States, disoccupati per forza a cinquantaquattro anni

dal sito Chainworkers 26 maggio 2008

A cinquantaquattro anni sono troppo giovani per andare in pensione ma troppo anziani per trovare un lavoro dopo il licenziamento. Non stiamo parlando dell’Italia ma degli Stati uniti dove – a causa della crisi – molte aziende stanno licenziando i dipendenti, anche qualificati. Che hanno difficoltà a trovare un nuovo impiego in barba alla celebrata flessibilità. Non si vedono, per ora, le scene simbolo della Grande Depressione; piuttosto quello che accade assomiglia di più, secondo la Cnn Money, a quanto avvenne negli anni ’90 in un altro periodo recessivo. Il tasso di disoccupazione è salito al 5% rispetto al 4,7% e la percentuale di disoccupati maggiore(42% contro il 32,2% del 2007) si registra per un’età compresa tra i 55-64 anni di età.
Non sembrerebbe che esista una distinzione di razza tra i licenziati. Molti si adoperano, in modo autonomo, per «rimettersi» sul mercato oppure vanno a parlare con le agenzie specializzate che si stanno moltiplicando. In centinaia inviano aggiornatissimi curriculum a diverse imprese per la richiesta di un nuovo lavoro, pur sapendo che non riceveranno nessuna risposta alle loro domande (90%). Ottenendo, qualche volta, un laconico: «grazie per il suo impegno ma non ne abbiamo bisogno».
Il dramma quotidiano si mescola con il ripiego verso impieghi che hanno una renumerazione molto più bassa di quella di loro competenza. Attualmente, aumentano le richieste di tantissimi a volere tornare in marina o nell’esercito dove, durante la firma, avevano stipendi più consistenti rispetto a quello attuale. Non importa se rischiano nuovamente la vita come, ad esempio, per i rimpatriati dalla guerra in Iraq. Questo è quello che sanno fare meglio e «la recessione – sostengono – è peggiore della guerra». Del resto, il Dipartimento alla difesa Usa è uno dei dicasteri economicamente più in salute.
Non ci sono tante altre alternative tranne quella di un occupazione saltuaria o dequalificata per fare fronte alla situazione. Non solo, il sistema dei «benefit» non assicura una vita post-lavorativa tranquilla: appena il 48% dei lavoratori dipendenti privati statunitensi ha una forma di previdenza. Questo 48% di dipendenti può percepire i benefit plans (soldi dalle casse professionali) o i ricavi dai fondi di investimento aziendali e privati, i cosiddetti 401 (k)s. I lavoratori – che hanno la fortuna di avere le casse professionali – sono solo il 21% del 48% alla fine del 2004. In questo caso, la pensione è garantita da un contributo statale e federale ma la sua capacità di cassa ormai è in via di esaurimento. L’altro 27% è iscritto ai fondi 401 (k)s che però non danno nessuna certezza di ricevere un giorno la pensione.
Il sistema 401 (k)s è un numero maledetto: significa che i soldi (anche dei lavoratori) vengono investiti dall’azienda che ne decide la destinazione e l’ uso; spesso impiegando gli stessi soldi per capitalizzare l’impresa. Se il fondo dovesse crollare in borsa non c’è nessuna garanzia per i dipendenti di riavere indietro i soldi. Sono stati già coinvolti, in passato, nel crack dell’Enron, della Worldcom, della K-Mart ma il crollo ha lasciato migliaia di dipendenti senza pensione.
Si lavora, in Usa, senza nessuna protezione e guai a chi si dovesse ammalare come ha ben documentato il registra Michael Moore nel film Sicko. Ma è questo un altro capitolo del dramma che si sta vivendo. 

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4 thoughts on “States, disoccupati per forza a cinquantaquattro anni

  1. Caro Fedele,

    sono d’accordo con Dario Fo il quale intitola il suo ultimo libro “L’Apocalissi rimandata ovvero benvenuta catastrofe”.
    “Un bel mattino, a Milano, a Roma, o in qualsiasi altra città del mondo, le lampadine non si accendono, il frigorifero è spento, niente caffè al bar, niente benzina alle pompe. In un batter d’occhio crollano banche e assicurazioni, il denaro non vale più. Il panettiere con forno a legna è preso d’assalto, tornano in auge le biciclette e l’energia prodotta dal sole, dal vento e dai combustibili vegetali finalmente si afferma. Le guerre del petrolio non hanno più ragione di esistere. I potenti di turno rimangono intrappolati nelle loro ville superprotette e superaccessoriate, mentre i politici e i religiosi paludati smettono di fare chiacchiere inutili e razzolano insieme agli altri affamati. Le città si svuotano e si riempiono di nuovo le campagne. E ovunque si ritorna spontaneamente a r

  2. Le città si svuotano e si riempiono di nuovo le campagne. E ovunque si ritorna spontaneamente a riunirsi, a discutere.” ( dall’ introduzione di Dario Fo).

    E speriamo che si avveri la profezia di Marx: quella secondo cui il capitalismo, alla fine, divorerà se stesso.
    Ora siamo alla guerra fra poveri ( vedi sudafrica), domani speriamo di vedere la guerra fra ricchi: dentisti che avranno per clienti solo avvocati, gli unici che saranno in grado di pagare le cure dentarie; gli avvocati, a loro volta, per poterle pagare dovranno aumentare le parcelle agli imprenditori, gli unici che potranno permettersi di pagare le parcelle e così via.
    La debolezza del sistema è che ancora troppi si sentono al sicuro “nelle loro ville soperprotette”. Tuttavia, come diceva Pasolini 40 anni fa, ricordiamoci che “siamo tutti in pericolo”.

  3. Lo faro’ senz’ altro quando leggerò il libro.
    Nel frattempo scrivo a spray sul muro di “Spartaco” un paio di aforismi:

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