La lotta di classe non esiste più? di Matteo Moretti Rete 28 Aprile Gkn di Firenze

La lotta di classe non esiste più?

Ci dicono che la lotta di classe non c’è più. Questo è quello di cui ci vogliono convincere, perchè i lavoratori finiscano per assistere passivi alla lotta di classe che quotidianamente i padroni portano avanti. E’ sufficiente dare un occhio alla distribuzione della ricchezza negli ultimi anni. La Bri (che raduna tutte le banche centrali) fornisce i dati su come la ricchezza si è spostata dal 1980……500 euro al mese trasferiti dai salari ai profitti ……! Dunque, in appena un quarto di secolo, il sistema delle imprese ha sottratto ai salari 8 punti percentuali del Pil. Prima degli anni ’80, i profitti delle imprese si prendevano il 23 % del Pil. Ora si intascano quasi il 32. Una redistribuzione gigantesca, uno spostamento di ricchezza nelle mani di chi già ne possedeva tanta. Per capire: 8 punti di Pil – con i “numeri” del Pil odierno – significherebbero 120 miliardi di euro. Se fosse “cancellato” l’ultimo quarto di secolo, se i rapporti fra lavoro e imprese tornassero indietro nel tempo – diciamo a prima della sconfitta alla Fiat – oggi i diciassette milioni di stipendiati e salariati avrebbero settemila euro in più in busta paga, ogni anno.? />
Dunque, più profitti e meno salari. Come è stato possibile? Il punto di partenza sono gli anni ’60, il boom economico, la “ripartenza” dell’Italia dopo le difficoltà del dopo guerra. In quegli anni, il sistema delle imprese si “accontentava” del 23% del Pil. Qualche frazione di punto in più, a favore del salario, lo si registra alla fine degli anni ’60, durante l'”autunno caldo”. Numeri quasi impercettibili. La scossa, quella vera, la si registra a metà degli anni ’80. I “profitti” salgono e si accaparrano una fetta sempre più grande della ricchezza prodotta in Italia. La spiegazione è semplice: gli anni nei quali i “sensori” economici hanno rilevato uno spostamento dai salari alle imprese erano stati preceduti dai 35 giorni di occupazione a Mirafiori, nell’autunno dell’80. La più dura prova del sindacato italiano nel dopoguerra, che si è chiusa esattamente come la Fiat aveva sperato: con l’affermazione della “legittimità” dei licenziamenti di massa. Poi venne il taglio dei punti di scala mobile a metà degli anni ’80.

Eppure anche elementi così rilevanti nella storia sociale di questo paese non hanno avuto il peso degli accordi siglati da sindacato, Confindustria e governo agli inizi degli anni ’90. Accordi il cui risultato è leggibile benissimo nei dati forniti dalla “Banca dei regolamenti internazionali”: a metà degli anni ’90, i profitti sfondano il muro del 30%. Da allora in poi, le imprese si sono prese più di un terzo del prodotto interno lordo. Anche qui, la spiegazione, forse, è più semplice di quel che si possa pensare. Certo ci si riferisce a fenomeni internazionali, a tendenze dell’economia globale che si sono affermate nel corso di decenni, ma che pure sono “leggibili” nel nostro paese in fatti concreti, databili con esattezza. Nell’estate del ’92, la trattativa a tre, (governo, confindustria, direzioni sindacali) decise di eliminare ciò che restava della scala mobile, quel sistema automatico di protezione dei salari che compensava le buste paga dagli effetti dell’aumento del costo della vita. Di più, l’anno successivo, il 23 luglio – data che dà il nome all’accordo – gli stessi protagonisti decisero, di fatto, di mettere un tetto ai salari. Si decise che gli aumenti delle buste-paga, nei rinnovi contrattuali, sarebbero stati legati solo all’inflazione programmata. Iniziava l’era della concertazione.

La Ires-cgil pochi mesi fa ha pubblicato i dati sull’andamento dei salari italiani , che confermano il totale disastro prodotto dalla concertazione basata su gli accordi del luglio 1992-93. Nel 1993-2006 i salari lordi di fatto tengono a malapena il passo dell’inflazione (ufficiale), mentre quelli contrattuali perdono in media lo 0,5% all’anno. Negli anni 2002-2007 la perdita del potere d’acquisto è pari a oltre 1200 euro l’anno, ai quali vanno aggiunti quasi 700 euro di mancata restituzione del fiscal drag che portano la perdita complessiva a 1900 euro.

Mentre i padroni strillano contro le imposte, l’aliquota Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche) effettiva pagata dai lavoratori sale dal 18,5 del 2000 al 19,6 del 2006. L’arretramento generale si accompagna a un aumento delle differenze: nel 2006 il “lavoratore standard” guadagnava 1171 euro, che scendono a 969 nel mezzogiorno, a 961 per le donne, a 866 nelle piccole imprese, a 856 per gli immigrati, a 854 per i giovani. I profitti viceversa schizzano alle stelle. Il modesto aumento della produttività creato in questi 13 anni è andato per il 13% ai salari, per l’87% alle imprese. Secondo il campione di Mediobanca (1000 imprese con circa un milione di dipendenti), tra il 1995 e il 2006 i salari aumentano in media dello 0,4 % annuo, i profitti dell’8,1%: oltre 20 volte di piu! Una lotta di classe unilaterale condotta dai pardoni!!!! A conti fatti, i salari sono così risultati l’unico “elemento” economico sotto controllo. I prezzi hanno continuato a crescere, le tariffe pure, la spesa pubblica, la spesa sociale a ridursi. Ma le buste-paga hanno dovuto fare riferimento solo all’inflazione programmata. Nel giro di poco tempo, meno di un decennio, venti milioni di persone hanno visto ridursi – e consistentemente – gli strumenti che si erano inventati a tutela dei loro redditi. Prima la contingenza – appunto, la scala mobile – poi il valore economico del contratto nazionale. Anche allora – esattamente come avviene in questi giorni – si disse che la “perdita” su quei due versanti sarebbe stata compensata da un incremento della quota salari da redistribuire nella contrattazione articolata, nelle vertenze di fabbrica (contrattazione di secondo livello). Non è stato vero, non è vero.

La contrattazione articolata ha interessato meno del 20% dei lavoratori. E non sembra finita. Non sembra proprio finita. Perché proprio in questi giorni i vertici Cgil, Cisl e Uil hanno annunciato di aver raggiunto un accordo. Accordo che pomposamente chiamano di riforma della struttura contrattuale. Anche in questo caso, però, nulla di nuovo. Insomma: si va nella stessa direzione di sempre. L’idea è quella di trasferire ulteriori risorse verso la contrattazione aziendale, continuando a rendere sempre più sottile il contratto nazionale. Di più: l’idea, sostenuta da tutte e due le più grandi forze politiche che si sono “fronteggiate” in questa campagna elettorale, è quella di legare il salario alla produttività nelle aziende. Guadagni di più solo se produci di più, guadagni di più solo se l’azienda è in grado di produrre di più.

Sta per saltare, insomma, l’ultimo strumento, tenue, a difesa dei salari. E quel terzo di Pil intascato dalle imprese continuerà a crescere. Come è avvenuto in tante altre parti del mondo: come in Giappone dove negli stessi venticinque anni, i profitti sono aumentati di nove punti, o in Spagna, dove in venticinque anni si è passati dal 27 al 33%. E dire che appena poche settimane fa, in piena campagna elettorale, tanti – anche quelli che non avevano le carte in regola per farlo – mettevano l’accento sulla “questione salariale”. Chi non ricorda le tante denunce sulla terza settimana, sull’impossibilità per una famiglia su tre ad arrivare alla fine del mese? Ora è tutto dimenticato, ora si va in un’altra direzione. Lo fa anche il sindacato, che sta trasformandosi sempre più in un sindacato dei servizi.

Nonostante questo spostamento di ricchezze il capitalismo italiano rimane indietro nella competizione economica mondiale, i padroni investono poco e competono comprimendo salari e condizioni di lavoro. Noi lavoratori siamo travolti da una crisi sociale molto profonda. Per questo non possiamo sperare di difenderci solo nel nostro piccolo orticello. Per questo non possiamo più accettare di essere divisi tra lavoratori di diverse nazioni, di diversa bandiera, tra lavoratori di aziende diverse, mansioni diverse, con contratti diversi ecc. ecc.

Perchè alla fine, se non facciamo noi una politica e un sindacato a favore dei lavoratori, chi lo farà?
Se non tu, chi? Se non ora, quando?

dal sito Rete 28 aprile in data 17/7/2008

 

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3 thoughts on “La lotta di classe non esiste più? di Matteo Moretti Rete 28 Aprile Gkn di Firenze

  1. Non mi sento di dire che oggi esiste una lotta di classe. Possiamo dire che ci sono le condizioni oggettive di una lotta di classe, ma non esistono quelle oggettive.Leggendo libri, articoli, documenti vari su classi sociali, ceti, ecc ho trovato una gran confusione,che si è aggiunta alla mia,relativamente alla individuazione,nell’ambito della società italiana,delle classi sociali ovvero di come la società è strutturata.
    Infatti vorrei capire dove io dovrei pormi, quali sono gli interessi di ognuna, le alleanze varie, ecc.E’ evidente che la suddivisione in classi non può essere fatta con l’accetta, perché la frammentazione sembra notevole, e lo sforzo deve essere tale da ricomporre le varie frammentazioni e pezzi di classe in realtà omogenee (da quale punto di vista?) sia negli interessi che nei comportamenti conseguenti, sia dalle aspettative che le persone si attendono dal proprio ruolo o le speranze di cambiamento del ruolo (mobil

  2. (mobilità sociale verso l’alto).
    Sarà l’approccio sociologico presente nella maggior parte di quanto ho letto, ma manca totalmente l’ individuazione dei parametri che permettono di capire sia l’ aspetto oggettivo che soggettivo delle varie appartenenze delle persone, degli interessi comuni, delle divisioni, ecc.
    Rimane, a mia conoscenza, solo l’approccio marxista di come si rapportano le figure sociali (chiamiamole così) rispetto alla proprietà dei mezzi di produzione, sia che siano i detentori diretti di tali mezzi, siano che siano dei puri funzionari che rendono operante le direttive ricevendone in cambio un ruolo sociale ed un corrispettivo economico adeguato, sia che soggettivamente (in modo cosciente o meno) condividano la ideologia, senza esserne partecipi dei vantaggi relativi.
    Ma occorre capire i ruoli che tutte le varie figure giocano, non per incasellarle, ma per ricondurre tutte le frammentazioni di cui sopra a ristretti (come nume

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