Politici andate a casa, non pagheremo noi la vostra crisi

Lo slogan, già usato per la crisi Argentina, riecheggia ora nelle piazze di mezzo mondo. Perché al crollo provocato dal libero mercato i governi oppongono le stesse ricette colpendo i più deboli. Ma saranno spazzati via a breve. L’atto di accusa della scrittrice canadese (Naomi Klein n.d.r.). La folla che in Islanda ha sbattuto pentole e tegami, fino a provocare la caduta del governo contestato, mi ha fatto tornare alla mente lo slogan in voga nei circoli anticapitalistici nel 2002: ‘Voi siete l’Enron. Noi siamo l’Argentina’. Il messaggio era molto semplice: voi, politici e amministratori delegati riuniti in qualche summit economico, siete come quei dirigenti sconsiderati e truffaldini della Enron (e naturalmente non conoscevamo che la punta dell’iceberg). Noi, ovvero la plebaglia lì fuori, siamo come il popolo argentino che, nel bel mezzo di una crisi economica spaventosamente simile alla nostra, scese in piazza sbattendo pentole e tegami.
Gridando ‘Que se vayan todos’ (devono andare via tutti) costrinsero alle dimissioni quattro presidenti, uno dopo l’altro, in tre settimane. La rivolta in Argentina nel 2001-2002 è stata unica perché non mirava a un particolare partito politico o alla corruzione in generale. L’obiettivo era il modello economico dominante. È stata infatti la prima rivolta nazionale contro il moderno capitalismo deregolamentato. È servito un po’ di tempo, ma dall’Islanda alla Lettonia, dalla Corea del Sud alla Grecia, alla fine anche per il resto del mondo è arrivato il momento del ‘Que se vayan todos’.
Continue reading

240 Visite totali, nessuna visita odierna

La vita è una gita

E’ di questi giorni la debacle di Soru e del PD in Sardegna, è di martedì sera a Ballarò la lezione di politica impartita da La Russa e Casini agli italiani: Berlusconi è un grande premier, gli italiani lo amano e lo premiano con il voto; è di questi giorni l’ incidente diplomatico con l’Argentina per la battuta infelice del nostro presidente del consiglio sui  trentamila desaparacidos ai tempi della dittatura di Videla (1976-1983).
Ciò che gli italiani non hanno capito oppure hanno capito benissimo, perché in buona parte si identificano perfettamente con lui, è che Berlusconi è come uno scolaretto perennemente in gita: l’importante è diverttirsi sempre, facendo le corna in una foto di gruppo con altri primi ministri, gridando "cucù" alla Merkel in visita ufficiale in Italia, e così via scherzando, ed intanto l’Italia affonda e gli italiani vanno in malora.

368 Visite totali, nessuna visita odierna

Il precariato. Un disastro umano per milioni di giovani lavoratori

Repubblica di oggi, un giornale che ha sostenuto con pervicacia la linea della cosiddetta "modernizzazione" dei rapporti di lavoro attraverso i precari privi dei diritti dei lavoratori "tipici",
si accorge dell’enormità del disastro sociale che si è creato e vi dedica una attenzione che non dovrebbe sfuggire ai sindacati, ai politici, a quei settori della sinistra che si sono fatti infinocchiare
dall’idea di una serie di opzioni lavorative assai attraenti messe una dietro l’altro e tra queste una rete di protezione.
Naturalmente la realtà è assai più squallida e tetra per i precari. Vengono assunti in genere di tre mesi in tre mesi e magari sempre dalla stessa azienda dal momento che la condizione di precario è assai più conveniente per questa. Alcuni addirittura di settimana in settimana esclusi i festivi. La media delle retribuzioni dei precari credo non superi i seicento euro al mese . Diritti quasi inesistenti. Una intera generazione è stata umiliata
Gli studi fatti spesso con tanta passione sono diventati carta straccia. La laurea che rappresentava il passaporto di ingresso non solo verso le professioni, ma anche per un lavoro ed una vita sicuri è diventata inutile dal momento che, come spiega benissimo Vandana Shiva, oggi il padrone non si accontenta della tua forza lavoro ma vuole l’essenza di ciò che sei per farne ciò che vuole. Si è voluto diffondere la falsa ideologia della continua trasformazione della economia che comporta una mobilità lavorativa senza fine.
La responsabilità di quanto è accaduto e delle sofferenze sociali che si sono create si deve ad una corrente giuslavorista, che va da Treu e Sacconi, da D’Antoni a Biagi, da Boeri ad Ichino, a Cazzola. Corrente che si può assimiliare ai monetaristi nella politica economica. Come i monetaristi hanno provocato disastri fino alla crisi planetaria sostenendo la libertà assoluta del mercato e dell’ imprenditore, cosi i giuslavoristi che ho citato hanno provocato un enorme distrastro umano e sociale, condannato alla miseria da quattro a cinque milioni di giovani e non hanno arrecato alcun beneficio al sistema paese, dal momento che le aziende si dichiarano in crisi e chiedono nuovi aiuti che verranno dati da questo governo senza condizioni.Non è vero che il lavoro precario ha creato nuovi posti di lavoro. Ha trasformato il lavoro stabile in lavoro insicuro,a termine, ricattato.
Gravi sono le responsabilità della CGIL che, dopo essersi pronunziata prima con Cofferati e poi con Epifani contro la legge Biagi alla fine ha smesso di combatterla e con gli accordi di welfare dello anno scorso l’ha addirittura rafforzata. Gravi sono le responsabilità del PD che ha dentro di sé da Treu a Letta a Damiano ad Ichino e naturalmente Colaninno e Calearo.
Ma tutto continua ad andare come decide la Confindustria . Tutti gli scioperi indetti dalla CGIL non si pongono il problema di abolire la legge trenta e si limitano a chiedere un poco di elemosina che non sarà maggiore della socialcard e non per tutti i precari.

Pietro Ancona (già membro dell’esecutivo cgil, già membro del cnel)

dal blog il pane e le rose del 10 febbraio 2009
fonte: pietroancona@tin.it   
                     

253 Visite totali, nessuna visita odierna

Sempre più verso una democrazia autoritaria di Anardur

Con l’approvazione del decreto sicurezza, l’Italia si avvia ad una decisa svolta autoritaria e razzista. L’insieme di norme denominata "pacchetto sicurezza", voluta e desiderata soprattutto da AN e Lega si accinge a diventare una delle pietre angolari di questo governo. Dalla legittimazione delle ronde (padane) alla negazione effettiva del diritto alla salute per gli immigrati irregolari, tra l’altro, il governo spinge per l’affermazione della figura del cittadino "spione" e infame che per strada o in ospedale svolge il ruolo di delatore ed informatore delle milizie governative.
Curiosamente in questi giorni impazza la vicenda della signora Englaro. Aldilà delle uscite del nostro premier che strappano il sorriso ("Eluana è in grado di generare un figlio" – al resto, perdonateci la battuta di bassa lega, supponiamo ci penserà lui), Berlusconi apre su questo caso un precedente pericoloso. Se riesce con una legge a sovvertire il risultato di una sentenza di Cassazione, in effetti creerebbe le condizioni per sovvertire qualsiasi altra sentenza, a colpire cioè anche retroattivamente la giurisprudenza ed il sistema legislativo e giuridico italiano. Allora si che la magistratura sarebbe davvero cancellata.
Con questo non ce la sentiamo di promuovere Napolitano, che ha firmato il "lodo Alfano" e supponiamo firmerà tranquillamente anche il pacchetto sicurezza. In fondo lui è un laico vero e coerente: nessun accanimento terapeutico per Eluana, e nessun accanimento terapeutico nemmeno per i clandestini. Diciamo questo per l’ultima volta, però. Perchè criticare il presidente della repubblica è un fatto disdicevole ed offensivo.
Accanimento giudiziario invece per Cesare Battisti, il pericoloso latitante terrorista rosso, per il quale l’Italia impiega più mezzi e risorse che per verificare dove finiscono i miliardi per il meridione. Ma attenti a difenderlo, il pacchetto sicurezza prevede tra l’altro l’oscuramento di tutti i siti fiancheggiatori del terrorismo (sfortunati i francofoni).
Veniamo al punto.
Diventa gioco facile per le sinistre, comuniste e non, ritirare fuori la parola "fascismo". Ma sarebbe sviante, perché qualcuno griderebbe allo scandalo, qualcun altro minimizzerebbe. Ed a furia di gridare da 15 anni che questi sono dei luridi fascisti, a furia di indignarci anche noi finiamo di perdere il corso delle cose ed a non capire noi stessi la strategia di governi come questo.
Il problema non è "quanto" è grave (ma certamente, lo è) e come si possa paragonare al ventennio la politica di questo governo. Il problema è che questo governo, forte dell’assenza di una vera opposizione politica, può fare strappi e violare tutte le conquiste di cinquant’anni di diritti civili e sociali. Non deve ricorrere all’uso della forza. Non deve assediare le città contro manifestazioni imponenti. Non deve fare troppa fatica per sgomberare qualche centro sociale o soffocare qualche opposizione troppo allegra.
Questa è una indubbia differenza rispetto al ’21 dove il fascismo hanno dovuto imporlo con la violenza, le spranghe e i cadaveri. Così ancora oggi: se quasi dieci anni fa erano costretti ad usare la violenza (pensiamo a Napoli ed a Genova) per soffocare le opposizioni, oggi non ne hanno quasi bisogno.
Ma la differenza principale sta negli obiettivi: non c’è bisogno di nessun fascismo, di quel fascismo che storicamente si è affermato nel secolo scorso, perché non c’è da stroncare nessuna alternativa ideologica e di "sistema" al capitalismo stesso. Ci sembra più evidente piuttosto che questo governo Berlusconi sia piuttosto un laboratorio politico per le destre europee e non, un esperimento che coniuga liberismo, autoritarismo, xenofobia e intolleranza in tempo di crisi.
Centocinquanta anni di storia del movimento operaio insegnano su questo una cosa: che le leggi e le normative si cambiano non per vincere la partita, ma dopo aver vinto la partita. Cambiare le leggi, sovvertire le costituzioni, cancellare le sentenze e scrivere pacchetti sicurezza sono semplici atti notarili che esplicitano un cambiamento effettivo e reale dei rapporti di forza tra le classi sociali.

Sarebbe utile pensare a come cambiare di nuovo questi rapporti di forza.

da lottacontinua.net 7 febbraio 2009         

312 Visite totali, nessuna visita odierna

Morti sul lavoro: due su tre sono precari

“Vuoi disturbare?”. “Vuoi far vedere che rompi i coglioni per un difetto sulla macchina?”. “Sei una femminuccia?”. “Dai su che non possiamo perdere tempo”. “Se dovessimo mettere la sicurezza ogni volta ci impiegheremmo 4 minuti invece che due a fare uno stampo”. E’ per questi motivi che è necessario ribaltare i concetti che stanno alla base dei documenti di riforma del mondo del lavoro. Da Sacconi a Boeri, da Ichino a Treu, da Morando fino a molti sindacalisti di Cisl Cgil e Uil e agli gli economisti liberisti che dettano le regole su tutti i media italiani.

Per loro efficienza, produttività, e competitività sono le parole magiche che ci faranno uscire dalla crisi (oggi) oppure che potranno permettere lo sviluppo del paese (domani). Chi si oppone a questi ragionamenti viene considerato un ‘conservatore’. Chi si permette di far notare l’evidenza delle cifre che abbiamo riportato sopra viene considerato alla stregua di un ‘Terrorista’. Guai a toccare i dogmi su cui ormai si fonda il sistema: la precarietà del reddito e della stessa vita per i lavoratori.

E’ invece necessario dire che è proprio la produttività che genera quella fretta esiziale per tante vite umane. E’ la competitività che produce quella foga di mettersi in mostra tra i colleghi davanti ai datori di lavoro, a provocare tanti infortuni. E’ l’efficienza che esclude da lavori qualificati donne incinte, categorie protette, ultraquarantenni, scaricandoli sulle spalle della collettività tramite sussidi, fondi per la formazione e se va bene posti di lavoro nel pubblico impiego.

E’ la flessibilità che ha spezzato i legami tra i lavoratori giovani e anziani, gli unici ad avere conservato nella memoria gli strumenti per opporsi a quello che hanno già conosciuto un tempo e che ora torna con prepotenza.  Sono loro i depositari delle ricette per uscire dall’abbattimento prodotto dalla precarietà. Ascoltare i loro racconti, le esperienze passate, riallacciare il filo della memoria spezzato da anni di bugie liberiste, è un antidoto che può riuscire lì dove oggi sembrano non esserci risposte.

La storia del lavoro è uno strumento tanto necessario quanto facile da reperire. E’ la storia orale dei tanti che ci sono passati, e dei modi in cui sono riusciti ad ottenere non sussidi ma diritti, non fondi per la formazione ma aumenti di salario, la mensa e i trasporti pagati.

Provate a parlare della precarietà a diversi lavoratori delle generazioni che hanno lavorato tra 1950 al 1965. Loro si che ne sanno qualcosa di futuro incerto, infortuni, ricatto del reddito, e totale mancanza di diritti visto che hanno provato sulla loro pelle cosa vogliano dire. Provate a sentire cosa vi raccontano, come la pensano. E fatevi anche dire, secondo loro, come se ne può venir fuori. Nelle loro parole non troverete teorie, nessuna disquisizione da intellettuali. Ma concretezza. Fatti. Azioni. Le uniche luci che possano squarciare il grigiore di un futuro che fa paura, illuminandolo dalla speranza di un giusto riscatto.

da Chainworkers in data 4 febbraio 2009

242 Visite totali, nessuna visita odierna

Giuseppe Gatì è morto

"Stamattina Giuseppe Gatì è morto.
Incredibile, vero? Noi l’abbiamo visto con i nostri occhi e ancora non ci crediamo.
Giuseppe è morto mentre lavorava: era andato a prendere il latte da un pastore ed è morto fulminato mentre apriva il rubinetto della vasca refrigerante del latte. E’ morto dentro una bettola di legno, sporca.
E’ morto un amico, una persona pulita, con sani principi. Chi ha avuto modo di conoscerlo sa che raro fiore fosse.
Voleva difendere la sua terra, non voleva abbandonarla, era rimasto a Campobello di Licata, un paesino nella provincia di Agrigento che offre poco e dal quale è facile scappare. Lavorava nel caseificio di suo padre, con le sue “signorine”, le sue capre girgentane, che portava al pascolo. Era un ragazzo ONESTO, con saldi principi volti alla legalità e alla giustizia. Aveva fatto di tutto per coinvolgere i dormienti giovani campobellesi, affinchè si ribellassero contro questa società sporca e meschina.
Era troppo pulito per vivere in mezzo a questo fetore e a questo schifo.
Aveva urlato “VIVA CASELLI! VIVA IL POOL ANTIMAFIA!” (guarda il video della contestazione a Sgarbi, postato il 1° gennaio n.d.r.) era stato anche criticato per questo, ma aveva smosso queste acque putride e stagnanti che ci stanno soffocando.
Era un ragazzo dolcissimo, dava amore, desiderava amore.
Suo padre oggi ha detto, distrutto dal dolore, in lacrime: “Sono sempre stato orgoglioso di mio figlio, anche se a volte ho dovuto rimproverarlo, solo perchè mi preoccupavo per lui. Ma sono orgoglioso di lui per tutto quello che ha fatto.” Giuseppe questo lo sapeva.
Anche noi, Alessia, Alice e tutti i suoi amici siamo orgogliosi di lui. Non sappiamo come esprimere il nostro dolore. Ancora non riusciamo a crederci.
Vi lasciamo con le sue parole:
‘E’ arrivato il nostro momento, il momento dei siciliani onesti, che vogliono lottare per un cambiamento vero, contro chi ha ridotto e continua a ridurre la nostra terra in un deserto, abbiamo l’obbligo morale di ribellarci’."

commento sul blog di Beppe Grillo del 1° febbraio 2009

238 Visite totali, nessuna visita odierna