Il pianeta non è illimitato e non lo è neanche il capitalismo di Carla Ravaioli

Nel 2050 il più giovane degli “8 di Toyako”, il russo Medvedev, avrà 85 anni. Sarkozy ne compirà 95. Angela Merkel e il canadese Stephen Joseph Harper saranno sui 96. Bush ne avrà (se li avrà) 103. Per i quasi coetanei Yasuo Fukuda e Berlusconi (di 2 mesi più anziano) l’aritmetica ne prevederebbe 114. Insomma, fissare per il 2050 il taglio dei gas serra responsabili del totale sconquasso del clima, senza in alcun modo definirne mezzi e teniche, né indicarne termini d’impegno e verifiche intermedi, sembra un bel modo di cavarsela a buon mercato per questi 8 signori. E forse a pensarlo non si fa nemmeno peccato.
A lungo, di fronte alla massiccia disattenzione dei politici per i guai dell’ambiente, ho pensato a greve ignoranza della materia, a totale mancanza di sensibilità per i fenomeni che le appartengono, a così intensa esclusiva concentrazione sulle vicende della politica (o di ciò che i politici ritengono essere la politica) da non consentire alcuna residua disponibilità per altri temi.
In seguito, di fronte al perdurare di questo atteggiamento, nonostante l’aggravarsi e moltiplicarsi dei problemi, il ripetersi di catastrofi sempre più frequenti e più disastrose, e gli allarmi di continuo lanciati dalla scienza di tutto il mondo, ho pensato a una sorta di “rimozione” collettiva di fronte alla tremenda magnitudine della questione: cioè al ricorso da parte dell’intera classe politica (e anche degli economisti che ne sono ascoltatissimi mentori) a quell’inconscio comportamento psicologico di autodifesa, illustrato dalla psicoanalisi, che appunto “rimuove” dalla coscienza il pensiero di fatti talmente angoscianti da riuscire insopportabili. E sarebbe ancora comprensibile, anche se non proprio il massimo auspicabile da parte di chi ha il compito di governare il mondo.
Oggi non più. Nessuna scusa né indulgenza può essere concessa a questi otto signori che rimandano alla loro più tremebonda vecchiaia, e assai oltre, una non precisata soluzione per le questioni più drammatiche dell’umanità. Che, con l’eterno sorriso stampato in faccia, una palettina da giochi infantili in una mano e un gracile arbusto verde nell’altra, dichiarano di essere impegnati nel rimboschimento del pianeta; e (prima di dedicarsi a banchetti di rare e costosissime squisitezze) solo rilancio del nucleare e estrazione intensiva – ancorché sempre più improbabile – di petrolio sanno annunciare: al fine di tenere in vita, anzi accelerare, gli attuali ritmi di produzione e crescita. Tralasciando ogni menzione relativa ai poli in liquefazione e, men che mai, agli incidenti occorsi proprio in coincidenza col G8 a ben tre centrali nucleari, in Usa, Francia e Moldavia. Qualcuno li ha definiti «piccoli esseri, avari e ipocriti». Concordo pienamente.
E d’altronde non serviva un altro G8 per convincersene. A dare un’occhiata tutt’attorno sul nostro globo, e soffermarsi a considerare con qualche attenzione quanto vi accade, l’impressione è quella di clamorose contraddizioni di fatto accettate, dell’assurdo in qualche modo eletto a sistema, di un enorme disordine vissuto come ineluttabile. Tumulti in India, Filippine, Corea, Egitto: tumulti di gente che ha fame, perché la crisi petrolifera e il conseguente boom dei biocarburanti ha causato un rialzo dei prezzi alimentari insostenibile per i più. Ma affamare intere popolazioni per tenere attiva l’industria automobilistica non sembra poi troppo scandaloso, se è normale distruggere deliberatamente il 35 per cento del cibo prodotto in Occidente, per tenere alti i dazi doganali e difendere i propri mercati, o favorire questa e quella categoria di produttori; se è normale, come accade in Usa, considerare malattia sociale l’obesità da iperalimentazione, mentre i sottoalimentati del mondo sono circa ottocento milioni. E se dovunque dagli anni Ottanta i profitti sono aumentati annualmente dal 23,6 al 33 per cento, mentre ogni salario subiva una contrazione calcolabile mediamente in 500 euro all’anno. Se i migranti sono oggi circa 200 milioni, cioè il 3 per cento della popolazione mondiale (ma il calcolo riguarda solo quelli regolarmente censiti, la somma è pertanto da ritenersi in forte difetto): gente che fugge da estreme povertà, da disoccupazione in gran parte causata dall’industrializzazione dell’ agricoltura, oppure da alluvioni, cicloni, desertificazioni, perdita di pescosità di laghi e fiumi inquinati, da paesi e vallate sommersi per dar luogo a dighe gigantesche capaci di garantire energia all’esplosione produttiva dei paesi “emergenti”. Se la crisi ecologica planetaria (che, come si vede, si può accantonare per un momento, ma fatalmente subito la si ritrova tra i fattori determinanti della condizione umana attuale) ha già causato un milione e mezzo di vittime: cifra da tutti valutata enormemente inferiore alla realtà.
Se la nostra è di fatto una società ricca, che sarebbe pertanto in grado di garantire una vita decente a tutti i suoi membri (lo dice la Fao, che non è proprio un organismo antisistema) ma in realtà le disuguaglianze sociali continuano ad accentuarsi, non solo tra il Nord e il Sud del mondo, ma all’interno stesso dei paesi più affluenti, con un forte impoverimento anche dei ceti medi che avevano raggiunto condizioni di relativa agiatezza. Se è una società scientificamente progredita, capace di far vivere tutti a lungo e in buona salute, nella quale però si muore di aids perché i medicinali hanno costi per molti inaccessibili, e sempre più si muore di tumori causati da vario inquinamento (in Italia, ad esempio, secondo l’Oms il 30 per cento dei decessi è di questa natura). Se è una società tecnologicamente avanzata, che potrebbe soddisfare i propri bisogni con quantità limitate di lavoro, ma al contrario sistematicamente va aumentando gli orari e imponendo sempre più alti straordinari, per produrre quantitativi sempre più massicci di merci sempre più scadenti, per gran parte destinate nel giro di qualche settimana a finire in discarica, aumentando cumuli sempre meno gestibili di rifiuti.
Clamorose contraddizioni, generale disordine, l’assurdo praticato e accettato come normale. Così parrebbe. Ma, a pensarci su un attimo, l’apparente follia risponde a una precisa razionalità: quella dell’economia capitalistica cui la nostra società obbedisce, con la quale anzi si identifica, interamente assumendone la logica e i valori. In effetti il quadro qui rapidamente schizzato dell’umana condizione attuale appare determinato dalle “leggi” del sistema economico capitalistico oggi attivo in tutto il mondo: il quale fonda i suoi meccanismi, la sua prosperità, e la sua stessa esistenza, sull’ accumulazione di plusvalore. Ciò che a lungo ne ha consentito la fortuna, e ha prodotto anche un oggettivo miglioramento nelle condizioni dei popoli industrializzati, ma che oggi inesorabilmente si scontra con “i limiti del Pianeta”, costretto a confrontarsi con l’insuperabile aporia di una crescita produttiva illimitata e un globo terrestre che illimitato non è. A questo sono riconducibili tutte le apparenti assurdità rapidamente citate sopra, dall’allungamento degli orari di lavoro, alla rincorsa di fonti energetiche anche di sicura pericolosità, all’uso distruttivo della natura che della produzione stessa è base imprescindibile.
Il fatto è che non esiste capitalismo senza accumulazione. E la crisi attuale del capitalismo (che un numero crescente di esperti qualificati ormai ammette senza più mezzi termini) non può non sfociare in una sorta di “accanimento autoterapeutico”, nell’inseguimento inesausto della produzione di non importa che cosa né per quale fine o con quali conseguenze, purché il Pil aumenti. Di che altro parlano tutti i potenti del mondo, mentre i poli si sciolgono, le alluvioni da 1500 morti si ripetono, i mercati registrano uno dopo l’altro crolli di colossi bancari, e i meno ricchi diventano poveri? Efficienza, produttività, competitività, crescita, Pil, pervicacemente continua ad essere invocazione comune. Invocazione reiteratamente risuonata anche all’ultimo G8. E non stupisce.
Ciò che davvero invece a me pare incredibile è che lo stesso auspicio di ripresa, di aumento del prodotto, di nuove invenzioni capaci di sostituire i carburanti fossili così da poter mantenere in vita l’economia attuale, con pertinacia e convinzione risuonino anche tra le fila delle sinistre (di quello che ne rimane). Che non ci si avveda che un’ulteriore crescita non sarebbe di alcuna garanzia per il mondo del lavoro, se negli ultimi decenni mentre il Pil poco o tanto continuava ad aumentare, i salari diminuivano, dilagava la precarietà, addirittura tra gli immigrati nascevano nuove forme di schiavismo. Che nulla insomma il lavoro può sperare da una società che solo nel danaro riconosce i suoi valori, e in questa logica promuove e premia l’individualismo più spregiudicato, l’aggressività più esplicita, la violenza di ogni tipo, di fatto dividendo l’umanità in vincenti e perdenti. Una società che, con perfetta coerenza, quando l’economia è in affanno, puntualmente inventa una nuova guerra, capace di rilanciare la produzione di armi e di materiale bellico di ogni sorta, e così far ripartire la crescita, oltre a promettere quella che con sereno cinismo viene definita “la torta del dopoguerra”, cioé la ricostruzione di quanto si è distrutto.
Perché le forze di Rifondazione, impegnate nel dibattito precongressuale, non si fermano a porsi questi interrogativi, a riflettere su una realtà che la sinistra non può più accettare, e non soltanto perché le condizioni del suo popolo vanno peggiorando? Perché non trovano il coraggio di credere che oggi la crisi del capitalismo è reale, e che proprio alle sinistre toccherebbe usarla: non certo per recuperare vecchi slogan, e riproporre itinerari oggi non più percorribili, ma per ripensare la rivoluzione, per inventare una nuova rivoluzione possibile. Il comunismo non è un modello, è una domanda, ha detto di recente Nichi Vendola. Sono d’accordo. E’ una domanda presente e pressante, che attende nuove risposte.

da Liberazione del 15/07/2008

 

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