Ricercatori all’estero: quando l’alternativa italiana si chiama precariato

Estratti da una raccolta di Repubblica.it i post di due miei cari amici che si sono trasferiti all’estero per continuare le attività accademiche e di ricerca. Non ho voglia di commentare, vi lascio alle loro parole.

807.  Giulia Soloperto – 
Svolgo un progetto interdisciplinare tra il reparto di cardiologia e il gruppo di fluidodinamica computazionale a cui appartengo. Due anni fa, scelsi di proseguire i miei studi all’estero per il desiderio di misurarmi in un ambiente competitivo e di avere poi piú occasioni lavorative. Non é stata una fuga dal sistema italiano, forse dalle 800 euro al mese, ma me le sarei fatte bastare. Non mi va di fare la vittima, non ora. La faro’ quando avró, e l’avró, la conferma che in Italia non si tornerá piú perché a far compagnia al precariato , dentro e fuori l’Universitá, é arrivata la bella riforma che ha strozzato il collo di bottiglia per l’ascesa accademica. Ma la “maggioranza” lesse i programmi prima di votare l’attuale Governo? Indignata, mi consolo: lontano da casa ci stavo gia, per 5 anni pugliese a Milano; i soldi non mancano e non mancheranno (all’estero); appena possibile torneró in Italia, sí, ma solo per le vacanze e forse é meglio cosí. Tornare dove non ci sono piu’ le raccomandazioni ma addirittura le caste, o meglio le razze pure di baroni? Dove il governo nicchia gettando fumo negli occhi in risposta alle proteste? E manifestanti che indietreggiano… Un Parlamento che si é trasformato in una corte con tanto di buffoni e favorite,stile Luigi XVI? Se ascoltassero davvero, tornare e protestare avrebbe senso.Confidando invece nei corsi e ricorsi storici, non ci resta che aspettare lo scoppio della rivoluzione per prenotare il nostro biglietto e venire a farne parte.

780.  Gadi Sassoon – 
Risiedo in Regno Unito da 3 anni ed ho avuto la fortuna di studiare qui e negli USA. Riconosco i miei privilegi, ma me li sono guadagnati: un’universitá in America mi diede una somma ingente sotto forma di borsa di studio per facilitare il mio percorso, in parte per la qualitá del mio lavoro ma anche perché per l’istituzione in questione le quote di studenti stranieri di talento rappresentano un valore aggiunto (il che era espressamente dichiarato). Oggi sto terminando un programma di ricerca a Londra in arti sonore in un’universitá che, indipendentemente da un momento difficile per le sue finanze, mette in esplicito risalto l’importanza di un corpo studenti internazionale (in particolare in ambito EU ma non solo) e multietnico. In entrambi questi atenei, appartenenti a sistemi di istruzione piuttosto differenti, esistono fondi volti proprio ad aiutare studenti stranieri che dimostrino un serio potenziale per la comunitá accademica in questione, affinché possano entrare a farne parte superando evetuali limitazioni istituzionali, economiche o culturali. La diversitá é un valore aggiunto e un investimento, ragionare in termini di attrattiva internazionale aiuta a fare scelte volte ad un futuro in cui l’osmosi culturale sembra inevitabile.
Concordo con Daniele A (commento 502) che in un mondo globalizzato dobbiamo essere fieri dei nostri ricercatori sparsi per il mondo. Mi chiedo peró, come si pone l’Italia in quanto nazione ricca, sviluppata, europea, in questo contesto? Come?

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