Lavoro sicuro, lavoro precario, lavoro nero ed economia criminale.

In questi giorni governo e sindacati stanno cercando di sciogliere il nodo delle pensioni di anzianità. Dato che è molto probabile, che alla fine a pagare sarà ancora Pantalone, gli operai della Fiat hanno intimato l’alt ai leader sindacali: non ci stanno ad andare in pensione con 700 Euro al mese dopo quarant’ anni di lavoro alla catena di montaggio, con il temuto ricalcolo dei coefficienti.
E gli operai della Fiat sono l’emblema dei lavoratori dipendenti italiani, bassi salari sì, ma almeno lavoro a tempo indeterminato, tutelato e garantito, per quanto lo possa essere di questi tempi.
I lavoratori precari giovani ed in età matura hanno la sorte segnata.
Per i primi, con le paghe da fame che ricevono, la pensione prevista si aggira sui 450/500 Euro al mese; per i secondi la pensione di anzianità è ormai un miraggio: una volta perso il lavoro a quaranta, cinquanta anni, un altro non lo trovano più e devono attendere i 65 anni di età per avere la pensione di vecchiaia, pur avendo versato contributi per venti, trent’anni e oltre.
I lavoratori in nero, della pensione di anzianità non sanno che farsene, per il semplice motivo che non ci arrivano: infatti muoiono prima cadendo dalle impalcature dei cantieri edili senza le protezioni di legge, ribaltandosi con caterpillar, che non hanno mai guidato prima in vita loro ed in mille altri modi; a metà dell’anno in corso siamo arrivati alla cifra di cinquecento morti ammazzati sul lavoro.
In questo momento ci torna alla mente il video del disoccupato napoletano di sessant’anni, andato in onda a “Racconti di vita” del 29 aprile di quest’anno su Rai Tre: uscito dal carcere con l’indulto, aveva già spedito centinaia di curriculum, pregava lo Stato e le istituzioni di dargli un qualsiasi lavoro onesto, perché di accettarne uno dai camorristi non voleva saperne…
Ma siamo proprio sicuri che, nel mercato globale di oggi, che produce migliaia e migliaia di esuberi e di espulsioni dal lavoro all’anno solo in Italia, in un mondo di ricchi sempre più ricchi e di poveri sempre più poveri, valga ancora la pena?
O piuttosto non sia necessario passare da questa fase di passività e di implosione sociale alla rivolta!

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Il potere del linguaggio

Ciò di cui voglio parlare oggi è il potere della parola, o se si preferisce del linguaggio.
Il linguaggio è uno strumento di manipolazione formidabile di cui il potere politico istituzionale, quindi visibile, e quello occulto, quindi invisibile, si è servito e si serve per indottrinare le masse. Che il linguaggio sia un eccezionale strumento per l’esercizio del potere è risaputo: lo segnalavano già, più di trent’anni fa, don Lorenzo Milani e Pasolini. Del resto basta un veloce sguardo alla storia dell’umanità per rendersene conto: nell’antica Grecia i demagoghi e i sofisti facevano ampio uso del potere della parola a scopi persuasivi nei confronti dei cittadini della polis; durante la Rivoluzione francese la miriade di libelli prodotti contro la monarchia ha esercitato un’ influenza enorme nell’indirizzare le masse in senso rivoluzionario; la demagogia clerical – borghese ha fatto sapiente uso della parola per creare un clima bellico che è sfociato nella Prima guerra mondiale. Tutti gli ISMI contemporanei, come il nazismo, il fascismo, il comunismo, non avrebbero potuto essere se non si fossero serviti della parola e del linguaggio adatto alle circostanze a scopi di propaganda. Oggi come allora le cose non sono cambiate: il potere si serve ancora del linguaggio ma potendo contare stavolta su un alleato eccezionale nella divulgazione di un certo tipo di comunicazione: la televisione.
La televisione e i mass media in generale, consentono, a chi ne detiene il controllo, di esercitare una forza persuasiva senza precedenti nella storia dell’umanità. Per questo si può dire che, per certi aspetti, la televisione è la più grande rivoluzione mai verificatasi nella storia, perché con la televisione non è più il pensiero a fondare il tipo di linguaggio ma è il linguaggio, cioè le parole – slogan della televisione stessa, a fondare il pensiero. Tramite la televisione e i mass media il potere cerca di rendere “digeribili” e quindi accettabili una serie di concetti che fino a pochi anni fa ripugnavano le coscienze.

Valga un esempio per tutti: la vicenda della guerra in Irak. Durante le fasi più cruente di quel conflitto il potere di manipolazione del pensiero, tramite l’utilizzo di un certo tipo di linguaggio, è emerso con tutta evidenza allo scopo di rendere la guerra moralmente accettabile al pubblico: un bombardamento aereo che devasta le popolazioni civili nel linguaggio della televisione e dei giornali diventa così un “azione difensiva preventiva”; un conflitto a fuoco diventa “situazione di ingaggio”; gli attacchi diffusi a stati sovrani diventano “fondazione del nuovo ordine mondiale”. Si tratta di meschini eufemismi di cui il potere, grazie allo strumento dei mass media, si serve per anestetizzare il pensiero, in un certo senso narcotizzarlo con l’obiettivo di rendere accettabili alle coscienze situazioni aberranti. Ora, come ho già accennato nel mio post precedente, la stessa cosa si sta verificando nel mondo del lavoro: lo stesso mondo del lavoro diventa “mercato del lavoro”, lo stato sociale diventa “welfare”, i partiti politici diventano “club” ( vedi Forza Italia ).

Dunque sembrerebbe che non ci sia nulla di nuovo sotto il sole: il potere oggi si serve del linguaggio mass mediatico per manipolare il pensiero, e quindi le menti, oggi come duecento o tremila anni fa. E invece oggi siamo di fronte a un evento inedito, perché, mentre l’uso della parola a cura del potere in passato poteva ottenere un’adesione puramente formale da parte di coloro cui il linguaggio era destinato, oggi il potere, tramite i mass media, riesce laddove tutti i regimi precedenti hanno fallito: riesce cioè non solo a ottenere un’adesione formale ma anche un’ adesione sostanziale.
Le classi dominanti del passato potevano influire sulle parole delle masse ma non sui loro pensieri, ottenendone in cambio un’ adesione solo apparente. Durante il fascismo, ad esempio, era indispensabile proclamarsi fascista, ma tuttavia ciò non significava sentirsi intimamente fascista: un comunista o un cattolico restava tale nel suo intimo pur dichiarandosi, a parole, simpatizzante di quel regime.

Il potere odierno invece riesce a manipolare e ad alterare anche il pensiero perché la televisione ha la capacità di mutare antropologicamente l’uomo. La televisione e i mass media odierni sono dei veri e propri persuasori occulti: hanno la capacità di fondare una nuova tavola di valori , hanno il potere di ottenere l’adesione convinta dei popoli, perché sono in grado di omologare e standardizzare gli abiti mentali come nessuno strumento mass mediatico precedente è mai riuscito a fare. Riescono, in altre parole, a mutare la qualità del pensiero e quindi la più intima natura degli individui, la loro essenza costitutiva ed, infine, la loro stessa umanità.

Se i mass media odierni sono la più grande rivoluzione della storia dell’umanità, l’umanità stessa, soprattutto le masse dei lavoratori, devono resistere, se non vogliono subire una mutazione antropologica e quindi la sostituzione dei valori attuali con i valori che il potere vuole vengano acquisiti. Resistere, oggi per i lavoratori, significa vegliare sulle parole che giungono dai mass media e distinguerle. Significa impedire che le parole della televisione eliminino o disinneschino la volontà di riscatto dei lavoratori italiani dalla loro condizione di disagio. Le parole sono circondate da un’ aura semantica che ne amplia il significato letterale: se un lavoratore precario si chiama e quindi si percepisce come “precario”, ossia come un uomo ingiustamente oppresso, allora quella carica rivendicativa resta intatta, se invece si percepisce, come vorrebbero le parole del potere, come “lavoratore flessibile”, ossia come uomo che si deve infinitamente modellare alle esigenze del mercato, quella carica rivendicativa viene disinnescata e resa innocua.

 

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