sia per quelle a rischio di povertà o esclusione sociale (30%). La stima delle famiglie a rischio povertà o esclusione sociale per il 2016 è infatti del 30% e qui ad essere registrato è un peggioramento rispetto all’anno precedente quando la percentuale era del 28,7. Secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali la povertà è un fenomeno complesso che dipende da vari fattori in quanto non deriva solo dalla mancanza di reddito ma anche dalle scarse probabilità di partecipare alla vita economica e sociale del Paese.

Secondo quanto riportato dall’Istat, il rischio di cadere nella condizione di povertà riguarda sia gli individui considerati singolarmente (e si passa dal 19,9% al 20,6%), sia coloro che vivono in famiglie con pochi mezzi (e qui si passa dall’11,5% al 12,1%), sia infine persone che vivono in nuclei a bassa intensità lavorativa.

Le aree più esposte al fenomeno sono quelle meridionali ma anche il Centro del Paese non se la passa bene infatti un quarto dei residenti è a rischio povertà. Per l’Unione Nazionale Consumatori: “Non solo i dati peggiorano rispetto al 2015, ma mai si era registrato un dato così negativo dall’inizio delle serie storiche, iniziate nel 2003” afferma Massimiliano Dona presidente dell’UNC. “Sono dati da Terzo Mondo, non degni di un Paese civile. Non si tratta solo di una priorità sociale e morale, ma anche economica. Fino a che il 30% degli italiani è rischio povertà o esclusione sociale è evidente che i consumi delle famiglie non potranno mai veramente decollare e si resterà intorno all’1 virgola” prosegue Dona. “I dati ci dicono che non basta varare il Rei (Reddito di inclusione sociale, ndr) cercando di tamponare l’emergenza. Bisogna evitare che le file dei poveri assoluti continuino ad ingrossarsi, risolvendo i problemi di chi, pur stando ora sopra la soglia di povertà assoluta o relativa, rischia di finire sotto perché non riesce a pagare le bollette o ad affrontare una spesa imprevista di 800 euro” conclude Dona.

Articolo di Tiziana Digiovannandrea,                                           12 dicembre 2017

Link: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Poverta-Eurostat-Italia-ha-piu-poveri-in-Europa-Istat-Unc-unione-Nazionale-Consumatori-9a8f0035-d5c5-4853-b2d6-ee10d1e420c1.html?refresh_ce

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Anno XVI – Nr. 01 del 20 gennaio 2018

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«Sciogliere le organizzazioni fasciste è solo il primo passo» (di Enrico Baldin)

Estrema destra sottovalutata e pericolosa, non frutto di sovraesposizione mediatica. Parla Saverio Ferrari, dell’Osservatorio democratico nuove destre
«Estrema destra sottovalutata da tempo e pericolosa davvero, non frutto di sovraesposizione mediatica». Così Saverio Ferrari che presiede l’Osservatorio democratico sulle nuove destre, probabilmente il massimo esperto tra chi studia e osserva i fenomeni legati al neofascismo. L’abbiamo intervistato per capire un meglio cosa stia accadendo nelle ultime settimane in cui la cronaca – da Ostia a Como a quanto accaduto pochi giorni fa sotto la sede de l’Espresso – ha riportato frequentemente fatti di cronaca preoccupanti in cui gli attori principali erano appartenenti o in qualche modo riconducibili a formazioni della destra radicale.
Ferrari, questo rigurgito neofascista che si avverte negli ultimi mesi, è qualcosa di vero o è il frutto di una sovraesposizione mediatica?
Non è una sovraesposizione mediatica, è una accelerazione vera con una crescita vera dei gruppi di estrema destra. Io credo che il punto di svolta sia ciò che è successo il 29 aprile scorso, quando un migliaio di persone si sono recate a Milano al Cimitero Maggiore a commemorare i morti repubblichini, autofotografandosi mentre facevano il saluto romano. Fu una prova di forza, una sfida. Che vinsero, perché il Tribunale di Milano derubricò il fatto a commemorazione funebre. Dopo quel giorno però per loro la strada si fece più agevole, pure i risultati elettorali li hanno confortati, basti pensare al successo di Casa Pound conseguito poco dopo a Lucca e a Todi, e una media generale dell’1-2% nelle città. Una crescita vera basata su un progetto vero, che punta alle periferie e ai temi sociali.
Converrà però che l’esser stati ultimamente in tutte le televisioni e l’avere avuto autorevoli esponenti del mondo giornalistico ai loro dibattiti li ha aiutati a sdoganarsi.
Certo, ma tengo a precisare che questi movimenti stavano crescendo comunque anche quando non erano esposti. Il loro è un piano di propaganda preciso, che ora si basa nel colpire in maniera conclamata i loro “avversari”. Basti pensare al blitz di Forza Nuova contro Repubblica o all’irruzione del Veneto Fronte Skinhead a Como contro chi aiuta i profughi. Oppure a fatti che han fatto meno rumore, come l’aggressione in pieno giorno ai danni di un inerme militante antirazzista in un luogo pubblico a Mantova, o all’aggressione a Crema di un attivista dell’Arci proprio nel luogo in cui stava lavorando. Certo, poi in certi settori c’è un tentativo, dal mio punto di vista sbagliato, di normalizzare un settore di quella destra. Io credo che il senso delle visite di Formigli e Mentana a Casa Pound fosse questo. I media in questo momento hanno scelto in Casa Pound il settore di quella destra da “normalizzare”, da far entrare nell’alveo democratico, ospitandoli anche nelle trasmissioni televisive. Lo stesso non accade invece per Forza Nuova o per altre organizzazioni.
Quanto c’è da preoccuparsi? E’possibile che si arrivi ad una incidenza quale quella di Jobbik in Ungheria o del Front National in Francia e così via?
Beh non serve fare riferimento a gruppi conclamatamente fascisti, perché in Italia c’è già la Lega che mi pare esprima bene certe posizioni e goda di percentuali ragguardevoli. Oltretutto né la Lega né Forza Italia si fanno grandi problemi a collaborare con certe organizzazioni. Basti vedere l’alleanza di centrodestra delle elezioni politiche del 2006 che imbarcò anche Forza Nuova e la Fiamma Tricolore, o la collaborazione che c’è stata a lungo tra Salvini e Casa Pound. Salvini, Meloni e Berlusconi comunque esprimono certe posizioni reazionarie senza farsi grossi problemi.
Ma esiste una qualche sotterranea ipotesi di accordo tra le formazioni neofasciste ed il centrodestra in vista delle prossime elezioni politiche?
Sia Forza Nuova che Casa Pound hanno dichiarato di correre con proprie liste e candidature. Che poi riescano a raccogliere le firme necessarie per presentarsi nei vari collegi è da vedere, specie per la formazione di Fiore. Secondo me però, sotto sotto, Casa Pound spererebbe in un centrodestra non a trazione berlusconiana, più spostato a destra, in cui eventualmente rientrare in gioco come già accaduto in passato. La reunion di Alemanno e Storace invece si è già messa a disposizione di Salvini.
Tra le varie organizzazioni della destra radicale esistono collaborazioni?
Tra le due principali formazioni – Casa Pound e Forza Nuova – non c’è collaborazione né dialogo. Basti pensare che la lunga trattativa condotta da Forza Nuova per fare la sua marcia su Roma è stata completamente snobbata da Di Stefano. Forza Nuova e Casa Pound sono in competizione e hanno delle diversità chiare: la più evidente è che i primi sono ultracattolici i secondi più laici. Tra queste formazioni non c’è collaborazione, mentre esistono buone relazioni tra Casa Pound e Lealtà e Azione, formazione molto sviluppata in Lombardia, mentre Forza Nuova ha nella sua orbita quel che resta della Fiamma Tricolore. Tutte queste organizzazioni comunque hanno delle comuni idee di comunità – contrapposta a quella di società – basata sul sangue e sull’appartenenza autoctona. E notoriamente condividono l’idea che l’Italia sia invasa dai profughi.
Si parla di possibili correlazioni tra queste formazioni e la criminalità organizzata.
Esistono rapporti storici tra la destra estrema e la criminalità organizzata. Si pensi al golpe Borghese, a come fuggì Franco Freda, al ruolo di esponenti della ‘ndrangheta nella rivolta di Reggio Calabria, alla rete di rapporti tessuti dalla Banda della Magliana, alla presenza di alcuni fascisti nel mercato milanese della prostituzione e delle armi scoperto a suo tempo. Oggi invece abbiamo sentito alcune cose, anche documentate, alcuni singoli episodi: penso agli Spada ad Ostia o al fatto che alcuni esponenti di Lealtà e Azione erano in rapporto di conoscenza con alcuni esponenti criminali, o alla condanna comminata ad Antonini (tra i principali esponenti di Casa Pound Italia, ndr) per aver procurato documenti falsi ad un pericoloso malavitoso, o a certi rapporti nelle curve degli stadi. Se ne potrebbe fare un elenco. Ma da qui a dire che esistano rapporti organici tra alcune organizzazioni e la criminalità organizzata, questo non si può dire.
Lei dice che è un fenomeno vero e pericoloso. Ma c’è stata una sottovalutazione da parte delle Istituzioni o delle forze democratiche?
Sottovalutazione e disinteresse che dura da anni e di cui colpevolmente ci si accorge solo ora, come se certi omicidi, certi episodi di violenza non fossero stati degni di una analisi attenta e tempestiva. In questi anni l’antifascismo è stato – almeno da parte delle Istituzioni – un qualcosa di facciata, una autocelebrazione con delle commemorazioni fini a se stesse. I fascisti invece hanno saputo andare oltre, occupandosi davvero dell’oggi e dei fenomeni sociali, dal loro punto di vista. In questi anni si è sostanzialmente sospeso l’utilizzo della legge Mancino, la Magistratura spesso non è stata all’altezza, sentenziando per reati uguali in maniera opposta. La destra ho goduto di questa leggerezza.
Seppur in ritardo quale ritiene possa essere la strada da intraprendere per contrastare le formazioni xenofobe e razziste?
Innanzitutto il ripristino della legalità secondo i valori Costituzionali, usando anche l’articolo 7 della legge Mancino. Perché ormai non si denuncia più per l’odio e l’intolleranza che stanno diventando libere espressioni tanto quanto l’indebito utilizzo di Anna Frank che avviene da anni derubricato a goliardia. Se si guardano ai rapporti delle Forze dell’Ordine e del Ministero degli Interni, i reati correlati a odio e intolleranza sono un numero ridicolo. E allora si deve ripristinare la legalità, si devono anche sciogliere le organizzazioni neofasciste. Non c’è nulla di scandaloso, anche in epoca DC si fece con Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, o più recentemente con Azione Skinhead. Sciogliendo queste organizzazioni si disarticolano, mettendole in profonda difficoltà. E si pone un freno a certe situazioni pericolose. Penso alla Comunità dei 12 raggi che nel varesotto ogni anno commemorano Hitler incontrastate, con tanto di minacce a giornalisti e ad antifascisti.
Basta sciogliere organizzazioni come queste?
No. Anche se a lungo termine la principale strada è la cultura, la creazione di una coscienza civile. Serve un movimento antifascista più attento all’oggi, meno celebrativo e meno commemorativo.

da Popoffquotidiano.it                                                                     13 dicembre 2017

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