Generazione 1000 euro: intervista ad Alessandro Rimassa di Marco Patruno

Questa settimana ho avuto il piacere di intervistare Alessandro Rimassa autore insieme ad Antonio Incorvaia del libro e sito di successo "Generazione Mille Euro" www.generazione1000.com . Con questo neologismo introdotto in Italia nel 2005, gli autori descrissero la generazione dei giovani precari. Ad aprile uscirà la versione cinematografica tratta dal loro romanzo.
Sulla scia di "Generazione Mille Euro", il 17 febbraio 2009 sarà disponibile il loro nuovo libro “Jobbing: la guida alle 100 professioni più nuove e più richieste- come costruire o inventare la propria carriera” pubblicato dalla casa editrice Sperling & Kupfer www.sperling.it .
Nell’intervista Alessandro Rimassa constata come negli ultimi quattro anni la situazione dei giovani precari sia effettivamente peggiorata e di come la politica ha fatto poco o nulla per migliorare la loro situazione, ma il punto fondamentale è: da chi dobbiamo aspettare un possibile cambiamento? Nell’intervista trovate la risposta.
Che cosa pensi del precariato giovanile?
“Purtroppo il precariato è una condizione che sta diventando stabile. E da cui difficilmente si tornerà indietro. Credo però che in Italia, come avviene nel Nord Europa, si dovrebbero mettere in campo quelli strumenti di “security” per i giovani che trasformino il precariato in flessibilità. Il che significa sussidi di disoccupazione, trasparenza nella ricerca del personale, meritocrazia.”
Siamo la generazione mille euro, ma anche ottocento, settecento e cinquecento euro, si parla tanto di precariato però mi sembra che si fa davvero poco per i precari e le loro condizione non sembrano affatto migliorare. che cosa né pensi?
“In effetti quando abbiamo scritto Generazione Mille Euro, era l’ottobre del 2005, la situazione ci pareva grave ma… oggi è peggiorata. Decisamente peggiorata. E nulla hanno fatto, per giovani e precari, né il centro-sinistra né il centro-destra. Questo è un male non solo per chi fa parte di questa generazione, ma per tutto il Paese. Credo però che dalla politica ci sia da aspettarsi davvero poco".                                                                                
Ultimamente trasmissioni televisive e film si stanno occupando sempre di più del fenomeno.
Segno di una presa di consapevolezza da parte dei professionisti della necessità di testimoniare e documentare i danni del precariato ? O esiste lo spettro della “mercificazione” del problema precariato e precarI, con il rischio che il precariato continui ad essere una sorta di enigma impossibile da risolvere o che non si vuole risolvere?
“Mercificazione. Punto. In Tv, come sui giornali, tirano le storie tragiche, quelle di difficoltà. Insomma, se ne parla perché fa notizia, ma il punto è che i Media non hanno colpe in questo senso, sono il Governo e le Istituzioni, che dovrebbero intervenire. In gioco c’è il futuro dell’Italia, perché ridurre in condizioni di perenne difficoltà i giovani significa non costruire il futuro del Paese”.
Il precariato può frenare il talento e la creatività di un giovane ? oppure può essere uno stimolo a migliorarsi e a crescere?
“Credo che le due cose siano a sé stanti, non legate quindi”.
Il precariato sembra contenere in se una sorta di “forza disgregante” siamo cioè tutti più disuniti, soli e indifesi, secondo te c’è la possibilità di ritrovare quella “unione sociale” che tra precari sembra mancare rispetto ai c.d lavoratori standard?
“No. Perché i lavoratori standard hanno da difendere privilegi e per la difesa di quelli si uniscono. I precari invece dovrebbero unirsi per conquistare privilegi ma, in Italia, siamo tendenzialmente troppo individualisti., Ognuno quindi mira a risolvere il proprio problema e a dimenticarsi degli altri, a disinteressarsi di chi è nelle stesse condizioni. E questo egoismo di massa fa sì che non ci si unisca, ma – lo dico dopo tre anni di esperienza su queste tematiche – poco si può fare se gli stessi precari non credono davvero nell’unione”.

dal blog Generazione P  in data 28 gennaio 2009 

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Cinque ore di Pietro Ancona

Ho letto da qualche parte che la Presidente della Confindustria Emma Marcegaglia ha tentato in un incontro durato cinque ore di convincere Epifani a firmare la riforma dei contratti già accettata dalle altre confederazioni. Cinque ore alla fine delle quali Epifani ha confermato il no della Cgil. Mi è venuto da pensare: perchè la Confindustria vuole a tutti i costi la firma della CGIL? Certamente non si tratta di una organizzazione filantropica che chiede ai possibili beneficiari della sua generosità di accettarla! Sappiamo bene come gli accordi di oggi peggioreranno le condizioni generali del rapporto di lavoro e con i meccanismi già adottati con la legge trenta si creeranno i fumus per sostanziali decurtazioni dei minimi salariali nelle regioni e nelle aziende. Inoltre avanza il processo di scardinamento dell’art.18 e dei contratti a tempo indeterminato. Oggi nasce una specie di diritto sindacale che è sopratutto diritto delle aziende alle quali bisognerà piegarsi dopo essere stati spogliati di ogni possibile tutela e possibilità di resistenza sindacale o legale. Mi è venuto da pensare che cinquanta anni fa Giuseppe Di Vittorio intratteneva per cinque ore il Presidente della Confindustria Costa perchè aderisse ad un progetto di miglioramento della condizione dei lavoratori italiani , riconoscesse loro diritti a cominciare da un salario equo. Oggi siamo in un universo capovolto. E’ la Confindustria che ha interesse a ricevere dai sindacati quanto era stato da Di Vittorio in poi conquistato. La cosa stupefacente e sconcertante è che riesce perfettamente nel suo scopo e non c’è obiettivo che non si sia posto che non abbia realizzato alla grande sui contratti, sui salari, sulle pensioni, su tutto. Non solo ai lavoratori non resterà niente ma saranno impaniati come passerotti presi dall’ uccellatore. Difficilmente potranno fare niente. Squadre di esperti giuslavoristi da anni introducono in tutti i decreti di Berlusconi trasformati in legge norme che rendono ai lavoratori difficile anche il ricorso alla magistratura.

Pietro Ancona sindacalista cgil in pensione già membro del CNEL

da Bellaciao in data 24 Gennaio 2009

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Che fine ha fatto l’onda?

Ma che fine ha fatto l’onda, l’onda anomala, lo tsunami che doveva travolgere tutto e trascinare le lotte operaie e sociali?
Come, vi stanno rubando il futuro ed anche il presente, e siete tutti a casa a studiare, per far che? Un bel lavoro precario, una volta preso il sospirato "pezzo di carta", magari in un call center, dove team – leader ignoranti e presuntuosi vi maltrattano e svillaneggiano per un salario da fame!
Ma non capite che il lavoro precario è lo standard che i padroni vogliono introdurre  sempre di più e che domani, un domani non tanto lontano sarà l’unica forma di lavoro per tutti?
E’ vero che illustri maitre a penser  vi avevano giudicato più informati e più preparati dei ragazzi  del ’68, vi avevano convinto di essere dei rivoluzionari, ma almeno noi sessantottini eravamo dei ribelli. Avevamo dichiarato guerra all’autoritarismo e abbiamo combattuto senza tregua contro i padri, i professori. i capi ed i capetti nelle fabbriche e negli uffici.
Il sessantotto in Italia è durato dieci anni, ha spazzato via l’autoritarismo ed ha cambiato la società.
Per noi era una battaglia culturale irrinunciabile e l’ abbiamo vinta.
E voi ragazzi dell’ onda, cui stanno rubando tutto, vi siete già afflosciati.
Cosa pensavate, di poter vincere con tre/quattro mesi di manifestazioni?
Di poter andare allo scontro con celerini e carabinieri, a contrastare le provocazioni dei fascisti senza dotarvi di un servizio d’ordine?
Perché c’è un altro grande lascito del ‘ 68. oltre alla eccezionale elaborazione teorica degli studenti della facoltà di sociologia di Trento, la straordinaria efficacia ed efficienza di servizi d’ordine come quello del  quartiere Casoretto  e del Movimento studentesco di Milano.

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Laureati, colti e disperati

Riporto un illuminante articolo di Federico Pace per Repubblica.it. Sembra una risposta ad hoc per la ragazza laureata e precaria che ha commentato il post precedente di Fedele. Per il resto superfluo qualsiasi commento.

 

Iperqualificati, con qualche sogno in testa e sempre meno pagati. Destinati a emigrare, pur di evitare la disfatta. I laureati mostrano sul loro volto i segni delle sempre più acute contraddizioni di un intero paese dove il merito e le qualifiche non vanno quasi mai di pari passo con le opportunità e i compensi.

Sul loro volto sono sempre più evidenti i segni del disagio provato di fronte a quella porta, quasi sempre socchiusa, che dovrebbe portarli al lavoro e alla maturità. Quando una ragazza o un ragazzo con in tasca la laurea cerca un posto, pare di vedere un gigante che prova ad entrare attraverso la piccola porticina di una minuscola casa di lillipuziani. Loro sono tanti mentre sembrano sempre più inadeguati i posti di lavoro che il sistema economico e il mondo delle aziende italiane mette a disposizione. Addetti per i call center o cassieri di negozio che siano. Con il paradosso, che a questo punto pare quasi logico, che sono proprio i più preparati, quelli che prendono i voti più alti di tutti a ritrovarsi con il più basso tasso di occupazione. Tanto che a un anno dalla laurea, trovano lavoro solo quattro su dieci di quelli che hanno preso 110 e lode.

Con la triste constatazione che nel 2006 un laureato guadagna al mese, in termini reali, meno di quanto percepiva cinque anni fa il fratello maggiore. Fenomeni conosciuti si dirà, ma il fatto è che quest’anno le cose sono andate ancora peggio. Tanto che per trovare un impiego non è neppure sufficiente aspettare un anno. I dati del triste record dicono che dopo la fatidica laurea, a un anno dal giorno della discussione della tesi, dai festeggiamenti e dai sorrisi e dalle congratulazioni, trova lavoro solo il 45 per cento dei laureati “triennali” (erano il 52 per cento l’anno scorso) e il 52,4 per cento dei laureati pre-riforma, ovvero il dato più basso dal 1999. I dati sono quelli della nona indagine sulla “Condizione Occupazionale dei laureati italiani” presentata a Bologna da AlmaLaurea, il consorzio interuniversitario a cui aderiscono 49 università italiane. Ed è forse utile sapere che il convegno prevede per la mattina di sabato (3 marzo) anche una tavola rotonda che dibatterà su questi temi e a cui parteciperanno anche Fabio Mussi, il ministro dell’Università, e Cesare Damiano, il ministro del Lavoro, insieme ad Andrea Cammelli, il direttore di Almalaurea, e il presidente Crui Guido Trombetti. Secondo l’indagine, l’instabilità che caratterizzava già molti degli impieghi degli anni scorsi si è fatta ancora più acuta. Sia per i laureati “triennali” che per quegli ultimi che stanno uscendo dal percorso previsto dal vecchio ordinamento. Solo un giovane su tre che ha conseguito una laurea breve – e ha trovato un impiego – è riuscito a siglare un contratto a tempo indeterminato. L’anno scorso l’impresa era riuscita al 40 per cento di loro. Stessa storia per i giovani che hanno ultimato il percorso di laurea del “vecchio ordinamento”, la quota di chi è riuscito ad avere un contratto stabile è scesa al 38,4 per cento. Il lavoro atipico dal 2001 a oggi è cresciuto di ben dieci punti percentuali. C’è poi lo stipendio. Quel sostegno che dovrebbe permettere alle nuove generazioni di prendere iniziative e decisioni, di mettere su famiglia, di provare a superare la sindrome di Peter Pan.

Quel sostegno, è sempre più esile. I giovani laureati del post-riforma si ritrovano in tasca a fine mese solo 969 euro. Meno di quanto non fosse l’anno scorso (vedi tabella). Prendono qualcosa in più i laureati pre-riforma che a fine mese arrivano fino a 1.042 euro. Poco più dell’anno scorso ma, al netto del costo della vita, ancora meno di quanto un neolaureato guadagnava cinque anni fa. Senza dire che l’Italia vanta il minor numero di laureati che lavora a cinque anni dalla laurea (l’86,4 per cento contro una media europea pari all’89 per cento).

Scorrendo i dati dell’indagine di AlmaLaurea si ricava la triste conferma che nel cuore delle nuove generazioni, anche lì dove è opportuno che l’Italia sia più moderna e vicina all’Europa, covano e crescono le stesse antiche contraddizioni e disparità che gravano da tempo infinito sul corpo del malato Italia. Le donne sono meno favorite rispetto agli uomini, hanno un tasso di occupazione più basso, sono più precarie e guadagnano meno dei loro colleghi uomini. A un anno dalla laurea lavora il 49,2 per cento delle laureate pre-riforma contro il 57,1 per cento degli uomini. E il gap salariale nel tempo non fa che crescere, tanto che a cinque anni dalla laurea le donne guadagnano un terzo meno di quanto non prendono gli uomini. Quanto alla precarietà a un anno dalla laurea il 52 per cento delle donne ha un contratto atipico contro il 41,5 per cento degli uomini. E la disparità è ancora più acuta per le laureate “triennali”, visto che solo il 34 per cento delle donne ha un impiego stabile contro il 48 per cento dei loro colleghi uomini. Stesso discorso per le disparità territoriali. Nel 2006 sei laureati del Nord su dieci trova lavoro dopo un anno mentre per le regioni del Sud le cifre si fermano al 40 per cento. Ovvero le stesse quote nel lontano 1999. Senza dire che a cinque anni dalla laurea, i giovani del Mezzogiorno prendono 1.167 euro al mese mentre i ragazzi del Nord arrivano a 1.355 euro al mese.

Non c’è da stupirsi se allora molti di loro non si sentono valorizzati per quello che valgono e, seppure a malincuore, decidono di muoversi oltre confine per trovare migliori occasioni. All’estero, lì dove sembrano trovare rifugio e compenso. I laureati italiani che lavorano fuori dai confini nazionali, a cinque anni dalla laurea, arrivano a guadagnare quasi 2 mila euro, ovvero il 50 per cento in più di quanto non accada alla media complessiva dei laureati. Se non si mette mano a questo problema, se non si trova un articolato piano per valorizzare i talenti che escono dalle nostre facoltà, poco si potrà fare per dare slancio al nostro paese. “Seppure rimangono innegabili le miglior opportunità occupazionali e di retribuzioni di un laureato rispetto a quelle di un diplomato – conclude Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea – la ripresa economica del Paese ancora non coinvolge i giovani usciti dalle università che continuano a crescere una generazione di laureati invisibile e poco rappresentata. Il loro infatti non è solo un problema occupazionale, ma anche di esclusione dalla rappresentanza e dalla classe dirigente. Chi ha dai 25 ai 39 anni rappresenta il 30% della popolazione, ma è rappresentato da meno del 10% dei parlamentari.”

 

Tratto da www.repubblica.it/lavoro a cura di Federico Pace (2 marzo 2007)

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Gattopardi padroni della crisi di Giorgio Cremaschi

Nel “Gattopardo” il nipote garibaldino così si rivolge allo zio, barone siciliano fedele ai Borboni, per convincerlo a schierarsi con i piemontesi: “Perché non cambi nulla bisogna che cambi davvero tutto”. A questo fa pensare l’incontro di politici ed economisti europei, presenti tra gli altri Merkel, Blair, Tremonti, Sarkozy, dal quale è emersa una critica radicale al capitalismo finanziario e speculativo crollato nello scorso autunno. Cos’è il tutto che deve cambiare? La follia speculativa e il ruolo predominante della casta dei manager, il dominio della finanza sulla cosiddetta economia reale, del sistema bancario su quello delle imprese industriali. Cos’è però che deve restare? La sostanza della globalizzazione liberista, cioè la distruzione dello stato sociale ove c’era, lo smantellamento dei diritti dei lavoratori, la concorrenza salariale al ribasso, la precarietà e la flessibilità spinte all’estremo. Non una parola finora, tra tante critiche e autocritiche dei governanti, è stata rivolta alle condizioni del lavoro. La flessibilità è sempre la via maestra dello sviluppo e il salario resta sempre il nemico del sistema: guai a dire semplicemente “più salario”. Anche quando si parla di una maggiore giustizia sociale, al massimo si pensa a un po’ di esenzioni fiscali, e qualche elargizione per i disoccupati e i più poveri. La riduzione degli orari di lavoro, per contenere i licenziamenti, deve avvenire riducendo i salari e nessuno, ma proprio nessuno, pensa di mettere in discussione i contratti precari in quanto tali. Il rappresentante italiano nella Banca Europea, Bini Smaghi (successore di Padoa Schioppa, evidentemente il doppio cognome è indispensabile per accedere a quegli incarichi), ha proposto di finanziare le indennità per i disoccupati con l’aumento dell’età pensionabile. L’obiezione che sarebbe più sensato far andare prima in pensione e assumere così più disoccupati, invece che produrne ancora di più con l’allungamento del tempo di lavoro, è considerata ideologica. E a proposito di pensioni, è ideologico dubitare che non sia più vera la favola dei fondi. Quella secondo la quale ciò che manca nella pensione pubblica, può essere sostituito dalla moltiplicazione dei pani e dei pesci che avverrebbe con i fondi pensionistici privati. Ma se Borse e mercati crollano, come faranno i fondi a mantenere le loro promesse? Non lo faranno, ed infatti ai lavoratori della General Motors, in cambio dei possibili aiuti di stato, viene chiesto di rinunciare a gran parte della pensione aziendale, per ridurre il costo del lavoro.
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Come combattere l’Italia delle disparità di Luciano Gallino

Nel discorso di Capodanno il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha proposto di fare della crisi un´occasione “per impegnarci a ridurre sempre più le acute disparità che si manifestano nei redditi e nelle condizioni di vita”. Supponiamo per un momento che il governo o l´opposizione prendano sul serio le sue parole. Caso mai lo facessero, dovrebbero elaborare una politica rivolta a ridurre in modo stabile le disparità, ovvero le disuguaglianze socio-economiche osservabili nel nostro paese. Il percorso da seguire a tale scopo comprenderebbe diverse tappe. Vediamo quali sarebbero le principali.
Anzitutto, parlando dell´Italia, è poi vero che da noi le disuguaglianze sono maggiori che in altri paesi? Ammesso che lo siano, perché mai il potere politico dovrebbe preoccuparsene? Una risposta alla prima domanda l´ha fornita l´Ocse con un rapporto pubblicato un paio di mesi fa. Sui trenta paesi aderenti all´Ocse, soltanto 5 presentano indici di disuguaglianza superiori all´Italia, mentre ben 24 presentano indici inferiori. D´altra parte i ricercatori della Banca d´Italia forniscono da anni dati analoghi. In Italia il 20 per cento della popolazione più povera percepisce meno del 7 per cento del reddito totale; il 20 per cento più ricco riceve più del 41 per cento. Se si guarda al patrimonio, le disuguaglianze sono anche più grandi: il 10 per cento formato dalle famiglie più ricche detiene la metà della ricchezza reale e finanziaria, mentre la metà formata da quelle più povere possiede appena il 10 per cento della ricchezza totale. Soltanto gli Usa, il Brasile e pochissimi altri paesi mostrano disuguaglianze altrettanto piramidali.
La politica, sostiene la destra, non dovrebbe occuparsi delle disuguaglianze socio-economiche. Perché in fondo, essa dice, sono giuste. Coloro che stanno in alto lo debbono nell´insieme a un impegno nello studio e sul lavoro superiore a quello di coloro che stanno in basso. Se lo Stato interviene in tale processo, sminuisce il riconoscimento dovuto ai primi e compensa i secondi che non se lo meritano. Sostenendo questo la destra commette due errori. Il primo fattuale, perché la spiegazione vale per casi individuali, ma per un fenomeno collettivo come le disuguaglianze socio-economiche non c´è evidenza disponibile che la confermi. Il secondo errore è politico.
Chi si trova nella parte bassa della distribuzione del reddito e della ricchezza ha in media una vita più corta di qualche anno; svolge un lavoro più faticoso; si nutre come può; tende ad ammalarsi più spesso; stenta a mandare i figli all´asilo da piccoli come alle superiori o all´università da grandi; spreca in media un paio d´ore al giorno a fare il pendolare; a suo tempo, avrà una pensione da fame. Soprattutto, chi si trova nelle predette condizioni non conta niente nelle decisioni che vengono assunte dal potere politico giusto in tema di organizzazione del lavoro, salari, sanità, prezzi, costo e disponibilità di asili, scuola, trasporti pubblici, pensioni. Ora, finché si tratta d´una parte modesta della popolazione, un problema politico non si pone per chi sta in cima alla piramide: quelli che stanno alla base sono semplicemente invisibili. Quando invece capita che la base diventi maggioranza, o si affronta la questione delle disuguaglianze sul piano politico, oppure esse corrompono in profondità le strutture della società che le ha tollerate fino a quel punto. Che è il limite al quale l´Italia pare si stia approssimando.
Un segno del suo approssimarsi è evidente nel prolungato peggioramento delle disparità di salario tra l´Italia e i maggiori paesi europei. I rapporti dell´Ocse e alcuni recentissimi dell´Organizzazione Internazionale del Lavoro, datati addirittura 2009, non lasciano dubbi. Tra il 1995 e il 2005 le retribuzioni reali al netto dell´inflazione sono cresciute in Italia d´un misero 1,5 per cento, contro il 9,5 della Germania, il 14,5 della Francia e il 25,5 del Regno Unito. Se però i salari vengono misurati tenendo conto, oltre che dell´inflazione, anche della parità di potere d´acquisto, i salari italiani risultano diminuiti del 16 per cento tra il 1988 e il 2006. L´Oil precisa che questo è il maggior declino delle retribuzioni osservato in 11 paesi dell´eurozona per cui erano disponibili dati comparabili. Il declino ha un riflesso diretto nella quota che i salari rappresentano sul Pil: tra il 1979 e il 2007 tale quota è diminuita in Italia di quasi il 13 per cento. Al presente costituisce solamente il 55 per cento del Pil, sebbene i lavoratori dipendenti regolarmente occupati, quindi captati dalle rilevazioni Istat, siano cresciuti nel frattempo di alcuni milioni. A ragione l´Oil parla di “una vera emergenza salariale in Italia”.
Superata la tappa dell´accertamento dei dati, una politica volta a ridurre le disuguaglianze dovrebbe interrogarsi sulle loro numerose cause. Basta scegliere quelle su cui concentrarsi. La produttività delle imprese italiane, che dovrebbe essere fatta anzitutto di ricerca e sviluppo, prodotti innovativi, organizzazione del lavoro ad elevato contenuto professionale, nonché mezzi di produzione idonei a migliorare la qualità di prodotti e servizi e non soltanto a risparmiare lavoro, ristagna da circa un decennio. Le imprese piccole pagano salari molto più bassi in media che non quelle grandi, e l´Italia ha un numero spropositato di esse. Alle politiche attive e passive del lavoro, intese a facilitare un rapido ritorno al lavoro di chi lo ha perso, l´Italia destina poco più dello 0,5 per cento del Pil; Germania, Francia e Spagna, quasi cinque volte tanto. Infine la finanziarizzazione delle imprese ha dirottato masse di capitali che potevano andare agli investimenti verso impieghi improduttivi, come il riacquisto di azioni proprie e i compensi astronomici ai manager sotto forma di stock option, bonus, paracadute e pensioni d´oro in aggiunta allo stipendio.
In compenso è cresciuto il numero dei miliardari in dollari facenti parte del decimo al top delle persone più ricche del mondo. Quelli italiani formano ora il 7 per cento di tale decimo, appena un punto meno della Germania che ha una popolazione molto più grande, e tra 1 e 3 punti in più rispetto a Regno Unito, Francia e Spagna.
Allo scopo di elaborare una politica diretta a ridurre stabilmente le disparità di reddito, come richiesto dal Capo dello Stato, occorre coraggio e consenso sociale. Il primo, è noto, se uno non ce l´ha non se lo può dare. Quanto al consenso, il governo in carica pensa evidentemente di averlo trovato distribuendo qualche euro una tantum ai poverissimi e ad una frazione minima dei precari. L´opposizione farebbe invece bene a pensare di accrescere il proprio prendendo sul serio l´invito di Napolitano. Tenendo conto che in assenza d´una simile politica l´emergenza salariale di cui scrive l´Oil, con le sue componenti finanziarie, potrebbe notevolmente peggiorare nel corso del 2009.

da la Repubblica del 7 gennaio 2009

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Perché siamo finiti così

Sachs (Jeffrey Sachs, l’esponente più illustre della Scuola di Economia di Chicago n.d.r.) ammira Keynes, ma non sembra interessato al fatto che ciò che rese il keynesianesimo possibile nel suo Paese furono le richieste confuse e militanti dei sindacalisti e dei socialisti, la cui forza crescente rese credibile la minaccia di una soluzione più radicale, il che trasformò il New Deal in un compromesso accettabile. Non aver compreso l’ importanza dei movimenti di massa nel mutare la marea della Storia condusse Sachs a gravi errori.
Per esempio gli impedì di vedere la concreta realtà politica che aveva di fronte in Russia: non ci sarebbe mai stato un piano Marshall per la Russia, e questo perché il piano Marshall originario era stato varato a causa della Russia (dell’U.R.S.S. n.d.r.)
Quando Eltsin abolì l’Unione Sovietica, la “pistola carica” che aveva costretto a sviluppare il piano originario fu disarmata. Senza di essa il capitalismo fu improvvisamente libero di assumere la sua forma più selvaggia e non solo in Russia ma in tutto il mondo.
Con il collasso dell’Unione Sovietica, il capitalismo poteva contare su un monopolio globale, il che voleva dire che tutte le “distorsioni” che avevano interferito con il perfetto equilibrio del libero mercato non erano più necessarie.
Era questo il vero lato tragico della promessa fatta ai polacchi ed ai russi: che se avessero seguito la schokterapia, si sarebbero risvegliati all’improvviso in “un normale Paese europeo”.
Quei normali Paesi europei – con la loro solida rete di sicurezza sociale, le tutele per i lavoratori, i potenti sindacati e la sanità socializzata – erano emersi come compromesso tra comunismo e capitalismo. Ora che non c’era più bisogno di compromesso, tutte le politiche sociali moderate furono prese d’assedio nell’ Europa occidentale, come lo erano in Canada, Australia e negli Stati Uniti.
Tali politiche non sarebbero state introdotte neppure in Russia, e certo non con i soldi degli occidentali.
Questa liberazione da ogni vincolo è l’essenza della Scuola di Chicago (anche nota come neoliberismo, o negli Stati Uniti, neoconservatorismo): non una nuova invenzione, ma il capitalismo liberato da tutti i suoi fronzoli keynesiani, il capitalismo nella sua fase monopolistica, un sistema che non deve più sforzarsi di conservarci come suoi clienti, che può essere antisociale, antidemocratico e disumano quanto vuole.
Finché il comunismo è rimasto una minaccia il gentleman’s agreement del keynesianesimo è sopravvissuto; una volta che quel sistema ha perso terreno, ogni traccia del keynesianesimo ha potuto finalmente essere estirpata, ottenendo così l’obiettivo che Friedman (Milton Friedman, fondatore della Scuola di Chicago n.d.r. ) aveva posto per il movimento mezzo secolo prima (anno 1957 n.d.r.).

da Schokeconomy di Naomi Klein

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