India, la fabbrica licenzia 200 operai. I lavoratori linciano l’amministratore

I quotidiani indiani l’hanno etichettato come uno dei peggiori esempi di violenza sul luogo di lavoro. Protagonista, suo malgrado, un’azienda italiana che ha delocalizzato parte dei propri impianti in India nella zona di Greater Noida: la Giuliano Trasmissioni – ora diventata Oerlikon Graziano. La società con sede a Rivoli, nel torinese, è leader nel settore dei componenti per la trasmissione di potenza.
Ieri mattina circa duecento lavoratori recentemente licenziati dall’impresa hanno prima circondato la fabbrica e poi letteralmente ammazzato di botte l’amministratore delegato indiano della fabbrica. Secondo alcuni impiegati della Graziano, la folla ha «distrutto circa 20 auto presenti nel parcheggio all’interno dello stabile. Quando poi è uscito il responsabile, Lalit Kishore Chaudhary, è stato prima malmenato dagli astanti e poi colpito a morte con un martello». Chaudhary è stato immediatamente portato al locale ospedale Kailash, dove i dottori ne hanno constatato il decesso. Oltre a lui, sono almeno 50 gli impiegati rimasti feriti. 44 sono dovuti ricorrere a cure mediche, dieci sono ancora ricoverati in terapia intensiva. Se la sono vista brutta anche cinque consulenti italiani, in visita allo stabilimento, che hanno chiesto di essere risparmiati dalla folla inferocita.
La fabbrica è stata costruita nel 1998 e dal 2000 produce componenti per la trasmissione.
Subito dopo la notizia sono scoppiate le polemiche sul mancato intervento della polizia per salvare l’amministratore. Nonostante le chiamate da parte dei vertici della Graziano, le forze dell’ordine sarebbero arrivate in loco solo un’ora dopo l’inizio del brutale linciaggio. Sollecitati dall’ambasciata italiana a Nuova Dehli, gli agenti avrebbero provveduto all’arresto di 63 persone per omicidio e saccheggio. La polizia ha rinvenuto l’arma del delitto, ma non l’ha posta sotto sequestro.
La radici della violenza esplosa ieri risalgono a tre mesi fa, quando la società italiana ha deciso di chiudere parte della propria produzione indiana. Circa 200 lavoratori sono stati mandati a casa senza tanti complimenti. La Graziano aveva annunciato il licenziamento di 15 persone, mentre gli altri dovevano essere reintegrati; le cose sono però andarte in modo diverso. Secondo fonti della società citate dall’ India Times , «alcuni lavoratori erano venuti per rinegoziare i termini del loro impiego, ma non erano pronti ad accettare alcune condizioni ed hanno cominciato un sit-in.
Contro di loro era stata spiccata un’ingiunzione che gli impediva di avvicinarsi a 300 metri dalla fabbrica». Lalit Kishore Chaudhary lascia la moglie ed un figlio.

da Liberazione del 24 settembre 2008

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2 thoughts on “India, la fabbrica licenzia 200 operai. I lavoratori linciano l’amministratore

  1. Notizie come questa mi mettono in imbarazzo: in imbarazzo perchè se provo pietà per un uomo ammazzato di botte (pratica fascistoide)e per la sua famiglia, d’altro canto mi viene da pensare: finalmente.
    Finalmente anche le masse terzomondiste, non ancora rimbambite dal rumore mass – mediatico, cominciano a percepirsi come sfruttati appartenenti a una classe di sfruttati. Hanno voluto trasformare una popolazione di agricoltori e contadini in una massa di operai sfruttati e infelici contando sulla loro naturale mitezza d’animo: per me questo è il vero e proprio crimine. Mi auguro solo che cominci a pagare anche qualche dirigente non indiano.

  2. Quanto indicato nell’articolo non mi meraviglia affatto. Quando lo sfruttamento capitalistico occidentale ma anche indiano caccia nella povertà milioni di persone dopo averle illuse con un progresso che non verrà mai se non per una piccola parte la morte di un dirigente diventa la notizia. Ricordate Bophal (Union Carbide americana)? Ed ultimamente la multinazionale automobilistica Tata (indiana) che ha ottenuto dal governo del Bengala (diretto da un partito marxista-leninista)l’esproprio di terre fertili che nei decenni scorsi erano state distribuite ai contadini con una riforma agraria? Il capitalismo è il capitalismo e la morte di un dirigente sicuramente non mi commuove.

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