Wall Street al tappeto di Tito Pulsinelli

Wall Street ha infilato una china inarrestabile: dopo svariati “lunedì neri” siamo ormai passati al settembre più “nero” del 2008, e questo sarà l’anno più nero del secolo. Quello che segnerà la fine dell’egemonismo degli Stati Uniti e del capitalismo finanziario, ovvero del gioco d’azzardo globalizzato nelle Borse.
Nonostante le ingenti trasfusioni operate nel corso di quest’anno dalla Banca centrale europea e dal Giappone, il sistema della gang finanziaria anglosassone non dà segni di vita, boccheggia. E’ ormai assuefatto alle numerose “iniezioni”, con elevato contenuto di ricchezza reale, prelevato dagli erari pubblici del resto del mondo. Dopo il KO del dollaro, ora sono inservibili anche le fiches di Wall Street e di Londra.

Il galoppante trionfalismo li aveva spinti a coniare motu proprio una quantità di valori cartacei insostenibile, equivalente a venti volte la produzione mondiale. L’arroganza totalitaria aveva istaurato una utopia feudale: per far soldi non è più necessaro sporcarsi le mani e passare attraverso la merce. Secondo costoro, la vecchia formula “denaro-merce-denaro” era un feticcio obsoleto, inventato da un ebreo pazzo e comunista. Ora è finito il sogno di potersi arricchire all’infinito e dominare il genere umano maneggiando la pietra filosofale del “denaro che crea denaro”.

Bisogna tornare con i piedi per terra, cioè ad una economia che poggia sulla materialità della merci e dei servizi necessari al vivere degli umani. Questa era diventata un semplice “derivato”, cioè meno di una variabile, succube della libera fabbrica di valori cartecei.
“I sogni della cartiera” sono finiti. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno reagito con una tardiva statizzazione del sistema bancario, cioè disponendo liberamente dei beni pubblici per andare in soccorso dell’iniziativa ultra-privata e ultra-minoritaria dei banchieri. Che fine ha fatto la salvifica mano del mercato?

A loro non importa contraddirsi o gettare nella spazzatura il credo ideologico liberista: i tempi sono gravissimi, fanno quadrato, ed espropriano le riserve monetarie dei loro Paesi. Mors tua vita mea. Privatizzare i guadagni, socializzare le perdite: possibilmente in democrazia, altrimenti con regimi autoritari.
Adesso Bush tenta l’ultimo colpaccio: espropriare 700 miliardi di dollari dall’erario per una terapia d’urgenza ai suoi accoliti e affini. Non ai 400 mila che hanno perso la casa o ai disoccupati. Quelli che oggi invocano la teoria del male minore, sono gli stessi apologeti che fino a qualche giorno fa ribadivano il dogma dello Stato che non deve mai intromettersi nell’economia.

Bush assalta direttamente i depositi dove sono custoditi i beni per salute, istruzione, pensione e la sicurezza di 300 milioni di persone. E’ una mazzata di cui si sentiranno gli effetti per una generazione, perchè il debito nazionale complessivo aumenta di un terzo. C’è da dubitare che la Cina continui ancora a comperare i titoli e i buoni governativi di Washington.
Perché Bush non interrompe almeno una delle due guerre che sta perdendo?
No, d’un sol colpo, intima di consegnare il mega-malloppo di 700 miliardi al suo uomo della Riserva Federale. Poi si laverà le mani e uscirà di scena come il più grande nazionalizzatore di tutti i tempi. Ma un tribunale di Norimberga andrebbe stretto al criminale texano.

Finalmente dal Congresso si oppongono e dicono di no. Era ora. Comincia a venire a galla la prima linea di resistenza o divisione dentro l’élite nordamericana. Dalla tribuna dell’ONU, i capi di Stato del resto del mondo avevano criticato apertamente, accusato, preso le distanza o profferito invettive contro il capitalismo modello-USA.

Tra gli europei, solo la Francia ha detto in modo chiaro che ci vogliono regole, etica, controllo e che la banca non può pretendere nessun welfare, men che mai senza condizioni. Tutti gli altri, invece, sembrano come quegli italici che si accorsero della caduta dell’impero romano solo di fronte ai saccheggi e agli incendi della… decima invasione barbarica.

E’ l’inizio del fine partita, un punto di svolta che manda in pensione Bretton Woods, la finzione del dollaro sganciato dall’oro, ma anche dalle materie prime e dagli idrocarburi. Dietro il dollaro e i “prodotti finanziari” di Wall Street non c’è nemmeno una economia reale in espansione: solo potenza bellica e mediatica.
Tramonta un modello, travolto da una realtà in cui la Cina e l’India sono ormai le fabbriche del mondo, l’America Latina esporta minerali, idrocarburi e cibo, mentre la partecipazione degli Stati Uniti è basata sull’esportazione finanziaria. E sul consumo.
Non si torna agli Stati-nazione, si va verso quattro-cinque grandi blocchi regionali in cui gli scambi saranno prioritariamente quelli interni. Anche su questo terreno, gli Stati Uniti hanno fatto fiasco nel creare un unico blocco continentale. Devono accontentarsi del trattato con il Messico e il Canada, più un settore del Centroamerica.

dal sito Carmillaonline.com  in data 2 ottobre 2008

 

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