Scarpinato*: “La riforma Renzi è oligarchica e antipopolare”

Il mio dissenso nei confronti della riforma costituzionale è dovuto a vari motivi che, per ragioni di tempo, potrò esplicare solo in piccola parte.
In primo luogo perché questa riforma non è affatto una revisione della Costituzione vigente, cioè un aggiustamento di alcuni meccanismi della macchina statale per renderla più funzionale, ma con i suoi 47 articoli su 139 introduce una diversa Costituzione, alternativa e antagonista nel suo disegno globale a quella vigente, mutando in profondità l’organizzazione dello Stato, i rapporti tra i poteri ed il rapporto tra il potere ed i cittadini.

Una diversa Costituzione che modificando il modo in cui il potere è organizzato, ha inevitabili e rilevanti ricadute sui diritti politici e sociali dei cittadini, garantiti nella prima parte della Costituzione.
Basti considerare che, ad esempio, la riforma abroga l’articolo 58 della Costituzione vigente che sancisce il diritto dei cittadini di eleggere i senatori, e con ciò stesso svuota di contenuto l’art. 1 della Costituzione, norma cardine del sistema democratico che stabilisce che la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Nella diversa organizzazione del potere prevista dalla riforma, questo potere sovrano fondamentale per la vita democratica, viene tolto ai cittadini e attributo alle oligarchie di partito che controllano i consigli regionali.
Poiché, come diceva Hegel, il demonio si cela nel dettaglio, questo dettaglio – se così vogliamo impropriamente definirlo – racchiude in se e disvela l’animus oligarchico e antipopolare che – a mio parere – attraversa sottotraccia tutta la riforma costituzionale, celandosi nei meandri di articoli la cui comprensione sfugge al cittadino medio, cioè a dire alla generalità dei cittadini che il 4 dicembre saranno chiamati a votare. Continue reading

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La finanza internazionale e la controriforma costituzionale. (Gugliemo Forges Davanzati)

“I problemi economici dell’Europa sono dovuti al fatto che i sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alle cadute delle dittature, e sono rimaste segnate da quell’esperienza. Le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste … I sistemi politici del Sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, tecniche di costruzione del consenso basate sul clientelismo, il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi”
(J.P.Morgan, 2013).
Perché Matteo Renzi investe tutto il suo capitale politico per una riforma della Costituzione della quale, si può supporre, alla gran parte dei cittadini italiani non interessa per nulla? Perché lo fa in disprezzo del duplice fatto che la riforma è partorita da un Parlamento dichiarato illegittimo e del fatto che questo provvedimento non era nel suo programma elettorale? La risposta può rinviare a due soli ordini di ragioni: il primo, per così dire, psicologico; il secondo propriamente economico. Il primo potrebbe riguardare il fatto che Renzi voglia, per così dire, passare alla Storia come “il grande riformatore”, “il costituente del XXI” secolo. Potrebbe essere. Ma pare davvero una motivazione molto parziale a fronte della quale si può contrapporre una interpretazione che, senza cadere in improbabili complottismi, metta assieme alcuni fatti che ci portano a pensare che la riforma della Costituzione italiana si renda necessaria come scambio politico fra questo Governo e la finanza internazionale. Sia chiaro che non si fa qui riferimento a una cospirazione occulta, e tantomeno a un progetto eticamente censurabile, ma a una sequenza di eventi che quantomeno fanno seriamente dubitare della narrazione governativa. Andiamo per ordine.  Continue reading

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Perché e percome voterò No. Merito, metodo e altre cosucce. (Alessandro Robecchi)

Forse è il momento di spiegarsi un po’. Perché va bene la battaglia, il tweet, la polemica spicciola e le considerazioni sulla tattica, ma prima o poi bisogna dirlo. Quindi, piccolo ragionato endorsement, come dicono quelli bravi: il 4 dicembre voterò NO, convinto e motivato. Non so come andrà a finire, dicono che l’esito è incerto, e dei sondaggi non è sano fidarsi.

Voterò NO perché non mi piace la logica della “semplificazione”. C’è stato un tempo, in questo paese, in cui si facevano straordinarie riforme con il bicameralismo perfetto, il proporzionale, dieci-quindici partiti, le correnti e un’opposizione forte e decisa (il vecchio Pci in testa). Il Servizio Sanitario Nazionale, lo Statuto dei Lavoratori… insomma, non la faccio lunga. La classe politica era migliore, sapeva mediare, sapeva – lo dico male – fare politica. La classe dirigente di oggi no, non è capace, è mediocrissima, raccogliticcia e composta da yesmen e yeswomen (che fino a ieri dicevano yes ad altri, tra l’altro). Insomma nasconde le sue incapacità dietro la lentezza delle regole.
Un’operazione di auto-mantenimento in vita: chi non sa fare un puzzle da 1.000 pezzi se ne compra uno da 500, poi da 250, adatta la realtà alla propria inadeguatezza invece di adeguarsi alla complessità.

(Qui c’è una piccola divagazione. Non è vero che la riforma semplifica, anzi, incasinerà molto. L’articolo 70 è una specie di patchwork dadaista, quindi anche la questione della semplificazione, diciamo, traballa).  Continue reading

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Acqua scempio di democrazia

Cari amici, inoltro questo accorato e lucidissimo appello di Alex Zanotelli in difesa dell’acqua pubblica Bene Comune.
Agli amici del movimento della terra e del cibo mi permetto ricordare che l’accaparramento di acqua e terra ( landgrabbing e watergrabbing), perseguito ferocemente dalle multinazionali soprattutto in Africa e America Latina, significa l’espulsione dalle proprie terre di oltre un miliardo di contadini, l’80% di questi già ora affamati, e il loro arrivo nelle attuali e ulteriori future megalopoli di oltre 20 milioni di abitanti, quelle bidonville orribili in cui comandano solo le mafie, gestendo droga, rifiuti e prostituzione.
Gli organismi internazionali come l’ONU danno questo esodo come inevitabile, quando prevedono che il 70% dei 9 miliardi futuri sarà urbanizzato.
Penso che questo, insieme al caos climatico che verrà esaltato dall’aumento delle megalopoli, sarà la tragedia finale dell’umanità, una tragedia che avverrà in pochi decenni prossimi, se l’umanità intera non cambierà radicalmente.
Un caro saluto,
Antonio Lupo Comitato Italiano Amigos Sem Terra.

ACQUA SCEMPIO DI DEMOCRAZIA

Quando parliamo di acqua, spesso diciamo:”Si scrive acqua , ma si legge democrazia.” In questi anni, soprattutto dopo il Referendum del 2011, è stata la volontà popolare, e cioè la democrazia, ad essere negata!

La Costituzione della Repubblica Italiana afferma:”La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”(art. 1) Secondo la nostra Costituzione, l’unica volta che il popolo può esercitare direttamente tale sovranità è con il Referendum abrogativo (art.75).

Con il Referendum del 2011, il popolo italiano (ventisei milioni di cittadini!) ha detto Sì a due domande: l’acqua deve essere tolta dal mercato e non si può fare profitto sull’acqua. Questa è la volontà del popolo italiano.

Il Parlamento italiano doveva tradurre in legge questa decisione del popolo. Invece il Parlamento non l’ha mai fatto, pur avendo a sua disposizione La Legge di iniziativa popolare (2007) che aveva ottenuto oltre cinquecentomila firme! Quella Legge ha dormito sonni tranquilli, rinchiusa nel cassetto della Commissione Ambiente della Camera. Solo una forte campagna da parte dei comitati è riuscita nel 2015 a far discutere La Legge in Commissione Ambiente della Camera. Purtroppo il 15 marzo 2015 il governo Renzi è intervenuto a gamba tesa, facendo saltare l’articolo 6 di quella Legge che definiva il servizio idrico privo di rilevanza economica e ne disponeva l’affidamento esclusivo a enti di diritto pubblico.

Così la Legge di iniziativa popolare è stata svuotata del suo nucleo centrale. Il Disegno di Legge così svuotato è stato approvato il 21 aprile di quest’anno da ben 243 deputati (PD e Destra), mentre 129 deputati (M5S e Sinistra) hanno votato contro. Il Ddl è ora allo studio della Commissione Ambiente del Senato. Conoscendo le posizioni dei Partiti sull’acqua, c’è ben poco da sperare. Il governo Renzi persegue la sua strategia di privatizzazione tramite la Legge Madia e lo Sblocca Italia. La Legge Madia impedisce alle aziende speciali di gestire i servizi a rete come l’acqua. Lo Sblocca Italia favorisce i grandi accorpamenti, permettendo alle multinazionali di realizzare l’economia di scala a loro vantaggio (I grandi accorpamenti sono incompatibili con la gestione pubblica!).

Il governo Renzi sta infatti favorendo quattro grandi accorpamenti idrici: Iren (Piemonte-Liguria), A2A (Lombardia), Hera (Emilia Romagna, Toscana, Marche e Nord-Est) ed infine Acea (Lazio, Molise e il Meridione). E’ chiaro che dietro a queste multiutility ci stanno multinazionali come Suez e Vivendi.

Un esempio di questi accorpamenti l’abbiamo ora in Puglia.

Il suo governatore , Emiliano (da sempre schierato per l’acqua pubblica!) ha scelto come presidente dll’Acquedotto Pugliese un uomo di Iren ed ha avviato la fusione dell’Acquedotto (100% pubblico!) con Gesesa spa mista di Benevento e con Altocalore spa pubblica di Avellino. Questo è il primo passo verso una megautility del Sud capitanata da Acea che gestirà così l’acqua del Mezzogiorno.Sempre su questa strada delle privatizzazioni è importante notare la corsa delle multinazionali per accaparrarsi le fonti.

E tutto questo avviene nella quasi totale indifferenza dei partiti.

Particolarmente grave è il tradimento dei pentastellati a Torino e a Roma.

A Torino la neo-eletta sindaca Appendino ha usato i soldi dell’acqua pubblica per risanare il bilancio.

A Roma, la sindaca Raggi ha chiesto all’Acea di abbassare le bollette!

E’ ormai chiaro che il M5S sta tradendo una delle sue fondamentali promesse elettorali: ripubblicizzare l’acqua.

In un momento così difficile, non ci voleva proprio quello che è avvenuto a Napoli, l’unica grande città in Italia che ha obbedito al Referendum, trasformando l’azienda idrica Arin spa in ABC(Acqua Bene Comune) azienda speciale. E questo grazie al sindaco L. De Magistris, il quale però ora rimuove il Presidente di ABC, M. Montalto e tutto il cda , che per un anno e mezzo avevano fatto gratuitamente uno splendido lavoro.

La ragione è stata che il Presidente di ABC con tutto il cda si è rifiutato di assumere i 107 lavoratori di S. Giovanni a Teduccio perché non c’è copertura finanziaria (ci vogliono almeno 30 milioni di euro, mentre il Comune ne offriva solo 4,5 milioni.)

Questa operazione avrebbe significato affossare l’ABC, peraltro contro il parere contrario dei revisori dei conti.

I comitati dell’acqua di Napoli continuano a lavorare, vigilando perché la gestione pubblica dell’acqua non venga meno in questa metropoli.

Come missionario, come prete e come cittadino continuerò a darmi da fare con il grande movimento in difesa di sorella acqua, che Papa Francesco definisce “un diritto umano, essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone” (Laudato Si’, 30). Proprio perché Papa Francesco parla dell’acqua come “diritto alla vita”, mi meraviglia il silenzio della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) a questo riguardo. E mi meraviglia altrettanto la poca partecipazione delle comunità parrocchiali e degli ordini religiosi in difesa della Madre di tutta la vita sulla Terra. Per chi crede nel Dio della vita, diventa un dovere la difesa di “Sora Acqua”.

Ma lo è altrettanto per chi si considera laico. Insieme, senza stancarci, diamoci da fare perché la Politica non obbedisca ai poteri economico-finanziari, ma al popolo sovrano.

Napoli, 18 ottobre 2016 Alex Zanotelli

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Tappa per tappa: come gli Stati Uniti hanno creato l’Isis

La creazione dell’Isis è avvenuta in tre fasi: distruzione dei regimi secolari di Iraq e Siria, appoggio ai fondamentalisti sunniti contro Assad. Lo dichiara lo storico Robert Freeman.

“La cosa più importante da capire sullo Stato Islamico è che è stato creato dagli Stati Uniti”. Lo dichiarava nel 2014 lo storico Robert Freeman in un’intervista a Common Dreams molto utile da rileggere oggi alla luce del bombardamento ‘accidentale’ contro l’esercito siriano di venerdì scorso che ha fatto decine di morti e feriti, facilitando l’avanzata dell’Isis.

Secondo Freeman, la creazione dell’Isis da parte degli Stati Uniti ha attraversato tre fasi principali:

La prima fase della creazione del gruppo Stato islamico si è verificato durante la guerra in Iraq e il rovesciamento del governo laico di Saddam Hussein. Secondo l’autore, il regime di Hussein era “corrotto, ma stabilizzante” – durante il suo governo non c’era Al Qaeda, da cui ha avuto origine l’Isis. Inoltre, gli USA, prosegue lo storico, hanno lasciato il potere in Iraq ad un governo sciita, quando metà della popolazione del paese è sunnita, alimentando l’odio di quest’ultima. Il fatto che l’esercito iracheno e i curdi furono sconfitti dallo Stato Islamico è dipeso dal fatto che i sunniti preferirono schierarsi con i jihadisti piuttosto che con i loro “avversari religiosi” sciiti, prosegue lo storico.

La seconda tappa della creazione dell’Isis da parte degli Stati Uniti, prosegue Freeman, è stata la campagna contro il governo laico di Bashar al Assad in Siria. Il presidente siriano aveva una forza interna dovuta alla “pace relativa” che aveva garantito per molti anni tra le varie sette religiose all’interno del paese. Nei loro tentativi di destabilizzare il governo della Siria, gli Stati Uniti d’America hanno aiutato i “precursori” dello Stato islamico nel paese, tra cui, secondo l’autore, il Fronte Al-Nusra (Al-Qaeda in Siria).

La terza fase della formazione dello Stato Islamico da parte degli Stati Uniti ha avuto luogo quando “la Casa Bianca ha organizzato insieme all’Arabia Saudita e alla Turchia il finanziamento e il sostegno dei ribelli in Siria”, che, secondo Freeman, erano già uno “stato proto-islamico”. L’Arabia Saudita è un paese che professa il wahhabismo, una delle versioni più “dure e aggressivamente anti-occidentali” dell’Islam. Questo spiega perché 15 dei 19 terroristi che hanno dirottato gli aerei del 11 settembre 2001 erano sauditi, e il leader di al Qaeda Osama Bin Laden era dello stesso paese, principale alleato degli Stati Uniti.

Dopo aver creato lo Stato Islamico, gli Stati Uniti d’America mostrano fragilità quando dichiarano di combatterlo, a causa dell’assenza di una “strategia coerente”. In questo senso, i “ribelli moderati”, quelli che gli Stati Uniti hanno addestrato in Siria contro Assad ora si rifiutano di combattere contro lo Stato islamico, che, secondo l’autore, non è sorprendente, dal momento che questi ribelli condividono con i jihadisti la stessa visione di mondo. “Le forze più capaci per sconfiggere lo Stato islamico” nel breve periodo, conclude, sono la Russia, Siria e Iran, ma gli Stati Uniti preferiscono che la situazione peggiori più che per i terroristi per i “nemici degli Stati Uniti”. E quando la situazione peggiora per i terroristi e migliora per i “nemici” degli Stati Uniti, quest’ultimi intervengono e bombardamento direttamente l’esercito siriano per facilitare l’Isis.

Fonte: RT                                                            Notizia del: 19/09/2016

da l’ ANTIDIPLOMATICO

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L’ idra dalle sette teste

TISA (Accordo sul commercio dei servizi)                                                                  

Il profeta dell’Apocalisse descrive la Roma Imperiale come la BESTIA dalle sette teste che rappresentano i sette imperatori. Anche il nostro Sistema economico-finanziario è una Bestia dalle sette teste che sono i sette importanti trattati internazionali (NAFTA, TPP,TTIP, CETA, TISA, CAFTA, ALCA), siglati per creare un mercato globale sempre più liberista sotto la spinta delle multinazionali e della finanza che vogliono entrare nei processi decisionali delle nazioni.

I trattati che ci interessano più direttamente ora sono il CETA(Accordo Commerciale tra Canada e Europa), il TTIP (Partenariato Transatlantico per il commercio e per gli investimenti) e il TISA (Accordo sul commercio dei servizi).Il CETA sta per essere ormai approvato , nonostante le tante contestazioni soprattutto per certe clausole pericolose che contiene. Abbiamo però ottenuto una vittoria: il Trattato dovrà passare al vaglio dei Parlamenti dei 28 paesi della UE, prima di entrare in funzione. E questo ci fa sperare che venga così sconfitto.

Anche per il TTIP sia gli USA che la UE vorrebbero concluderlo entro la fine dell’anno. Infatti nell’ultimo round  di negoziati tenutosi a Bruxelles dall’11 al 13 luglio, i delegati erano concordi nel voler firmare il Trattato prima della fine del mandato di Obama. Ma l’opposizione al TTIP è forte negli USA sia da parte di Trump che di Hillary Clinton, ma anche in campo europeo, da parte di F. Hollande. La posizione del governo Renzi invece è sempre più schierata  a favore dell’accordo. Ma è in crescendo in tutta Europa la resistenza all’accordo, soprattutto in Germania. Ma anche in Italia si sta rafforzando l’opposizione popolare, come abbiamo visto a Roma nella bella manifestazione del 7 maggio scorso. Questa resistenza al TTIP trova una nuova forza nell’intervento dei vescovi cattolici degli USA (USCCB) e delle Conferenze Episcopali Europee (COMECE) che hanno invitato i cattolici a valutare l’accordo sulla base di una serie di principi etici. “E’ cruciale che tutte le persone abbiano voce in capitolo in decisioni che riguardano le loro vite- scrivono i vescovi. La partecipazione va in particolare applicata ai negoziati del TTIP e per altri accordi commerciali. Questi dovrebbero svolgersi in sedi pubbliche e attraverso processi che assicurino che le voci provenienti dai settori più colpiti della società, possano essere ascoltate e i loro interessi riflessi…. In qualsivoglia accordo devono venire fuori. “ E’ l’opposto di quanto avviene con il TTIP. Possiamo dunque sperare in una vittoria:è troppo presto per dirlo. Dobbiamo continuare a rimanere vigili.

Mi fa invece ancora più paura l’altra testa dell’idra: il TISA, il Trattato sul Commercio dei servizi , come scuola, acqua, sanità! Si vuole la privatizzazione di tutti i servizi. Purtroppo si conosce poco di questo trattato e se ne parla poco. I negoziati sono in corso a Ginevra in grande segretezza. Vi partecipano i delegati delle 28 nazioni della UE e di 22 altre nazioni tra cui USA,Canada, Australia e Giappone. Gli interessi e gli appetiti sono enormi perché solo negli USA i servizi rappresentano il 75% dell’economia. Mentre la UE è il più grande esportatore di servizi nel mondo con milioni di posti di lavoro.Ora sappiamo qualcosa di più delle trattative in atto tramite le rivelazioni di Wikileaks. Tra i documenti troviamo una lettera dell’ambasciatore USA M. Punke, vice presidente per il commercio degli USA che propone ai negoziatori delle regole per la gestione dei documenti TISA i quali dovrebbero rimanere segreti per cinque anni a partire dall’entrata in vigore dell’accordo.In base ai documenti rilasciati da Wikileaks le nazioni che aderiranno al TISA potranno darsi le loro regole per il ‘mercato dei servizi’, ma dovranno pubblicare con dovuto anticipo queste regole. Questo permetterebbe alle multinazionali di fare i loro giochi. Sulle aziende di Stato, il TISA prevede che queste non possono dare la preferenza ai fornitori locali. Per di più ogni Stato dovrà fornire agli altri una lista di tutte le sue aziende di Stato con tutta una serie di informazioni su di esse. Lo scopo fondamentale di tutto questo è quello di permettere alle multinazionali e alla finanza di mettere le mani sui servizi, dall’acqua alla scuola.“I negoziati stanno procedendo a passo veloce e le parti del negoziato sono impegnate a concludere le trattative entro quest’anno”, così afferma Viviane Reding, attuale relatore della UE ai negoziati TISA. Ho molta paura che con il TTIP in difficoltà per il momento (e questo anche grazie alla forte resistenza popolare), la Bestia alzi l’altra testa , il TISA, il più pericoloso e minaccioso dei trattati in discussione. Rischiamo che i servizi fondamentali come quelli idrici, sanitari, educativi… finiscano nelle mani dei poteri economico-finanziari mondiali. Sarebbe la più grande vittoria del mercato globale. Non lo possiamo accettare. Dobbiamo tutti, credenti e laici, metterci insieme per dire No a questa Bestia dalle sette teste che vuole imporre il mercato globale neoliberista.(Per informazioni: www.stop-ttip-italia.net)

Insieme ce la possiamo fare.

 

Alex   Zanotelli                                                                         Napoli, 28 luglio 2016

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La Corte di Strasburgo condanna l’Italia per tortura per i fatti della Diaz al G8 di Genova. Secondo i giudici, è stato violato l’articolo 3 della convenzione europea dei diritti umani sul “divieto di tortura e di trattamenti disumani o degradanti”. Le ferite di Genova (di Nick Davies)

Mancava poco a mezzanotte quando il primo poliziotto colpì Mark Covell con una manganellata sulla spalla sinistra. Covell cercò di urlare in italiano che era un giornalista, ma in pochi secondi si trovò circondato dagli agenti in tenuta antisommossa che lo tempestarono di colpi. Per un po’ riuscì a restare in piedi, poi una bastonata sulle ginocchia lo fece crollare sul selciato.

Mentre giaceva con la faccia a terra nel buio, contuso e spaventato, si rese conto che i poliziotti si stavano radunando per attaccare l’edificio della scuola Diaz, dove 93 ragazzi si erano sistemati per passare la notte. Mark sperò che rompessero subito la catena del cancello, così forse l’avrebbero lasciato in pace. Avrebbe potuto alzarsi e raggiungere la redazione di Indymedia dall’altra parte della strada, dove aveva passato gli ultimi tre giorni scrivendo articoli sul G8 e sulle violenze della polizia.

Proprio in quel momento un agente gli saltò addosso e gli diede un calcio al petto con tanta violenza da incurvargli tutta la parte sinistra della gabbia toracica, rompendogli una mezza dozzina di costole. Le schegge gli lacerarono la pleura del polmone sinistro. Covell, che è alto 1,73 e pesa meno di 51 chili, venne scaraventato sulla strada. Sentì ridere un agente e pensò che non ne sarebbe uscito vivo.

Mentre la squadra antisommossa cercava di forzare il cancello, per ingannare il tempo alcuni agenti cominciarono a colpire Covell come se fosse un pallone. La nuova scarica di calci gli ruppe la mano sinistra e gli danneggiò la spina dorsale. Alle sue spalle, Covell sentì un agente che urlava “Basta! Basta!” e poi il suo corpo che veniva trascinato via.

Intanto un blindato della polizia aveva sfondato il cancello della scuola e 150 poliziotti avevano fatto irruzione nell’edificio con caschi, manganelli e scudi. Due poliziotti si fermarono accanto a Covell, uno lo colpì alla testa con il manganello e il secondo lo prese a calci sulla bocca, spaccandogli una dozzina di denti. Covell svenne. Continue reading

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Tra Barroso e Bouhlel (di Franco Berardi Bifo)

Fine del thatcherismo

Quindici anni dopo Genova, quando il globalismo neoliberista festeggiò sanguinosamente il suo trionfo, molti segnali fanno pensare che tutto stia precipitando: il dominio neoliberista, che ha garantito un equilibrio di potere a livello globale sta franando, e la guerra civile frammentaria si espande in ogni area del pianeta, fino a coinvolgere gli Stati Uniti d’America dove la diffusione capillare di armi alimenta la quotidiana mattanza di cui gli afro-americani sono la vittima privilegiata.

I segnali si moltiplicano ma come interpretarli? Quale tendenza intravvedere? E soprattutto come ricomporre l’autonomia sociale, come proteggere la vita e la ragione dalla follia omicida che il capitalismo finanziario ha attizzato e il fascismo nelle sue varianti nazionaliste e religiose sempre più spesso aggredisce?

Il 2 luglio del 2016, pochi giorni dopo il referendum che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, l’Economist, la rivista che ha sempre entusiasticamente appoggiato le politiche neoliberiste, dichiara improvvisamente e drammaticamente la disintegrazione del processo di globalizzazione. In un editoriale intitolato The politics of anger, sulla rivista, che in copertina mostra un paio di mutande con i colori della bandiera inglese e il grido punk Anarchy in the UK, possiamo leggere (con un certo sbalordimento): “dall’America di Trump alla Francia di Marine Le Pen, moli sono arrabbiati. Se non trovano una voce nelle forze di governo finiranno per farsi ascoltare uscendo dal sistema. Se non credono che l’ordine globali funzioni per loro il Brexit rischia di diventare solo l’inizio di un disfacimento della globalizzazione e della prosperità che essa ha creato”.

La rabbia degli esclusi dalla globalizzazione, aggiunge l’Economist, è giustificata. “Coloro che propongono la globalizzazione, compreso il nostro giornale, debbono riconoscere che i tecnocrati hanno fatto degli errori e la gente comune ha pagato il prezzo. La scelta di dar vita a una moneta europea è stata una scelta tecnocratica che ha prodotto stagnazione disoccupazione e ora sta distruggendo l’Europa. Elaborati strumenti finanziari hanno confuso i regolatori, rovinato l’economia mondiale e hanno finito per far pagare ai contribuenti il salvataggio delle banche”.

Confesso che non mi sarei mai aspettato un’autocritica da parte della rivista che ha sempre con arroganza propagandato le politiche neoliberali. E invece: “Mentre il prodotto americano è cresciuto del 14 per cento, i salari medi sono cresciuti solo del 2 per cento. I liberali credono nei benefici di una rinuncia alla sovranità per il bene comune. Ma come mostra il Brexit quando la gente sente di non controllare la propria vita e di non ricevere i frutti della globalizzazione colpisce duro. E l’Unione europea è diventata un obiettivo”.

È dunque finita l’epoca neoliberista? È dunque prossimo il crollo del capitalismo globalista? Le cose non sono così semplici. Nessuno ha idea di come sostituire le politiche neoliberali, nessuno ha in mente un modello sociale che possa prendere il posto della dittatura dei mercati che negli ultimi quattro decenni, partendo proprio dall’Inghilterra della Thatcher, ha trasformato la società il lavoro e la politica. Inventare un processo di fuoriuscita dal capitalismo è il compito gigantesco che attende l’intelligenza autonoma. Mentre intorno infuria la guerra. Continue reading

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Perché amare gli animali

Perché ti danno tutto, senza chiedere niente.

Perché contro il potere dell’uomo con le armi

sono indifesi. Perché sono eterni bambini,

perche non sanno cosa è l’odio nè la guerra.

Perché non conoscono il denaro e si contentano

solamente di un posto dove rifugiarsi dal

freddo. Perché si fanno capire senza proferire

parola, perché il loro sguardo è puro come la

loro anima. Perché non conoscono l’invidia, nè

il rancore, perché il perdono è ancora naturale

in loro. Perché sanno amare con lealtà e

fedeltà. Perché vivono senza avere una

lussuosa dimora. Perché non comprano l’amore,

semplicemente lo aspettano e perché sono

nostri compagni. eterni amici che niente potrà

separare. Perché sono vivi. Per questo e altre

mille cose meritano il nostro amore. Se

impariamo ad amarli come meritano, saremo

molto vicini a Dio.

Madre Teresa di Calcutta

 

 

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