Non pagheremo noi la vostra crisi!

Nostro compito non è quello di salvare il “capitalismo terminale” dalla crisi, ma quello di salvare i lavoratori e le loro famiglie dalla crisi del capitalismo.

Lo SCIOPERO GENERALE del 12 dicembre sarà solo il primo passo.

Sulla scorta dell’«emergenza crisi» pare si stia già verificando che le ricadute sul lavoro (cassa integrazione, mobilità, licenziamenti di massa) stiano correndo assai più delle crisi di Borsa. Segno evidente che per i padroni (come già accadde per le ristrutturazioni degli anni ’80, che segnarono forti riduzioni di personale a fronte d’una crescente produttività tecnologica mai rivendicata, né contrattata, né distribuita) questa crisi è una ghiotta occasione per riplasmare la composizione quantitativa, qualitativa e organizzativa della forza lavoro.
Le cifre ufficiali fornite dai media non descrivono la profondità e la gravità della crisi capitalistica in atto, né l’impatto devastante e prolungato che essa avrà sulla vita di noi lavoratori. I rapporti ad oggi pubblicati per i paesi europei evidenziano il rischio inquietante di una disoccupazione di massa. Di qui la domanda ricorrente: che possiamo fare noi lavoratori rispetto alla crisi? E perché in un momento così drammatico la CGIL decide di riprendere il conflitto sociale proclamando lo sciopero generale per il 12 dicembre?
Cominciamo allora col dire che questa crisi non è banalmente dovuta alla «mancanza di regole dei mercati finanziari» (come vien detto nei salotti televisivi “inquinati”). E nemmeno muove dalla finanza per impattare su un economia reale sana e virtuosa che bisognerebbe preservare dal contagio). Non serve essere economisti per capire che economia reale e finanza sono indissolubilmente intrecciate fin dalla nascita del capitalismo e che il progressivo accentuarsi dei processi di finanziarizzazione speculativa degli ultimi 25/30anni sono stati necessari per surrogare la progressiva difficoltà del capitalismo produttivo nel mantenere livelli accettabili di “accumulazione del capitale” (senza i quali esso sarebbe già collassato da un pezzo).
Oggi, in realtà, siamo di fronte all’esplodere di una crisi drammatica che affonda le sue radici proprio nell’economia reale capitalistica, in quel gigantesco processo di redistribuzione del reddito avvenuto negli ultimi 20/25 anni, in cui una parte enorme della ricchezza prodotta è passata dai salari e le pensioni ai profitti e alle rendite. Ed è stata proprio questa enorme divaricazione tra redditi da capitale e redditi da lavoro – prodotta dall’enorme deregulation del mercato del lavoro (leggi sulla precarietà, depotenziamento del CCNL, smantellamento dei sistemi di Welfare, agiti per rilanciare la competitività contro la concorrenza asiatica) – che ha prodotto la crisi della domanda, a cui, per tenere in piedi i consumi (ovvero continuare ad accedere all’immensa quantità di merci prodotte), si è pensato di far fronte con l’espansione smisurata del credito, ovvero, mediante l’indebitamento e, a partire dal 2001, attraverso le cartolarizzazioni dei mutui e l’esplosione della piramide di quei prodotti finanziari chiamati “derivati”.
Le politiche che fino ad oggi hanno accompagnato i processi di liberalizzazione dei movimenti del capitale voluti dal WTO e quelli di deregulation del mercato del lavoro (che in Italia continuano ad essere tenacemente perseguite da governi e padroni), sono state ispirate dalle teorie economiche neoliberiste che imperversano ormai dagli anni ’80, negli USA con Reagan, Clinton e Bush, in Europa con tutti i governi di centrosinistra o centrodestra che si sono succeduti (Blair, Schroeder, Berlusconi, Prodi) e che attraverso gli accordi di Maastricht, il Patto di Stabilità e quello di Lisbona, hanno puntato ad impedire qualsiasi politica in deficit di spesa, imponendo agli stati nazionali, in nome del rigore monetario, la compressione dei salari, la precarizzazione del lavoro, la progressiva privatizzazione dei servizi sociali. La durata ultra trentennale di queste politiche fallimentari induce a ritenere che la crisi che esse hanno prodotto sia molto più grave e strutturale della Grande Depressione del ’29.
Quanto alle ricette propagandate per uscire dalla crisi, oggi abbiamo che gli stessi artefici della crisi si ripropongono come i medici che dovrebbero farci uscire dal mare di guai in cui ci hanno precipitati. I salvataggi bancari da loro attuati (che non modificano né gli assetti proprietari, né i consigli       d’amministrazione delle banche in crisi) non sono affatto una “soluzione” alla Crisi, bensì il presupposto per ulteriori crolli. Trasferire grandi quantità di denaro pubblico (pagate da tutti i contribuenti) nelle mani di finanzieri privati, porterà infatti ad un aumento pazzesco del debito pubblico ed a una centralizzazione senza precedenti del potere bancario.

Se quanto detto corrisponde a realtà, ne consegue che sia gli interventi attuati sulla sfera monetaria, sia i “pannicelli caldi” propinati da Tremonti/Berlusconi o dal PD, sono del tutto insufficienti. Per tentare di attutire gli effetti di questa crisi capitalistica (che si protrae almeno da 35 anni e che noi riteniamo irreversibile) ci vuole ben altro: è necessario tornare a rilanciare la spesa pubblica, rilanciare l’intervento pubblico nell’economia, andando ben oltre i vincoli del Patto di stabilità europeo; ci vogliono forti investimenti pubblici per sostenere la domanda interna, altrimenti l’economia non ripartirà. Ancora: bisogna legare gli incentivi dati alle imprese ad un progetto strategico di politica industriale che riqualifichi la capacità produttiva del sistema paese; ma soprattutto, bisogna fare di tutto, anzi di più, per far crescere i salari, sia attraverso la leva fiscale che attraverso una vera politica di redistribuzione della ricchezza attraverso il Contratto Nazionale.

Ciò che non è più accettabile è la favola del «non ci sono i soldi», perché questa è una presa in giro “ideologica” che va avanti ormai da 20anni. I soldi ci sono, eccome! Se l’Europa nel giro di pochi secondi ha potuto decidere di sospendere i vincoli di Maastricht e i vincoli finanziari per il credito (iniettando una valanga di quattrini pubblici per salvare gli speculatori bancari e le imprese), allo stesso modo, quegli stessi vincoli non devono valere nemmeno per delle politiche anticicliche serie, a tutela del lavoro e dei sistemi di protezione sociale!

Da qui nasce la necessità di tornare al conflitto sociale e l’auspicio che esso possa crescere in tutto il Paese dopo lo Sciopero Generale del 12 dicembre. La CGIL deve prendere atto che gli spazi per qualsivoglia mediazione concertativa sono oggi dichiarati esauriti dalle imprese, che puntano ormai a distruggere ogni forma di sindacato contrattuale per sottomettere totalmente il lavoro al nuovo paradigma imposto loro dalla crisi. Mentre per quei sindacati che vogliano evitare la trincea, è lasciata aperta la via seguita da Cisl e Uil, a cui sarà concesso come condizione della propria sopravvivenza, la semplice convalida delle decisioni aziendali.

Nelle ultime settimane abbiamo assistito ad una significativa ripresa del conflitto sociale in tutto il Paese che fa ben sperare. Noi riteniamo che al movimento per la difesa della scuola pubblica, dell’università, della ricerca, si debba affiancare al più presto la lotta dei lavoratori. Lo sciopero generale del 12 dicembre sarà il primo passo di un lungo percorso di ricostruzione, orientato all’apertura di una nuova e autonoma fase sociale, politica e culturale, liberata finalmente dalla subalternità ideologica al “mercato” e allo strapotere dell’impresa sul lavoro.

RETE 28 APRILIE TREVISO

da www.rete28aprile.it in data 8 dicembre 2008

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5 thoughts on “Non pagheremo noi la vostra crisi!

  1. Che qualcosa si stia muovendo, oltre alla elezione di Obama, lo dimostra il movimento di protesta in Grecia che i nostri mass media non sanno più come minimizzare. E’ evidente che la protesta greca non riguarda solo l’uccisione di un ragazzo ma riguarda il livello di intolleranza assoluta nei confronti del sistema liberal capitalistico. Lo dimostra il fatto che siano sfasciati obiettivi simbolici come le telecamere, le vetrine delle banche, la auto di lusso, etc.
    Lo dimostra anche la protesta anti – Gelmini. Per me la riforma Gelmini ha il grosso merito di voler eliminare corsi di laurea farlocco detenuti da vecchi tromboni ( diritto turco – cipriota con 2 iscritti e simili ) così come rispetto alcuni provvedimenti di Brunetta. Ma non è più questo il punto: la protesta anti Gelmini è in realtà una protesta anti Berlusconi, il rifiuto di un sistema e delle sue sovrastrutture poliziesche che decide come si deve vivere e cosa bisogna spera

  2. Ma non è più questo il punto: la protesta anti Gelmini è in realtà una protesta anti Berlusconi, il rifiuto di un sistema e delle sue sovrastrutture poliziesche che decide come si deve vivere e cosa bisogna sperare.
    In nome del dio denaro il capitale ha creato una massa di infelici in occidente e una massa di miserabili nel resto del mondo. E’ il suo secondo fallimento dato che il primo ebbe luogo nell’800 durante la prima e seconda rivoluzione industriale. Non credo che avrà una terza possibilità.
    Marx l’aveva detto: non è possibile produrre e consumare all’infinito, non foss’altro che per il fatto che le risorse della terra si esauriranno.
    Bisogna sempre e comunque essere contro la violenza ? non certo io se la violenza colpisce oggetti e obiettivi simbolici e non persone.

  3. Vedi il problema secondo me è proprio questo: prima c’era la classe dei lavoratori e quella dei padroni. Ora c’è la classe dei “vincenti” ( secondo le logiche del capitale ) e quella dei “perdenti”. Mentre prima, la classe dei lavoratori voleva cambiare la società ora quella dei “perdenti” vuole raggiungere lo stesso livello di benessere materiale di quella dei “vincenti”. In sostanza i poveri odierni non hanno nessuno intenzione di cambiare la società ma solo di partecipare al banchetto per arraffare più bruciole possibile.
    Il grande successo della rivoluzione berlusconiana consiste nell’aver indotto gli italiani a credere di essere potenzialmente tutti dei “vincenti” e che solo le regole dello stato impediscono che tu, singolo italiano, possa diventare un vincente. E gli italiani sono caduti in trappola: hanno barattato lo stato sociale in cambio di una possibilità su mille di diventare ricchi partendo da una condizione di povert&agra

  4. E gli italiani sono caduti in trappola: hanno barattato lo stato sociale in cambio di una possibilità su mille di diventare ricchi partendo da una condizione di povertà. Nel caso degli italiani rincoglioniti dalla tv hanno ragione Lutero e Machiavelli: l’uomo è fondamentalmente cattivo.

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