L’operaio di Bergamo, le morti sul lavoro e la cultura d’impresa

Un operaio di Bergamo ha denunciato in una comunicazione alla sua azienda i rischi che correva sul posto di lavoro. Risposta dell’azienda: tre giorni di sospensione.
D’altra parte Loris Campetti nell’articolo "Pagherete caro" (da "il Manifesto" del 4 gennaio 2008) scrive:

Le associazioni padronali non sono enti morali, l’unica etica che conoscono è quella del profitto. Detta così, sembra una sparata ideologica, un rigurgito di odio di classe fuori stagione.
Eppure, a sostenerla sono proprio i leader delle suddette associazioni, che a Torino hanno reagito con sdegno alla proposta del presidente del consiglio comunale di Torino al presidente di Confindustria, Luca Montezemolo: perchè non espellete le aziende che violano le leggi sulla sicurezza? Perchè non riservate a chi tra voi uccide o danneggia i lavoratori per lucro lo stesso trattamento applicato in Sicilia a chi se la rifà con la mafia?
I presidenti dell’Unione industriale, dell’Api e dei costruttori della città colpita dalle fiamme della ThyssenKrupp s’indignano e gridano che le loro associazioni hanno altri scopi: "il nostro mestiere è fornire servizi, non fare giustizia", ha detto a "Repubblica" il capo degli industriali.
Claudia Porchietto, dall’alto della sala comandi dell’associazione Piccole imprese, aggiunge che un modo per ridurre gli infortuni ci sarebbe: "perchè non pensare a sgravi fiscali per aiutare le imprese a migliorare la sicurezza"? L’impresa ha l’imperativo morale di fare utili. Se la collettività pretende che per raggiungere tale scopo non vengano uccisi, feriti o avvelenati gli operai che quegli utili all’impresa producono, se ne faccia carico.
Lo stato paghi dunque i costi necessari a mettere in sicurezza gli impianti moltiplicando gli sgravi fiscali ai padroni. I quali, poveracci, non possono dilapidare per scopi umanitari il maltolto (o plusvalore), già prosciugato dalle tasse.
Una riprova di questa etica d’impresa? Nelle trattative per il rinnovo del contratto, Fedemeccanica ha respinto la richiesta di Fim, Fiom e Uilm di un’ora l’anno di assemblea per discutere di sicurezza del lavoro.
Ma forse i padroni non sono così cattivi e sarebbero anche disposti a concederla quell’ora. Sempre che lo stato sia disposto a farsi carico dei costi.

Luciano Gallino nell’articolo "La cultura d’impresa e le morti bianche" (da "la Repubblica" del 4 gennaio 2008) scrive a sua volta:

[…] L’elenco delle cause degli incidenti sul lavoro è lungo.
Gli ispettori che operano realmente sul campo sono pochi, non dispongono di risorse adeguate per rendere più frequenti e incisivi i controlli. Il coordinamento tra i vari enti cui essi fanno capo – Inail, Asl, Vigili del fuoco, ministeri – è insufficiente.
Sui luoghi di lavoro tanto la formazione alla sicurezza, quanto il rispetto quotidiano delle relative norme, sono spesso manchevoli, sia tra i quadri e i dirigenti che tra gli stessi lavoratori: una lacuna accentuata dal numero eccessivo di addetti con contratti di breve durata (anche se questo non era il caso della ThyssenKrupp).
La frammentazione della produzione in lunghe catene di appalti e subappalti rende più difficili i controlli e ostacola la ricerca delle responsabilità .
[…] Ma per quanto esso si prolunghi, v’è un fattore che non compare mai tra le cause più comunemente citate degli incidenti sul lavoro. Si tratta della attuale cultura di impresa, la versione oggi dominante di quella che gli anglosassoni chiamano corporate culture.
Una cultura definibile come l’insieme dei fattori tecnici e umani; dei parametri economici e temporali; dei tipi di conseguenza di un’azione; dei metodi di calcolo delle priorità e del rischio che i dirigenti d’ogni livello sistematicamente utilizzano, sono addestrati a utilizzare, e sono formalmente tenuti a utilizzare dall’impresa, in tutte le decisioni che prendono nella gestione quotidiana dei siti produttivi. È una cultura raffinata e complessa, che si impara con anni di studio nelle facoltà di economia e di ingegneria, per essere poi sviluppata e consolidata in altri anni di esperienza in azienda.
Negli ultimi vent’anni tale cultura ha conosciuto, sia negli atenei che nelle imprese, innovazioni rilevanti. Beninteso, da sempre la cultura di impresa è orientata al profitto – senza di essa semplicemente non esisterebbero le imprese.
Quel ch’è cambiato, in meglio per gli azionisti e i manager, in peggio per i lavoratori, sono i modi e i mezzi con cui il profitto viene perseguito.
In sintesi, entro la matrice decisionale in cui si incrociano le azioni da intraprendere e le loro conseguenze, i parametri puramente economici sono oggi diventati prioritari rispetto a quelli tecnici, l’orizzonte temporale da considerare si misura ora in mesi piuttosto che in anni, e il peso assegnato comparativamente alle conseguenze d’una decisione sul fattore umano è diminuito.
Da tale cultura discendono – tra l’altro – la ricerca ossessiva del lavoro flessibile, in termini sia di occupazione che di prestazione, l’intensificazione dei ritmi di lavoro in tutti i settori produttivi, nonché i bassi salari medi, da porre accanto ai compensi astronomici che i top manager complessivamente percepiscono.
Discendono anche, in buona misura, gli incidenti sul lavoro.
[…] Tuttavia, al di là della vicenda ThyssenKrupp, gli incidenti sul lavoro non sono destinati a diminuire di molto se tra le loro cause non verrà inclusa, traendone poi le implicazioni, anche una cultura di impresa la quale postula come generale criterio guida che una bassa probabilità di incidente non giustifica interventi per ridurla a zero, anche se l’evento può recare danni alle persone.
In altre parole, occorre ammettere che la patologia non sta solamente nella negligenza o irresponsabilità di questo o quel dirigente. Bisogna rendersi conto che la patologia risiede pure in quella che è invece considerata la normalità, una cultura economica ed organizzativa che conduce i dirigenti a ritenere che un incidente il quale può verificarsi, si fa per dire, con l’uno per cento di probabilità , non giustifica la spesa necessaria per impedirlo. Pur quando esso promette di portare con sé, ove si verifichi, lutti e dolori.

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One thought on “L’operaio di Bergamo, le morti sul lavoro e la cultura d’impresa

  1. Fedele,

    Luciano Gallino nel suo libro “L’impresa irresponsabile”, di prossima recensione, spiega le ragioni di questo cinismo aziendalista: in omaggio alle teorie economiche di Friedman e della scuola di Chicago il compito primario, anzi l’unico compito delle imprese, è quello di distribuire i dividendi agli azionisti.
    In altre parole la parola “etica” nelle imprese ha un valore del tutto diverso di quello che comunemente si attribuisce a questo termine: un’ azienda è tanto più “etica” quanto più ha come obiettivo solo ed esclusivamente la soddisfazione degli azionisti.
    Tutto il resto, compresa la questione della sicurezza sul lavoro, è irrilevante.

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