Comitato promotore dei Referendum contro la precarietà e per la democrazia sindacale

COMUNICATO STAMPA
Il 26 gennaio ASSEMBLEE PUBBLICHE a Roma e Milano contro la precarietà e per la democrazia sindacale
Il Comitato Promotore dei Referendum contro la precarietà e per la democrazia sindacale indice una serie di Assemblee Pubbliche per confrontarsi con i cittadini e per avviare la costruzione di comitati Promotori Territoriali.
Le prime due Assemblee si svolgeranno a Roma e Milano il 26 Gennaio prossimo.
Roma ore 15.00 Centro Congressi Cavour – Via Cavour 185
Milano ore 15.00 Sala Conferenze di Palazzo Reale – Piazza Duomo
Invitiamo tutti i cittadini. i lavoratori ed i pensionati, i precari ed i disoccupati, gli studenti, i partiti e le associazioni, i sindacati e le RSU, gli amministratori pubblici ed i giornalisti, a partecipare a queste assemblee e a dare il loro contributo alla riuscita dell’iniziativa referendaria.
Il Comitato Promotore dei Referendum
16 gennaio 2008
Per informazioni: info@bastaprecarieta.org – www.bastaprecarieta.org
Le ulteriori riunioni si svolgeranno nelle sedi provinciali messe a disposizione da SdL Intercategoriale.
Bologna il giorno 22.01.2008 dalle ore 15 in Via San Felice n°7 Bologna.
Napoli il giorno 23.01 2008 dalle ore 15 in via Cupa Carbone n°97 ( ingresso viale aeroporto Capodichino )
Firenze il giorno 24.01 2008 dalle ore 15 alla stazione Firenze Rifredi primo piano sede SdL Intercategoriale.
Torino il giorno 25.01.2008 dalle ore 15 in via Nichelino n°14.
Se possibile, sarebbe gradita un email di risposta all’indirizzo info@bastaprecarieta.org che confermi la partecipazione, o per proporre riunioni di lavoro in altre città.
Grazie a tutti.
Per il comitato promotore
Vincenzo Siniscalchi

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L’operaio di Bergamo, le morti sul lavoro e la cultura d’impresa

Un operaio di Bergamo ha denunciato in una comunicazione alla sua azienda i rischi che correva sul posto di lavoro. Risposta dell’azienda: tre giorni di sospensione.
D’altra parte Loris Campetti nell’articolo "Pagherete caro" (da "il Manifesto" del 4 gennaio 2008) scrive:

Le associazioni padronali non sono enti morali, l’unica etica che conoscono è quella del profitto. Detta così, sembra una sparata ideologica, un rigurgito di odio di classe fuori stagione.
Eppure, a sostenerla sono proprio i leader delle suddette associazioni, che a Torino hanno reagito con sdegno alla proposta del presidente del consiglio comunale di Torino al presidente di Confindustria, Luca Montezemolo: perchè non espellete le aziende che violano le leggi sulla sicurezza? Perchè non riservate a chi tra voi uccide o danneggia i lavoratori per lucro lo stesso trattamento applicato in Sicilia a chi se la rifà con la mafia?
I presidenti dell’Unione industriale, dell’Api e dei costruttori della città colpita dalle fiamme della ThyssenKrupp s’indignano e gridano che le loro associazioni hanno altri scopi: "il nostro mestiere è fornire servizi, non fare giustizia", ha detto a "Repubblica" il capo degli industriali.
Claudia Porchietto, dall’alto della sala comandi dell’associazione Piccole imprese, aggiunge che un modo per ridurre gli infortuni ci sarebbe: "perchè non pensare a sgravi fiscali per aiutare le imprese a migliorare la sicurezza"? L’impresa ha l’imperativo morale di fare utili. Se la collettività pretende che per raggiungere tale scopo non vengano uccisi, feriti o avvelenati gli operai che quegli utili all’impresa producono, se ne faccia carico.
Lo stato paghi dunque i costi necessari a mettere in sicurezza gli impianti moltiplicando gli sgravi fiscali ai padroni. I quali, poveracci, non possono dilapidare per scopi umanitari il maltolto (o plusvalore), già prosciugato dalle tasse.
Una riprova di questa etica d’impresa? Nelle trattative per il rinnovo del contratto, Fedemeccanica ha respinto la richiesta di Fim, Fiom e Uilm di un’ora l’anno di assemblea per discutere di sicurezza del lavoro.
Ma forse i padroni non sono così cattivi e sarebbero anche disposti a concederla quell’ora. Sempre che lo stato sia disposto a farsi carico dei costi.

Luciano Gallino nell’articolo "La cultura d’impresa e le morti bianche" (da "la Repubblica" del 4 gennaio 2008) scrive a sua volta:

[…] L’elenco delle cause degli incidenti sul lavoro è lungo.
Gli ispettori che operano realmente sul campo sono pochi, non dispongono di risorse adeguate per rendere più frequenti e incisivi i controlli. Il coordinamento tra i vari enti cui essi fanno capo – Inail, Asl, Vigili del fuoco, ministeri – è insufficiente.
Sui luoghi di lavoro tanto la formazione alla sicurezza, quanto il rispetto quotidiano delle relative norme, sono spesso manchevoli, sia tra i quadri e i dirigenti che tra gli stessi lavoratori: una lacuna accentuata dal numero eccessivo di addetti con contratti di breve durata (anche se questo non era il caso della ThyssenKrupp).
La frammentazione della produzione in lunghe catene di appalti e subappalti rende più difficili i controlli e ostacola la ricerca delle responsabilità .
[…] Ma per quanto esso si prolunghi, v’è un fattore che non compare mai tra le cause più comunemente citate degli incidenti sul lavoro. Si tratta della attuale cultura di impresa, la versione oggi dominante di quella che gli anglosassoni chiamano corporate culture.
Una cultura definibile come l’insieme dei fattori tecnici e umani; dei parametri economici e temporali; dei tipi di conseguenza di un’azione; dei metodi di calcolo delle priorità e del rischio che i dirigenti d’ogni livello sistematicamente utilizzano, sono addestrati a utilizzare, e sono formalmente tenuti a utilizzare dall’impresa, in tutte le decisioni che prendono nella gestione quotidiana dei siti produttivi. È una cultura raffinata e complessa, che si impara con anni di studio nelle facoltà di economia e di ingegneria, per essere poi sviluppata e consolidata in altri anni di esperienza in azienda.
Negli ultimi vent’anni tale cultura ha conosciuto, sia negli atenei che nelle imprese, innovazioni rilevanti. Beninteso, da sempre la cultura di impresa è orientata al profitto – senza di essa semplicemente non esisterebbero le imprese.
Quel ch’è cambiato, in meglio per gli azionisti e i manager, in peggio per i lavoratori, sono i modi e i mezzi con cui il profitto viene perseguito.
In sintesi, entro la matrice decisionale in cui si incrociano le azioni da intraprendere e le loro conseguenze, i parametri puramente economici sono oggi diventati prioritari rispetto a quelli tecnici, l’orizzonte temporale da considerare si misura ora in mesi piuttosto che in anni, e il peso assegnato comparativamente alle conseguenze d’una decisione sul fattore umano è diminuito.
Da tale cultura discendono – tra l’altro – la ricerca ossessiva del lavoro flessibile, in termini sia di occupazione che di prestazione, l’intensificazione dei ritmi di lavoro in tutti i settori produttivi, nonché i bassi salari medi, da porre accanto ai compensi astronomici che i top manager complessivamente percepiscono.
Discendono anche, in buona misura, gli incidenti sul lavoro.
[…] Tuttavia, al di là della vicenda ThyssenKrupp, gli incidenti sul lavoro non sono destinati a diminuire di molto se tra le loro cause non verrà inclusa, traendone poi le implicazioni, anche una cultura di impresa la quale postula come generale criterio guida che una bassa probabilità di incidente non giustifica interventi per ridurla a zero, anche se l’evento può recare danni alle persone.
In altre parole, occorre ammettere che la patologia non sta solamente nella negligenza o irresponsabilità di questo o quel dirigente. Bisogna rendersi conto che la patologia risiede pure in quella che è invece considerata la normalità, una cultura economica ed organizzativa che conduce i dirigenti a ritenere che un incidente il quale può verificarsi, si fa per dire, con l’uno per cento di probabilità , non giustifica la spesa necessaria per impedirlo. Pur quando esso promette di portare con sé, ove si verifichi, lutti e dolori.

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La nostra lunga marcia

Cari amici, concordo con Fedele nel sostenere che solo una federazione che riunisca il pulviscolo di enti che lottano contro il precariato può essere efficace. Ritengo anzi auspicabile la nascita di un partito incentrato quasi solo ed esclusivamente sui temi del mondo del lavoro che raccolga le adesioni di gran parte dei precari italiani.

L’anno appena concluso è stato difficilissimo: i precari in Italia sono 7.500.000, cioè un terzo della forza lavoro e con un trend in continuo aumento. Di quei 7.500.000 circa 1.500.000 non cercano più lavoro avendo perso ogni speranza: si aggiungano poi ai precari il numero dei disoccupati cronici che vanno ad ingrossare le file dei poveri o poverissimi. Poichè il precariato economico spessissimo implica anche quello esistenziale appare preoccupante l’aumento di consumo di psicofarmaci e droghe specie nelle grandi città: anche su questo fronte le aride cifre sono più eloquenti di mille parole. Non esagero quindi se dico che alcuni di noi sono giunti al termine dell’anno letteralmente con la sola forza della disperazione. Lo dimostrano post come quello del 12 dicembre dove perfino l’ipotesi di farla finita come possibile soluzione di tutti i mali, entra drammaticamente in gioco.

E allora che dire, che fare ?

Noi siamo stati confinati dalla civiltà dei consumi, contro la nostra volontà, in un luogo esistenziale, che chiameremo “il luogo del precariato”, iniquo e violento: iniquo perchè profondamente ingiusto e ripugnante a qualsiasi coscienza che abbia in sé ancora un residuo di umanità; violento perchè coattivo, intimidatorio, ricattatorio, disumano. Noi da questo luogo vogliamo uscire, e ci usciremo, intraprendendo la nostra “Lunga Marcia” : una marcia che, come tutte le marce di emancipazione dall’iniquità e dalla violenza, imporrà il pagamento di un prezzo altissimo. Si tratta di un prezzo fatto di incomprensione, di tentativi di marginalizzazione, di manovre violente e poliziesche, di bombardamento mediatico, in qualche caso perfino di derisione. L’Italia è il paese dove, in occidente, l’esperimento iniquo e violento volto al nostro confinamento appare particolarmente spietato e cattivo.

La nostra Lunga Marcia deve rappresentare qualcosa di veramente alternativo, anzi di totalmente alternativo rispetto a questo esperimento: dove la civiltà dei consumi parla di competizione spietata noi parleremo di solidarietà e coesione; dove la civiltà dei consumi decide le regole del gioco e subito dopo ne proclama l’ ineluttabilità come fossimo delle pedine, noi ci faremo le nostre di regole basate su ben altri fondamenti etici; dove la civiltà dei consumi utilizza in modo manipolatorio il suo linguaggio mass mediatico per indottrinarci noi useremo il nostro di linguaggio dove le cose sono chiamate col loro nome senza ipocrisia.

Io credo che noi non dobbiamo tentare di integrarci nella civiltà che ci ha confinati come se, dopo essere stati cacciati dalla porta tentassimo di rientrare dalla finestra. Non si tratta di integrarci per il semplice fatto che non lo permetteranno e non lo permetteranno perchè, come stanno ampiamente dimostrando, non ci vogliono. Oppure lo permetteranno nella misura in cui ci potranno sfruttare: sarebbe un imperdonabile ingenuità credere che gli stessi che ci hanno esiliato ci possano riaccogliere se non come loro servi. Il traguardo di questa Lunga Marcia non può essere allora la reintegrazione in qualcosa di preesistente al nostro esilio ma bensì la fondazione di qualcosa di totalmente nuovo. Non bisogna farsi illusioni : sarà una marcia, la nostra, irta di difficoltà e, in alcuni momenti, assumerà perfino i tratti di un Calvario prima di condurci fuori dal ghetto, alla luce del sole. Tuttavia non sono richiesti particolari requisiti per partecipare a questa autentica maratona che ci apprestiamo ad affrontare: è sufficiente la volontà di uscire dal ghetto.

Infine è soprattutto ai più disperati che mi rivolgo: in questo momento difficilissimo, in questo luogo iniquo e violento in cui siamo stati esiliati dalla spietatezza della civiltà dei consumi è più importante che mai non perdere la luce a costo di continuare a sperare contro qualsiasi evidenza e a costo di ignorare i generatori di negatività che col loro cinico realismo non fanno che ripeterci che ci dobbiamo rassegnare a viverci, anzi a morirci, in questo luogo iniquo e violento. Per non perdere la luce la prima cosa da fare è non restare soli e per non restare soli innanzitutto occorre partecipare: abbiamo ancora un patrimonio di idee, anzi di ideali, che insieme alla solidarietà rappresentano la nostra sola ricchezza. Questa ricchezza si può, anzi si deve, spendere all’interno delle organizzazioni che ci rappresentano se necessario anche per cambiarle qualora non soddisfino. In secondo luogo si eviti che un malinteso senso di dignità impedisca di chiedere aiuto a chi può darcelo: un precario di mia conoscenza mi diceva tempo fa di essere rovinato soprattutto a causa dell’ eccesso di orgoglio e della cieca ostinazione con cui si è rifiutato di chiedere aiuto. Aveva ragione naturalmente.

La nostra Lunga Marcia è appena iniziata: coraggio.

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