Autunno caldo

E l’ 11 ottobre Ferrando va in piazza: “Corteo unitario”

«Il Partito comunista dei lavoratori propone di dare un seguito concreto alle diverse disponibilità espresse a favore di una grande manifestazione unitaria della sinistra, in autunno, contro il governo Berlusconi». Marco Ferrando dà inizio alle danze. Se il congresso nazionale di Rifondazione comunista si è chiuso con la mozione di maggioranza che propone un nuovo 20 ottobre, il Partito comunista dei lavoratori ha già in testa i dettagli dell’appuntamento: «Proponiamo pubblicamente – aggiunge Ferrando – una data possibile: l’11 ottobre. E proponiamo l’immediata costituzione di un comitato promotore unitario della manifestazione, aperto al coinvolgimento di tutte le forze disponibili della sinistra, politiche, sindacali, associative». «Non capiremmo francamente ulteriori attendismi – continua Ferrando – Quando avanzammo la proposta di una manifestazione della sinistra contro Berlusconi era la fine di maggio. Se fosse stata accolta allora, avremmo tutti evitato di lasciare campo libero a Di Pietro. Ora si sono finalmente conclusi i congressi di Pdci e Prc, che hanno rilanciato la proposta». «Si tratta di concretizzarla – conclude – a partire dalla definizione della data, se non si vuole regalare l’apertura dell’autunno al Pd di Veltroni-Colaninno. In ogni caso il Pcl promuoverà da subito i primi contatti con Prc e Pdci per preparare insieme l’iniziativa».
Rifondazione e Comunisti italiani al momento non rispondono. Eppure che un corteo ad ottobre si farà lo danno tutti per scontato. Di certo Ferrando ha curato al dettaglio i rapporti col Prc: a Chianciano è stato ospite fisso per tutto il congresso.

da il Manifesto del 30 luglio 2008

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Il ministro Sacconi questa volta fa sul serio: vuole nientemeno che “abrogare il ’68″… di Rina Gagliardi

Il ministro Sacconi, questa volta, fa sul serio: vuole, nientemeno che «abrogare il ‘68», come annuncia una sua fluviale intervista al Foglio . Quando abbiamo letto il titolo (anzi il titolone), siamo state assalite da mille domande: che cosa si proporrà mai di fare il ministro ex-socialista ed ex-“demichelisiano” (a sua volta ex-lombardiano) poi redento dal berlusconismo? Un emendamento che cancella quell’anno (straordinario) dal calendario storico del Novecento? Un ddl che, d’intesa con Gelmini, istituisca corsi obbligatori, in tutte le scuole del regno, per apprendere tutte le nequizie compiute allora dagli studenti di Palazzo Campana e dagli operai di Mirafiori? Un provvedimento d’urgenza che toglie i diritti civili e politici ai sessantottini non pentiti? Con l’aria che tira, non si sa mai…
Poi, per scrupolo, ci siamo inoltrate nel Sacconi-pensiero. Più che di un’intervista, si tratta di un manifesto ideologico molto ambizioso, ancorché, in diversi punti, alquanto pasticciato. E, prima ancora che di un anatema contro il ’68 – definito, pensate un po’, come il padre della “irresponsabilità”, del “nichilismo” e del “cinismo” oggi così diffusi – si tratta di una proposta di fortissima regressione democratica e civile. Molto berlusconiana – e poco “tremontiana”. Molto liberista – e un po’ neocon, in salsa italiana, anzi veneta. Una vera utopia reazionaria. Ma vediamo.

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In primis, dicevamo, c’è un’operazione ideologica davvero di bassa lega: quella che scarica addosso al ’68 (e agli anni Settanta che ne furono l’onda lunga) la responsabilità di tutti, ma proprio tutti, i mali attuali della società italiana – dalla disgregazione sociale alla crisi dei valori, dalla stagnazione economica alle inefficienze della pubblica amministrazione. Certo che il Sacconi le spara davvero grosse, nemmeno fosse in campagna elettorale. Possibile che al nostro ministro del Welfare non sia arrivata la più vaga notizia di ciò che è successo, in Italia e nel mondo, negli ultimi quarant’anni? Che non abbia mai sentito parlare di globalizzazione e degli effetti devastanti da essa prodotti, nonché descritti dal fior fiore di politologi nient’affatto di sinistra? Che non legga un libro (serio) da almeno trent’anni? In verità, non ci pare possibile – Sacconi è certo un politico di destra, che si diletta a imitare gli apologeti della Restaurazione (quella del Congresso di Vienna del 1815, che tentò di spazzar via in un colpo la Rivoluzione francese e Napoleone), ma forse non è né uno sciocco né un analfabeta. Ora, piuttosto, è un ministro che si è autoattribuito una “missione impossibile”: distruggere quel che resta dello Stato sociale italiano, non solo in termini di diritti e garanzie sociali universalistiche, ma in termini culturali. Distruggere il Welfare, cioè, non solo nelle sue prestazioni, ma nei suoi fondamenti, nella sua ispirazione democratica, nella sua (residua) funzione uguagliatrice – per aprire all’impresa nuovi fruttuosi terreni di speculazione e profitto. Per rilanciare una nuova stagione di neoliberismo, sull’onda del blairismo e del modello britannico.
E qui la condanna apocalittica del ‘68 torna propria. Se si punta a legittimare un “nuovo modello sociale” a misura degli interessi d’impresa (del capitalismo), diventa essenziale la criminalizzazione di quella stagione di speranze e di pratica rivoluzionarie che fu il ‘68. E se si ipotizza un’idea di società fondata sull’individualismo, sull’assistenzialismo, sul volontarismo, sul ruolo determinante della famiglia, ovvero sul ritorno a casa forzato delle donne, bisogna sgombrare definitivamente il campo (il clima, il senso comune, le aspirazioni, l’immaginazione) anche da quel simbolo. Del ’68-69 non deve restare traccia: giacché è una data che sintetizza e simboleggia che, al contrario del Sacconi-pensiero, la trasformazione del mondo è pensabile, l’agire collettivo è possibile, l’eguaglianza dei diritti è realizzabile. Giacché il ’68, per quanto lontano sia, per quanto sconfitto e silente esso appaia, “ci sta addosso” – come ebbe a dire Cesare Luporini. E’ stato e resta il punto più alto, nella seconda metà del secolo scorso, della critica di massa del capitalismo. E ha davvero cambiato in profondità la faccia della società italiana. Che Sacconi lo sappia o lo abbia capito? Che ne abbia ancora paura?

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Ma quanto sta in piedi una società che funziona sulla logica pura dell’impresa e del mercato e ad esse subordina ogni altro principio politico? Nulla, o quasi nulla – “funziona” a costi sociali pesantissimi negli Usa ma solo sulla base della gigantesca (e infragilita) potenza dell’impero nordamericano. E quindi? Quindi Sacconi estrae dal suo cilindro l’ultimo coniglio: il “modello veneto”. Al posto del Welfare non solo la famiglia, cioè le donne, ma una rete “pratico-ideologica” di servizi “sussidiari”: il volontariato, le parrocchie, le farmacie, i carabinieri. L’Italia dei preti e dei marescialli (non solo veneta, si pensi alla fortunata serie di Don Matteo ). L’Italia dello strapaese di Pane, amore e fantasia . L’Italia “comunitaria” degli anni Cinquanta, segnata dal fascismo, fatta di lavoro senza fine, senza diritti, senza salari decenti – ancora lontana dalla modernità e dalla libertà. Così l’utopia reazionaria del ministro Sacconi si completa con questo pizzico di pensiero neocons: l’alleanza organica tra capitalismo – il più deregolato, sfrenato, arrembante – e cultura tradizionale, clericale, bigotta, conservatrice. In piccolo, è la ricetta di George W, Bush: se ha funzionato là, perché non dovrebbe funzionare qui da noi? Ma – ancora e sempre torniamo al ’68 – una delle condizioni determinanti è, appunto, l’abrogazione, politica, culturale e concettuale, di quel tentativo: infatti, a coerente corollario del suo programma, il ministro infila la proposta di «affidare all’impresa e alla centralità dell’impresa tutta la formazione», nonché la verifica della conoscenza. In modo che nessuno possa sapere, mai più, che il ’68 c’è stato – e come se c’è stato. Insomma, forse in un punto soltanto ha ragione il blasfemo ministro che vuol mettere le parrocchie al servizio del profitto, e della Restaurazione: no che non è morto, il Sessantotto. Fino a quando qualcuno troverà la forza di pensare la trasformazione, di organizzare l’agire collettivo nei luoghi di lavoro e nelle scuole, di gridare nelle piazze che “ribellarsi è giusto”, il Sessantotto – statene certi – continuerà a vivere. Alla faccia di Sacconi….

da Liberazione del 31/07/2008

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Vassilis Vassilikos l’orgia del capitale globale di Paolo Ferrari

Presento il frammento di un’ ottima intervista svolta dal giornalista Ferrari del Corriere a Vassilis Vassilikos autore, nel lontano 1969, di “Z:l’orgia del potere” da cui Costa Gavras ricavò l’omonimo e celebre film. Vassilikos è un grande scrittore: consiglio a tutti di leggere il suo “Z” dal ritmo serratissimo, di grande spessore morale e dalla tecnica narrativa magistrale. Concludo invitandovi a notare nell’intervista che segue come l’ultimo romanzo di Vassilikos sia stato rifiutato da ben 18 editori italiani compreso case editrici teoricamente di sinistra come la Feltrinelli. Inutile sottolineare la somiglianza fra il protagonista di “K” e un personaggio italico che ben conosciamo.

Vassili Vassilikos, che racconto’ in “Z” la Grecia dove maturava il golpe torna con un altro romanzo denuncia. La storia vera di Koskotas, miliardario corrotto TITOLO: L’ ORGIA DEL DENARO Italia: rifiutato da 18 editori Manipolatore di capitali, compro’ politici, giornali, tv, una squadra di calcio prima di finire in prigione rinnegato da tutti.

 

“Lei ha descritto efficacemente la preparazione della svolta autoritaria che porto’ al regime dei colonnelli. Oggi, nelle democrazie occidentali, esiste il pericolo di un colpo di Stato militare?”

“No, non credo ad un golpe tradizionale, con carri armati nelle strade, scuole chiuse, telefoni muti e le radio che trasmettono musica patriottica. Oggi il rischio e’ ancor piu’ grave, perche’ il golpe e’ diventato invisibile. Due sono i suoi strumenti: il denaro che materialmente non esiste, ma viaggia via computer in una frazione di secondo, e poi la televisione con il suo gigantesco potere di condizionamento. Il golpe si fa nella testa della gente e nei microcircuiti telematici”.

Non ha perduto la passione politica e neppure il gusto della provocazione Vassilis Vassilikos, uno dei piu’ noti scrittori greci. Aveva trenta anni quando conobbe il successo raccontando gli intrighi che portarono al golpe di Atene.

“Ma ora che mi avvicino ai sessanta, sento che bisogna ricominciare da capo, aggiornando gli strumenti intellettuali, perche’ e’ infinitamente piu’ difficile piantare una sonda fra gli avveniristici giochi del potere. Prima il potere, Stato, governo o istituzione che fosse, aveva la sua brava “struttura parallela”, nascosta nei sottoscala, pronta a colpire e a nascondere la mano per proteggere l’ impunita’ dei mandanti. Oggi le “strutture parallele” sono i governi, le istituzioni, mentre il vero potere e’ lontano, nascosto, impalpabile, inafferrabile”. Il delitto Lambrakis Trent’ anni fa Vassili Vassilikos racconto’ la storia vera di uno scomodo pacifista greco, Grigoris Lambrakis, un uomo capace di calamitare la passione delle giovani generazioni; racconto’ di un regime barcollante e intollerante che avrebbe voluto screditarlo; e poi del fatale epilogo, il delitto politico, organizzato dai sensali della “struttura parallela”.

Sulle pagine di quel libro, Z, l’ orgia del potere, trascinato in testa alle vendite dallo straordinario successo dell’ omonimo film di Costa Gavras (interepreti Yves Montand, Irene Papas e Jean Louis Trintignant), si commossero due generazioni di lettori. Gli autori del complotto contro Lambrakis furono smascherati dal coraggio di un fotoreporter e dall’ ostinazione di un magistrato indipendente, rispettoso della legge.

“Era facile, per me, scrittore, simpatizzare con il mio protagonista buono. Oggi non so piu’ con chi simpatizzare, e poi si vede che le storie politiche, che raccontano le sopraffazioni del potere, non vanno piu’ di moda. Il mio ultimo libro, che ha per titolo K, racconta la storia vera di un altro protagonista greco di questo fine secolo: un semplice impiegato di banca, che servendosi degli strumenti della banca lavora con il denaro invisibile. Non ruba, nel senso che non tocca banconote, pero’ e’ un maestro nel manipolare i versamenti in valuta, promettendo lauti interessi e lanciandosi in rischiose acrobazie finanziarie. “Si chiama George Koskotas. Diventa cosi’ abile e sfrontato da comprarsi la banca con i soldi della banca medesima. Al potere politico (al governo c’ erano i socialisti di Papandreu, n.d.r.) promette favori: compra giornali, radio, televisioni, persino una squadra di calcio, l’ Olympiakos, impreziosendola con l’ acquisto di celebrati campioni (l’ ungherese Detari, per esempio), senza sottilizzare sul prezzo. Chiede soltanto che non gli mandino gli ispettori, perche’ in quel caso il suo castello invisibile svanirebbe. Un giorno gli mandano gli ispettori, ed e’ la fine. Koskotas scappa, si rifugia in America, si fa arrestare, teme d’ essere ucciso. “Adesso l’ ex potente di Grecia e’ in prigione, qui, dimenticato da tutti. Lo trattano come un appestato, ma lui e’ la prova vivente di come si possa diventare un potente manipolatore partando dal nulla. Ecco, se proprio devo simpatizzare con qualcuno, simpatizzo per lui. Storia vera ed esemplare, credo. I francesi l’ hanno pubblicata, ed e’ un successo”. .

E in Italia?

“Ho ricevuto ben diciotto rifiuti da parte di altrettanti editori”.

Il testo respinto . Da quale editore le e’ arrivato il primo “no” nel nostro Paese? “Da Feltrinelli”. . Con quale motivazione?

“La solita gentile lettera che si scrive per comunicare il rifiuto di un manoscritto. E pensare che, mentre scrivevo il libro, pensavo proprio all’ Italia. Gli ingredienti c’ erano tutti, denaro, successo, mass media, calcio. Sono convinto che, quando la mia storia diventera’ un film, K diventera’ il nuovo Z”. .

Ne ha parlato con Costa Gavras, il regista che ha portato al successo il suo precedente romanzo?

“Si’ , lui ci sta pensando. Certo, per Z fu facile, perche’ dopo la pubblicazione del libro arrivarono i colonnelli. Oggi e’ piu’ difficile: il mio K, in fondo, non e’ un personaggio da copertina, e’ solo un geniale signor nessuno”. .

Signor Vassilikos, quasi tutti i personaggi che popolavano la storia di Z sono poi diventati conservatori. Lo stesso Mikis Theodorakis, che compose la bellissima colonna sonora del film di Costa Gavras, ha completato l’ arco costituzionele: dal partito comunista, via socialisti, e’ diventato, qualche anno fa ministro nel governo di centro destra.

“Theodorakis, da straordinario artista imprestato alla politica, ha un fiuto profetico. Ha cambiato idea senza mai calcolare: non ne aveva bisogno. Ha scelto i conservatori ben prima della caduta del muro di Berlino e adesso sta lentamente tornando da dove era partito. Guarda ai comunisti del KKE con grande attenzione. Io credo che per la sinistra vi siano rosee speranze, basta avere pazienza. Magari la sinistra futura non si chiamera’ socialismo, ma e’ inevitabile che prima o poi gli ideali di giustizia e di equita’ sociale torneranno di moda. “Soltanto in Francia, ogni giorno, trecento persone perdono il posto di lavoro. Diventeranno una fiumana, si organizzeranno. Si ricomincera’ , insomma, ma in maniera nuova. Non si puo’ pensare ad un rilancio della sinistra agitando lo spettro di qualche naziskin tedesco o dei neofascisti italiani. I naziskin tedeschi non sono i battistrada di un nuovo nazismo e l’ estrema destra italiana non ha nulla da spartire con quella di Benito Mussolini. Se applichiamo all’ oggi criteri ed esperienze del passato, sbagliamo tutto. Illusioni e ideologie “E’ inutile che ci avvitiamo nell’ illusione che le ideologie finiscano con noi. Frottole. Bisogna imparare a ragionare diversamente. Un tempo c’ era la fabbrica, il padrone guadagnava con il plus valore e gli operai, per stare meglio, cercavano di farlo guadagnare di meno. “Oggi il padrone non si arricchisce sul lavoro dei dipendenti. Le vere ricchezze si accumulano in un lampo, con un ordine di acquisto o di vendita alle Borse di Tokio e New York. E’ li’ che nasce il nuovo potere. Denaro e successo e poi, con l’ Aids, altra forza malefica e inafferrabile di questa fine di secolo, ci hanno tolto persino il gusto di un’ avventura extraconiugale”. . Insomma, tutti burattini. “Percio’ bisogna svegliarsi, pensare, studiare. Bisogna tornare a Gramsci e al primato dell’ estetica sulla politica. Il socialismo non muore anche perche’ il cancro che ha prodotto, l’ Unione Sovietica comunista, e’ stato disintegrato. Bisogna leggere. Da qualche tempo curo una trasmissione sui libri, sul modello del Barnard Pivot francese. Qui, in Grecia, i ragazzi, che alla scuola ricevono i testi gratuitamente, alla fine dell’ anno li bruciano, considerandoli “strumenti di tortura”. Neppure Hitler si era spinto fino a questo punto. “Ecco, forse e’ venuta l’ ora di spiegare una volta per tutte che un libro e’ un amico discreto ed e’ un’ occasione per sottrarsi alla “tivu’ con le stellette”. Certo, per divulgare i libri, anch’ io mi servo della televisione, perche’ anch’ io appartengo ad un sistema che non prevede esclusi. Infatti, se gli esclusi non possono far sapere che si sentono esclusi, e’ come se non esistessero”.

dall’archivio storico del Corriere della sera 1995 febbraio 13

 

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La lotta di classe non esiste più? di Matteo Moretti Rete 28 Aprile Gkn di Firenze

La lotta di classe non esiste più?

Ci dicono che la lotta di classe non c’è più. Questo è quello di cui ci vogliono convincere, perchè i lavoratori finiscano per assistere passivi alla lotta di classe che quotidianamente i padroni portano avanti. E’ sufficiente dare un occhio alla distribuzione della ricchezza negli ultimi anni. La Bri (che raduna tutte le banche centrali) fornisce i dati su come la ricchezza si è spostata dal 1980……500 euro al mese trasferiti dai salari ai profitti ……! Dunque, in appena un quarto di secolo, il sistema delle imprese ha sottratto ai salari 8 punti percentuali del Pil. Prima degli anni ’80, i profitti delle imprese si prendevano il 23 % del Pil. Ora si intascano quasi il 32. Una redistribuzione gigantesca, uno spostamento di ricchezza nelle mani di chi già ne possedeva tanta. Per capire: 8 punti di Pil – con i “numeri” del Pil odierno – significherebbero 120 miliardi di euro. Se fosse “cancellato” l’ultimo quarto di secolo, se i rapporti fra lavoro e imprese tornassero indietro nel tempo – diciamo a prima della sconfitta alla Fiat – oggi i diciassette milioni di stipendiati e salariati avrebbero settemila euro in più in busta paga, ogni anno.? />
Dunque, più profitti e meno salari. Come è stato possibile? Il punto di partenza sono gli anni ’60, il boom economico, la “ripartenza” dell’Italia dopo le difficoltà del dopo guerra. In quegli anni, il sistema delle imprese si “accontentava” del 23% del Pil. Qualche frazione di punto in più, a favore del salario, lo si registra alla fine degli anni ’60, durante l'”autunno caldo”. Numeri quasi impercettibili. La scossa, quella vera, la si registra a metà degli anni ’80. I “profitti” salgono e si accaparrano una fetta sempre più grande della ricchezza prodotta in Italia. La spiegazione è semplice: gli anni nei quali i “sensori” economici hanno rilevato uno spostamento dai salari alle imprese erano stati preceduti dai 35 giorni di occupazione a Mirafiori, nell’autunno dell’80. La più dura prova del sindacato italiano nel dopoguerra, che si è chiusa esattamente come la Fiat aveva sperato: con l’affermazione della “legittimità” dei licenziamenti di massa. Poi venne il taglio dei punti di scala mobile a metà degli anni ’80.

Eppure anche elementi così rilevanti nella storia sociale di questo paese non hanno avuto il peso degli accordi siglati da sindacato, Confindustria e governo agli inizi degli anni ’90. Accordi il cui risultato è leggibile benissimo nei dati forniti dalla “Banca dei regolamenti internazionali”: a metà degli anni ’90, i profitti sfondano il muro del 30%. Da allora in poi, le imprese si sono prese più di un terzo del prodotto interno lordo. Anche qui, la spiegazione, forse, è più semplice di quel che si possa pensare. Certo ci si riferisce a fenomeni internazionali, a tendenze dell’economia globale che si sono affermate nel corso di decenni, ma che pure sono “leggibili” nel nostro paese in fatti concreti, databili con esattezza. Nell’estate del ’92, la trattativa a tre, (governo, confindustria, direzioni sindacali) decise di eliminare ciò che restava della scala mobile, quel sistema automatico di protezione dei salari che compensava le buste paga dagli effetti dell’aumento del costo della vita. Di più, l’anno successivo, il 23 luglio – data che dà il nome all’accordo – gli stessi protagonisti decisero, di fatto, di mettere un tetto ai salari. Si decise che gli aumenti delle buste-paga, nei rinnovi contrattuali, sarebbero stati legati solo all’inflazione programmata. Iniziava l’era della concertazione.

La Ires-cgil pochi mesi fa ha pubblicato i dati sull’andamento dei salari italiani , che confermano il totale disastro prodotto dalla concertazione basata su gli accordi del luglio 1992-93. Nel 1993-2006 i salari lordi di fatto tengono a malapena il passo dell’inflazione (ufficiale), mentre quelli contrattuali perdono in media lo 0,5% all’anno. Negli anni 2002-2007 la perdita del potere d’acquisto è pari a oltre 1200 euro l’anno, ai quali vanno aggiunti quasi 700 euro di mancata restituzione del fiscal drag che portano la perdita complessiva a 1900 euro.

Mentre i padroni strillano contro le imposte, l’aliquota Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche) effettiva pagata dai lavoratori sale dal 18,5 del 2000 al 19,6 del 2006. L’arretramento generale si accompagna a un aumento delle differenze: nel 2006 il “lavoratore standard” guadagnava 1171 euro, che scendono a 969 nel mezzogiorno, a 961 per le donne, a 866 nelle piccole imprese, a 856 per gli immigrati, a 854 per i giovani. I profitti viceversa schizzano alle stelle. Il modesto aumento della produttività creato in questi 13 anni è andato per il 13% ai salari, per l’87% alle imprese. Secondo il campione di Mediobanca (1000 imprese con circa un milione di dipendenti), tra il 1995 e il 2006 i salari aumentano in media dello 0,4 % annuo, i profitti dell’8,1%: oltre 20 volte di piu! Una lotta di classe unilaterale condotta dai pardoni!!!! A conti fatti, i salari sono così risultati l’unico “elemento” economico sotto controllo. I prezzi hanno continuato a crescere, le tariffe pure, la spesa pubblica, la spesa sociale a ridursi. Ma le buste-paga hanno dovuto fare riferimento solo all’inflazione programmata. Nel giro di poco tempo, meno di un decennio, venti milioni di persone hanno visto ridursi – e consistentemente – gli strumenti che si erano inventati a tutela dei loro redditi. Prima la contingenza – appunto, la scala mobile – poi il valore economico del contratto nazionale. Anche allora – esattamente come avviene in questi giorni – si disse che la “perdita” su quei due versanti sarebbe stata compensata da un incremento della quota salari da redistribuire nella contrattazione articolata, nelle vertenze di fabbrica (contrattazione di secondo livello). Non è stato vero, non è vero.

La contrattazione articolata ha interessato meno del 20% dei lavoratori. E non sembra finita. Non sembra proprio finita. Perché proprio in questi giorni i vertici Cgil, Cisl e Uil hanno annunciato di aver raggiunto un accordo. Accordo che pomposamente chiamano di riforma della struttura contrattuale. Anche in questo caso, però, nulla di nuovo. Insomma: si va nella stessa direzione di sempre. L’idea è quella di trasferire ulteriori risorse verso la contrattazione aziendale, continuando a rendere sempre più sottile il contratto nazionale. Di più: l’idea, sostenuta da tutte e due le più grandi forze politiche che si sono “fronteggiate” in questa campagna elettorale, è quella di legare il salario alla produttività nelle aziende. Guadagni di più solo se produci di più, guadagni di più solo se l’azienda è in grado di produrre di più.

Sta per saltare, insomma, l’ultimo strumento, tenue, a difesa dei salari. E quel terzo di Pil intascato dalle imprese continuerà a crescere. Come è avvenuto in tante altre parti del mondo: come in Giappone dove negli stessi venticinque anni, i profitti sono aumentati di nove punti, o in Spagna, dove in venticinque anni si è passati dal 27 al 33%. E dire che appena poche settimane fa, in piena campagna elettorale, tanti – anche quelli che non avevano le carte in regola per farlo – mettevano l’accento sulla “questione salariale”. Chi non ricorda le tante denunce sulla terza settimana, sull’impossibilità per una famiglia su tre ad arrivare alla fine del mese? Ora è tutto dimenticato, ora si va in un’altra direzione. Lo fa anche il sindacato, che sta trasformandosi sempre più in un sindacato dei servizi.

Nonostante questo spostamento di ricchezze il capitalismo italiano rimane indietro nella competizione economica mondiale, i padroni investono poco e competono comprimendo salari e condizioni di lavoro. Noi lavoratori siamo travolti da una crisi sociale molto profonda. Per questo non possiamo sperare di difenderci solo nel nostro piccolo orticello. Per questo non possiamo più accettare di essere divisi tra lavoratori di diverse nazioni, di diversa bandiera, tra lavoratori di aziende diverse, mansioni diverse, con contratti diversi ecc. ecc.

Perchè alla fine, se non facciamo noi una politica e un sindacato a favore dei lavoratori, chi lo farà?
Se non tu, chi? Se non ora, quando?

dal sito Rete 28 aprile in data 17/7/2008

 

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Il pianeta non è illimitato e non lo è neanche il capitalismo di Carla Ravaioli

Nel 2050 il più giovane degli “8 di Toyako”, il russo Medvedev, avrà 85 anni. Sarkozy ne compirà 95. Angela Merkel e il canadese Stephen Joseph Harper saranno sui 96. Bush ne avrà (se li avrà) 103. Per i quasi coetanei Yasuo Fukuda e Berlusconi (di 2 mesi più anziano) l’aritmetica ne prevederebbe 114. Insomma, fissare per il 2050 il taglio dei gas serra responsabili del totale sconquasso del clima, senza in alcun modo definirne mezzi e teniche, né indicarne termini d’impegno e verifiche intermedi, sembra un bel modo di cavarsela a buon mercato per questi 8 signori. E forse a pensarlo non si fa nemmeno peccato.
A lungo, di fronte alla massiccia disattenzione dei politici per i guai dell’ambiente, ho pensato a greve ignoranza della materia, a totale mancanza di sensibilità per i fenomeni che le appartengono, a così intensa esclusiva concentrazione sulle vicende della politica (o di ciò che i politici ritengono essere la politica) da non consentire alcuna residua disponibilità per altri temi.
In seguito, di fronte al perdurare di questo atteggiamento, nonostante l’aggravarsi e moltiplicarsi dei problemi, il ripetersi di catastrofi sempre più frequenti e più disastrose, e gli allarmi di continuo lanciati dalla scienza di tutto il mondo, ho pensato a una sorta di “rimozione” collettiva di fronte alla tremenda magnitudine della questione: cioè al ricorso da parte dell’intera classe politica (e anche degli economisti che ne sono ascoltatissimi mentori) a quell’inconscio comportamento psicologico di autodifesa, illustrato dalla psicoanalisi, che appunto “rimuove” dalla coscienza il pensiero di fatti talmente angoscianti da riuscire insopportabili. E sarebbe ancora comprensibile, anche se non proprio il massimo auspicabile da parte di chi ha il compito di governare il mondo.
Oggi non più. Nessuna scusa né indulgenza può essere concessa a questi otto signori che rimandano alla loro più tremebonda vecchiaia, e assai oltre, una non precisata soluzione per le questioni più drammatiche dell’umanità. Che, con l’eterno sorriso stampato in faccia, una palettina da giochi infantili in una mano e un gracile arbusto verde nell’altra, dichiarano di essere impegnati nel rimboschimento del pianeta; e (prima di dedicarsi a banchetti di rare e costosissime squisitezze) solo rilancio del nucleare e estrazione intensiva – ancorché sempre più improbabile – di petrolio sanno annunciare: al fine di tenere in vita, anzi accelerare, gli attuali ritmi di produzione e crescita. Tralasciando ogni menzione relativa ai poli in liquefazione e, men che mai, agli incidenti occorsi proprio in coincidenza col G8 a ben tre centrali nucleari, in Usa, Francia e Moldavia. Qualcuno li ha definiti «piccoli esseri, avari e ipocriti». Concordo pienamente.
E d’altronde non serviva un altro G8 per convincersene. A dare un’occhiata tutt’attorno sul nostro globo, e soffermarsi a considerare con qualche attenzione quanto vi accade, l’impressione è quella di clamorose contraddizioni di fatto accettate, dell’assurdo in qualche modo eletto a sistema, di un enorme disordine vissuto come ineluttabile. Tumulti in India, Filippine, Corea, Egitto: tumulti di gente che ha fame, perché la crisi petrolifera e il conseguente boom dei biocarburanti ha causato un rialzo dei prezzi alimentari insostenibile per i più. Ma affamare intere popolazioni per tenere attiva l’industria automobilistica non sembra poi troppo scandaloso, se è normale distruggere deliberatamente il 35 per cento del cibo prodotto in Occidente, per tenere alti i dazi doganali e difendere i propri mercati, o favorire questa e quella categoria di produttori; se è normale, come accade in Usa, considerare malattia sociale l’obesità da iperalimentazione, mentre i sottoalimentati del mondo sono circa ottocento milioni. E se dovunque dagli anni Ottanta i profitti sono aumentati annualmente dal 23,6 al 33 per cento, mentre ogni salario subiva una contrazione calcolabile mediamente in 500 euro all’anno. Se i migranti sono oggi circa 200 milioni, cioè il 3 per cento della popolazione mondiale (ma il calcolo riguarda solo quelli regolarmente censiti, la somma è pertanto da ritenersi in forte difetto): gente che fugge da estreme povertà, da disoccupazione in gran parte causata dall’industrializzazione dell’ agricoltura, oppure da alluvioni, cicloni, desertificazioni, perdita di pescosità di laghi e fiumi inquinati, da paesi e vallate sommersi per dar luogo a dighe gigantesche capaci di garantire energia all’esplosione produttiva dei paesi “emergenti”. Se la crisi ecologica planetaria (che, come si vede, si può accantonare per un momento, ma fatalmente subito la si ritrova tra i fattori determinanti della condizione umana attuale) ha già causato un milione e mezzo di vittime: cifra da tutti valutata enormemente inferiore alla realtà.
Se la nostra è di fatto una società ricca, che sarebbe pertanto in grado di garantire una vita decente a tutti i suoi membri (lo dice la Fao, che non è proprio un organismo antisistema) ma in realtà le disuguaglianze sociali continuano ad accentuarsi, non solo tra il Nord e il Sud del mondo, ma all’interno stesso dei paesi più affluenti, con un forte impoverimento anche dei ceti medi che avevano raggiunto condizioni di relativa agiatezza. Se è una società scientificamente progredita, capace di far vivere tutti a lungo e in buona salute, nella quale però si muore di aids perché i medicinali hanno costi per molti inaccessibili, e sempre più si muore di tumori causati da vario inquinamento (in Italia, ad esempio, secondo l’Oms il 30 per cento dei decessi è di questa natura). Se è una società tecnologicamente avanzata, che potrebbe soddisfare i propri bisogni con quantità limitate di lavoro, ma al contrario sistematicamente va aumentando gli orari e imponendo sempre più alti straordinari, per produrre quantitativi sempre più massicci di merci sempre più scadenti, per gran parte destinate nel giro di qualche settimana a finire in discarica, aumentando cumuli sempre meno gestibili di rifiuti.
Clamorose contraddizioni, generale disordine, l’assurdo praticato e accettato come normale. Così parrebbe. Ma, a pensarci su un attimo, l’apparente follia risponde a una precisa razionalità: quella dell’economia capitalistica cui la nostra società obbedisce, con la quale anzi si identifica, interamente assumendone la logica e i valori. In effetti il quadro qui rapidamente schizzato dell’umana condizione attuale appare determinato dalle “leggi” del sistema economico capitalistico oggi attivo in tutto il mondo: il quale fonda i suoi meccanismi, la sua prosperità, e la sua stessa esistenza, sull’ accumulazione di plusvalore. Ciò che a lungo ne ha consentito la fortuna, e ha prodotto anche un oggettivo miglioramento nelle condizioni dei popoli industrializzati, ma che oggi inesorabilmente si scontra con “i limiti del Pianeta”, costretto a confrontarsi con l’insuperabile aporia di una crescita produttiva illimitata e un globo terrestre che illimitato non è. A questo sono riconducibili tutte le apparenti assurdità rapidamente citate sopra, dall’allungamento degli orari di lavoro, alla rincorsa di fonti energetiche anche di sicura pericolosità, all’uso distruttivo della natura che della produzione stessa è base imprescindibile.
Il fatto è che non esiste capitalismo senza accumulazione. E la crisi attuale del capitalismo (che un numero crescente di esperti qualificati ormai ammette senza più mezzi termini) non può non sfociare in una sorta di “accanimento autoterapeutico”, nell’inseguimento inesausto della produzione di non importa che cosa né per quale fine o con quali conseguenze, purché il Pil aumenti. Di che altro parlano tutti i potenti del mondo, mentre i poli si sciolgono, le alluvioni da 1500 morti si ripetono, i mercati registrano uno dopo l’altro crolli di colossi bancari, e i meno ricchi diventano poveri? Efficienza, produttività, competitività, crescita, Pil, pervicacemente continua ad essere invocazione comune. Invocazione reiteratamente risuonata anche all’ultimo G8. E non stupisce.
Ciò che davvero invece a me pare incredibile è che lo stesso auspicio di ripresa, di aumento del prodotto, di nuove invenzioni capaci di sostituire i carburanti fossili così da poter mantenere in vita l’economia attuale, con pertinacia e convinzione risuonino anche tra le fila delle sinistre (di quello che ne rimane). Che non ci si avveda che un’ulteriore crescita non sarebbe di alcuna garanzia per il mondo del lavoro, se negli ultimi decenni mentre il Pil poco o tanto continuava ad aumentare, i salari diminuivano, dilagava la precarietà, addirittura tra gli immigrati nascevano nuove forme di schiavismo. Che nulla insomma il lavoro può sperare da una società che solo nel danaro riconosce i suoi valori, e in questa logica promuove e premia l’individualismo più spregiudicato, l’aggressività più esplicita, la violenza di ogni tipo, di fatto dividendo l’umanità in vincenti e perdenti. Una società che, con perfetta coerenza, quando l’economia è in affanno, puntualmente inventa una nuova guerra, capace di rilanciare la produzione di armi e di materiale bellico di ogni sorta, e così far ripartire la crescita, oltre a promettere quella che con sereno cinismo viene definita “la torta del dopoguerra”, cioé la ricostruzione di quanto si è distrutto.
Perché le forze di Rifondazione, impegnate nel dibattito precongressuale, non si fermano a porsi questi interrogativi, a riflettere su una realtà che la sinistra non può più accettare, e non soltanto perché le condizioni del suo popolo vanno peggiorando? Perché non trovano il coraggio di credere che oggi la crisi del capitalismo è reale, e che proprio alle sinistre toccherebbe usarla: non certo per recuperare vecchi slogan, e riproporre itinerari oggi non più percorribili, ma per ripensare la rivoluzione, per inventare una nuova rivoluzione possibile. Il comunismo non è un modello, è una domanda, ha detto di recente Nichi Vendola. Sono d’accordo. E’ una domanda presente e pressante, che attende nuove risposte.

da Liberazione del 15/07/2008

 

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Per gli italiano è incubo precarietà, a Napoli si muore di lavoro

Hanno detto bugie. Tutti. O almeno tutti quelli che siedono in Parlamento. E su quelle hanno costruito strategie, alleanze, un governo. Con la più forte maggioranza della storia repubblicana. E ancora, su quelle bugie s’è costruita anche la cultura politica dell’opposizione parlamentare. In ogni caso, bugie. Dati falsi. Vediamoli, allora. Dunque, per più di un anno – diciamo da quando gli scricchiolii del governo Prodi sono diventate vere e proprie frane e s’è cominciato a parlare di elezioni anticipate – hanno raccontato che questo paese aveva un solo incubo: l’immigrazione. Che nel loro vocabolario significava criminalità diffusa, microcriminalità, questione rom, campi nomadi. Hanno scomodato anche qualche sociologo che un po’ frettolosamente aveva spiegato che la sinistra – una «sinistra moderna» – non avrebbe dovuto sottovalutare la questione sicurezza. Considerata la priorità da tutti, compreso il blocco sociale che tradizionalmente ha sempre guardato a sinistra. Ecco, tutto questo era semplicemente falso. Una bugia. La verità, attraverso una lunga, complicata indagine-sondaggio condotta in tutti i centri sopra i 10 mila abitanti, la racconta ora il Censis. Ed è tutta un’altra storia: questa ci racconta che il primo, quasi unico problema degli italiani è il lavoro. E’ il lavoro che non c’è, è il lavoro che anche quando c’è è precario. E’ al nero. E’ il lavoro che non risponde nè alla propria formazione, nè alla propria aspirazione. E’ il lavoro senza diritti. Un’altra storia, insomma, che ci racconta di come la paura, la paura vera sia – per due persone su tre – quella di restare senza un impiego. O di restare precari a vita. La paura del migrante, quando c’è, viene dopo. Molto dopo.
Uno studio – che sarà alla base di un convegno a Roma del “World Social Summit”, a settembre – ci regala un’altra fotografia di questo paese. Più lontana dai temi della campagna elettorale ma più vicina alla cronaca di tutti i giorni. Dove il lavoro che manca, soprattutto al Sud, costringe tanti ad accettare qualsiasi violazione pur di portare a casa qualche euro. Costringe tanti ad accettare lavori pericolosi, dove si muore. Quello studio fotografa un paese che assomiglia di più all’Italia. Che assomiglia di più a Napoli. Dove ieri un ragazzo di diciassette anni – un ragazzo di Scampia – è stato costretto a lavorare di sabato mattina, per montare impianti di aria condizionata, negli appartamenti di chi può permetterseli. Un ragazzo che non tornerà più a casa. All’improvviso ieri, verso mezzogiorno, è precipitato da una specie di impalcatura, dal quinto piano del palazzo. Un volo di venti metri, uno schianto. E’ morto sul colpo. In una città soffocata dall’afa.
Questo accade in questo paese. E questo racconta lo studio del Censis. Un lungo elenco di numeri, dati, statistiche. E si viene così a scoprire che sessantasei persone, sessantasei famiglie su cento pensano che le vere emergenze siano quelle collegate al tema del lavoro.
Emergenza che significa tante cose, che si traduce in altri dati. Si viene così a sapere che un laureato su due – il 50% – accetta un lavoro dequalificato per il timore che persa un’occasione non se ne ripresenti una seconda. E insieme a questa paura c’è la denuncia. Su una situazione che più o meno tutti conoscono ma di cui troppo poco si parla: quella per cui un lavoratore su quattro oggi ha un impiego precario. O addirittura al «nero».
Di più. L’incubo del lavoro – che non c’è, o è stagionale – diventa la sola ossessione al Sud. L’85,9 % delle persone intervistate lo considera il primo problema. Il vero, unico problema. Percentuale che significativamente scende – ma solo di un po’ – al centro, il 72,5 per cento, fino a diventare la preoccupazione «solo» del 40% nelle ricche aree del Nord-Est.
Scavando ulteriormente nei dati, nelle risposte, si scopre che ben l’11,9 per cento di chi dichiara di avere un’occupazione in realtà è legato da contratti a termine: interinali, stagionali, e via dicendo. Ci sono addirittura ancora tanti contratti di apprendistato. Cosa ancora più grave, un altro 12 % dice semplicemente di lavorare nel sommerso. In nero. Senza contributi, senza nulla. Messe insieme queste due categorie di precari, fanno un esercito di cinque milioni e 800mila lavoratori. Un occupato su quattro, insomma, non può dirsi sicuro sul proprio futuro. Un esercito in continua crescita: in appena quattro anni, i lavoratori precari sono aumentati dell’11,3 per cento. Un esercito che continuerà a crescere. Dice ancora il Censis: «Le dimensioni del fenomeno appaiono in prospettiva destinate a svilupparsi ulteriormente, considerato che sono proprio i settori a maggiore spinta, servizi e terziario in primis, quelli in cui i fenomeni in questione appaiono più significativi». Saranno sempre di più, insomma, i senza sicurezza per il futuro.
Futuro, come sanno anche i sassi ormai, che non può garantire neanche un titolo di studio. Ed è questa forse la parte dell’indagine più nuova, che svela i dati meno conosciuti, meno prevedibili. Il Censis racconta infatti che un laureato su due fa un lavoro che richiede competenze molto, molto più basse di quelle acquisite all’università. Il 50% dei giovani laureati, insomma, è costretto ad accettare quella che si chiama «sottoccupazione». Lo fa, anche qui, per paura di restare senza nulla.
Questi sono i problemi degli italiani. Che stridono non solo con gli slogan della passata campagna elettorale – per curiosità: la questione immigrazione, nelle priorità degli intervistati, viene otto punti dietro il problema lavoro – ma anche con i dati ufficiali. Quelli che indicano una crescita, anche se impercettibile, del numero degli occupati. Nuovi posti forse ma, come si è visto, quasi esclusivamente a tempo, quasi esclusivamente lavori precari. E addirittura, nel mondo del precariato, crescono i contratti assolutamente senza alcuna garanzia, come quelli a «progetto». Che possono durare anche solo una settimana. Perché le cifre ci dicono che questa «categoria» – l’ultima dei precari in scala gerarchica – è aumentata del due e due per cento.
Questa è l’Italia. La politica italiana racconta, invece, un altro paese. Anche quando finge di accorgersi delle vere emergenze. Le ultime battute, infatti, non possono che essere per Veltroni. Da due mesi s’è occupato di Rete4, o delle leggi ad personam varate dal governo di destra. Ieri, improvvisamente ieri, in concomitanza con i dati del Censis, s’è accorto della questione sociale, dell’emergenza sociale in italia. L’ha fatto dentro uno strano discorso in cui, come sempre, ha messo insieme la questione sicurezza, lamentando gli scarsi fondi messi a disposizione delle forze di polizia, e il disagio sociale. Mettendo insieme il tema sicurezza e il disagio di pezzi di questo paese che non ce la fanno più ad arrivare neanche alla seconda settimana, che vanno al lavoro senza sapere se torneranno a casa. Che non possono progettare nulla perché non hanno un posto fisso.
Anche Veltroni sembra essersene alla fine accorto. Salvo poi riproporre l’intero armamentario del piddì: l’aumento dei salari attraverso gli straordinari detassati – cosa che la destra sta per varare -, la fine del contratto nazionale per legare gli incrementi alla produttività. Cioè soldi in più solo a chi lavora di più. Per finire con l’idea di aumentare di qualcosa la retribuzione dei precari. Pagati qualcosa di più, ma sempre precari. Formule che sono parte del problema, non la soluzione. No, la fotografia del Censis invoca qualcos’altro. Ma purtroppo quel «qualcos’altro» ancora non c’è.

da Liberazione del 13/07/2008

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Il fascismo alle porte

Dopo la manifestazione dell’ 8 luglio in piazza  Navona a Roma, chi vuole intendere, intenda!
Non possiamo più indugiare, nè porre più alcuna speranza in leader imbelli come D’Alema e Veltroni.
Nostro compito è schierarci subito con Antonio Di Pietro, Marco Travaglio, Beppe Grillo, Moni Ovadija e Sabina Guzzanti.
E’ in pericolo la democrazia!
Mi rivolgo soprattutto a chi ha vissuto la stagione felice del’ 68, a chi ha provato l’ebbrezza dell’ abbatttimento dell’ autoritarismo in famiglia, a scuola, nelle università e nelle fabbriche.
A coloro che ci hanno provato e ci sono riusciti a cambiare il corso della Storia!
C’ è ancora bisogno di noi: non importa che allora avevamo vent’anni, ed ora siamo prossimi alla fine della terza spanna della vita.
L’aver vissuto la formidabile esperienza del ’68 ci dà una capacità di analisi e  degli strumenti critici , che non solo i ventenni. ma neppure i quarantenni di oggi posseggono.
Perciò poniamoci alla testa del movimento di opposizione a Berlusconi.
Dissotterriamo l’ascia di guerra!

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8 luglio, Roma, manifestazione contro le leggi-canaglia. L’adesione di Umberto Eco: è in pericolo la democrazia. A Furio Colombo, Paolo Flores d’Arcais, Pancho Pardi

2 luglio 2008

Cari Amici,
mentre esprimo la mia solidarietà per la vostra manifestazione, vorrei che essa servisse a ricordare a tutti due punti che si è sovente tentati di dimenticare: (1) Democrazia non significa che la maggioranza ha ragione. Significa che la maggioranza ha il diritto di governare. (2) Democrazia non significa pertanto che la minoranza ha torto. Significa che, mentre rispetta il governo della maggioranza, essa si esprime a voce alta ogni volta che pensa che la maggioranza abbia torto (o addirittura faccia cose contrarie alla legge, alla morale e ai principi stessi della democrazia), e deve farlo sempre e con la massima energia perché questo è il mandato che ha ricevuto dai cittadini. Quando la maggioranza sostiene di aver sempre ragione e la minoranza non osa reagire, allora è in pericolo la democrazia.

Umberto Eco

Video dell’adesione di Camilleri

Entrambi gli interventi provengono dal sito di Micromega

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