Se i precari piangono, i professori s’incazzano!


Foto da Flickr.com – Credits: Inx – CC License

7 settembre: riceviamo da un compagno dei comunisti italiani questa e- mail, che pubblichiamo integralmente, inviatagli da un docente.

Sono un insegnante. Svolgo il mio lavoro in una scuola serale. Insegno a studenti che durante il giorno lavorano, in larga parte stranieri. L’orario di lavoro sta fra le 19 e le 23. Cinque giorni alla settimana. Ventiquattro anni di anzianità. Il mio stipendio è di 1460 euro (millequattrocentosessanta).
Il contratto della mia categoria è scaduto nel 2005. Dopo una lunga vertenza ci è stato rinnovato solo nell’aprile del 2007. Ci hanno concesso un aumento medio di 100 euro. La vacanza contrattuale, cioè il lungo periodo durante il quale il contratto era scaduto, non è stata riconosciuta, con la complicità per me incomprensibile del sindacato. Non ci pagano gli arretrati, vabbè. Cento euro in più sono meglio di uno sputo in un occhio direte voi. D’accordo. Meglio di uno sputo in un occhio.
Il problema è che questo aumento non s’è visto. Funzionari del governo di centrosinistra hanno firmato questo contratto tanto chi se ne frega, ma i soldi fino a questo momento non ce li hanno dati.
A luglio ho fatto il commissario interno per gli esami di maturità. Mi spetterebbe un compenso per questo, poca roba, qualche centinaio di euro. Meglio di uno sputo in un occhio. L’avete visto voi? Io no.

Le condizioni della scuola e dell’università italiana peggiorano ogni anno prima di tutto per la ragione semplicissima che i soldi per l’istruzione (a proposito: come si chiama adesso il ministero? E’ stata restaurata la parola pubblica davanti alla parola istruzione?) i soldi per l’istruzione non ci sono. Non ci sono soldi per stabilizzare le decine di migliaia di ricercatori che mandano avanti la macchina universitaria in condizioni di indecente precarietà, ricatto, e miseria. Non ci sono soldi per assumere le centinaia di migliaia di precari della scuola. Non ci sono soldi per adeguare le strutture.
Per essere precisi i soldi ci sarebbero, ma sono sistematicamente dirottati verso le scuole private, confessionali o padronali. O verso le spese in armamenti che invece di ridursi continuano ad aumentare.

In questi giorni si torna a scuola. La maggior parte dei (pochi) insegnanti che leggono un giornale (come permettersi un quotidiano con uno stipendio di millequattrocento euro?) la maggior parte degli insegnanti, dicevo, compra La Repubblica (e farebbe meglio a cambiare giornale).
Oggi la Repubblica spara in prima pagina:

BASTA CON I PROFESSORI FANNULLONI.

Cornuti e mazziati, direte voi.
Il titolo della Repubblica è un’indecente criminalizzazione di un’intera categoria. E la categoria pubblicamente insultata è quella che dovrebbe formare le nuove generazioni, che dovrebbe godere del rispetto e dell’ascolto della parte più sensibile della collettività. Metterli alla fame non basta. Occorre umiliarli pubblicamente: miserabili e fannulloni.
Ciò cui stiamo assistendo è la distruzione della scuola pubblica, e il governo di centrosinistra da questo punto di vista non si comporta diversamente da quello precedente. Questa distruzione si inserisce nel quadro più vasto di un processo generale di descolarizzazione, di produzione accelerata di ignoranza. D’altra parte è quel che chiede il mercato, dominus incontrastato della vita sociale. Il mercato del lavoro ha bisogno di gente incapace di ragionare, incapace di leggere, incapace di parlare. Ha bisogno di gente capace di rispondere a impulsi elettronici frattalizzati, ordini da eseguire senza pensare. Gente costretta ad accettare qualsiasi condizione di sfruttamento. Gente impaurita e solitaria. Questo occorre al mercato del lavoro. Gli insegnanti sono un ostacolo su questa strada. Occorre trasformarli in una mandria invigliacchita di esecutori del progetto di depressione della mente collettiva. Così saranno le scuole private ad attrarre gli studenti che possono pagare.
Sulla Repubblica di oggi c’è anche un articolo di Aldo Schiavone dedicato alla scuola. Lo Schiavone ha voglia di scherzare. Con aria saccente dice sarebbe ora che gli insegnanti riscoprissero il gusto (e i vantaggi) dell’autoformazione. Ma grazie signor Schiavone, aspettavamo giustappunto lei. Aspettavamo proprio i suoi consigli. Che suggerisce? Un viaggio di studio? Lei lo sa quanti insegnanti debbono fare il doppio lavoro per potersi pagare l’affitto?
Chi glielo paga il viaggio di studio che ogni insegnante dovrebbe fare due volte all’anno se fossimo in un paese civile? Un paese civile? Ma può essere un paese civile quello in cui escono titoli come quello che campeggia sulla prima pagina della Repubblica?

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La televisiun la gà ‘na forsa de leun


(La televisione ha una forza da leone)

La televisione, pessimo affare: dagli anni Ottanta ad oggi è stata capace di inghiottire gli ideali, propinarci tonnellate di anti-cultura e stroncare generazioni. Chi come me negli anni Ottanta ci è nato e cresciuto, sa a cosa mi riferisco: colori, giocattoli, benessere più ostentato che vissuto anche quand’era palpabile. La TV ci ha insegnato a inghiottire e divorare qualsiasi cosa purché si potesse consumare. Ci ha proposto modelli di perfezione inarrivabili, di plastica: donne che non sono donne se non sono maggiorate, meglio ancora se rifatte, e uomini che non valgono niente senza muscoli o senza un bel ferro pronto a far fuoco infilato nei jeans o nella fondina. Ma cosa ancora più difficile da digerire è che la televisione ci ha abituati a subire. Entertaining, intrattenimento, nella parola stessa c’è un programma intero, non televisivo: commerciale o, per chi teorizza complotti su larga scala, politico e di controllo sociale. Inchiodare lo spettatore per investirlo con un treno di consigli per gli acquisti, deformazione totale e ultima dello spirito umano.
L’abitudine alla passività trova un forte riscontro nel deterioramento della vita personale, sociale, politica e professionale di oggi. Bande di automi, persi ogni giorno tra una valanga di merci e servizi da consumare, aspettano in metrò di subire la vita. Subire il lavoro sia esso fisso o disgraziatamente precario, subire i rapporti diluiti nella routine, subire la frustrazione costante per la quale si è consci, che un altro mondo è possibile ma nulla cambia. Subire le chiacchiere dell’informazione sempre più manipolata e insignificante, subire i colori e i suoni di ogni dannata pubblicità.
Milano è uno specchio fin troppo nitido della situazione. Tanto si ostenta il benessere secondo i diktat di qualche omuncolo delle griffe della moda, tanto si trasuda il vuoto interno che divora ognuno. Divisi continueremo a subire.

Se al fenomeno televisivo associamo quello dell’inadeguatezza della classe politica passata e presente di questo paese, non resta che mettere le mani sugli occhi e coprirsi il volto, quasi a oscurare la vista di un ferito agonizzante dilaniato da una mina anti-uomo: l’Italia, il paese del sole, della cultura e dell’arte, abbandonato alle grinfie di un manipolo di furbi e miopi, uomini piccoli nelle idee e nelle ambizioni.

Ecco perché tanta demagogia da parte dei politici e tanta indignazione da parte di Marco (vedi il suo ultimo articolo). Non conosco bene Letta da poterne parlare male, però non ho alcun problema a credere, che si sia comportato esattamente come se fosse stato un qualsiasi altro democristiano dall’altro lato della barricata. Sicurezza e libertà. La sicurezza è lo spauracchio che si agita quando non si ha altro da dire. Sicurezza da cosa? Dal contatto? O sicurezza dal diverso? O sicurezza per arrivare a casa e subire la tv? La sicurezza non la garantiscono le divise, tanto meno i vigili di quartiere. La sicurezza è figlia della pace e della giustizia sociale. Non è necessario imporre la Trabant a tutti quanti perché questo avvenga: è necessario ricominciare a vivere la cosa pubblica come patrimonio personale e collettivo. Se qualcuno ha interesse a tenere gli individui divisi e separati con i muri, con le cortine, con gli schermi, con le telecamere non è certo per garantirne la sicurezza, ma per garantirne la fedeltà e obbedienza, ovvero l’abitudine a subire.

Se la rete umana prima e digitale poi, i blog, le fanzine indipendenti e in genere le associazioni di persone possono convogliare in qualche modo la forza di un movimento, di persone, di idee, allora forse queste parole rimarranno solo come un brutto ricordo.

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La Trincea – da www.csn-eunics.it

E’ quasi paradossale ricominciare a parlare di sindacato dopo una pausa estiva così dolorosa, che ha visto l’epurazione di numerosi colleghi. Sembra di stare al fronte, durante le battaglie di trincea della prima guerra mondiale, al tempo in cui i generali avevano l’abitudine di decimare i propri stessi eserciti per indurre i soldati a lanciarsi verso morte certa contro le batterie nemiche. Quello stesso disprezzo per le persone, fatti i dovuti rapporti, ci sembra oggi di intravedere dietro le numerosissime sanzioni disciplinari che fioccano su tutti noi, giorno dopo giorno. E’ evidente che qualcuno pensa che in aziende acquisite per pochi euro, anche le stesse persone che ci lavorano dentro valgano altrettanto poco e, perciò, possano essere sbattute fuori in qualsiasi momento, senza danno per le aziende. D’altra parte tutte le leggi sulla precarietà, confermate fino ad oggi anche dall’attuale compagine governativa, non fanno che incentivare l’espulsione dal lavoro degli over-40 e degli over-50 che ancora mantengono un contratto a tempo determinato. Questa azienda non fa che attuare, certo in maniera esagerata rispetto alla media, le linee di tendenza che oggi Confindustria fa proprie a tutti i livelli. Non è un caso che certi attacchi al sindacato operati recentemente dal presidente di Confindustria in persona (“sindacalisti fannulloni” e via dicendo) siano oggi ripetuti pari pari anche dal nostro AD in tanti “editti” ai lavoratori. Il sindacalismo da fastidio ai nostri valorosi imprenditori semplicemente perchè si frappone fra loro ed i dipendenti e così, prima di fare “carne di porco” dei lavoratori può ancora accadere che essi, i valorosi imprenditori, ne debbano dar conto a qualcuno.
In ogni caso, lo ripeteremo fino alla noia, la completa distruzione del sindacato non è per questa azienda che un obiettivo intermedio, da conseguire al più presto per avere mano libera su tutti i lavoratori, per poter disporre trasferimenti, cambi di mansione e riduzioni di salario a volontà, per indurre alle dimissioni i dipendenti non desiderati.
Quando il sindacato si è semplicemente rifiutato di accettare questa strategia aziendale, e questo è accaduto a maggio di quest’anno con la rottura completa delle relazioni sindacali, l’azione di epurazione, già da tempo in atto sui lavoratori, è stata subito estesa ai delegati sindacali che, di punto in bianco, sono stati fatti oggetto di cure “particolari” (demansionamenti, vessazioni diverse, sospensioni, licenziamenti). In alcuni casi il confronto si è spostato nelle aule di tribunale, come è accaduto recentemente a Milano, ed i giudici stanno dando ragione al sindacato che finora ha vinto ben due ricorsi contro l’azienda per comportamento anti-sindacale.
La cosa strana di tutta questa faccenda è che fin dalle sue origini quest’azienda, da quando aveva anche un nome diverso, ha sempre agito così. In tal senso, i nuovi arrivati di EDA non si facciano illusioni. Ad ogni nuova acquisizione è sempre seguita una fase di epurazione massiccia, utilizzando gli stessi strumenti di pressione che oggi conosciamo bene. Insomma, è una lunga storia di soprusi e vessazioni sui lavoratori ma deve anche trattarsi una storia di poteri finanziari “forti” che si stanno muovendo in background. E qui la domanda sorge spontanea: quali appoggi possono garantire una simile totale impunità rispetto al non rispetto di tutte le regole civili? Sarebbe stato logico che il Ministero dell’Industria avesse fornito una qualche risposta a questa domanda ma, fino ad oggi “silenzio totale” o “muro di gomma” come preferite. Così i sindacati nazionali hanno dovuto di nuovo “scalare” il problema alla Presidenza del Consiglio, esattamente come accadde nel “lontano”  giugno 2006. Certo, visto il trattamento di allora, non ci si può aspettare niente di buono.
Chissà se un giorno qualche coraggioso rappresentante delle istituzioni avrà mai il coraggio di dichiarare: “Cari lavoratori e cari sindacalisti, mettetevi l’animo in pace, c’è un preciso disegno finanziario, che noi non ostacoleremo, e nulla sta accadendo per caso…”.
Ma il nostro è il paese della “non etica” istituzionale e imprenditoriale e quindi non c’è da aspettarsi nessuna affermazione chiarificatrice ma solo “muro di gomma ad oltranza”.
Comunque, se davvero avessimo la capacità di capire che non c’è più nessun privilegio residuo da difendere in un’azienda come questa, che stritola diritti e persone, e che tutti, senza delegare nessun livello superiore (che tanto non c’è) dovremmo impegnarci duramente per difendere il nostro diritto al lavoro, forse la storia cambierebbe un po’. Provate a pensare alle lotte per il lavoro di fine ottocento, beh non ci vorrà tanto per trovarci esattamente in quelle stesse condizioni di disagio, di mancanza di diritti, di fame di giustizia, di fame vera e propria e di necessità di operare dei cambiamenti radicali.
Come sempre accade, in situazioni di questo tipo, ci sono due vie di uscita: reagire collettivamente alle ingiustizie, come da sempre fa chi deve affermare le proprie giuste ragioni, investendo tempo, soldi e intelligenza per un futuro migliore oppure sopportare le ingiustizie singolarmente, lasciandosi calpestare senza nemmeno avere la possibilità di dire che non è giusto, sperando che la decimazione tocchi il nostro vicino e non noi che stiamo li a due passi. Il trincerarsi dietro le mille e una motivazioni che portano al disimpegno, anche giustissime se prese singolarmente, non salverà più nessuno.
Ai lavoratori di EDA che dire? Semplicemente, benvenuti nel tritacarne! Sappiate anche che i nuovi proprietari alla mediazione col sindacato preferiscono il rapporto diretto con i singoli lavoratori, perchè in questo modo non hanno contraddittorio e vincono sempre.

Coordinamento Sindacale Nazionale Eunics

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Non aspettiamoci niente

Ieri sera tardi ho seguito un dibattito televisivo su Rai tre. Protagonisti della trasmissione per la sinistra Enrico Letta, per la destra un più coerente rappresentante di cui non ricordo il nome. (Ronchi – AN, NdW)

Enrico Letta, forse futuro leader del partito Democratico, ha esposto il suo programma politico. Esso poggerà su due pilastri di cui lo stesso Letta ha fatto nome e cognome: libertà e sicurezza. Secondo lui, i due aspetti sono inscindibili: non ci può essere libertà senza sicurezza; non è vero ( sempre secondo il “nostro” ) che una maggior sicurezza restringe la libertà individuale ma, al contrario, non so tramite quale specioso ragionamento, la espande.

Due considerazioni:

– prendiamo atto una volta di più che il programma politico dei leaders di sinistra è identico a quello dei leaders di destra. Con la differenza ( come faceva giustamente notare il contradditore di Letta ) che la gente tra l’originale e la copia preferisce sempre l’originale;

– davanti a priorità drammatiche come il precariato lavorativo, l’emergenza casa, l’emergenza nuova povertà, etc.. ci si domanda come sia possibile insistere su questioni minori e demagogiche come appunto quello della “sicurezza”. Il problema della sicurezza si risolve a monte non a valle ossia dando risposte di carattere sociale: posti di lavoro seri ( e non precari ) , politica edilizia seria, stato sociale da ricostruire, etc .. e non installando telecamere ai semafori o vietando agli immigrati di pulire i vetri delle macchine. L’arma della “sicurezza” ha lo scopo ben preciso di terrorizzarci affinchè, sentendoci circondati dai barbari, la gente accetti qualsiasi provvedimento atto a restringere le libertà personali e quindi democratiche.

Nessuno si faccia illusioni: siamo soli a combattere la nostra battaglia.

Nessun aiuto nè da sinistra nè da destra, nessun aiuto dalla legislazione, nessun aiuto di gran parte della Chiesa italiana, nessun aiuto dai sindacati, poco o nessun aiuto dagli intellettuali a vario titolo.

E così mentre alla Biennale divampa il dibattito, sul tema di capitale importanza di un incremento degli stanziamenti di stato per il cinema d’autore, la vita dei lavoratori dipende drammaticamente sempre più da ignobili cooperative ( di cui credo parlerò in un prossimo post ) e il paese naufraga fra l’indifferenza generale. Tutto ciò ci deve rendere consapevoli di una cosa: non aspettiamoci niente da questa sinistra fotocopia ( e per giunta malriuscita ) della destra: i precari italiani possono contare solo sulle loro forze e sulle loro organizzazioni per uscire dalla palude.

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Un Mondo di sogno

Viviamo in un mondo di sogno.
Negli Stati Uniti d’America cinquanta milioni di persone (di cui nove milioni bambini) non hanno assistenza sanitaria pubblica: se si ammalano o hanno un incidente, nessuno li cura.
Nell’Unione Europea l’imperativo categorico è diventato la precarizzazione del lavoro: i costi sociali di decine di milioni di vite dimezzate, mortificate, non vissute, non rientrano nei calcoli dei grandi economisti, che hanno occhi solo per la competizione globale.
Nei paesi del terzo e del quarto mondo scappano dalla fame, dalle guerre e dai genocidi verso di noi sulle carrette del mare, finendoci spesso in fondo…
La Terra va in malora, perché l’America di Bush in primis non vuole ridurre l’inquinamento atmosferico e bloccare lo sconvolgimento del clima.
Davanti a questo mondo di sogno, è venuto forse il momento di riprendere in mano i testi di Marx ed Engels, di Lenin e Trotzky per ritentare la strada della liberazione dell’ umanità dal giogo capitalista!

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