Il ministro Sacconi questa volta fa sul serio: vuole nientemeno che “abrogare il ’68″… di Rina Gagliardi

Il ministro Sacconi, questa volta, fa sul serio: vuole, nientemeno che «abrogare il ‘68», come annuncia una sua fluviale intervista al Foglio . Quando abbiamo letto il titolo (anzi il titolone), siamo state assalite da mille domande: che cosa si proporrà mai di fare il ministro ex-socialista ed ex-“demichelisiano” (a sua volta ex-lombardiano) poi redento dal berlusconismo? Un emendamento che cancella quell’anno (straordinario) dal calendario storico del Novecento? Un ddl che, d’intesa con Gelmini, istituisca corsi obbligatori, in tutte le scuole del regno, per apprendere tutte le nequizie compiute allora dagli studenti di Palazzo Campana e dagli operai di Mirafiori? Un provvedimento d’urgenza che toglie i diritti civili e politici ai sessantottini non pentiti? Con l’aria che tira, non si sa mai…
Poi, per scrupolo, ci siamo inoltrate nel Sacconi-pensiero. Più che di un’intervista, si tratta di un manifesto ideologico molto ambizioso, ancorché, in diversi punti, alquanto pasticciato. E, prima ancora che di un anatema contro il ’68 – definito, pensate un po’, come il padre della “irresponsabilità”, del “nichilismo” e del “cinismo” oggi così diffusi – si tratta di una proposta di fortissima regressione democratica e civile. Molto berlusconiana – e poco “tremontiana”. Molto liberista – e un po’ neocon, in salsa italiana, anzi veneta. Una vera utopia reazionaria. Ma vediamo.

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In primis, dicevamo, c’è un’operazione ideologica davvero di bassa lega: quella che scarica addosso al ’68 (e agli anni Settanta che ne furono l’onda lunga) la responsabilità di tutti, ma proprio tutti, i mali attuali della società italiana – dalla disgregazione sociale alla crisi dei valori, dalla stagnazione economica alle inefficienze della pubblica amministrazione. Certo che il Sacconi le spara davvero grosse, nemmeno fosse in campagna elettorale. Possibile che al nostro ministro del Welfare non sia arrivata la più vaga notizia di ciò che è successo, in Italia e nel mondo, negli ultimi quarant’anni? Che non abbia mai sentito parlare di globalizzazione e degli effetti devastanti da essa prodotti, nonché descritti dal fior fiore di politologi nient’affatto di sinistra? Che non legga un libro (serio) da almeno trent’anni? In verità, non ci pare possibile – Sacconi è certo un politico di destra, che si diletta a imitare gli apologeti della Restaurazione (quella del Congresso di Vienna del 1815, che tentò di spazzar via in un colpo la Rivoluzione francese e Napoleone), ma forse non è né uno sciocco né un analfabeta. Ora, piuttosto, è un ministro che si è autoattribuito una “missione impossibile”: distruggere quel che resta dello Stato sociale italiano, non solo in termini di diritti e garanzie sociali universalistiche, ma in termini culturali. Distruggere il Welfare, cioè, non solo nelle sue prestazioni, ma nei suoi fondamenti, nella sua ispirazione democratica, nella sua (residua) funzione uguagliatrice – per aprire all’impresa nuovi fruttuosi terreni di speculazione e profitto. Per rilanciare una nuova stagione di neoliberismo, sull’onda del blairismo e del modello britannico.
E qui la condanna apocalittica del ‘68 torna propria. Se si punta a legittimare un “nuovo modello sociale” a misura degli interessi d’impresa (del capitalismo), diventa essenziale la criminalizzazione di quella stagione di speranze e di pratica rivoluzionarie che fu il ‘68. E se si ipotizza un’idea di società fondata sull’individualismo, sull’assistenzialismo, sul volontarismo, sul ruolo determinante della famiglia, ovvero sul ritorno a casa forzato delle donne, bisogna sgombrare definitivamente il campo (il clima, il senso comune, le aspirazioni, l’immaginazione) anche da quel simbolo. Del ’68-69 non deve restare traccia: giacché è una data che sintetizza e simboleggia che, al contrario del Sacconi-pensiero, la trasformazione del mondo è pensabile, l’agire collettivo è possibile, l’eguaglianza dei diritti è realizzabile. Giacché il ’68, per quanto lontano sia, per quanto sconfitto e silente esso appaia, “ci sta addosso” – come ebbe a dire Cesare Luporini. E’ stato e resta il punto più alto, nella seconda metà del secolo scorso, della critica di massa del capitalismo. E ha davvero cambiato in profondità la faccia della società italiana. Che Sacconi lo sappia o lo abbia capito? Che ne abbia ancora paura?

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Ma quanto sta in piedi una società che funziona sulla logica pura dell’impresa e del mercato e ad esse subordina ogni altro principio politico? Nulla, o quasi nulla – “funziona” a costi sociali pesantissimi negli Usa ma solo sulla base della gigantesca (e infragilita) potenza dell’impero nordamericano. E quindi? Quindi Sacconi estrae dal suo cilindro l’ultimo coniglio: il “modello veneto”. Al posto del Welfare non solo la famiglia, cioè le donne, ma una rete “pratico-ideologica” di servizi “sussidiari”: il volontariato, le parrocchie, le farmacie, i carabinieri. L’Italia dei preti e dei marescialli (non solo veneta, si pensi alla fortunata serie di Don Matteo ). L’Italia dello strapaese di Pane, amore e fantasia . L’Italia “comunitaria” degli anni Cinquanta, segnata dal fascismo, fatta di lavoro senza fine, senza diritti, senza salari decenti – ancora lontana dalla modernità e dalla libertà. Così l’utopia reazionaria del ministro Sacconi si completa con questo pizzico di pensiero neocons: l’alleanza organica tra capitalismo – il più deregolato, sfrenato, arrembante – e cultura tradizionale, clericale, bigotta, conservatrice. In piccolo, è la ricetta di George W, Bush: se ha funzionato là, perché non dovrebbe funzionare qui da noi? Ma – ancora e sempre torniamo al ’68 – una delle condizioni determinanti è, appunto, l’abrogazione, politica, culturale e concettuale, di quel tentativo: infatti, a coerente corollario del suo programma, il ministro infila la proposta di «affidare all’impresa e alla centralità dell’impresa tutta la formazione», nonché la verifica della conoscenza. In modo che nessuno possa sapere, mai più, che il ’68 c’è stato – e come se c’è stato. Insomma, forse in un punto soltanto ha ragione il blasfemo ministro che vuol mettere le parrocchie al servizio del profitto, e della Restaurazione: no che non è morto, il Sessantotto. Fino a quando qualcuno troverà la forza di pensare la trasformazione, di organizzare l’agire collettivo nei luoghi di lavoro e nelle scuole, di gridare nelle piazze che “ribellarsi è giusto”, il Sessantotto – statene certi – continuerà a vivere. Alla faccia di Sacconi….

da Liberazione del 31/07/2008

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