Dai lager ai call center

…Infatti, se prendiamo qualunque manuale di storia del nazismo e cerchiamo di capire i motivi economici che avrebbero potuto spingere il Reich alla costruzione dei campi, ci accorgiamo senza troppe difficoltà che la deportazione fu un vero e proprio business. Le industrie più famose (dalla I.G. Farben, alla OSRAM, alla Bayer, alla stessa Organizzazione Todt solo per citarne alcune), traevano un profitto considerevole dalla deportazione. Le fabbriche private, che costituivano la maggior parte degli “acquirenti” dei deportati, pagavano, generalmente, circa tre marchi giornalieri ad operaio per una giornata lavorativa di dodici ore. Questi soldi, una cifra irrisoria rispetto ai soldi che avrebbero dovuto sborsare per un operaio civile, non erano pagati ai deportati, come sembra ovvio, ma alle SS.
Considerando che un deportato di sesso femminile veniva a costare quotidianamente al Reich all’incirca un marco e 22 centesimi, mentre un deportato di sesso maschile costava un marco e 34 centesimi, i conti sono facilmente ottenibili. Il profitto medio giornaliero per ogni deportato maschio per il Reich era di circa uno e 66 centesimi, mentre per ogni deportato donna era di circa un marco e 78 centesimi.
Non dimentichiamo che le imprese statali (come la Luftwaffe, la stessa Todt, l’esercito, gli armamenti, l’organizzazione Speer, etc.), evidentemente, avevano tutto da guadagnare su un lavoro effettuato (quasi) gratuitamente.
Quindi, i detenuti hanno senza dubbio, almeno in molti casi, contribuito a mantenere il Reich, e quindi, paradosso dei paradossi, la stessa guerra e ideologia che li aveva resi schiavi e privati dell’individualità. (fonte: Wikipedia)
Se per gioco sostituiamo alla parola Reich la parola globalizzazione, sistema economico mondiale attualmente vigente, alle industrie di allora le imprese economiche più potenti di oggi, alle SS gli imprenditori dei call-center e dei contact-center, che lavorano per i suddetti committenti, alla parola detenuti, i lavoratori, avremo in parallelo la condizione dei precari di oggi: sfruttati, sottopagati, a rischio sopravvivenza per l’immediato e per il futuro, quando andranno in pensione, se mai ci arriveranno…

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Come eravamo

Oggi 21 gennaio 2007, 86° anniversario della nascita del Partito comunista d’Italia, mi viene spontanea una riflessione.
Il P.C.d.I. che in seguito divenne il P.C.I., ha attraversato dalla sua fondazione in poi la storia italiana ed europea, con la resistenza al fascismo, la lotta partigiana e la guerra di liberazione fino alla sconfitta del nazifascismo.
Oggi i suoi epigoni stanno lavorando alacremente non alla scomparsa del nome comunista, cui ha già provveduto Occhetto nel 1989, ma alla sparizione della parola sinistra, giacché nel volgere di pochi anni il P.D.S. è diventato D.S., ed ora fondendosi con la Margherita si appresta a diventare P.D.
Et voilà il gioco è fatto: dal più grande partito comunista dell’ Europa occidentale, all’unico paese europeo senza un grande partito di sinistra!

 

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Un’analisi molto precisa

Riportiamo qui di seguito una mail di una socia di ATDAL riguardo l’iniziativa di Spartaco, che include un’analisi precisa e lucida della situazione attuale. Grazie

Plaudo all’idea del sindacato: è esattamente quello che ci vuole.
Siamo in un’epoca di schiavitù (che non è nè vecchia nè nuova, semplicemente non ha mai smesso di esistere – se non cambiando forma) e quello che serve è ricreare una nuova forma di solidarietà.
Non mi sento affatto responsabile dell’invidualismo imperante che non ho collaborato a costruire, anzi che personalmente ho contrastato in tutte le occasioni, prendendomi spesso anche l’etichetta di nostalgica e illusa (se non di peggio).

D’altronde si può solo andare avanti (almeno per limitare i danni) finchè non si sveglieranno anche quelli che ancora “dormono” nella beata illusione (quella sì) che l’attuale sia “l’unico dei mondi possibili” (anche se tutti vedono che non è affatto il migliore..).

Il messaggio a cui tutti fingono di dover credere è che non si possa avere nulla di diverso, che le regole del gioco siano ormai definite irreversibilmente una volta per tutte. Questo vedo nei discorsi dei colleghi – e conoscenti – giovani. Insoddisfazione, ma anche rassegnazione totale.

Individualismo? Sì, ma solo funzionale a una esasperata logica di “mercato”.
Un individualismo per spezzare la possibilità di aggregazione, stimolare la competizione, lusingando le persone con l’idea del valore individuale, che invece è totalmente negato.
La tendenza è all’esagerata intercambiabilità degli esseri umani, come prodotti sullo scaffale di un gigantesco “usa e getta” delle persone (sono solo io a rabbrividire alla definizione “mercato del lavoro”?)
Quella dalla quale si deve ripartire è la vera centralità del valore umano.

E non è solo l’individualismo a essere il problema della generazione più giovane. E’ l’essere cresciuta senza doversi conquistare niente.
Una generazione che ha trovato tutto scodellato dalle generazioni precedenti e non ha imparato a rimboccarsi le maniche, quindi si affloscia e non combatte.
Questo semmai è stato il vero errore della nostra generazione (io personalmente non ho figli e non intendo colpevolizzare chi li ha. Non è stato il risultato della sola educazione genitoriale, ma anche molto dell’atmosfera collettiva): l’avere reso la vita troppo facile credendo forse anche in prima persona (almeno per un certo periodo) che “le lotte erano finite”.
Non sono un’estimatrice della lotta fine a sè stessa, ma dell’impegno sì.

Ormai tutto è precario, a termine, flessibile, relativo… nel lavoro, ma anche nella vita relazionale e sociale. Cosa nasconde questo?
La mancanza di impegno definitivo e totale verso un obiettivo.

Forse questo insegnamento, se abbiamo abdicato dal passarlo a tempo debito, è il momento che ci impegnamo (anche noi!) a passarlo adesso.
Non penso che le nuove generazioni siano in grado di crearselo. E’ mancato il modello.

Tocca a noi scrollarli dall’apatia e a loro stare sufficientemente male finchè non si daranno una mossa..

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Tecnostress, questo sconosciuto

Apprendiamo da Repubblica del 30/12 che i lavoratori dei call-center e dei contact-center, 220.000 secondo il quotidiano (250.000 secondo altre stime) sparsi in 1.400 sedi in Italia, sono vittime del Tecnostress; sintomi: ansia costante, insonnia, mal di testa e disturbi alla vista. Non abbiamo dubbi anche sul dato che in una valorizzazione da 1 a 10, il tecnostress che affligge questi lavoratori è calcolato 10, anche perché in questi luoghi di lavoro ci abbiamo lavorato e ci lavoriamo tuttora. Durante questi anni di precariato,ormai più di cinque, ne abbiamo frequentati alcuni; comune denominatore: il contratto a progetto, o la prestazione occasionale, la paga oraria da € 3,2 a € 7,5 lordi, si capisce, la trattenuta fiscale da 6 al 20% a seconda dello scaglione dei lauti guadagni.
E’ variato a seconda delle situazioni, lo spazio per ogni postazione, la luminosità, la pulizia a volte buona a volte scarsa, la qualità degli strumenti a disposizione da quelli fatiscenti a quelli più recenti (poltrone ergonomiche e schermi piatti di ultima generazione per i pc).
Nei posti in cui il clima aziendale era più “vivibile”, le pause, chissà perché, erano tagliate di cinque minuti (da 15 a 10), quando la legge prevede un quarto d’ora ogni due ore davanti allo schermo; dove il tempo della pausa era rispettato, l’aria era da caserma, in un paio di call-center addirittura da “lager”, senza le camere a gas, certo!

Con i team-leader e gli operatori senior a fare da kapò, con diritto di licenziarti in qualsiasi momento, anche soltanto perché non gli eri simpatico oppure il tuo comportamento sul lavoro non era abbastanza docile.
Queste le pressioni interne, che si estrinsecano spesso in urla di rimprovero, apprezzamenti poco lusinghieri, talvolta insulti nei confronti del malcapitato operatore; poi c’è il lavoro, il contatto telefonico con il cliente per vendere prodotti o servizi (outbound) oppure con l’utente per fornire assistenza o informazioni (inbound), da qui le pressioni esterne.

Il lavoro ad ogni buon conto deve produrre ordini (outbound) oppure ritmi elevati di evasione delle chiamate (inbound), in quest’ ultimo caso la soddisfazione degli utenti non è la priorità.
Lo stress comunque è assicurato, perché produrre ordini significa ogni volta vincere duelli dialettici con i potenziali clienti, superando diffidenza ed obiezioni, spontanee in un colloquio telefonico, con argomentazioni efficaci ed una buona dose di pazienza; evadere un numero elevato di richieste di assistenza o informazioni vuol dire, essere rapidi nelle risposte, avere un’ ottima memoria, perché le richieste sono le più disparate, a volte complesse… poi ci sono gli utenti che ti considerano il parafulmine delle loro frustrazioni, i famosi “asciugoni”, i maleducati, gli aggressivi, quelli che hanno solo bisogno di parlare con qualcuno, e per fortuna anche quelli gentili, insomma un bel campionario di varia umanità.

Su tutto domina il rumore assordante delle voci degli operatori e delle urla dei capi e capetti.
E a fine turno la testa scoppia!

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