Siamo tornati alle condizioni di lavoro del primo ‘900

Altro che Robin Tax contro i petrolieri e “social card” per i pensionati… Se Moratti, Garrone, Scaroni permetteranno, gli daranno circa 200 euro all’anno di elemosina ma gliene tolgono sin da ora 1000. Il Berlusconi IV avrà anche imparato a comunicare meglio, ma marcia come un carro armato su quello che resta di lavoro e previdenza così come lo abbiamo conosciuto. In poco meno di una settimana di annunci e proposte civettuole, ci siamo ritrovati al vero: inflazione programmata al 1,7% (e stabilizzarsi all’1,5%!! )per “sterilizzare” i rinnovi contrattuali (è scritto nero su bianco nel Dpef), abolito il tetto di 36 mesi al rinnovo dei contratti precari, reintroduzione del job on call (24 al giorno, per 7 giorni, a disposizione dell’impresa, senza alcun compenso) e poi nuovo modello di contratto con i salari legati alla sola produttività aziendale (altro che contrattazione di secondo livello) e orario di lavoro che arriva alle 65 ore settimanali a discrezione del padrone. Si, padrone. Perché più che modernità sembra Novecento. Ciò che pretendono c’era già, tutto. Un secolo fa. La crisi scaricata su salari, stipendi e pensioni, maggior concorrenza tra lavoratori senza diritti universali, senza autonomia e con un sindacato costretto alla griglia decisa da “lorsignori”. E al sindacato, alla Cgil essenzialmente, non resta che aggrapparsi al tavolo contrattuale con Confindustria sperando di ottenere lì qualcosa di buono. Una tenaglia. Il governo picchia, le imprese incassano.

Ma cos’è questa inflazione programmata?

Difficile incontrare per strada il vero “italiano medio”, la sintesi perfetta tra 58 milioni di individui, ognuno con i propri gusti ed eccentricità. Chi di mestiere fa statistiche, però, con il signor Rossi ha a che fare tutti i giorni e a lui ha molto da chiedere. A partire da cosa consuma. Il signor Rossi, il cui reddito familiare – ammettiamo – è di 2.000 euro, ne spende 336 in beni alimentari e solo 26 in pane. Paga un affitto – beato lui – di 42 euro, 60 tra gas ed elettricità, altrettanti per l’arredamento. Spende 300 euro per i trasporti, ma solo 44 in benzina. Importante: il signor Rossi non ha un mutuo, e quindi può permettersi di pagare al ristorante un conto di 97 euro. Non vi riconoscete nel carrello della spesa del Signor Rossi? È perchè l’uomo medio non esiste. Ma sulla base dei suoi consumi l’Istat ogni mese calcola le variazioni dei prezzi, l’inflazione. Un tasso che serve a decidere le politiche economiche e fiscali dei governi, a rinnovare i contratti di lavoro, a garantire l’ancoraggio delle retribuzioni ai prezzi. Insomma, ogni singolo bene che il signor Rossi consuma ha un’importanza cruciale per la distribuzione dei redditi del paese.

Le spese del signor Rossi sono ricavate dal paniere dell’Istat, che ogni mese diffonde tre diversi indici: il Nic, l’indice per l’intera collettività; il Foi, il tasso di inflazione delle famiglie operaie e impiegate, che serve da riferimento per il recupero del potere d’acquisto perduto nei contratti collettivi nazionali di lavoro; e l’Ipca, l’indice armonizzato europeo, una misurazione nata nel 2001 e basata sul calcolo della spesa effettiva (compresi, cioè, saldi, promozioni e trasferimenti pubblici). A questi tassi l’Istat ha aggiunto, qualche mese fa, quello calcolato solo sui beni di consumo frequente (casa, alimentari, tariffe elettriche, trasporti…): il risultato è stato ben superiore al tasso generale, il 4,8% contro il 2,9 per cento.

Anche il governo fornisce il suo tasso di inflazione. Si chiama inflazione programmata, ed è una previsione sul futuro, diffusa all’interno del Dpef. L’inflazione programmata serve come base per il rinnovo dei contratti di lavoro ed è sempre inferiore a quella reale. La conseguenza, secondo quanto calcolato dall’Ires, il centro studi della Cgil, è stata una perdita del potere d’acquisto dei salari, nel 2007, di 1.890 euro rispetto al 2002. Ma anche l’inflazione reale, calcolata dall’Istat sulla base di 400.000 rilevazioni, secondo molti non è poi così veritiera. Le associazioni dei consumatori denunciano una «inflazione percepita» a due cifre, l’Eurispes parla di una crescita dei prezzi dell’8 per cento, l’Ires lamenta l’assenza nel paniere delle spese per i mutui e chiede di realizzare tassi differenziati per tipologie di famiglie. La confusione regna sovrana tra gli statistici. C’è solo una certezza: i salari non riescono a tenere il passo dei prezzi, che sono tornati a correre.

Al centro dello scontro la composizione del paniere e il peso che ogni prodotto ha nella determinazione dell’indice generale rispetto al variare del reddito disponibile. Una famiglia con una bassa retribuzione, ad esempio, spende per comprare il pane una porzione molto maggiore della sua disponibilità economica rispetto a una di reddito elevato. Col variare del reddito, insomma, cambia il paniere e, specialmente, il peso che ogni prodotto ha tra i beni che lo compongono, quella che in termine statistico si chiama “ponderazione”. La media tra tutti i panieri, almeno in teoria, è la spesa del signor Rossi. Ma all’interno di questa c’è chi ci guadagna e chi ci perde. È quanto sostiene l’Eurispes, che nel 2005 aveva proposto il suo “contropaniere”, basato sui consumi di tre famiglie tipo, con ponderazioni molto diverse: per la casa e gli alimentari l’Eurispes calcolava un’incidenza del 27 per cento ciascuno, contro il 9,3 e il 16,8 dell’Istat. Il risultato di questa indagine è molto superiore all’inflazione dell’Istat: +8 per cento. «L’inflazione – spiega il presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara – è più alta tra i beni di prima necessità. Che sono più importanti nei panieri delle famiglie deboli: un kg di pane costa 3 euro, una famiglia di 4 persone ne consumerà un kg al giorno, 90 euro al mese. Per molti è una spesa ben superiore all’1,3 per cento calcolato dall’Istat», accusa Fara.

«Certo, nella scelta dei prodotti da campionare non può non esserci un elemento di discrezionalità», spiega Roberto Monducci, direttore centrale delle statistiche su prezzi e commercio dell’Istat. «Ricaviamo il valore della ponderazione dai dati quantitativi della contabilità nazionale, integrati da ricerche condotte da importanti istituti come la Nielsen, dalle stime delle associazioni di categoria, da dati della Banca d’Italia». I dati macroeconomici, che danno la misura quantitativa dell’attività economica, spiegano ad esempio come mai nel paniere la spesa per gli affitti sia solo del 2,1 per cento. «La contabilità nazionale calcola in 18 miliardi di euro la spesa delle famiglie in affitti nel 2007, su un totale di 900 miliardi, ovvero circa il 2 per cento». Così i conti tornano, nel carrello del signor Rossi. Eppure secondo il recente rapporto Nomisma sulla condizione abitativa in Italia gli italiani spendono per la casa in media 639 euro nel 2006, pari al 26 per cento della spesa mensile. Certo, le famiglie in affitto sono solo il 14 per cento della popolazione italiana, ma per gran parte di proprietari c’è il mutuo da pagare. E per loro l’aumento dei tassi di interesse ha tagliato quote importanti di reddito. «I mutui stanno fuori dal campo di osservazione sui prezzi. Il tasso di inflazione misura i beni di consumo e la casa non rientra in questa categoria», continua Monducci. «Certo, considerando i mutui e la crescita del valore delle case, l’inflazione sarebbe stata ben più alta. Ma è impossibile comprendere una modalità di pagamento come il mutuo nelle nostre statistiche. Sui prezzi delle case la discussione è aperta. A livello europeo si sta valutando se introdurli».

Non è dello stesso avviso Agostino Megale, presidente dell’Ires- Cgil, che ha partecipato al tavolo di discussione aperto dall’Istat nel 2005 per riformare il calcolo dell’inflazione. Per Megale è possibile raggiungere l’obiettivo di un tasso più sensibile rispetto ai consumi delle famiglie introducendo nel paniere i mutui. «Tra i diversi indici è necessario sceglierne uno solo, quello più attendibile, cioè l’indice armonizzato europeo», che registra tassi di inflazione superiori a quello generale. «A questo bisogna aggiungere i mutui. Per intenderci, a febbraio 2008 l’indice europeo è stato del 3,6, a cui è necessario sommare lo 0,4 derivato dal costo dei mutui. In totale fa il 4 per cento, contro il 3,3 del calcolo tradizionale», continua Megale. «L’altra soluzione è quella di costruire, accanto a un paniere unico che serva da base per il rinnovo dei contratti, panieri differenziati per tipologie di famiglie: pensionati, single, coppie con figli, giovani, utile a guidare la politica fiscale del governo. Insomma servono “numeri sacri”, riconosciuti da tutti, sulla base dei quali tracciare una nuova politica dei redditi. Con un obiettivo. Per noi, a differenza di quanto afferma la Bce, i salari devono recuperare terreno. In una nostra indagine su 1.400 imprese è risultato che dal 1995 al 2006 i profitti sono cresciuti dell’89 per cento, contro lo 0,3 dei salari. È chiaro che c’è qualcosa che non va».

Da Chainworkers 24 giugno 2008

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8 thoughts on “Siamo tornati alle condizioni di lavoro del primo ‘900

  1. L’articolo può chiarire,a chi non è dentro ai problemi, quello che ci stanno preparando i nostri governanti.A questi provvedimenti,al di là delle posizioni di facciata,dobbiamo aggiungere le varie decisioni UE (65 ore) e dobbiamo dire che a queste sono favorevoli anche le forze sindacali e l’opposizione parlamentare (leggere al riguardo il programma di Ichino, Colaninno,ecc). Il problema è sorto quando è stata tolta la contingenza (è già allora il paniere era antiquato)e si è passati alla concertazione. Siamo passati da una sconfitta all’altra indipendentemente dal colore del governo (c’era anche Rifondazione allora).Il problema oggi è il solito che fare.Credo che,dove è possibile,a livello di imprese spingere a lotte sindacali, ma soprattutto occorre capire la nostra società per coinvolgere sempre più persone che lavorano non solo in modo precario, ma in modo isolato e fanno un lavoro prettamente i

  2. Alla domanda “che fare?” rilanciata da Vincenzo e che torna puntualmente ad ogni discussione che ha per tema l’impoverimento dei lavoratori si può rispondere in tre modi: la mediazione con le forze politiche, la mediazione con le forze produttive, innalzare il livello dello scontro sociale.
    Le prime due strategie si sono rivelate completamente inefficaci per cui non resta che innalzare (decisamente) il livello di scontro sociale. Ora il problema è che manca una forza e un leader in grado di catalizzare e direzionare la protesta di masse consistenti di lavoratori.

  3. Rispondo sia a Vincenzo che a Marco, che nel paese cominciano a strutturarsi forze politiche come il Partito comunista dei lavoratori e sindacali come la rete 28 aprile della Fiom, che non ci stanno a far “massacrare” lavoratori dipendenti,precari, disoccupati e pensionati dal governo Berlusconi e dalla confindustria della Marcegaglia, ed in autunno gli presenteranno il conto!

  4. Vorrei rispondere al colonnello Kurtz ed a Fedele.Non credo che la presenza di una forza politica oggi (di un leader sono sempre molto sospettoso) che sia il Partito comunista dei lavoratori od altro servirebbe a molto perchè secondo me non saprebbe da che parte iniziare visto che non conosce la realtà ove operare. Non credo che prima si organizza una forza politica e poi si decide cosa fare.Sotto certi aspetti vedo meglio la rete 28 Aprile perchè potrebbe avere un ruolo sindacale, ma sempre oltre alla classica fabbrica non sarebbe in grado di aggredire realtà come il precariato e coinvolgere altri ampi settori di lavoratori non necessariamente operai o manuali(leggi lavori a contenuto intellettuale). Un grosso lavoro invece dovrebbe coinvolgere i migranti che oggi sono abbandonati a se stessi e fanno parte del grosso settore del precariato

  5. Vincenzo,

    ho dato un occhiata rapida al sito “28 aprile” che non conoscevo. Sembra interessante e molto articolato mi prefiggo di osservarlo meglio quando avrò tempo. Sono d’accordo che fermo restando la necessità di continuare a difendere in primis i diritti degli operai occorre andare oltre ma tuttavia vedo un pericolo: il coinvolgimento di settori della società più agiati rischierebbe di “disinnescare” qualsiasi movimento teso ad innalzare il livello dello scontro sociale rendendolo quasi innocuo (vedi PD). Sui migranti devo dire con dispiacere che vedo difficile un loro coinvolgimento: non ho mai visto un arabo o un asiatico a nessuna manifestazione per chiedere qualsiasi cosa e quindi credo che, almeno per ora, non siano utili per nessuna battaglia. Credo che l’unica cosa utile ora sia riunire il pulviscolo delle varie organizzazioni oppositive rispetto al modello berlusconiano indipendentemente dal loro colore politico in modo da formare u

  6. Credo che l’unica cosa utile ora sia riunire il pulviscolo delle varie organizzazioni oppositive rispetto al modello berlusconiano indipendentemente dal loro colore politico in modo da formare un entità più coesa: tanto più questa risulta numerosa, tanto più è forte, tanto più il potere è costretto a scendervi a patti. Infine osservo con curiosità il nascente movimento di Beppe Grillo come prototipo di modello interpartitico in grado di denunciare prima ancora di proporre a patto che non faccia dello snobismo intellettuale o della filosofia giuridica sull’esempio di aggregati totalmenti inutili quali “libertà e giustizia”.

  7. Cari amici,
    neanch’io so che pesci pigliare: ci sono realtà politiche e sindacali come il Partito comunista dei lavoratori e la Rete 28 Aprile della FIOM, che mi sembrano più determinate di altre a dare battaglia.
    Leggo sui giornali di oggi che è stata indetta una manifestazione l’8 luglio a Roma dall’I.d.V.e dalla rivista Micromega, cui stanno aderendo forze della sinistra extraparlamentare, ma non il P.D. dell’ineffabile Veltroni, ma tanto nessuno più a sinistra considera il P.D. un partito di sinistra, ma nemmeno di centrosinistra.
    Certo abbiamo bisogno discendere in piazza e di farci sentire!
    Potremmo con un tam tam in internet organizzare una manifestazione anche a Milano!

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