Piero Rattazzo

dal sito Sinistracorsico 21 maggio 2008

Sabato scorso all’una di notte davanti allo storico bar Rattazzo di Milano un giovane frequentatore, M., è stato aggredito da una decina di stronzi che mai si erano visti da quelle parti. Senza capire il perché, M. si è preso un pugno in faccia e qualche calcione, poi è riuscito a rialzarsi ed è scappato all’interno del bar. Piero Rattazzo, il mitico oste settantunenne, ha cercato di difenderlo, ma questi elementi sono entrati in massa iniziando subito a rubare le bottiglie di birra dal frigorifero. Piero si è incazzato, s’è messo a urlare tentando di farli uscire con qualche spintone. Un paio di loro, i più esagitati, hanno spaccato delle bottiglie e da vigliacchi con i cocci taglienti lo hanno colpito in faccia ferendolo in maniera grave. Poi si sono dileguati… Vogliamo esprimere tutta la nostra solidarietà a Piero che nonostante i 35 punti di sutura alla guancia sinistra, oggi era già nel suo locale a preparare il pranzo per tutti noi…

Vi alleghiamo un brano significativo di un’intervista a Piero Rattazzo raccolta e rielaborata da Marco Philopat qualche anno fa.

IL PIERO


foto da Flickr.com – utente mariop2006

La gente deve incontrarsi, i giovani soprattutto… Che farebbero altrimenti? Chi di noi non è stato giovane?
Tutti hanno avuto il loro sacrosanto tempo per incontrarsi e divertirsi insieme… Adesso che ho cinquant’anni di carriera da oste lo so… Lo so bene… Se la gente non s’incontra va fuori di testa… E allora bisogna avere la capacità di accogliere tutti senza fare troppe storie… Ne vedo di ragazzi e ragazze con gli occhi disperati seduti in un angolo timidi timidi che magari non hanno visto nessuno per tutto il giorno e domani non vedranno ancora niente… Vengono qua per cercare qualcosa che non riescono a trovare altrove… Allora mi avvicino e chiedo cosa vogliono da bere… Che un buon calice di vino rosso fa bene anche a te… Che te lo sei meritato perché hai fatto lo sforzo di uscire da casa, di vedere altra gente… Cosa dovrei fare?
Chiudere la trattoria a mezzanotte come vuole il Comune… Ma va! Neanche ci penso… Qui siamo in Ticinese, una zona molto particolare… Un vecchio quartiere popolare attaccato al centro… Le Colonne di San Lorenzo sono a meno di duecento metri da qui, cioè a un passo da Piazza del Duomo… Poi il Ticinese si apre a ventaglio lungo i navigli e comprende tutti i quartieri della periferia sud-ovest, da Rozzano a Baggio… La Barona, Corsico, Buccinasco, Trezzano…
Per chi abita laggiù non è difficile raggiungere il centro, la strada per venire qui è semplice e in qualche modo accogliente, anche per i poveracci… Con i nuovi commercianti che tengono i prezzi proibitivi, tutta questa gioventù viene da me…
E io dovrei cacciarli a mezzanotte? Ma neanche se ne parla…
Se sei un vero oste e ami questo mestiere, sai benissimo che le ciuche gioiose tristi o rabbiose che siano, vanno vissute almeno fino alle due di notte… Piano piano non dai più da bere ai rabbiosi e mesci abbondante per i gioiosi e pure per quelli tristi che magari si lasciano un po’ andare… È bello avere nel locale gente allegra, che ride e che scherza… Mette buon umore…

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States, disoccupati per forza a cinquantaquattro anni

dal sito Chainworkers 26 maggio 2008

A cinquantaquattro anni sono troppo giovani per andare in pensione ma troppo anziani per trovare un lavoro dopo il licenziamento. Non stiamo parlando dell’Italia ma degli Stati uniti dove – a causa della crisi – molte aziende stanno licenziando i dipendenti, anche qualificati. Che hanno difficoltà a trovare un nuovo impiego in barba alla celebrata flessibilità. Non si vedono, per ora, le scene simbolo della Grande Depressione; piuttosto quello che accade assomiglia di più, secondo la Cnn Money, a quanto avvenne negli anni ’90 in un altro periodo recessivo. Il tasso di disoccupazione è salito al 5% rispetto al 4,7% e la percentuale di disoccupati maggiore(42% contro il 32,2% del 2007) si registra per un’età compresa tra i 55-64 anni di età.
Non sembrerebbe che esista una distinzione di razza tra i licenziati. Molti si adoperano, in modo autonomo, per «rimettersi» sul mercato oppure vanno a parlare con le agenzie specializzate che si stanno moltiplicando. In centinaia inviano aggiornatissimi curriculum a diverse imprese per la richiesta di un nuovo lavoro, pur sapendo che non riceveranno nessuna risposta alle loro domande (90%). Ottenendo, qualche volta, un laconico: «grazie per il suo impegno ma non ne abbiamo bisogno».
Il dramma quotidiano si mescola con il ripiego verso impieghi che hanno una renumerazione molto più bassa di quella di loro competenza. Attualmente, aumentano le richieste di tantissimi a volere tornare in marina o nell’esercito dove, durante la firma, avevano stipendi più consistenti rispetto a quello attuale. Non importa se rischiano nuovamente la vita come, ad esempio, per i rimpatriati dalla guerra in Iraq. Questo è quello che sanno fare meglio e «la recessione – sostengono – è peggiore della guerra». Del resto, il Dipartimento alla difesa Usa è uno dei dicasteri economicamente più in salute.
Non ci sono tante altre alternative tranne quella di un occupazione saltuaria o dequalificata per fare fronte alla situazione. Non solo, il sistema dei «benefit» non assicura una vita post-lavorativa tranquilla: appena il 48% dei lavoratori dipendenti privati statunitensi ha una forma di previdenza. Questo 48% di dipendenti può percepire i benefit plans (soldi dalle casse professionali) o i ricavi dai fondi di investimento aziendali e privati, i cosiddetti 401 (k)s. I lavoratori – che hanno la fortuna di avere le casse professionali – sono solo il 21% del 48% alla fine del 2004. In questo caso, la pensione è garantita da un contributo statale e federale ma la sua capacità di cassa ormai è in via di esaurimento. L’altro 27% è iscritto ai fondi 401 (k)s che però non danno nessuna certezza di ricevere un giorno la pensione.
Il sistema 401 (k)s è un numero maledetto: significa che i soldi (anche dei lavoratori) vengono investiti dall’azienda che ne decide la destinazione e l’ uso; spesso impiegando gli stessi soldi per capitalizzare l’impresa. Se il fondo dovesse crollare in borsa non c’è nessuna garanzia per i dipendenti di riavere indietro i soldi. Sono stati già coinvolti, in passato, nel crack dell’Enron, della Worldcom, della K-Mart ma il crollo ha lasciato migliaia di dipendenti senza pensione.
Si lavora, in Usa, senza nessuna protezione e guai a chi si dovesse ammalare come ha ben documentato il registra Michael Moore nel film Sicko. Ma è questo un altro capitolo del dramma che si sta vivendo. 

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Prima di tutto vennero a prendere gli zingari

dal sito Sinistracorsico 21 maggio 2008

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Martin Niemöller

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Dall’assemblea nazionale Cub, Cobas,Sdl: patto d’azione contro i nuovi modelli contrattuali

di Fabio Sebastiani

Milano
«Sogno un sindacalismo non critico ma creativo e propositivo». Abu Bakar Sumaoro è un ivoriano di una trentina di anni. Lui fa il coordinatore dei migranti a Napoli per la Cub. Non sarà Martin Luther King, ma dal palco dell’Assemblea nazionale dei delegati e delle delegate del sindacalismo di base riesce lo stesso ad infiammare i cuori dei 1500 della platea. Fra i leader sindacali erano presenti, per la Cub, i coordinatori nazionali Piergiorgio Tiboni, Walter Montagnoli, Paolo Leonardi e Cosimo Scarinzi (scuola), per i Cobas il portavoce Piero Bernocchi, e Fabrizio Tomaselli per Sdl.
Di iscritti a parlare in quella che può essere considerata la prima risposta del mondo del sindacalismo di base alla "concertazione II" di Cgil, Cisl e Uil ce n’erano una quarantina circa. Ma non tutti hanno potuto prendere la parola. Abu ce l’ha fatta non per il colore della pelle ma perché rappresenta una nuova generazione di "lavoratori militanti" che vuole davvero smetterla di parlare ai propri colleghi accusando «quelli là» (Cgil, Cisl e Uil, ndr).
Un’altra è Paola. Romana, anche lei trentenne. Ha scoperto il sindacato di base lottando contro la precarietà delle hostess sui bus turistici della Trambus di Roma. I sindacati confederali nei comunicati le indicavano come "veline decerebrate". Paola racconta che quando si è vista recapitare il primo volantino sindacale da distribuire durante gli scioperi ha dovuto fare un certo sforzo per spiegare alle sue colleghe il significato di parole come "lotta di classe", "piattaforma sindacale", e via dicendo. «La richiesta che faccio – dice di fronte ad una assemblea che ha seguito attenta i lavori fino alla fine – non è di darci una maggiore copertura sindacale, ma di formarci sulla memoria storica».
Roberto, invece, di anni ne ha quasi il doppio di Paola. E’ un delegato del comune di Milano. Anche lui, però, vuole rompere con un sindacalismo piagnone e inconcludente. Dice che è venuto il momento di aprirsi; che lo sconquasso della neoconcertazione provocherà un fuggi fuggi generale da Cgil, Cisl e Uil. Stavolta la base organizzativa è già pronta. Ma, quello che stavolta farà davvero la differenza, è che la spinta unitaria dai luoghi di lavoro non si infrangerà contro le "gelosie" delle varie sigle. Cub/Rdb, Cobas e Sdl stavolta vanno a passo spedito non verso un semplice patto d’azione. «Unificazione, non unità». Lo stesso Paolo Marras, salito sul palco come lavoratore Alitalia, che il sindacalismo di base non deve più rappresentare l’organizzazione alla quale ricorrere nei momenti più duri «ma un posto in cui stare» e riscoprire quella che Abu chiama «la consapevolezza». L’assemblea di Milano ha approvato, tra ordini del giorno contro gli aerei "F35", la monnezza a Napoli e in appoggio ai rom, un lungo documento in cui compaiono due scadenze: un’altra assemblea a giugno e lo sciopero generale contro l’accordo sui nuovi modelli contrattuali in autunno. Sarà uno sciopero, ovviamente, anche contro la finanziaria, e a favore di un aumento dei salari di ben 3mila euro. Il resto, è il solito corredo contro il Tfr, la legge 30, una legge sulla democrazia e la rappresentanza e un’altra per un meccanismo di riadeguamento salariale e per la continuità del reddito.

da Liberazione 18/05/2008

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Pietro Ichino

Questo è il testo di un e-mail firmata, girataci dagli amici di Atdal Lazio:

BERLUSCONI HA RICHIESTO ICHINO COME MINISTRO, LUI HA RIFIUTATO IN QUANTO ELETTO NEL PD…
MA POTREBBE ESSERE A CAPO DELLA COMMISSIONE LAVORO. AUGURI ITALIA.
Ho letto qualcosa di Pietro Ichino, ho sentito discutere delle sue opere in tv, soprattutto del suo libro – I nullafacenti – e allora ho pensato, questo qui ne capisce di lavoro, lavora, avrà lavorato…
Mi sono andato a vedere il suo curriculum.
L’Ichino nasce a Milano nel 1949, fin da giovanissimo si appassiona al mondo del lavoro (non al lavoro ma al mondo del lavoro) e dalla tenera età di 20 anni (1969) diviene dirigente sindacale della CGIL-FIOM sino al 1972.
Assolve gli obblighi di leva come marconista trasmettitore (come me, sigh, anch’io cantavo la canzoncina: onda su onda noi siam trasmission, gente che non fa niente che non c’ha voglia di lavorar, gente specializzata a stare in branda a riposar) ed è quindi pronto a rientrare nel mondo del lavoro, ritorna infatti tra i ranghi della CGIL.
Nel 1979 Ichino ha ormai 30 anni, posso immaginare la moglie che gli dice:
"Pie’ ormai c’hai 30 anni, se non vuoi trovare un lavoro almeno trova uno stipendio ed una pensione."
Detto fatto l’Ichino viene eletto alla Camera dei deputati, e va pure in Commissione Lavoro.
Però non è ancora contento, ha lo stipendio, si è assicurato una ricchissima pensione, che comincerà a percepire nell’aprile del 2009 dopo aver lavorato ben 4 anni alla Camera (dal 1979 al 1983), ma sente che gli manca qualcosa.
E qualcosa arriva, nel 1981 (mentre era parlamentare) viene assunto come ricercatore all’Università di Milano.
Nel 1986 diviene docente di Diritto del lavoro dopo concorso.
Quasi dimenticavo la cosiddetta Legge Mosca, leggina allucinante (poco) nota per aver contribuito a creare una piccola voragine nei conti pubblici italiani, tale legge era nata come legge numero 252 del 1974 e consentiva a chi avesse collaborato con partiti e sindacati di vedersi regolarizzata la propria posizione contributiva scaricando i costi sulla fiscalità complessiva e dietro una piccola certificazione presentata dal partito o dal sindacato.
In buona sostanza con questa legge vennero regolarizzate le posizioni di migliaia di persone che risultarono essere state impegnate come dirigenti sindacali sin dalle scuole medie, questa orda assetata di soldi è costata alle casse dello stato una cosuccia come 25mila miliardi di lire distribuiti tra oltre 40.000 persone, si badi bene non tra 40.000 lavoratori ma tra 40.000 oscuri funzionari di partito e nobilissimi rappresentanti dei lavoratori.
Comprendo bene la vostra obiezione, la Legge è del 1974 e l’Ichino è stato sindacalista fino al 1979, se ne ha goduto è solo per una parte della sua carriera ed in fondo la legge c’era, lui che poteva fare.
Errore, la legge era del 1974 ma è stata prorogata più volte; particolarmente interessante per meglio illuminare il personaggio Ichinesco è l’ultima proroga, avvenuta nel 1979; abbiamo detto come il nostro sia stato deputato nella VIII legislatura , durata dal 20 giugno 1979 all’11 luglio 1983, ma l’Ichino non è arrivato alla Camera il 20 giugno 1979 ma il 12 luglio in sostituzione di un collega ed il suo primo atto, da vero alfiere dei veri lavoratori, è stato quello di correre ad aggiungere la sua preziosa firma alla proposta di legge numero 291 presentata il 10 luglio 1979 ed avente titolo – RIAPERTURA DI TERMINI IN MATERIA DI POSIZIONE PREVIDENZIALE DI TALUNE CATEGORIE DI LAVORATORI DIPENDENTI PUBBLICI E PRIVATI -, così facendo il deputato Ichino si affrettava ad aggiungere la sua firma sotto un progetto di legge che favoriva spudoratamente i sindacalisti come lui, contribuendo a causare una voragine nei conti pubblici che il professor Ichino propone oggi di sanare per mezzo di rigore, sacrifici e duro lavoro (degli altri).
In buona sostanza io, che ho 39 anni, sono impiegato pubblico e, tra mille difficoltà, lavoro da quando avevo 21 anni non so come e quando andrò in pensione mentre il castigatore dei nullafacenti si trova ad avere già diritto a 2 pensioni ottime, quella di docente universitario e quella di deputato (SONO CUMULABILI) più un altro paio potenziali, quella di giornalista e quella di sindacalista.
Insomma Ichino, ho capito che dovrò lavorare fino a 250 anni di età per pagarLe le pensioni, ma almeno non potrebbe evitare di prendermi pure in giro?

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Peppino Impastato, Marco Travaglio e i baciapalle di regime

Sono trascorsi tre giorni dall’intervista di Fabio Fazio al giornalista Marco Travaglio durante la trasmissione “Che tempo che fa”.
Trasmissione che seguiamo da anni, perché rappresenta insieme a poche altre, un barlume di intelligenza e di cultura nel panorama desolato delle nostre tv pubbliche e private.
Ma quanto è successo dopo l’ intervista ci lascia esterrefatti e perplessi: che razza di Paese è questo, in cui un giornalista non può fare il suo mestiere di informare una platea di quattro milioni di persone sulle passate frequentazioni amicali e di affari dell’attuale presidente del senato Schifani?
Notizie già riportate, e che non hanno ricevuto smentita, nel suo ultimo libro “Se li conosci li eviti” e più in dettaglio in un altro di Lirio Abbate, cronista coraggioso di Palermo da mesi sotto scorta, perchè minacciato dalla mafia.
E mentre i cittadini si incazzano per la censura a Travaglio dal parte del centro destra e del centro sinistra, con l’eccezione lodevole di Antonio Di Pietro, la tv di Stato che prende il canone dagli abbonatii, che fa?
Si genuflette, chiede scusa! Ma scusa di che?
Di aver lasciato dire in tv cose gia scritte nei libri sopraccitati?
Quindi nei libri si può, ed in televisione non si può?!?
E’ questa la conclusione che dobbiamo trarre?
Del resto questa nostra “Repubblica” aveva già dato ampia prova di sé trent’anni fa: ricordiamoci del compagno Peppino Impastato!

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In un mondo che gioca a denari noi carichiamo a bastoni

Avremmo voluto intitolare questo articolo “Nel tritacarne della globalizzazione”, perché questa ci sembra essere la sorte dell”umanità intera all’ alba del XXI secolo: nei paesi poveri ci sono guerre, massacri e genocidi; la fame, la sete e le malattie perseguitano oltre un miliardo e mezzo di persone, mentre “in questa bella civiltà così nobile e così antica” l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e del petrolio insieme alla crisi dei mutui mette a dura prova la sopravvivenza di tante famiglie.
In Palestina da sessant’anni si consuma una delle più grandi ingiustizie perpetrate dalle potenze occidentali ai danni di un popolo: è di qualche giorno la notizia, che una cannonata dell’esercito israeliano ha ucciso quattro bambini di età compresa tra uno e sei anni, tutti della stessa famiglia, ed ha ferito gravemente la madre.
Intanto nei paesi più industrializzati, Italia in testa, milioni di giovani sono costretti ad un lavoro precario, insicuro e sottopagato: non è un caso che abbiamo il primato delle morti sul lavoro in Europa!
Ed insieme ai giovani nel nostro paese oltre un milione e mezzo di ultraquarantenni e di ultracinquantenni espulsi dal mondo del lavoro, annaspano con le relative famiglie tra lavori precari e disoccupazione.
Perciò ci è sembrato più adatto lo slogan stampato sulle magliette di alcuni ragazzi alla Myday del 1° Maggio 2008 a Milano: “in un mondo che gioca a denari noi carichiamo a bastoni”

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