Una cosa di sinistra di Luigi Ferrajoli

La cosa più sconfortante, per una persona di sinistra che segue le vicende politiche solo sui giornali, è che nel momento di massima crisi nella storia repubblicana – la crisi della democrazia intrecciata in maniera perversa con la crisi economica e sociale – le forze politiche escluse dal Parlamento da cui vorrebbe sentirsi rappresentata siano capaci solo di dividersi e di litigare su questioni che nulla hanno a che fare con le emergenze in atto: con il razzismo seminato quotidianamente nella società dai media e da leggi discriminatorie; con la precarizzazione non più solo del lavoro, ma della vita di milioni di persone. Con la crisi della legalità repubblicana e con l’attacco alla Costituzione da parte della maggioranza di governo; con la regressione nel senso comune dei valori dell’uguaglianza, della laicità e della dignità della persona; con la crisi di consenso e di rappresentatività, perfino nel mondo del lavoro, dei partiti di opposizione all’egemonia berlusconiana. Su nessuna di queste questioni le forze politiche alla sinistra del Partito democratico sembrano seriamente divise. Le divisioni e la disgregazione riguardano soprattutto i simboli e le ascendenze da esse rivendicate.

E’ difficile spiegare questa vocazione della sinistra alla divisione e all’autolesionismo politico. C’è certamente, alla sua base, il distacco dalla società dei gruppi dirigenti dei partiti. Ma c’è soprattutto un virus antico e oggi del tutto incontrastato: la mancanza di rispetto e l’incapacità di convivere tra persone con idee anche solo minimamente diverse; l’intolleranza per il pluralismo delle opinioni, pur nella condivisione dei medesimi valori; l’aspirazione autoritaria e settaria, più o meno consapevole, a un pensiero unico che tutti dovrebbe accomunare.
L’appello sottoscritto ormai da centinaia di persone per la presentazione di una lista unica della sinistra alle prossime elezioni europee è stato motivato dallo sconforto e dallo sconcerto per questa deriva. Siamo convinti che esiste, nel paese, un’area vasta di persone di sinistra – forse il 10 per cento dell’elettorato – che non si riconosce nel Partito democratico o che è comunque delusa dai suoi mille compromessi; e che nessuno ha il diritto, favorendo la dispersione dei voti o la fuga nell’astensionismo, di privare tale area di un’adeguata rappresentanza politica. Ma soprattutto pensiamo che mai come oggi tale rappresentanza sarebbe necessaria alla difesa intransigente della Costituzione e della democrazia, alla salvaguardia dei diritti e delle condizioni di vita di milioni di lavoratori e alla costruzione di un’alternativa credibile al berlusconismo, oggi trionfante per l’assenza di una seria opposizione.
La proposta che i partiti della sinistra, nel promuovere questa lista unica e unitaria, facciano un passo indietro, non candidando nessuno dei loro dirigenti ma solamente comuni cittadini, disposti nella lista in ordine alfabetico, non è diretta soltanto a evitare concertazioni, competizioni e rivalità, oggi sempre meno comprensibili e accettabili dagli elettori.
Essa riflette un’esigenza teorica di fondo: il superamento della (auto-)designazione dall’alto dei rappresentanti e la rifondazione, insieme alla distinzione tra rappresentanti e rappresentati, del rapporto di rappresentanza e di responsabilità dei primi rispetto ai secondi. Le elezioni europee fornirebbero infatti l’occasione per sperimentare per la prima volta una regola di salute istituzionale, quella dell’incompatibilità tra cariche di partito e cariche istituzionali, la cui attuazione varrebbe a restituire i partiti alla loro natura originaria (e al loro ruolo costituzionale) di organi della società, anziché dello Stato, deputati alla formulazione dal basso dei programmi e degli indirizzi politici, nonché alla designazione dei candidati alle istituzioni elettive, e dotati, perciò, dell’autorevolezza e della credibilità proveniente da questa loro radicale e radicata collocazione sociale.
Questo nostro appello è insomma al buon senso e alla ragione. Ma è anche un appello al senso di responsabilità di coloro dalle cui decisioni dipende il futuro della sinistra.

da il manifesto, del 26/02/2009

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