Mobbing? No, grazie!

La parola Mobbing viene dall’inglese “to mob” : significa “assalire in massa, malmenare, aggredire”.
Allude ad un comportamento del mondo animale, in cui alcuni animali della stessa specie si alleano contro uno di loro, lo attaccano e lo emarginano fino alla morte.
Nei luoghi di lavoro è quell’insieme di comportamenti che portano al terrorismo psicologico, le cosiddette molestie morali, che producono situazioni di stress, di malattia, di autoesclusione e infine di vero e proprio autolicenziamento.

Ma perché di Mobbing si parla proprio oggi? In fondo le violenze morali, le molestie, i pessimi rapporti tra capi e dipendenti o tra gli stessi dipendenti sono sempre esistiti. In ultima analisi il “terrorismo psicologico”, che spesso rende insopportabile il luogo di lavoro, è un elemento costante nel lavoro subordinato ed è sottinteso in una struttura gerarchica, qual è quella aziendale.
Se ne parla oggi probabilmente, perché il capitalismo è cambiato: non ha più regole, è scarsamente controllato dai sindacati, spesso non ha volto e sfugge ad ogni possibile riconoscimento.
In un sistema del genere la piccola-grande violenza non costituisce più l’eccezione alla regola, la trasgressione da controllare, la prevaricazione dalla quale il lavoratore può difendersi con i suoi strumenti. Essa diventa la regola generalizzata, la forma in cui si manifesta in modo subdolo, non dichiarato, il dominio.

Non è un caso che si cominci a parlare di Mobbing negli anni ’80, quando inizia la grande ristrutturazione capitalistica; non a caso il problema esplode nel mercato globalizzato e destrutturato del 2000, in cui le regole prime sono la competizione selvaggia, il risparmio sui costi, il taglio della manodopera.
Il capitalismo senza volto agisce in modo sotterraneo, ma non per questo meno deciso, costringe all’obbedienza, non ha alcuna remora ad incutere quel terrore psicologico, di cui si lamentano oggi tanti lavoratori; che è terrore appunto perché è difficile da individuare e razionalizzare.

Mobbing , quindi, come uno dei modi in cui il capitalismo esprime il suo dominio, oggi.
E lo esprime anche quando le violenze e il terrorismo psicologico vengono dai “cattivi colleghi”, quando è il gruppo e non la gerarchia aziendale ad emarginare, a molestare. La competizione, un ‘organizzazione del lavoro “a rete”, in cui le relazioni orizzontali sono più importanti e più evidenti di quelle verticali, il timore di far parte degli emarginati, se non si fa parte del gruppo che emargina un altro, questi i motivi che spingono i colleghi “animali” a distruggere “l’animale più debole”.

da “Liberazione” del 9/2/2000

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Precarietà n.1

Presentando per la prima volta il nostro sito Spartaco – Movimento per la liberazione dalla schiavitù del precariato, affermai la mia volontà  di costruire un sindacato dei precari giovani e maturi per liberarci da questa condizione.
Questo è il grande problema del mondo sviluppato in Italia, in Europa come in Nordamerica: in tutto il mondo i lavoratori vivono una situazione di sfruttamento paragonabile forse alla condizione dei proletari degli albori del novecento.
Infatti sostengo che i precari di oggi sono come i proletari di allora, anche se conosco le condizioni di lavoro e di vita degli operai, seppure inquadrati come dipendenti.
Ma la nostra lotta ed il nostro movimento non vuole mettersi in contrapposizione agli operai ed agli impiegati, inquadrati regolarmente, anche loro a rischio precarizzazione, ma piuttosto cercare dei punti di contatto e fare un’alleanza contro i padroni di sempre.
Padroni che nei paesi del primo mondo sfruttano come quelli “delle ferriere” e nei paesi dell’Europa dell’Est sfruttano e riducono in schiavitù uomini e donne, con l’aggiunta della schiavitù sessuale per le giovani donne, spedite come carne da marciapiede nell’Europa più ricca. Per non dire di quanto succede nei paesi dell’estremo oriente come il Nepal o la Birmania, in cui le ragazze e le bambine vengono costrette con l’inganno nei bordelli indiani o thailandesi.
Se quello che abbiamo oggi è l’impero del Bene, evviva l’impero del Male, viene da esclamare!
Dal crollo dell’Unione Sovietica le condizioni di lavoro e di vita sono peggiorate per i lavoratori in tutto il mondo industrializzato, i paesi del terzo e quarto mondo sono almeno trenta volte più poveri che nel 1968.
E allora che fare?
Oggi l’unico faro di socialismo rimasto acceso è la Cuba di Fidel Castro, che con la sua stoica resistenza all’embargo imposto dagli Stati Uniti, ha costituito un punto di riferimento per i paesi del Sudamerica ed ha permesso così l’affermarsi di governi progressisti in quella parte del globo, con l’eccezione del Messico, in odore di brogli elettorali.
Ma come non rallegrarsi che oggi Brasile, Argentina, Cile, Bolivia, Venezuela ed altri ancora sono governati da presidenti democratici, e non più da assassini e torturatori!
Io credo che i lavoratori europei e nordamericani oggi debbano guardare all’anelito di liberazione che spira dal Sudamerica, in primis dalla Cuba di Fidel Castro, per rovesciare questo mondo di sfruttatori e predoni.
Come dimostrano le guerre combattute in Iraq ed in Afghanistan, dove i paesi capitalisti mandano le truppe perché lì c’è il petrolio oppure perché ha vitale importanza strategica; in Ruanda e Darfur invece, dove non c’ è nulla, le popolazioni locali sono lasciate libere di scannarsi, anzi qui l’affare è vendere loro le armi, così si possono rinnovare ed ammodernare gli arsenali dei paesi ricchi.

 

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Una società dove non c’è posto per tutti

Dal sito web dell’amico e socio ATDAL Over40 e Lavoro Over40 Pietro Pacelli (www.pietropacelli.com) il quale ha dedicato una sezione del sito all’argomento che interessa le nostre Associazioni

Una società dove non c’è posto per tutti Gli over 40? A riposo forzato (e non retribuito) Per non parlare di chi ha superato i 50 anni; in una Società dove vale solo la giovinezza, il successo, la forma fisica, la bellezza, i lustrini e le luci sfavillanti, non c’è posto per chi ha un qualsivoglia problema, sia esso fisico, psicologico o anche anagrafico.
Le discriminazioni sono in una fase crescente.
Dopo gli handicappati, i diversi e i poveri, tocca alle persone considerate anziane subire processi di allontanamento e di delegittimazione intollerabili.
Questa doveva essere la Società delle opportunità (per tutti) e della solidarietà (per chi ne aveva bisogno).
Ma ormai si avvia, sempre più, a divenire il luogo dove vale soltanto la ricchezza (di chi la possiede già), senza che nessuna si chieda come sia stata costruita. Vi sono persone che nuotano nell’oro e delle quali si conosce il passato non certo lodevole. Nessuno gli fa domande; quasi tutti li trattano con riverenza.
Un tempo, nelle Società che noi amiamo definire barbare, il culto della persona anziana era sacro ed inviolabile; spesso ad esse competeva occuparsi non solo dell’educazione dei più giovani, ma anche del controllo dello stato.
A loro spettava proclamare una guerra, firmare una pace, emanare una legge, stilare una costituzione.
Oggi non è più così; la nostra Società è passata con disinvoltura, cinismo e spietatezza all’eccesso opposto.
In questo caso, però, esiste un problema.
Gli over 40 (o gli over 50-60…etc.) non sono un peso, ma una risorsa.
A parte il fatto che a quell’età qualcuno deve ancora mettere su famiglia, e quindi ripiombare, per dovere d’ufficio, nella fascia “giovanile”, un quaranta-cinquantenne dispone di conoscenze, esperienze, professionalità e capacità che potrebbero e dovrebbero essere valorizzate anche dalla più dura Società del profitto e dell’apparire.
Ma allora perché si discrimina una risorsa? La triste ragione va ricercata nell’assunto che il pregiudizio, una volta tanto, supera le ragioni dell’economia, la sovrastruttura si vendica della struttura, l’effimero del concreto, l’esteriorità della sostanza.

E’ triste ma è così: esistono controtendenze in qualche realtà sensibile, dove Amministratori dotati di rispetto, coscienza e intelligenza agiscono in controtendenza, invertendo la rotta e adottando politiche mirate ed efficaci; è giusto dare questi riconoscimenti laddove essi si verifichino. Purtroppo, però, si tratta di gocce che evaporano in un mare di indifferenza e di ostilità.
Allora è indispensabile, come sempre avviene, che chi si trova in quella situazione reagisca.
Chi si limita a subire soltanto è destinato inevitabilmente alla più crudele delle prospettive: l’accettazione del proprio destino che non è mai barbaro e cinico, ma sempre imposto o subito.
In questa Società prevale la forza. Allora gli over 40 o 50 devono divenire una forza e pretendere con la determinazione e l’organizzazione quel rispetto e quella dignità che vengono loro negate senza nemmeno troppo nasconderlo.
Le attuali organizzazioni ATDAL e Lavoro over 40 costituiscono un buon inizio, ma occorre un forte salto di qualità e di potenza.
Non ci si deve affidare alle leggerissime leggi di tutela leggiadra e ininfluente che ogni tanto vengono qua e là abbozzate, discusse e, talvolta, anche promulgate. Bisogna essere consapevoli che questi sono problemi strutturali, duri e tenaci, che hanno fortemente radicato nell’economia più profonda,che si sedimentano nella coscienza delle giovani generazioni e si consolidano, si solidificano, formano nuove culture della separazione, della differenza, della discriminazione.
Chi sta in quella posizione non deve rinchiudersi in casa, deve uscire, partecipare alle battaglie giustissime che vengono condotte e impegnarsi al massimo. Perché vincere questa battaglia per la dignità non è soltanto possibile.
E’ anche bello.

Riguardo “Una società dove non c’è posto per tutti”, concordo con la Sua analisi, ed aggiungo: finora ATDAL ha battuto la strada di smuovere le istituzioni (Parlamento, Regione Lombardia) per ottenere leggi di sostegno al reddito ed accompagnamento alla pensione per chi ha almeno trent’anni di contributi, mentre Lavoro Over 40 almeno a Milano cerca il dialogo con le imprese per eliminare la discriminazione anagrafica dalle ricerche di personale.
Mi rendo conto che siamo ancora all’anno zero, ma la realtà milanese è rappresentata da persone non facili da mobilitare (alla manifestazione del “may day” dei precari il 1° maggio di quest’anno con lo striscione di ATDAL eravamo in dodici su centomila persone); d’altra parte Lavoro Over 40 a Milano è su posizioni assai più moderate, si rifiuta di fare politica, scambiando la pratica politica con la pratica partitica.

Ed invece il Suo documento è giustamente molto politico, almeno nell’accezione con cui si intendeva la politica nel ’68! E da qui possiamo ricominciare.

 

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Dicembre 2006

Nasce SPARTACO, un movimento che si propone di mettere in contatto lavoratori precari in età matura e giovani col fine di combattere una battaglia comune, quella contro lo sfruttamento del lavoro precario.

Spartaco, simbolo storico della lotta contro la schiavitù, è l’immagine più forte e solida per rappresentare il nostro movimento che nasce per spezzare le catene, con la determinazione di una sorte migliore della sua.

Spartaco (Tracia, 104 a.C. – Lucania, 71 a.C.) è stato un gladiatore romano che capeggiò una rivolta di schiavi, la più impegnativa delle guerre servili che Roma dovette affrontare: viene per questo motivo soprannominato "lo schiavo che sfidò l’impero" (fonte: Wikipedia)

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