I tardivi pentimenti dell’ISTAT di Armando Rinaldi presidente Atdal over 40

Ci sono voluti anni prima l’Istat si decidesse ad affiancare ai dati ufficiali sui quali viene calcolata l’inflazione i dati reali, che pure l’Istat da sempre possiede, e dai quali è possibile derivare il vero incremento del costo della vita. Durante questi anni i cittadini hanno visto ridursi progressivamente il proprio potere di acquisto mentre i livelli salariali erano al palo e i rinnovi contrattuali, attuati con enormi ritardi, erano imprigionati da un dato ufficiale falso ma, spacciato come reale, in perfetta malafede.
Ora ci chiediamo quanti altri anni ci vorranno prima che l’Istat si degni di darci una diversa lettura dei dati sull’occupazione. Da oltre un decennio qualche timida voce prova a sostenere che è inspiegabile il fatto che in un paese con il PIL in sofferenza, i consumi in calo, la produzione industriale al di sotto delle medie degli altri paesi industrializzati, una delocalizzazione industriale senza fine, il numero degli occupati continui a crescere rilevazione dopo rilevazione.
Proviamo ad esaminare i criteri secondo i quali l’Istat determina i nostri livelli occupazionali.
Secondo Istat sono considerati occupati gli individui con età superiore ai 15 anni che soddisfano almeno una delle seguenti caratteristiche: a) avere effettuato una o più ore lavorative retribuite nella settimana di riferimento (prima settimana del mese), indipendentemente dalla condizione dichiarata, b) avere un’attività lavorativa, anche se durante la settimana di riferimento non hanno effettuato ore di lavoro, c) aver effettuato una o più ore di lavoro non retribuite presso un’attività familiare.
Vi rientra qualunque tipo di contratto, purché le ore lavorate abbiano un corripettivo monetario o in natura. Non sono considerati gli stagisti e i lavoratori in cassa integrazione vengono considerati occupati (sottocategoria definita “sottoccupati”).
Vediamo invece quali i requisiti per poter essere considerati disoccupati (l’Istat definisce questa categoria “persone in cerca di occupazione”).
I non occupati sono le persone che dichiarano contemporaneamente di: a) essere alla ricerca di un lavoro, b) avere effettuato almeno un’azione di ricerca di lavoro “attiva” nelle quattro settimane che precedono la rilevazione, c) essere immediatamente disponibili (entro due settimane) ad accettare un lavoro, qualora venga loro offerto.
A questi soggetti vengono aggiunti coloro che dichiarano di aver già trovato un lavoro che inizierà entro e non oltre tre mesi.
Vi è poi la categoria Istat degli inattivi, che non vanno a sommarsi al numero dei disoccupati e che comprende, le persone in età i 14 e i 64 anni suddivise in quattro sottocategorie: a) coloro che cercano lavoro non attivamente e sono disponibili a lavorare, b) coloro che non cercano lavoro ma non sono immediatamente disponibili, c) coloro che non cercano lavoro, ma sarebbero disposti ad accettarne uno che gli venisse offerto e d) coloro che non cercano lavoro e che non sono disponibili a lavorare.
Nella sottocategoria b) rientrano quelli che l’Istat definisce gli “scoraggiati”, cioè coloro che non cercano lavoro perché convinti di non poterlo trovare, perché si ritengono troppo vecchi o troppo giovani oppure perché ritengono di non avere le professionalità oppure perché pensano che per loro non esistano occasioni di impiego.
Ebbene, sempre secondo i dati Istat, nel periodo di riferimento primo semestre 1995, primo semestre 2005, gli “scoraggiati” sono cresciuti nel nostro paese da 650.000 a 1.200.000 unità.
Praticamente il numero degli scoraggiati, qualora venisse conteggiato, porterebbe a raddoppiare quello dei disoccupati.
Questo dato che rappresenta la vera dimensione della disoccupazione nel nostro paese, presente nella percezione della società civile ma volutamente ignorato da Governi e Istituzioni ai quali da sempre torna utile propagandare l’immagine di un paese che ha quasi realizzato la piena occupazione.
Chissà che dopo averci rivelato con un lustro di ritardo quanto è aumentato il costo del pane e della pasta l’Istat non si decida prossimamente a dirci come stanno realmente le cose anche sul fronte dell’occupazione.

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6 thoughts on “I tardivi pentimenti dell’ISTAT di Armando Rinaldi presidente Atdal over 40

  1. Armando,

    sarebbe interessante sapere a quanto ammonta in termini assoluti il totale dei disoccupati + il numero degli inattivi comprensivo degli soraggiati. Se a ciò si aggiunge che tra gli occupati almeno un terzo lavora con contratti atipici scopriamo che il numero dei lavoratori “disagiati” (disoccupati + inattivi + precari) raggiunge cifre inquietanti.
    Voglio peraltro aggiungere che per gli over 35-40 il problema precariato appare in fase di superamento: infatti per tale fascia di età lo slittamento dal precariato alla piena disoccupazione appare una tendenza più che evidente.
    Perfino la condizione di precario è un privilegio e mi domando se non sia ormai pressochè anacronistico parlare oggi di precariato mentre si affaccia con sempre maggior frequenza lo spettro della piena disoccupazione. E’ come combattere una battaglia di retrovia mentre il fronte della guerra ormai si è spostato centinaia di chilometri più

  2. E’ come combattere una battaglia di retrovia mentre il fronte della guerra ormai si è spostato centinaia di chilometri più avanti.
    I dati Istat che riporti dicono chiaramente che lo stato e i vari governi ci hanno per anni truffaldinamente spacciato un’ immagine del paese irrealistica: lo stesso Napolitano nella recente visita in USA sosteneva che il paese era in piena salute allo scopo di contraddire un articolo del New York Times che dava e da l’Italia nettamente in declino.
    Trovo che questi dati così ben documentati che ci presenti andrebbero diffusi il più possibile sulla rete.

  3. Fedele,
    mi dispiace dire che purtroppo hai ragione; la forbice si sta allargando e chi sta male continua ad andare verso il baratro, con tristezza e delusione crescente.Ma non bisogna perdere la speranza. Quello che stai facendo è giusto.

  4. Ho 52 anni e sono disperata. Non servo più nemmeno per svolgere i lavori più umili nonostante un’istruzione universitaria.
    Grande delusione anche nel constatare che associarsi all’ADTAL ha un costo che, seppur minimo, non posso permettermi.

  5. Gentile sig.ra Fiamma, Atdal non può trovarLe un posto di lavoro anche se umile, ma può rimanere in contatto con l’assocciazione Atdal Over 40, purchè lasci il suo indirizzo di e-mail, andando sul sito
    http://www.atdal.it
    Cordiali saluti.
    Fedele

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