Così nacque il corporativismo nell’era mussoliniana di Angela Dorsi

Fino a non molto tempo fa, chi avesse definito un governo (sia pure di destra) il "comitato d’affari della borghesia", sarebbe stato tacciato di essere un paleomarxista o un analista superficiale e piuttosto rétro. Adesso, inanellando tutti i provvedimenti assunti dal Ministero Berlusconi, o in via di realizzazione, o annunciati, o, infine, "allo studio", anche un liberale serio – specie quasi estinta, in questo Paese, dove peraltro non ha mai goduto di buona salute – converrebbe sul fatto che la borghesia di cui il governo è esecutore segue la via più torbida e melmosa per raggiungere i risultati che si prefigge. Ossia, massimizzare i profitti, minimizzare le perdite, e possibilmente affibbiarle alla collettività, eliminando quei fastidiosi "impacci" e "inciampi" costituiti dal sistema normativo, a partire dalla Costituzione Repubblicana fino alle leggi specifiche relative alle libertà individuali, ai diritti dei singoli, dei gruppi, dei movimenti.

Non è un caso che da tempo sentiamo denigrare la Carta entrata in vigore il 1° gennaio 1948, un documento che, a giudizio pressoché unanime degli studiosi, rimane quanto di meglio la civiltà giuridica e politica occidentale abbia prodotto, e che il nostro ineffabile duce chiama "sovietica". Il cammino verso una "postdemocrazia" pienamente dispiegata pare inarrestabile, sotto l’impulso dei gruppi di comando finanziari e industriali, il robusto aiuto di settori della comunicazione, il sostegno di larga parte delle gerarchie vaticane. Il disegno di legge che forse porterebbe il nome del ministro Sacconi – quegli che pretendeva di annullare una sentenza della Suprema Corte con un suo atto amministrativo, in relazione al caso della povera Eluana – rappresenta uno dei punti più bassi toccati dall’inciviltà giuridica di un sistema che vorrebbe essere liberaldemocratico.
Bisogna risalire all’Italia post-Marcia su Roma per rintracciare un precedente di questo indecente attaco a uno dei diritti-base della moderna cittadinanza. I Fasci di Combattimento nacquero (nel 1919) come un confuso movimento di reduci della Grande Guerra, con istanze contraddittorie, unificate dalla dichiarata "difesa" della "vittoria", e dall’attacco alle forze che alla guerra si erano invano opposte, in primis i socialisti. La guerra aveva esaltato l’ideologia della "solidarietà nazionale", già preparata dagli ideologi nazionalisti fin dall’inizio del secolo, perfezionata dopo la rotta di Caporetto, quando si trattò di convincere i fanti-contadini che avevano gli stessi interessi degli ufficialetti subalterni e delle alte gerarchie militari, e che combattevano per la medesima patria. Il fascismo vinse grazie all’uso sistematico della violenza organizzata su base militare contro il movimento operaio, nella connivenza delle istituzioni, dalla monarchia ai carabinieri.
E il primo obiettivo che si pose il movimento di Mussolini (diventato pienamente guardia pretoriana dei ceti agrari e industriali) fu quello di imporre la "pace sociale": la creazione di "sindacati nazionali" anticipò la legislazione che metteva fuori legge sindacati, leghe, partiti e quant’altro non fosse legato al Partito fascista (nato nel ’21, dai Fasci). Era l’anticamera del corporativismo, che, già ben chiaro nella mente di Alfredo Rocco fin dal 1914, divenne nella seconda metà degli anni Venti l’approdo dell’Italia messa sull’attenti dal domatore Benito. I sindacati vennero dichiarati roba vecchia (come fa qualche commentatore oggi, indicando nella Cgil un’organizzazione antiquata, non all’altezza delle famose "sfide della modernità"); e vennero sostituiti con le corporazioni, nelle quali si "componevano" gli interessi: padroni e proletari organizzati insieme per ciascun settore produttivo, partendo dal presupposto che Agnelli avesse il medesimo interesse di Pautasso: due nomi che oggi fanno quasi sorridere, ma che a lungo a Torino indicavano i soggetti idealtipici dello scontro di classe. Pace sociale all’interno per poter proiettare all’esterno le tensioni, sotto forma di aggressività militare: le guerre di cui il fascismo si sarebbe nutrito e che alla lunga l’avrebbero portato alla catastrofe. "Sciopero" divenne parola proibita, e si dovè aspettare un ventennio, il marzo ’43, per vederla riaffacciarsi sulla scena sociale e politica: quegli scioperi operai, che costarono morti, furono il primo passo verso la Liberazione.
Nel cammino verso la "modernità reazionaria" dei Tremonti e degli Ichino, dei Giavazzi e dei Sacconi, dei Brunetta e delle Marcegaglia, la riduzione, con una chiara propensione alla eliminazione tout court, del diritto di sciopero, architrave della democrazia. Guai se non si comprendesse oggi che – fermo restando la mia critica a scioperi devastanti per l’utenza, messi in essere da decine di microsettori lavorativi – difendere il diritto dei ferrovieri, per esempio, significa difendere un interesse generale. Oggi a loro; e domani? Domani toccherà ai professori, agli infermieri, ai medici, e, soprattutto, a tutto il mondo operaio. L’attacco alla classe operaia, ricordiamocelo, condotto dalla Thatcher a metà degli anni ’80, fu l’apogeo della lady di ferro (il celebre sciopero dei minatori durato 53 settimane, conclusosi con una disfatta) e fu il momento decisivo di una ridefinizione dei rapporti sociali, una criminalizzazione di ogni forma di conflitto sociale, con una serie di leggi e norme, che i successivi governi Blair sostanzialmente conservarono.
Ormai il danno era fatto. E dietro la flessibilità e la competitività, si affacciava un’intensificazione mai vista dello sfruttamento e del dominio di classe; dietro la governabilità e il decisionismo, una riduzione gigantesca degli spazi di democrazia. Questo è il percorso sul quale non da oggi l’Italia "modernizzata" dal Cavaliere si sta avviando. Questi gli elementi da tenere presenti, per mobilitarci contro un progetto che, in modo volutamente ambiguo, parla di diritto alla mobilità, alla libertà di circolazione, pretende di imporre soglie di "rappresentatività" (altissime) e affida l’esercizio di diritti individuali (tale è lo sciopero) ai sindacati che si pretende di trasformare in neocorporazioni, controllate dall’esecutivo. Come i pubblici ministeri. Come i rettori. Come i direttori di testate giornalistiche. E poi? Che cos’altro?

da Liberazione del 01/03/09

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