Storia di Valentina (e-mail del vice-presidente di Atdal over 40)

Ciao a tutte,
questa è una mail indirizzata alle tante donne che ho conosciuto di persona o via mail in questi anni. Le voglio rendere partecipi di una tragedia che, se ce ne fosse ancora bisogno, ci dice quale è la realtà di questo nostro povero paese.
E’ la storia di Valentina, una delle due figlie di un caro amico con il quale ho lavorato anni fa. Un uomo profondamente onesto, generoso e coraggioso, un uomo che raggiunta la pensione ha dato concretezza alla sua antica passione di dipingere ottenendo anche un discreto successo.
E veniamo a Valentina. Una ragazza ventenne, iscritta a Milano all’università con il sogno di diventare stilista. Una sera di qualche anno fa, torna da un concerto insieme al suo fidanzato. A Milano, in piazzale Brescia, vengono avvicinati da una mercedes nera con a bordo tre ragazzi. L’auto si ferma, scendono due degli occupanti (tutti italiani nessun extracomunitario) che cominciano a picchiare la coppia di giovani. Non contenti di averli riempiti di botte si accaniscono su Valentina e la violentano. Nessun passante interviene ma qualcuno prende il numero di targa della vettura. Si risale al proprietario e si procede con la denuncia. Il primo processo dura quattro anni ed è devastante per Valentina. Gli imputati non fanno un solo giorno di carcere.
La prima sentenza viene appellata ed il secondo processo è ancora più devastante del primo. Nessuno degli imputati ha un minimo di rimorso, nessuno dei loro famigliari si sente in dovere di esprimere una sola parola di conforto per Valentina la quale intanto ha lasciato Milano, si è trasferita a Torino, ha lasciato la precedente università e si è iscritta a psicologia, un modo forse per elaborare il suo lutto.
Anche il secondo processo non rende giustizia a Valentina e lei lo scorso 22 luglio decide di farla finita impiccandosi.
Chi vuole conoscere Valentina può farlo andando a visitare il sito lalberodivalentina (lo trovate attraverso Google).
Armando

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Le Monde: Minacce e pressioni politiche, Berlusconi tratta la rai come se fosse casa sua

La televisione pubblica italiana dà una falsa immagine della realtà? A questa domanda, Silvio Berlusconi ha già risposto di sì. Egli le rimprovera, in questi tempi di crisi, di “diffondere l’angoscia e il pessimismo” mentre “dovrebbe cooperare al fine di migliorare le cose”. “Farò il possibile perché le televisioni non siano fattori di ansietà”, ha spiegato qualche giorno fa.

Anche Marcello dell’Utri, suo amico e cofondatore di Forza Italia, si è permesso di commentare: “In televisione vedo conduttori dalle facce un po’ gotiche, un po’ cupe. Il direttore dovrebbe dar maggior prova di esprit de finesse”. “La Rai non è proprietà di Berlusconi”, ha replicato il sindacato dei giornalisti della televisione pubblica.
Ma sono soprattutto i programmi di approfondimento e di satira politica –numerosissimi in Italia- ad infastidire il presidente del Consiglio. “Ogni giorno, su tutti i canali, vengo dileggiato. Un’abitudine che s’è fatta insopportabile e che deve cessare”, ha osservato Berlusconi. “Non andremo mai più in televisione a farci insultare”, ha detto ai suoi ministri. Un diktat poco rispettato. A cominciare da lui.

Martedì 18 novembre. Mentre la trasmissione di dibattito politico “Ballarò” su Rai 3 volgeva al termine, il presidente del Consiglio si è autoinvitato intervenendo telefonicamente per sfidare uno dei suoi avversari, Antonio Di Pietro, presidente dell’Italia dei valori (IDV), che precedentemente l’aveva accusato di essere “un corruttore politico”: “Che vada dai magistrati a denunciarmi, altrimenti sarò io a trascinarlo in tribunale per calunnia”.

Intrusione? L’ennesima. Nel passato Berlusconi è già intervenuto a più riprese, all’improvviso, in trasmissioni alle quali non era invitato. Pressione politica? Si tratta anche di un modo, per lui che possiede un impero televisivo (Mediaset), di mostrare che la Rai è come se fosse casa sua.

Tali segnali di nervosismo giungono nel momento in cui Berlusconi deve fronteggiare la contestazione di piazza ed una grave crisi economica. Anche se la sua popolarità si mantiene attorno al 60%, il presidente del Consiglio ha perso qualche punto al momento delle manifestazioni studentesche di inizio novembre contro la riforma dell’istruzione del ministro Mariastella Gelmini.

“CAMPO DI BATTAGLIA”

Lo inquieta, inoltre, la prospettiva di una lunga crisi accompagnata dal rischio di un ritorno dell’antipolitica. Essere il bersaglio di imitatori e fantasisti non è il modo migliore per poter divenire un giorno –questo il suo sogno- presidente della Repubblica, una delle cariche più rispettate della Penisola. Ciò spiega la nuova offensiva contro la televisione pubblica e il tentativo di controllare come vengano rappresentati la sua immagine e il suo operato. “La televisione torna a farsi campo di battaglia della politica”, scrive il politologo Ilvo Diamanti sul quotidiano La Repubblica.

Per il momento non si tratta che di pressioni e minacce. Nel passato Berlusconi ha dimostrato di sapersi spingere ancora più in là. Nel 2002 aveva chiesto –e ottenuto- la testa di due giornalisti, tra i quali il rinomato Enzo Biagi.

Alcune intercettazioni telefoniche hanno rivelato che tra il 2001 e il 2006 dei collaboratori di Mediaset erano stati piazzati ai vertici della Rai per pilotare la linea dei programmi della televisione pubblica. Obiettivo: orientare l’informazione in favore di Berlusconi.

Gli attacchi contro il servizio pubblico giungono in un momento di grande incertezza sulla scelta del futuro presidente della commissione parlamentare di sorveglianza della Rai, un posto che tocca all’opposizione e che aprirà la strada ai futuri cambiamenti nella direzione dei canali.

È dal mese di luglio che i partiti di sinistra ancora non hanno trovato l’accordo su un nome. Berlusconi ha acconsentito a che i membri di destra della commissione designassero un candidato di sinistra che non aveva l’avallo del suo campo. Il presidente del Consiglio, non contento di seminare zizzania nell’opposizione, si è, ovviamente, astenuto dall’intervenire in questa vicenda.

Philippe Ridet, Le Monde, 21.11.2008
(traduzione di Daniele Sensi: l’AntiComunitarista)

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Ricercatori all’estero: quando l’alternativa italiana si chiama precariato

Estratti da una raccolta di Repubblica.it i post di due miei cari amici che si sono trasferiti all’estero per continuare le attività accademiche e di ricerca. Non ho voglia di commentare, vi lascio alle loro parole.

807.  Giulia Soloperto – 
Svolgo un progetto interdisciplinare tra il reparto di cardiologia e il gruppo di fluidodinamica computazionale a cui appartengo. Due anni fa, scelsi di proseguire i miei studi all’estero per il desiderio di misurarmi in un ambiente competitivo e di avere poi piú occasioni lavorative. Non é stata una fuga dal sistema italiano, forse dalle 800 euro al mese, ma me le sarei fatte bastare. Non mi va di fare la vittima, non ora. La faro’ quando avró, e l’avró, la conferma che in Italia non si tornerá piú perché a far compagnia al precariato , dentro e fuori l’Universitá, é arrivata la bella riforma che ha strozzato il collo di bottiglia per l’ascesa accademica. Ma la “maggioranza” lesse i programmi prima di votare l’attuale Governo? Indignata, mi consolo: lontano da casa ci stavo gia, per 5 anni pugliese a Milano; i soldi non mancano e non mancheranno (all’estero); appena possibile torneró in Italia, sí, ma solo per le vacanze e forse é meglio cosí. Tornare dove non ci sono piu’ le raccomandazioni ma addirittura le caste, o meglio le razze pure di baroni? Dove il governo nicchia gettando fumo negli occhi in risposta alle proteste? E manifestanti che indietreggiano… Un Parlamento che si é trasformato in una corte con tanto di buffoni e favorite,stile Luigi XVI? Se ascoltassero davvero, tornare e protestare avrebbe senso.Confidando invece nei corsi e ricorsi storici, non ci resta che aspettare lo scoppio della rivoluzione per prenotare il nostro biglietto e venire a farne parte.

780.  Gadi Sassoon – 
Risiedo in Regno Unito da 3 anni ed ho avuto la fortuna di studiare qui e negli USA. Riconosco i miei privilegi, ma me li sono guadagnati: un’universitá in America mi diede una somma ingente sotto forma di borsa di studio per facilitare il mio percorso, in parte per la qualitá del mio lavoro ma anche perché per l’istituzione in questione le quote di studenti stranieri di talento rappresentano un valore aggiunto (il che era espressamente dichiarato). Oggi sto terminando un programma di ricerca a Londra in arti sonore in un’universitá che, indipendentemente da un momento difficile per le sue finanze, mette in esplicito risalto l’importanza di un corpo studenti internazionale (in particolare in ambito EU ma non solo) e multietnico. In entrambi questi atenei, appartenenti a sistemi di istruzione piuttosto differenti, esistono fondi volti proprio ad aiutare studenti stranieri che dimostrino un serio potenziale per la comunitá accademica in questione, affinché possano entrare a farne parte superando evetuali limitazioni istituzionali, economiche o culturali. La diversitá é un valore aggiunto e un investimento, ragionare in termini di attrattiva internazionale aiuta a fare scelte volte ad un futuro in cui l’osmosi culturale sembra inevitabile.
Concordo con Daniele A (commento 502) che in un mondo globalizzato dobbiamo essere fieri dei nostri ricercatori sparsi per il mondo. Mi chiedo peró, come si pone l’Italia in quanto nazione ricca, sviluppata, europea, in questo contesto? Come?

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The Corporation (il film)

Pellicola purtroppo non destinata alle sale cinematografiche, ma ad un circuito ristretto di docenti e studenti universitari, mostra come la vita del pianeta e dell’umanità intera sia in pugno ad un gruppo di multinazionali, che si sono sostituite ad i governi di tutti i paesi, dagli Stati uniti d’America all’Unione Europea, alla Cina, alla Russia fino a quelli più poveri, nel dominio del mondo.
Le loro attività sfuggono ad i governi proprio in quanto imprese multinazionali, cioè transnazionali, senza confini, senza regole, se non quelle dell’aumento dei profitti e dell’espansione delle quote di mercato: neppure la lealtà al Paese di origine è considerata un valore da rispettare.
In America decine di multinazionali sono state multate per aver fatto affari con nemici giurati del loro governo.
Ma da dove nasce questo immenso potere?
Facciamo un passo indietro: la rivoluzione industriale viene datata all’anno 1712 in Inghilterra, quando un fabbro della Cornovaglia (Thomas Newcomen), che si era posto il problema di un pompaggio efficiente dell’acqua dalle miniere di carbone, produsse una pompa a pistone azionata da un motore a vapore a condensazione interna.
Essa fu protagonista della prima rivoluzione industriale.
È precursore di tutte le macchine a vapore industriali che sarebbero seguite, per aumentare enormemente la produzione.
Un paio di secoli prima la dinastia dei Tudor, che regnò dal 1485 al 1603, ebbe un ruolo molto importante nella trasformazione dell’Inghilterra da paese della "periferia" europea dell’epoca medievale a potenza destinata a dominare gran parte del pianeta nei secoli successivi, ed introdusse  per la prima volta il principio della recinzione dei terreni e della proprietà privata: fino ad allora nel mondo conosciuto, la gente apparteneva alla terra che la lavorava per trarne sostentamento, e la terra non apparteneva a nessuno, eccetto i re, i feudatari, l’imperatore e il papa.
Dall’affermazione della recinzione e della proprietà privata sulle terre da parte di singoli, nel corso dei secoli si è arrivati alla giurisdizione di ciascuno Stato sui mari limitrofi alle coste per il diritto di pesca , poi alla spartizione dell’aria per i corridoi aerei, ed oggi viene messa in discussione a livello mondiale l’acqua come bene pubblico.
Infine, ma non meno importante: Il XIV emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America è uno degli emendamenti approvati dopo la guerra di secessione noti con il nome di emendamenti della Ricostruzione. L’emendamento fu approvato con lo scopo di garantire i diritti degli schiavi.
Oggi è alla base del giusto processo e della clausola di uguale protezione nelle leggi di ciascuno stato. L’emendamento fu proposto il 13 giugno 1866 e fu ratificato il 9 luglio 1868. Le disposizioni approvate richiedono agli stati dell’Unione di garantire la stessa protezione legale a tutte le persone sottoposte alla loro giurisdizione.
In sostanza afferma che non si può privare una persona della vita, delle libertà e della proprietà senza un giusto processo.
Nei fatti servì solo in minima parte a tutelare gli schiavi liberati, fu utilizzata invece ampiamente e spregiudicatamente dalle Corporation che ottennero dalla Suprema corte degli Stati Uniti il riconoscimento della figura di persona giuridica, e poterono godere delle tutele e delle garanzie destinate agli ex–schiavi.
In tal modo non avendo i dirigenti e gli azionisti delle Corporation alcuna responsabilità giuridica delle loro azioni, queste imprese acquistarono gradualmente un immenso potere ed oggi hanno ridotto il pianeta e l’umanità nella condizione disastrosa che tutti vediamo.

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Può un movimento per l’acqua non riconoscersi nell’Onda?

Lettera aperta alle studentesse e agli studenti

Siamo donne e uomini da sempre impegnati nei nostri territori e a livello nazionale e internazionale per il riconoscimento dell’acqua come bene comune e diritto umano universale, da sottrarre al mercato e al profitto e da restituire alla gestione partecipativa delle comunità locali.
Insieme abbiamo prodotto e animato decine di conflitti territoriali contro la privatizzazione dell’acqua e per la difesa dei beni comuni.
Insieme abbiamo costituito, nel marzo 2006, il Forum italiano dei movimenti per l’acqua, una rete che raccoglie più di settanta associazioni ed organizzazioni e più di trecento comitati territoriali.
Insieme abbiamo raccolto più di 400.000 firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare per la tutela, il governo e la gestione pubblica dell’acqua.
Insieme abbiamo costruito, il 1 dicembre 2008, la prima manifestazione nazionale per la ripubblicizzazione dell’acqua e per la difesa dei beni comuni, che ha visto più di 40.000 persone sfilare per le strade di Roma.

Vi abbiamo visto inondare le città e le piazze di questo paese chiedendo a gran voce la difesa della scuola pubblica, il diritto all’istruzione, alla conoscenza e al futuro, lottando contro la mercificazione del sapere e della formazione, la precarizzazione della conoscenza e della vita, lo svilimento della scuola primaria, la privatizzazione dell’università.
Vi abbiamo sentito urlare con rabbia ed allegria : “Noi la vostra crisi non la paghiamo” riprendendovi gli spazi delle scuole e delle università e facendole diventare nuove agorà di socialità, conoscenza e incontro fra i movimenti e le lotte di chi vuole cambiare le politiche di questo paese e di chi vuole praticare un altro mondo possibile.

Questo mondo è oggi attraversato dalla più importante crisi economica e finanziaria che la storia ricordi, mentre si è approfondita la crisi alimentare globale e si è definitivamente appalesata la crisi ecologica e resi evidenti i primi effetti permanenti dei cambiamenti climatici planetari.
Un modello di ordine mondiale, fondato sul pensiero unico del mercato, sull’accaparramento predatorio delle risorse naturali, sulla mercificazione dei beni comuni e la loro consegna ai grandi capitali finanziari, sullo svuotamento della democrazia e della partecipazione popolare sta dimostrando il proprio completo fallimento.

Il “crack” globale dell’economia finanziaria rappresenta l’esito di trenta anni di politiche liberiste, basate sull’assioma “privato è bello”, sulla deregolamentazione del lavoro, sulla privatizzazione dei servizi pubblici, sulla espropriazione dei diritti sociali.
Oggi sono i grandi poteri bancari e finanziari ad invocare l’intervento pubblico e il sostegno statale.
Oggi sono i più sfrontati liberisti a dichiarare il fallimento del mercato.

Lo scopo è chiaro : ottenere un nuovo travaso di risorse dalle collettività ai poteri forti per rilanciare i flussi finanziari mondiali e riprendere l’espropriazione di risorse.
Così si chiedono sostegni pubblici alle banche, mentre si approvano normative –come l’art. 23 bis della Legge n. 133/08- che perseguono la definitiva messa sul mercato dei servizi pubblici locali, a partire dall’acqua e dal servizio idrico integrato.
Così si approvano normative per il drastico taglio dei fondi alle scuole di ogni ordine e grado, si inasprisce la precarietà e si attaccano i diritti del lavoro, si militarizzano gli spazi della democrazia e del conflitto sociale.

“Noi la vostra crisi non la paghiamo” avete detto voi per primi, inondando le strade di questo paese e riaffermando un protagonismo diretto, senza deleghe alcune né qualsivoglia rappresentanze.

“Noi la vostra crisi non la paghiamo” diciamo anche noi, reclamando la fine delle politiche liberiste di privatizzazione e ponendo al centro della nostra iniziativa la riappropriazione sociale dell’acqua e dei beni comuni, la loro cura e conservazione per le generazioni future, la loro gestione partecipata dai cittadini, dai lavoratori e dalle comunità locali, come motore di una ricostruzione dei legami sociali, di una riaffermazione dei diritti collettivi, della riproduzione di un’appartenenza sociale aperta e condivisa.
In una parola, di una nuova democrazia e di un altro mondo possibile.

Senza acqua non c’è diritto alla vita.
Senza saperi, formazione e conoscenze c’è solo dominazione del più forte.
Senza spazio pubblico non c’è partecipazione né democrazia.

Per questo ci riconosciamo nella vostra lotta e salutiamo la vostra assemblea nazionale, confermando la nostra piena solidarietà alle vostre mobilitazioni e proponendovi intrecci fra le nostre reciproche esperienze.
Intrecci che possono essere resi ancora più forti e solidi, partendo dalla consapevolezza -che poi è anche la cifra del nostro percorso- di come unità, radicalità, autonomia e inclusione delle differenze costituiscano il carattere fondante dei movimenti sociali.

Il 22-23 novembre prossimi, il movimento per l’acqua terrà ad Aprilia il suo secondo Forum nazionale, per fare il punto delle mobilitazioni attivate e per rilanciare con ancora più forza le ragioni della riappropriazione sociale dell’acqua e della difesa dei beni comuni.
Ci piacerebbe che fra gli interventi di apertura, sabato 22 mattina, ci fosse anche un contributo di una/uno studente che racconti al popolo dell’acqua pubblica l’esperienza del popolo della scuola pubblica.
Ci piacerebbe che, nell’autonomia dei reciproci percorsi, si potessero innescare importanti connessioni, promuovendo iniziative comuni dentro e fuori le Università che facciano incontrare le nostre battaglie per i beni comuni.
Ci piacerebbe ascoltarvi e raccontarvi qualcosa di noi.
Con curiosità, fiducia e determinazione.
Dobbiamo solo cambiare il mondo.

Un caro abbraccio a tutte e tutti.

Forum italiano dei movimenti per l’acqua
www.acquabenecomune.org

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Intervento dell’Onda all’Assemblea Nazionale Delegati FIOM

ROMA.
Noi crediamo che quello che sta succedendo nelle università e nelle scuole nelle ultime settimane abbia dell’incredibile.. Da ormai tre settimane pressoché tutte gli atenei e tantissime scuole della Penisola sono in mobilitazione, ciascuno con le proprie forme di lotta. Alcuni organizzano lezioni all’aperto, altri occupano le facoltà, altri ancora occupano i binari delle stazioni.
In questi giorni centinaia di migliaia di studenti hanno invaso le strade e le piazze delle città, da Palermo a Bolzano, dimostrando che non esiste una generazione di bamboccioni, di fannulloni, ma piuttosto in questo Paese esiste una generazione in rivolta che ha deciso di riprendersi il proprio futuro cominciando a conquistarsi il proprio presente.
Il più grande insegnamento che il movimento studentesco di queste settimane può offrirci è la dimostrazione che il consenso di questo governo in realtà si regge su un filo, assomiglia ad una grossa bolla speculativa come quelle che crescono e scoppiano nelle borse capitalistiche.
Come le bolle finanziarie americane, il consenso al governo Berlusconi si sgretola appena si ha il coraggio di metterlo in discussione. Le lotte studentesche dimostrano che se si costruisce il confilitto, se si pratica una reale opposizione il governo va in crisi. A dimostrazione di ciò stanno, da un lato, alcuni sondaggi che segnalano come l’opinione pubblica sia sostanzialmente favorevole o quantomeno tollerante, nei confronti delle nostre proteste, dall’altro, ed è questo il dato politico più interessante, il governo appare in difficoltà balbettando soluzioni contraddittorie: prima la minaccia degli sgomberi, poi l’apertura, subito ritirata, al dialogo, poi ancora la minaccia di denunce, fino ad arrivare all’utilizzo di “armi non convenzionali” come l’appoggio a gruppuscoli neofascisti come Blocco Studentesco, che è un organizzazione che andrebbe cancellata dalla storia di questo paese.
È un governo in crisi, è un governo che ha paura del conflitto sociale.

Sono sostanzialmente due gli slogan, che sono anche direttamente intenti politici, che attraversano le assemblee in tutta Italia.
Il primo dice: NOI LA CRISI NON LA PAGHIAMO. Un ‘NOI’, che non è mai rimasto chiuso nella piccola dimensione corporativa degli studenti, ma è sempre stato un noi aperto ai lavoratori dell’università, ai precari. Un noi che si rivolge direttamente anche ai metalmeccanici così come a tutti i lavoratori dipendenti di questo paese, un noi, di classe insomma, che urla l’indignazione di tutti i deboli e i subordinati di questo paese, decisi a non pagare più le politiche dei sacrifici voluti dai governi di destra e di sinistra negli ultimi anni.
Noi non pagheremo una crisi di cui non abbiamo colpe, non pagheremo i debiti prodotti dal capitalismo internazionale.
Il secondo dice: ‘FACCIAMO COME IN FRANCIA’, dove nel 2006 una grande alleanza tra studenti e lavoratori, costruita nelle lotte comuni, costrinse un governo di destra, non meno autoritario del governo Berlusconi, a ritirare una legge già approvata dal Parlamento.
Sulla stregua di questi due slogan interveniamo oggi in questa assemblea.

In questi giorni gli studenti sono scesi in piazza il 17 ottobre accanto ai sindacati di base, sono scesi in piazza il 30 accanto ai lavoratori della CGIL scuola, così come scenderanno in piazza il 14 in occasione dello sciopero dell’università indetto dalla CGIL.
La volontà degli studenti è stata sin dall’inizio chiara: non si vince se non si costruisce un’alleanza con il mondo del lavoro.
E qui arriviamo alla proposta.

Noi crediamo che sia necessario uno SCIOPERO GENERALE, che blocchi tutta la produzione di questo paese.
Uno sciopero generale è necessario per liberare la CGIL da un abbraccio mortale con gli altri sindacati confederali che sta progressivamente snaturando, trasformando irreversibilmente un sindacato storicamente combattivo come questo; uno sciopero è necessario anche per costringere i sindacati di base ad uscire dal minotarismo che li ha contraddistinti in questi anni.
Uno sciopero generale, nel rispetto delle nostre rispettive agende di mobilitazione, quindi, va convocato al più presto, con al centro la richiesta di abrogazione immeditia della legge 133 e del decreto Gelmini 137, appena convertito in legge.
Queste leggi che decretano la dismissione definitiva del sistema di formazione pubblico di questo paese, devono essere ritirate subito, perché un paese senza scuola pubblica è un paese incivile, un paese senza un sistema pubblico di formazione è destinato alla barbarie.
Sciopero generale, dunque, e concludiamo, perché solo nel vivo delle lotte si può costruire una reale unità tra studenti e lavoratori, solo praticando l’opposizione sociale si può costruire una reale alternativa a Berlusconi in questo Paese.

dal sito www.ateneinrivolta.org  in data 4 novembre 2008

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