Siamo tornati alle condizioni di lavoro del primo ‘900

Altro che Robin Tax contro i petrolieri e “social card” per i pensionati… Se Moratti, Garrone, Scaroni permetteranno, gli daranno circa 200 euro all’anno di elemosina ma gliene tolgono sin da ora 1000. Il Berlusconi IV avrà anche imparato a comunicare meglio, ma marcia come un carro armato su quello che resta di lavoro e previdenza così come lo abbiamo conosciuto. In poco meno di una settimana di annunci e proposte civettuole, ci siamo ritrovati al vero: inflazione programmata al 1,7% (e stabilizzarsi all’1,5%!! )per “sterilizzare” i rinnovi contrattuali (è scritto nero su bianco nel Dpef), abolito il tetto di 36 mesi al rinnovo dei contratti precari, reintroduzione del job on call (24 al giorno, per 7 giorni, a disposizione dell’impresa, senza alcun compenso) e poi nuovo modello di contratto con i salari legati alla sola produttività aziendale (altro che contrattazione di secondo livello) e orario di lavoro che arriva alle 65 ore settimanali a discrezione del padrone. Si, padrone. Perché più che modernità sembra Novecento. Ciò che pretendono c’era già, tutto. Un secolo fa. La crisi scaricata su salari, stipendi e pensioni, maggior concorrenza tra lavoratori senza diritti universali, senza autonomia e con un sindacato costretto alla griglia decisa da “lorsignori”. E al sindacato, alla Cgil essenzialmente, non resta che aggrapparsi al tavolo contrattuale con Confindustria sperando di ottenere lì qualcosa di buono. Una tenaglia. Il governo picchia, le imprese incassano.

Ma cos’è questa inflazione programmata?

Difficile incontrare per strada il vero “italiano medio”, la sintesi perfetta tra 58 milioni di individui, ognuno con i propri gusti ed eccentricità. Chi di mestiere fa statistiche, però, con il signor Rossi ha a che fare tutti i giorni e a lui ha molto da chiedere. A partire da cosa consuma. Il signor Rossi, il cui reddito familiare – ammettiamo – è di 2.000 euro, ne spende 336 in beni alimentari e solo 26 in pane. Paga un affitto – beato lui – di 42 euro, 60 tra gas ed elettricità, altrettanti per l’arredamento. Spende 300 euro per i trasporti, ma solo 44 in benzina. Importante: il signor Rossi non ha un mutuo, e quindi può permettersi di pagare al ristorante un conto di 97 euro. Non vi riconoscete nel carrello della spesa del Signor Rossi? È perchè l’uomo medio non esiste. Ma sulla base dei suoi consumi l’Istat ogni mese calcola le variazioni dei prezzi, l’inflazione. Un tasso che serve a decidere le politiche economiche e fiscali dei governi, a rinnovare i contratti di lavoro, a garantire l’ancoraggio delle retribuzioni ai prezzi. Insomma, ogni singolo bene che il signor Rossi consuma ha un’importanza cruciale per la distribuzione dei redditi del paese.

Le spese del signor Rossi sono ricavate dal paniere dell’Istat, che ogni mese diffonde tre diversi indici: il Nic, l’indice per l’intera collettività; il Foi, il tasso di inflazione delle famiglie operaie e impiegate, che serve da riferimento per il recupero del potere d’acquisto perduto nei contratti collettivi nazionali di lavoro; e l’Ipca, l’indice armonizzato europeo, una misurazione nata nel 2001 e basata sul calcolo della spesa effettiva (compresi, cioè, saldi, promozioni e trasferimenti pubblici). A questi tassi l’Istat ha aggiunto, qualche mese fa, quello calcolato solo sui beni di consumo frequente (casa, alimentari, tariffe elettriche, trasporti…): il risultato è stato ben superiore al tasso generale, il 4,8% contro il 2,9 per cento.

Anche il governo fornisce il suo tasso di inflazione. Si chiama inflazione programmata, ed è una previsione sul futuro, diffusa all’interno del Dpef. L’inflazione programmata serve come base per il rinnovo dei contratti di lavoro ed è sempre inferiore a quella reale. La conseguenza, secondo quanto calcolato dall’Ires, il centro studi della Cgil, è stata una perdita del potere d’acquisto dei salari, nel 2007, di 1.890 euro rispetto al 2002. Ma anche l’inflazione reale, calcolata dall’Istat sulla base di 400.000 rilevazioni, secondo molti non è poi così veritiera. Le associazioni dei consumatori denunciano una «inflazione percepita» a due cifre, l’Eurispes parla di una crescita dei prezzi dell’8 per cento, l’Ires lamenta l’assenza nel paniere delle spese per i mutui e chiede di realizzare tassi differenziati per tipologie di famiglie. La confusione regna sovrana tra gli statistici. C’è solo una certezza: i salari non riescono a tenere il passo dei prezzi, che sono tornati a correre.

Al centro dello scontro la composizione del paniere e il peso che ogni prodotto ha nella determinazione dell’indice generale rispetto al variare del reddito disponibile. Una famiglia con una bassa retribuzione, ad esempio, spende per comprare il pane una porzione molto maggiore della sua disponibilità economica rispetto a una di reddito elevato. Col variare del reddito, insomma, cambia il paniere e, specialmente, il peso che ogni prodotto ha tra i beni che lo compongono, quella che in termine statistico si chiama “ponderazione”. La media tra tutti i panieri, almeno in teoria, è la spesa del signor Rossi. Ma all’interno di questa c’è chi ci guadagna e chi ci perde. È quanto sostiene l’Eurispes, che nel 2005 aveva proposto il suo “contropaniere”, basato sui consumi di tre famiglie tipo, con ponderazioni molto diverse: per la casa e gli alimentari l’Eurispes calcolava un’incidenza del 27 per cento ciascuno, contro il 9,3 e il 16,8 dell’Istat. Il risultato di questa indagine è molto superiore all’inflazione dell’Istat: +8 per cento. «L’inflazione – spiega il presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara – è più alta tra i beni di prima necessità. Che sono più importanti nei panieri delle famiglie deboli: un kg di pane costa 3 euro, una famiglia di 4 persone ne consumerà un kg al giorno, 90 euro al mese. Per molti è una spesa ben superiore all’1,3 per cento calcolato dall’Istat», accusa Fara.

«Certo, nella scelta dei prodotti da campionare non può non esserci un elemento di discrezionalità», spiega Roberto Monducci, direttore centrale delle statistiche su prezzi e commercio dell’Istat. «Ricaviamo il valore della ponderazione dai dati quantitativi della contabilità nazionale, integrati da ricerche condotte da importanti istituti come la Nielsen, dalle stime delle associazioni di categoria, da dati della Banca d’Italia». I dati macroeconomici, che danno la misura quantitativa dell’attività economica, spiegano ad esempio come mai nel paniere la spesa per gli affitti sia solo del 2,1 per cento. «La contabilità nazionale calcola in 18 miliardi di euro la spesa delle famiglie in affitti nel 2007, su un totale di 900 miliardi, ovvero circa il 2 per cento». Così i conti tornano, nel carrello del signor Rossi. Eppure secondo il recente rapporto Nomisma sulla condizione abitativa in Italia gli italiani spendono per la casa in media 639 euro nel 2006, pari al 26 per cento della spesa mensile. Certo, le famiglie in affitto sono solo il 14 per cento della popolazione italiana, ma per gran parte di proprietari c’è il mutuo da pagare. E per loro l’aumento dei tassi di interesse ha tagliato quote importanti di reddito. «I mutui stanno fuori dal campo di osservazione sui prezzi. Il tasso di inflazione misura i beni di consumo e la casa non rientra in questa categoria», continua Monducci. «Certo, considerando i mutui e la crescita del valore delle case, l’inflazione sarebbe stata ben più alta. Ma è impossibile comprendere una modalità di pagamento come il mutuo nelle nostre statistiche. Sui prezzi delle case la discussione è aperta. A livello europeo si sta valutando se introdurli».

Non è dello stesso avviso Agostino Megale, presidente dell’Ires- Cgil, che ha partecipato al tavolo di discussione aperto dall’Istat nel 2005 per riformare il calcolo dell’inflazione. Per Megale è possibile raggiungere l’obiettivo di un tasso più sensibile rispetto ai consumi delle famiglie introducendo nel paniere i mutui. «Tra i diversi indici è necessario sceglierne uno solo, quello più attendibile, cioè l’indice armonizzato europeo», che registra tassi di inflazione superiori a quello generale. «A questo bisogna aggiungere i mutui. Per intenderci, a febbraio 2008 l’indice europeo è stato del 3,6, a cui è necessario sommare lo 0,4 derivato dal costo dei mutui. In totale fa il 4 per cento, contro il 3,3 del calcolo tradizionale», continua Megale. «L’altra soluzione è quella di costruire, accanto a un paniere unico che serva da base per il rinnovo dei contratti, panieri differenziati per tipologie di famiglie: pensionati, single, coppie con figli, giovani, utile a guidare la politica fiscale del governo. Insomma servono “numeri sacri”, riconosciuti da tutti, sulla base dei quali tracciare una nuova politica dei redditi. Con un obiettivo. Per noi, a differenza di quanto afferma la Bce, i salari devono recuperare terreno. In una nostra indagine su 1.400 imprese è risultato che dal 1995 al 2006 i profitti sono cresciuti dell’89 per cento, contro lo 0,3 dei salari. È chiaro che c’è qualcosa che non va».

Da Chainworkers 24 giugno 2008

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L’ampliamento della base USA di Vicenza non ci sarà

In data 20 giugno 2008 il TAR di Venezia, accogliendo l’istanza di ricorso del CODANCONS, ha dato la SOSPENSIVA ai lavori della NUOVA BASE al Dal Molin (ricordiamo che il Governo Prodi ha continuato a parlare di ampliamento perchè gli accordi del 1954 ne prevedevano solo otto in italia e il Dal Molin sarebbe stata la nona [alla faccia degli abusi edilizi]).

Ricordiamo che la SOSPENSIVA NON E’ l’ANNULLAMENTO (ma di sicuro un buon inizio) e che ora più che mai è necessario mobilitarsi.

Faccio comunque notare che siamo di fronte ad un fatto storico per la città di Vicenza ma soprattutto per l’Europa stessa, sono stati riconosciuti tutti i diritti e i riferimenti fatti dal CODACONS alle leggi italiane (Impatto Ambientale, gara d’appalto, legittimità di atti ufficiali etc…) e alle leggi Europee: PARTECIPAZIONE E INFORMAZIONE DEI CITTADINI.

Lo abbiamo detto e continuiamo a dirlo: la costruzione della NUOVA base USA sarebbe il più grande ABUSO EDILIZIO della storia d’Italia… se poi lo dicono anche i giudici…

DETTAGLI: presso il sito www.coordinamentocomitati.it entro la giornata di domani 21 giugno 2008 saranno disponibili altri commenti e dettagli.

Dal sito nordest.it: TAR: il Codacons annuncia la sentenza Dal Molin venerdì 20 giugno 2008 11:03 L’ampliamento della base Usa di Vicenza non ci sarà. Lo annuncia il Codacons, secondo il quale il Tar del Veneto avrebbe “accolto in pieno” il ricorso presentato dall’associazione. Il deposito della sentenza è avvenuto stamane. “Siamo in attesa di leggere le motivazioni della decisione – spiega il presidente, Carlo Rienzi – ma ci sembra una sentenza di grande sensibilità giuridica e civile che da’ ragione a tutta quella parte di popolazione che lamentava si volesse modificare l’habitat e l’ambiente della citta’ di Vicenza senza nessuna partecipazione dei cittadini”.

Dal Molin: Il Codacons illustra la sentenza del Tar – venerdì 20 giugno 2008 12:42 Il Tar del Veneto – velocissimo – ha bocciato l’ampliamento della base americana a Vicenza. Non è stata consultata la popolazione, il bando non è conforme alla normativa europea, il parere del Governo è verbale e illegittimo….. Il Tar del Veneto ha bocciato l’ampliamento della base americana a Vicenza. “Nel motivare la decisione – secondo fonte Codacons, una delle associazioni che ha promosso la causa – il Tar sottolinea che è mancata la consultazione della popolazione interessata nonostante fosse prevista nel memorandum Usa-Italia.”

L’Avvocatura dello Stato si era opposta alla richiesta di sospendere l’autorizzazione, sostenendo che comunque non si costruirà nulla almeno fino a che non sarà data un’autorizzazione definitiva a seguito della redazione di un nuovo progetto che prevede l’ampliamento ad ovest della pista e non ad est come avviene attualmente. Secondo il Codacons, il Tar avrebbe accolto in particolare i dubbi manifestati sulla Vinca (Valutazione di incidenza ambientale) depositata dalla Regione che – appunto – ”pur intitolata ‘Progetto ovest’, sembra riferirsi al vecchio progetto e non tenere in alcun conto il progetto alternativo richiesto dal Commissario Costa che prevedeva accesso alla base da nord”. La valutazione è incentrata sul rischio di inquinamento delle falde acquifere superficiali di livello “medio-elevato”, ma prevede anche il divieto di insediamenti al di sotto dei 4 metri di profondità, il che rende impossibile il previsto tunnel di un chilometro che dovrebbe essere realizzato a una profondità tra i 30 e i 50 metri. Il tunnel è quello della futura tangenziale nord, che taglierebbe in due l’area dell’aeroporto. Insomma la questione è articolata e anche la relativa velocità di decisione del Tar deve avere molto impegnato i giudici.?Inoltre sarebbe ”illegale anche l’autorizzazione del direttore generale del Ministero della Difesa senza la previa verifica ex ante delle condizioni apposte all’autorizzazione stessa”. Non solo, ma il Tar dopo aver espresso parere sulla “consultazione popolare” ha anche giudicato illegittimo il bando di gara, “poiché effettuato senza la procedura di evidenza pubblica prevista dalla legge”. E bocciato pure il consenso ”espresso dal Governo nella persona del Presidente del Consiglio Romano Prodi, poiché dato in ‘modo verbale’. Un modo – riferisce il Codacons – che il Tar definisce, ‘extra ordinem e illegittimo’, cos come illegittima e’ ‘l’autorizzazione rilasciata da un dirigente del Ministero della Difesa senza una assunzione di responsabilità formale e scritta del Governo”. Insomma per il giudici amministrativi l’assenso del Governo Italiano ”risulta essere stato formulato, del tutto impropriamente, da un dirigente del Ministero della Difesa, al di fuori di qualsiasi possibile imputazione e competenze e di responsabilità ad esso ascrivibili in relazione all’altissimo rilievo della materia”. Secondo l’associazione dei consumatori ”la motivazione espressa dal Tar è ancora più soddisfacente di quanto ci si poteva aspettare, poiché i giudici sono entrati nel merito dell’intero procedimento, contestandolo pezzo per pezzo come il Codacons chiedeva”. E intanto si avvicina la battaglia finale: giovedì 26 il Consiglio comunale di Vicenza deciderà se e come fare un qualche referendum. Il primo luglio le chiavi del settore ovest del Dal Molin saranno consegnate agli americani. A ottobre dovrebbero cominciare i lavori di ampliamento. A Novembre – aggiunge il neo assessore alla Pace di Vicenza, John Giuliari, si elegge il nuovo Presidente degli Stati Uniti!

pippo magnaguagno (Rete Lilliput e Comitato Più Democrazia e Partecipazione). Voice ++39 0444 920 920 Mobile ++39 335 72 660 97 pippomagna@lillinet.org

“…sradicare la povertà è un sistema molto più efficace della guerra per combattere il terrorismo…” Muhammad Iunus (Economista – Premio Nobel per la Pace 2006)

dal sito di Domenico Ciardulli 21 giugno 2008

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Chi ha voglia di trovare il lavoro lo trova

Presento alcuni brevi profili tratti dall’ultimo “Corriere Magazine” (inserto del Corsera)dedicata ai quarantenni che tentano di ricollocarsi:

– Giovanni Palloni, 46 anni, laurea in ingegneria meccanica. Ex responsabile qualità in una società di depurazione, poi autista di scuola bus dove veniva pagato con assegni scoperti. Ora passa le giornate a far compagnia alla madre in una casa di riposo. “Non frequento più amici, ho smesso di disegnare, se non sono buono per il lavoro che altro potrei fare?”

– Luigi Gioco, 44 anni, geometra: una carriera di contratti a tempo determinato presso la pubblica amministrazione. Dal 2004 non riesce neppure a entrare fra i contratti atipici.

– Corrado Bonassin: negli anni ’90 era il più giovane capo del personale d’Italia. Ex vicedirettore generale di una banca inglese assorbita da Unicredit. Ha accettato l’incentivazione: 2 anni di stipendio. Dal 2004 fa il “mammo”

-Bruno di Gioacchino, 57 anni, carriera da amministratore matketing dell’Ibm. Dopo le dimissioni del 1994 ha avuto contratti a tempo determinato fino al 2006. In due anni ha inviato 5000 curricula ( ! ) e ottenuto 3 colloqui. –

-Chiara Bonomi, direttore comunicazione in Finmatica a 33 anni e disoccupata a 38, dopo aver diretto l’ufficio stampa delle Olimpiadi di Torino 2006 (…) “Otto inutili mesi di incontri umilianti, test con psicologi, giochi di ruolo e richieste di business plan per valutarmi e neppure una risposta. Mi sono collocata da sola, attraverso la rete di conoscenze”

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“Iqbal” e “Biutiful Cauntri”

Mi è capitato di vedere di recente questi due film e mi è sembrato utile accostarli in una recensione.
La vita di Iqbal Masih è quella di centinaia di milioni di bambini del mondo, in questo caso  costretti a lavorare come schiavi nellle fabbriche di tappeti del Pakistan.
Ma Iqbal, che è uno di loro, a dodici anni si ribella a questa condizione e con l’aiuto del sindacato dei lavoratori pakistani, riesce a far liberare decine di migliaia di bambini come lui.
Tuttavia gli affari sono affari ed i padroni delle fabbriche di tappeti, che senza i piccoli schiavi hanno visto precipitare le vendite, decidono che Iqbal deve morire.
E cosi il 16 aprile 1995 Iqbal,  sindacalista coraggioso dei bambini schiavi, viene assassinato dai  sicari mentre sulla spiaggia con due piccoli amici tira un aquilone.
Iqbal quando è stato ucciso aveva tredici anni. (La storia di Iqbal su Wikipedia)

In "Biutiful cauntri" protagonista non è la monnezza, come può sembrare a prima vista. e neppure la malattia e la morte degli uomini e degli animali, che aleggiano  dall’inizio alla fine del film, ma l’ignavia.
Possibile che vedere ammalarsi e morire i propri  cari,  assistere al massacro del proprio territorio,  vedere morire le proprie bestie,  che sono pure loro esseri viventi incolpevoli, oltre che rappresentare fonte di sostentamento, non induca proprio nessuno alla rivolta!

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A mare l’Europa!

Ed ora che gli irlandesi si sono espressi per il no al trattato di Lisbona e quindi alla nuova costituzione europea, che ce ne facciamo dell’Europa?
Diciamo subito che non siamo “legaioli”, eppure la notizia ci fa piacere, perché non era questa l’Europa che sognavamo: questa non è l’ Europa dei popoli, ma l’Europa dei banchieri; sapete che la B.C.E. è una banca privata, di cui la banca di Inghilterra che non è neppure nell’ area euro (sic!), detiene il 10% del pacchetto azionario?
Ma noi italiani nell’ area euro ci siamo e meno male, considerato il debito pubblico che abbiamo, dirà qualcuno, altrimenti avrermmo già fatto la fine dell’ Argentina del 2001.
E’ sicuramente vero, ma neanche questa apparteneza ci ha messo al riparo dalle speculazioni finanziarie sui prezzi dei cereali e del petrolio, dall’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità e dagli incrementi rovinosi dei mutui a tasso variabile, provocati dalla “debacle” dei mutui subprime in America.
E come ciliegina sulla torta è di qualche giorno la notizia, che l’orario di lavoro che è stato di quarantotto ore, ma in pratica di quaranta per quasi tutto il secolo scorso, l’ Unione europea lo vuole portare a sessanta, sessantacinque ore e spogliarci di tutti i diritti conquistati faticosamente come lavoratori in cento anni di lotte.
Buttiamo a mare quest’ Europa!

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II diritti e la vita di chi lavora non valgono più nulla di Rina Gagliardi

Nello stesso giorno in cui i ministri degli affari sociali della Ue abbattono l’ultimo baluardo della legislazione sul lavoro – il limite delle 48 ore settimanali – a Catania sei operai muoiono sul lavoro, respirando sostanze tossiche. Solo una coincidenza temporale, si dirà. Per noi, invece, mentre la collera e il dolore ci saltano agli occhi per questa ennesima strage, tra i due eventi il nesso è stretto, strettissimo: di lavoro si continua a morire perché i diritti – e la vita – di chi lavora non valgono più nulla . Perché gli operai sono tornati ad essere i dalit, i paria, delle nostre società opulente – gli ultimi. La merce per eccellenza "flessibile", priva di solidità, di forza, di sicurezza.
Così flessibile e così insicura che infatti ora, col conforto di una legge europea, dovrà faticare fino a tredici ore al giorno, fino a sessantacinque ore – di media – alla settimana. Fino a perdere energie, attenzione, capacità reattiva.

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Rifkin, l’energia fai-da-te così ci salveremo dal nucleare di Riccardo Staglian

"…Il nucleare, invece, è una tecnologia matura e non creerà nessun posto di lavoro. Le energie alternative potrebbero produrne migliaia".

Le centrali sono una "soluzione di retroguardia" e non risolveranno il problema
Dopo l’incidente di Krsko il guru dell’economia all’idrogeno spiega perché l’Italia sbaglia. Continue reading

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Parasubordinati in aumento e con redditi sempre più poveri

di Fabio Sebastiani

Sempre più precari e sempre più poveri. E’ questo in sintesi il quadro dei “parasubordinati” che esce dal terzo rapporto presentato ieri dall’Osservatorio sul lavoro atipico (Nidil-Cgil e facoltà di Scienze della Comunicazione). Un quadro desolante, quindi, appena “corretto” da una piccola diminuzione dei lavoratori precari “esclusivi”, ovvero quelli che hanno una sola collaborazione: nel 2007 sono passati dal 858mila circa a 836mila. Per il sindacato Nidil-Cgil si tratta di un dato di grande valore da mettere in relazione con alcune azioni di contrasto intraprese negli ultimi due anni. Continue reading

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Le radici storiche della fame di Piero Bevilacqua

Se ne parla ormai con allarme da molti mesi. Agli abituali 800 milioni e passa di affamati annualmente censiti dalla FAO se ne va aggiungendo un numero imprecisato che aumenta di giorno in giorno.Analisti e commentatori hanno chiarito soprattutto le ragioni congiunturali di ciò che sta avvenendo: crescita della domanda, soprattutto di carne e quindi di mangimi nei Paesi emergenti, annate di prolungata siccità in importanti regioni cerealicole, vaste superficie di suoli convertiti ai biocarburanti, aumento del prezzo del petrolio, speculazione finanziaria sui titoli delle materie prime, ecc. E tuttavia l’attuale fase non è una congiuntura astrale, il fatale combinarsi di “fattori oggettivi”. Luciano Gallino, su Repubblica, ha ben messo in luce le responsabilità dell’Occidente nel determinare le condizioni dei nostri giorni. Ma le responsabilità non sono solo recenti, rimandano a una storia di scelte e di strategie che occorre rammentare se si vogliono trovare soluzioni durevoli a un problema di così scandalosa gravità.

La diffusione epidemica della fame nel mondo ha una origine storica ormai non più recente.Essa nasce con la rivoluzione verde avviata dagli USA negli anni ’60 in vari Paesi a basso reddito e proseguita con crescente intensità nei decenni successivi. Quella rivoluzione venne definita verde perché essa aveva il compito strategico di contrastare, nelle campagne povere del mondo, l’onda rossa del comunismo.Essa doveva impedire che l‘avanzare di una rivoluzione sociale – come quella che aveva consegnato la Cina al partito comunista di Mao – investisse altre aree del mondo povero di allora. Ed era verde non perché rivestisse anticipatrici connotazioni ambientalistiche, ma perché puntava a una radicale trasformazione tecnologica dell’agricoltura senza sovvertire i rapporti di proprietà.Non la liquidazione dei latifondi, ancora così diffusi in tutti i continenti, né la distribuzione della terra ai contadini, ma una via tecnologica.Essa puntava a innalzare la produzione unitaria, a modernizzare le campagne sul modello occidentale, risolvere il problema elementare del cibo per tutti e fornire così un potere stabile alle classi dirigenti locali amiche dell’Occidente. In una fase storica in cui una moltitudine di Paesi si stava liberando dal giogo coloniale una rivoluzione sociale nelle campagne costituiva una eventualità tutt’altro che remota..

La rivoluzione verde si è imposta attraverso un dispositivo molto semplice: la difusione di un “pacchetto tecnologico”(technical package )composto da sementi ad alte rese, concimi chimici, pesticidi, ecc. Tutti gli elementi del pacchetto erano indispensabili e fra loro interdipendenti per la riuscita dell’innovazione. Senza i concimi chimici le sementi non davano rese elevate, senza i pesticidi le piante, create in laboratorio, venivano decimate dai parassiti.E occorreva, infine, un ricorso senza precedenti all’uso dell’acqua. D’un colpo i saperi millennari con cui i contadini avevano provveduto sino ad allora alla produzione del proprio cibo venivano sostituiti da uno schema tecnologico calato dall’alto su cui essi non avevano più alcun potere. Non potevano più utilizzare le loro sementi, perché dovevano ormai acquistarle all’esterno, e così il concime, i pesticidi, più tardi i diserbanti, ecc. Essi dovevano limitarsi ad applicare i dettami di una scienza esterna di cui non capivano i meccanismi e che alterava gravemente il loro habitat naturale. Ma la loro agricoltura diventava dipendente dall’industria agrochimica occidentale. Oggi i contadini che sono rimasti sulla terra subiscono l’aumento generale dei prezzi di tutti questi imput esterni dipendenti dal petrolio..Di passaggio rammentiamo che l’introduzione degli Ogm aggiungerebbe a queste spese di esercizio anche il pagamento delle royalties sui semi protetti da patenti: con quali vantaggi per risolvere il problema della fame è facile capire.

Ma allo spossessamento culturale si è accompagnato, ancor più violento, lo sradicamento sociale. La grande maggioranza dei contadini non era in grado di reggere le spese di esercizio di quella nuova agricoltura e abbandonava le campagne. D’altra parte, per applicare con piena efficienza economica il pacchetto tecnologico occorreva puntare sulle grandi aziende, accorpare le piccole proprietà coltivatrici, abolire le agricolture miste ( che garantivano l’autosuffcienza alimentare delle famiglie), estendere le monoculture, introdurre i trattori. Era il trionfo dell’agricoltura industriale, con pochi addetti ( in regioni del mondo affamate di lavoro) che aumentava significativamente la produzione globale dei vari Paesi, ma spingeva milioni di contadini ad abbandonare la terra, costringendoli a comprare il modesto cibo quotidiano che prima producevano con le proprie mani. Ma quei contadini non hanno trovato fonti di reddito alternative. Diversamente da quanto è accaduto in Europa o in USA, nella seconda metà del ‘900, non hanno avuto la possibilità di trovare lavoro nelle fabbriche o nei servizi urbani. Hanno creato un nuovo esercito do poveri. La crescita delle megalopoli asiatiche e latino-americane, la diffusione delle baraccopoli in Africa e in varie altre regioni del mondo, nel secolo scorso, sono in gran parte l’esito di queste migrazioni rurali. E qui la fame trionfa.

A partire dagli anni ’80, con le politiche della Banca Mondiale e del FMI volte ad “orientare al mercato” le economie dei Paesi a basso reddito, le scelte avviate con la rivoluzione verde hanno ricevuto una definitiva consacrazione. Ma esse hanno mostrato, in maniera ineccepibile, il loro stupefacente fallimento. L’innegabile successo economico-produttivo di quelle scelte non ha affatto scalfito l’iniquità sociale dei rapporti sociali e dell’accesso ai mezzi di produzione, soprattutto alla terra. Esemplare il caso dell’India. Qui, tra il 1966 e il 1985 la produzione di riso è passata da 63 milioni di tonnellate a 128, facendo di questo Paese uno dei maggiori esportatori di derrate fra i Paesi poveri. Eppure la maggioranza degli oltre 800 milioni di affamati si trova oggi in India. Qui, nel 2000, si è verificato un surplus di cereali di 44 milioni di tonnellate, che sono state destinate all’esportazione, come vuole il credo liberista. Ma diversamente esemplare è il caso dello Stato indiano del Kerala. Qui, nel 1960, è stata realizzata un’ampia riforma agraria, che ha distribuito la terra ai contadini – il 90% della popolazione – assegnando ad essi una superficie non superiore agli 8 ettari.La fame del resto dell’India qui è sconosciuta, l’ambiente è integro, le foreste ben curate. Eppure il Kerala ha una densità di 747 individui a km2, il triplo di quella della Gran Bretagna. D’altra parte è ben noto: numerose ricerche condotte in USA, in Europa e in giro per il mondo hanno mostrato la più elevata produttività unitaria della piccola proprietà coltivatrice rispetto alla grande azienda agricola. Senza considerare che essa garantisce la rigenerazione della terra, impiega poca energia, acqua, pesticidi, conserva la biodiversità agricola, riduce la produzione di CO2.

Dunque, dopo tanti decenni di questa strategia verde oggi tutti possono ammirarne i mirabolanti successi: il numero degli affamati nel mondo non è mai significativamente diminuito e oggi rischia di conoscere una nuova e tragica impennata. L’agricoltura dipende da potenze economiche inesistenti solo mezzo secolo fa: i colossi chimico-sementieri la cui strategia può condizionare la vita di intere popolazioni. Cargill, Dupont, Monsanto,ecc accrescono i loro affari mentre anche nella civilissima Europa si diffonde il salariato agricolo semischiavile e ovunque continua l’esodo dalle campagne. Eppure governi, organismi internazionali, esperti perseguono nel loro vecchio errore: voler trasformare le campagne del Sud nella copia delle agricolture industriali occidentali. La panacea è sempre la stessa, garantire l’espansione del cosiddetto libero mercato. Pazienza se il mondo tende a diventare un’immensa megalopoli e le campagne si ridurranno a poche monoculture lavorate con le macchine. Quanto agli affamati è sufficiente l’elemosina degli aiuti, che servono a smaltire le eccedenze agricole dei Paesi ricchi e a tacitare la coscienza delle più ipocrite classi dirigenti di tutta la storia contemporanea.

dal sito di Domenico Ciardulli 3 giugno 2008

 

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