II diritti e la vita di chi lavora non valgono più nulla di Rina Gagliardi

Nello stesso giorno in cui i ministri degli affari sociali della Ue abbattono l’ultimo baluardo della legislazione sul lavoro – il limite delle 48 ore settimanali – a Catania sei operai muoiono sul lavoro, respirando sostanze tossiche. Solo una coincidenza temporale, si dirà. Per noi, invece, mentre la collera e il dolore ci saltano agli occhi per questa ennesima strage, tra i due eventi il nesso è stretto, strettissimo: di lavoro si continua a morire perché i diritti – e la vita – di chi lavora non valgono più nulla . Perché gli operai sono tornati ad essere i dalit, i paria, delle nostre società opulente – gli ultimi. La merce per eccellenza "flessibile", priva di solidità, di forza, di sicurezza.
Così flessibile e così insicura che infatti ora, col conforto di una legge europea, dovrà faticare fino a tredici ore al giorno, fino a sessantacinque ore – di media – alla settimana. Fino a perdere energie, attenzione, capacità reattiva.

Di colpo, si smantella un’intera civiltà, costata più di un secolo di lotte e di sudori. Ed è l’Europa a dirigere questa vera e propria controrivoluzione sociale: l’Europa che, nella sua bozza di Trattato costituzionale, aveva scelto il Mercato è la stessa che oggi si schiera "definitivamente" contro il lavoro e concede alle imprese l’orario ad esse più conveniente.
Ma non è soltanto la regressione sociale, civile e culturale, l’unico paradosso (apparente) di questa vicenda. Ve n’è un altro, che salta agli occhi di qualunque persona di buon senso: con tanti lavoratori precari, inoccupati, disoccupati, "atipici" , "interinali" che affollano il mercato del lavoro, che cosa c’è di socialmente conveniente in questa deregulation che avanza, sul modello anglosassone? E che cosa c’è di "saggio" nel dividere la società tra chi è destinato alla condanna biblica di un lavoro sempre più lungo (e di uno sfruttamento conseguentemente sempre più intenso) e chi il lavoro lo cerca, lo invoca, lo sogna, tra un impiego a termine e l’altro? Parliamo di politici, s’intende, cioè del punto di vista generale che dovrebbe guidare le scelte di chi è responsabile della res publica e delle sue leggi. Ma è proprio qui che il paradosso si svela: la politica ha perduto, da un pezzo, ogni capacità (e volontà) di pensare all’"interesse generale". Ovvero, ha assunto la logica dell’impresa e del mercato come sinonimo di bene comune e come parametro a cui orientare le proprie opzioni. Insomma, la politica si è fatta ancella dell’economia: classista in senso stretto, strettissimo, come forse non è mai avvenuto nel secolo che ci sta alle spalle.
In questa ottica squisitamente padronale, il "privilegio" di un lavoro garantito o stabile, per un numero sempre minore di lavoratori, non può, oggi, che pagare il prezzo di una radicale riduzione di diritti e di una compressione crescente della soggettività del lavoratore: l’orario allungato a dismisura, da determinare sulla base delle esigenze – immediate o strategiche – dell’impresa, è in realtà la "summa teologica" di questa spoliazione, di questo comando sempre più assoluto sulla forzalavoro. Comando del tempo, dei ritmi della vita, del fare e del pensare, dittatura sui corpi, riduzione a fortiori di tutto ciò, come la sicurezza, che chiede soldi e tempo e "rallenta la produttività". E attacco frontale all’aggregazione del lavoro, all’unità solidale di chi lavora e si organizza nel proprio comune interesse: l’altra faccia dell’orario sempre più lungo e sempre più flessibile è la fine, o la riduzione ad una parvenza, del contratto collettivo. Ma la faccia, tra tutte forse più autentica è, alla fin fine, la precarizzazione del lavoro, di tutta la condizione di lavoro in quanto tale: il suo svilimento, il suo degrado. In questo senso, non c’è contraddizione alcuna tra un nucleo di "garantiti" che faticano – per forza consenzienti – anche settanta ore a settimana, e un esercito di precari tendenzialmente cronici: non solo gli uni possono sconfinare negli altri in qualunque momento, ma gli uni e gli altri sono quasi equamente aggrediti nella loro forza soggettiva, nella loro capacità contrattuale collettiva, nella loro autonomia di soggetti e protagonisti del conflitto. Lo ripetiamo: sono tornati ad essere merci, anzi merci deperibili, mera variabile dipendente delle esigenze della competività di impresa. Non c’è nessuna malvagità, in tutto questo. Non c’è nessun "piano". E’ solo il capitalismo, bellezza!

da Liberazione del 12 giugno 2008

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