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Alla faccia del web-safe, ci spingiamo su un più pratico 930px di larghezza complessiva. siamo in fase di test, chiunque voglia fare commenti o dare suggerimenti può farlo qui.
La lotta di Spartaco.eu continua, allargata.

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Camicie brune, camicie verdi e l’ultimo negazionismo

I più giovani, per età o per ignoranza forse non sanno che i seguaci di Hitler portavano la camicia bruna, e quel che combinarono prima in Germania e poi nel mondo intero, probabilmente lo sanno tutti.
Oggi, da un quarto di secolo ormai, in Italia va di moda la camicia verde: cambia il colore, ma non l’ideologia fascista, come sostiene Borghezio in giro per l’Europa, con il suo corollario di razzismo, fanatismo, intolleranza ed odio per i diversi, siano essi  rom, nomadi o immigrati.
E d’altra parte un nuovo negazionismo si avanza: dopo quello dell’olocausto di sei milioni di ebrei e di altri sei milioni di cittadini europei, la negazione della verità ad opera di Berlusconi, Fini e di tutti i media a loro asserviti, sulla reale efficienza della Protezione civile nella prevenzione prima e nell’intervento poi sul terremoto in Abruzzo.
La gravità del terremoto con i suoi circa trecento morti, gli oltre mille feriti, di cui duecento gravi, la distruzione de L’Aquila e dei paesi della provincia, è colpa di “Annozero”, di Santoro, che falsa la situazione e demonizza l’operato di Bertolaso e del governo!

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La fuoriuscita dalla crisi è nella fuoriuscita dal capitalismo

Le campagne di disinformazione sulla crisi e le sue cause reali

Una falsa leggenda metropolitana, molto diffusa nell’ultimo periodo, ci sta raccontando che l’attuale recessione economica globale affonda le sue radici nell’orbita delle speculazioni affaristiche compiute dal sistema delle grandi banche, delle borse mondiali e dell’alta finanza internazionale.

Non c’è dubbio che una parte considerevole di responsabilità risieda nel settore bancario e finanziario, ovvero sia da ascrivere al cinismo e alla spregiudicatezza di speculatori del mercato borsistico e di affaristi delle maggiori banche mondiali, in modo particolare delle banche nordamericane. Non a caso, la rabbia e la rivolta popolari si stanno scatenando, apparentemente in modo spontaneo, contro determinati soggetti, individuati come capri espiatori (in maniera pilotata ad arte dai mass-media ufficiali) nei megadirigenti e nei manager super-pagati delle società finanziarie, bancarie e assicurative multinazionali.

La depressione economica in atto nel mondo è stata senza dubbio aggravata da fenomeni speculativi di origine affaristico-finanziaria. Tuttavia, la matrice reale della crisi è sistemico-strutturale ed è di portata globale, è un crollo derivante dalle contraddizioni insite nella natura stessa dell’economia di mercato. Infatti, un’economia di mercato senza mercato, cioè priva di una domanda (ovvero quando l’offerta supera nettamente la domanda), è una contraddizione in termini, per cui rischia di precipitare in una crisi acuta difficilmente sanabile; se la crisi non trova una risposta risolutiva, rischia la bancarotta finale. Come del resto sta accadendo in questa fase, in cui si assiste al crollo vertiginoso degli investimenti, dei salari e dei prezzi, quindi alla caduta verticale del saggio (o tasso) di profitto, che approfondisce la crisi provocando un circolo vizioso non superabile, nemmeno con una “nuova Bretton Woods”.

In tal senso si può affermare che siamo davvero in una fase di crisi epocale rivoluzionaria, ossia alla fine di un’era e in un momento di transizione verso un’altra epoca storica.

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Perry Anderson, all’origine di Berlusconi di Ida Dominijanni

Se è vero che il congresso del Pdl ripropone con urgenza ineludibile tre questioni – il capovolgimento d’egemonia culturale dalla sinistra alla destra; il perché della fascinazione esercitata sulla mentalità collettiva dal berlusconismo; il rapporto fra il rinnovamento di An e lo stato della memoria nazionale del fascismo storico – Anderson fornisce tre chiavi di spiegazione convincenti, sulle quali varrebbe la pena di lavorare in profondità.
In primo luogo, lo storico inglese assegna alla questione culturale il primo posto nella spiegazione del paradosso di partenza, quello della trasformazione della più forte sinistra europea nella «sinistra invertebrata» di oggi. L’origine del disastro va ricercata infatti, per Anderson, precisamente nel lato debole di quella grande forza costituita, nel dopoguerra, dall’egemonia culturale della sinistra, e segnatamente del Pci.

Costruita per gran parte sull’eredità gramsciana, questa egemonia fece incontestabilmente del Pci il perno della vita intellettuale e dell’opinione pubblica progressista italiane.
Ma era tuttavia marcata da una matrice storicista e idealista – l’impronta di Croce – che l’ha progressivamente piegata – contro lo stesso Gramsci – nel senso di un ascendente morale e di una prassi dominata dalla ricerca del consenso più che dall’esercizio del conflitto.
Non solo. Si deve a quella stessa matrice idealistica il privilegio accordato da sempre, nella cultura del Pci, alle discipline umanistiche classiche, a netto discapito di quelle scientifiche, economiche e di quel comnplesso di scienze sociali che dagli anni sessanta in poi sarebbe diventato determinante per la comprensione della società e della cultura di massa.
Col risultato che nella prima fase della storia repubblicana l’egemonia del Pci sulla cultura «alta» non impedì alla Chiesa e alla Dc di spadroneggiare nel campo della cultura «bassa» con ampie dosi di pedagogia conformista.
E nella seconda fase, dalla metà degli anni settanta in poi, velò completamente lo sguardo del Pci stesso sulla galoppante conquista dell’immaginario popolare intrapresa da Berlusconi e dalla sua industria culturale pop, cui Berlinguer non seppe opporre altro che l’etica dell’austerità (mentre i suoi eredi, Veltroni in testa, sarebbero partiti un decennio dopo, in ritardo e male, verso una rincorsa imitativa del modello cultural-commerciale berlusconiano).
E un’analoga ipoteca idealista, incalza Anderson, ha pesato fin dagli anni 60 sull’analisi delle trasformazioni del capitalismo e del lavoro – fatto salvo l’apporto dell’operaismo, rimasto tuttavia sempre laterale, una sorta di ospite scomodo, rispetto al ceppo centrale della tradizione comunista.
Il trionfo di Berlusconi, e la sua conquista dell’immaginario collettivo prima che del consenso elettorale, va riportato dunque secondo Anderson a questo deficit cruciale, una sorta di tallone d’Achille, dell’egemonia culturale del Pci, come pure qui origina la perdita di presa della sinistra sul mondo del lavoro dai tardi anni 80 in poi, quando il postfordismo trova rappresentanza più nel modello aziendal-politico di Arcore o nel neo-comunitarismo leghista che nell’ex partito operaio.
Quanto allo sdoganamento prima e al ripulimento poi del Msi e di An, i fatti dell’ultimo quindicennio, da Fiuggi al novello Pdl, hanno anch’essi matrici lontane. In primo luogo nell’acquiescienza di Togliatti nei confronti della mancata de-fascistizzazione degasperiana degli apparati dello stato. E più in generale – di nuovo torna in primo piano la dimensione culturale – nella progressiva trasformazione dell’antifascismo in una retorica nazionale svuotata di contenuti, incapace di innescare in Italia un processo di autocoscienza sul passato fascista analogo a quello promosso in Germania dalla Histerikerstreit tedesca nonché di contrastare la progressiva riabilitazione del fascismo operata dall’opera di Renzo De Felice e dal consenso politico costruitole attorno negli anni 80. Il resto è cronaca dell’ultimo ventennio. Dal quale non usciremo senza portare più indietro lo sguardo.

da Il Manifesto del 31/03/09

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Saskia Sassen racconta la finanza malata di ipertrofia

Salvare il sistema finanziario globale?Troppo tardi. Ormai è «troppo grande per salvarlo» Il valore globale dei «prodotti finanziari» è parecchie volte il Pil mondiale. È troppo. La sfida reale non è salvare il sistema ma definanzializzare le economie, argomenta Saskia Sassen. Quello che viene impropriamente chiamato «gruppo dei venti» (G20) si è riunito a Londra il 2 aprile 2009 per discutere su come salvare il sistema finanziario globale. È troppo tardi.La prova è che non abbiamo le risorse per salvare questo sistema – neanche se volessimo. È diventato «troppo grande da salvare» (non «troppo grande per fallire», come si dice per giustificare il soccorso ai colossi bancari, ndt): il valore degli assets finanziari globali supera di parecchie il Prodotto interno lordo (Pil) globale. La vera sfida non è salvare questo sistema, ma definanziarizzare le nostre economie, come premessa per superare il modello attuale di capitalismo. Perché mai il valore degli assets finanziari dovrebbe ammontare quasi al quadruplo del Pil complessivo dell’Unione europea, e ancor più per quanto riguarda gli Usa? Che vantaggio hanno i comuni cittadini – o il pianeta – da questo eccesso?

La domanda si risponde da sola. Esplorare più a fondo i meccanismi nascosti del sistema finanziario che ha portato il mondo a questa crisi significa anche intravedere un futuro oltre la finanziarizzazione. Il compito che il G20 dovrebbe affrontare non è salvare questo sistema finanziario, ma cominciare a definanziarizzare le principali economie in misura tale che il mondo possa andare verso la creazione di un’economia «reale» capace di garantire sicurezza, stabilità e sostenibilità. C’è molto lavoro da fare.

La logica
Una caratteristica specifica del periodo iniziato negli anni ’80 è l’uso di strumenti estremamente complessi, tesi a nuove forme di accumulazione originaria, per cui i soldi dei contribuenti sono l’ultima frontiera da sfruttare. Le imprese globali che esternalizzano centinaia di migliaia di posti di lavoro nei paesi a basso reddito hanno dovuto sviluppare modelli organizzativi complessi, facendo ricorso a esperti estremamente costosi e abili. A quale scopo? Poter contare su più lavoro possibile al prezzo più basso possibile, compreso il lavoro non qualificato che sarebbe poco remunerato anche nei paesi sviluppati. L’elemento insidioso è che i milioni di centesimi risparmiati si traducono in guadagni per gli azionisti.
La finanza ha creato strumenti finanziari sofisticati per spremere i magri guadagni delle famiglie a reddito modesto offrendo credito per beni superflui, e (ancor più grave) promettendo loro la proprietà una casa. Lo scopo era assicurarsi il maggior numero possibile di titolari di carte di credito e di mutui, per adescarli agli strumenti d’investimento. Non importa poi che i mutui o le carte di credito siano onorati: quel che conta è assicurarsi un tot di prestiti da trasformare in «prodotti d’investimento». Una volta creato il meccanismo, l’investitore non dipende più dalla capacità individuale di ripagare il prestito o il mutuo. L’uso di queste sequenze complesse di «prodotti» ha consentito agli investitori di accaparrarsi profitti di migliaia di miliardi di dollari alle spalle di persone dal reddito modesto. Ecco la logica della finanziarizzazione, diventata dominante dall’inizio dell’era neoliberista, negli anni ’80.

Così negli Stati Uniti – vivaio per queste forme di accumulazione originaria – ogni giorno 10.000 proprietari di casa, in media, perdono la propria abitazione perché pignorata. Si stima che nei prossimi quattro anni, negli Stati Uniti, da 10 a 12 milioni di famiglie non saranno in grado di pagare il mutuo; alle condizioni attuali perderebbero la casa. E’ una forma brutale di accumulazione originaria: di fronte alla possibilità (quasi sempre solo immaginaria) di possedere una casa, molte persone a basso reddito porranno a garanzia i loro magri risparmi o guadagni futuri.
Questo tipo di complessità mira a estrarre valore aggiunto ovunque sia possibile: dai piccoli e modesti, e dai grandi e ricchi. Questo spiega perché il sistema finanziario globale è in crisi permanente. A dire il vero, il termine «crisi» è fuorviante: quello che succede è più vicino al business as usual, è il modo in cui funziona il capitalismo finanziarizzato nell’era neoliberista.

A partire dagli anni ’80, la finanziarizzazione di sempre più vasti settori economici è diventata sia un segno del potere di questa logica finanziaria, sia un segno del suo auto-esaurimento. Quando tutto è finanziarizzato, la finanza non può più estrarre valore. Ha bisogno di settori non finanziarizzati su cui basari. L’ultima frontiera è il denaro dei contribuenti: che è denaro reale, alla vecchia maniera, non (ancora) finanziarizzato.

Il limite
La specificità della crisi attuale sta proprio nel fatto che il capitalismo finanziarizzato ha raggiunto i limiti imposti dalla sua stessa logica. Ha avuto successo nell’estrarre valore da tutti i settori economici attraverso la loro finanziarizzazione. Ha permeato una parte così grande di ogni economia nazionale (specie nel mondo altamente sviluppato), che le aree dell’economia da cui può ancora estrarre capitale non finanziario sono diventate troppo ridotte, e non possono fornire sufficiente capitale per salvare il sistema finanziario nel suo insieme.
Per esempio: nel settembre 2008 – mentre la crisi esplodeva con il crollo di Lehman Brothers – il valore globale degli assets finanziari (cioè: indebitamento) nel mondo intero era di 160.000 miliardi di dollari: ovvero tre volte e mezzo il Pil globale. I soldi disponibili non bastano per salvare il sistema finanziario.

Prima che l’attuale «crisi» esplodesse, il valore degli assets finanziari negli Usa aveva raggiunto il 450% del Pil, vale a dire quattro volte e mezzo il Pil totale (vedi «Mapping global capital markets», McKinsey Report, ottobre 2008). Nell’Unione europea, esso ammontava al 356% del Pil. Più in generale, il numero dei paesi dove gli assets finanziari superano il valore del Pil è più che raddoppiato, da 33 nel 1990 a 72 nel 2006.
Inoltre nell’ultimo decennio il settore finanziario è cresciuto in Europa più in fretta che negli Stati Uniti, soprattutto perché è partito da un livello più basso: il suo tasso composto di crescita annuale negli anni 1996-2006 è stato del 4,4%, a fronte del 2,8% per gli Stati Uniti.
Neanche le economie capitalistiche – tralasciando se questo sia più o meno desiderabile – hanno bisogno di assets finanziari quattro volte il valore del Pil. Anche in una logica capitalistica, finanziare ancora il settore finanziario per risolvere la «crisi» finanziaria non funzionerà: non farebbe altro che accrescere il vortice della finanziarizzazione delle economie.

Le proporzioni
Un altro modo di leggere la situazione è attraverso i diversi ordini di grandezza del sistema bancario e di quello finanziario. Nel settembre 2008, il valore degli assets bancari ammontava a svariate migliaia di miliardi di dollari; ma il valore totale dei Cds (credit-default swaps) – la goccia che ha fatto traboccare il vaso – ammontava a quasi 60.000 miliardi di dollari. Si tratta di una somma maggiore del Pil globale. Quando i debiti sono venuti a scadenza, i soldi non c’erano. Più in generale – e ancora una volta, per dare un’idea degli ordini di grandezza che il sistema finanziario ha creato a partire dagli anni ’80 – il valore totale dei derivati (una forma di indebitamento, e lo strumento finanziario più comune) era di oltre 600.000 miliardi di dollari. Questi assets finanziari sono cresciuti molto più rapidi di ogni altro settore economico (Gillian Tett, «Lost through destructive creation», Financial Times, 9 marzo 2009).
Il livello del debito negli Stati Uniti oggi è più alto che durante la Grande Depressione degli anni ’30. Nel 1929 il rapporto debito-Pil era all’incirca del 150%; nel 1932 era cresciuto al 215%. Nel settembre 2008, lo scoperto per l’indebitamento relativo ai Cds – un prodotto made in America (e, ricordiamolo, è solo un tipo di debito) – corrispondeva a più del 400% del Pil. In termini globali, il valore del debito nel settembre 2008 era di 160.000 miliardi di dollari (il triplo del Pil globale), mentre il valore dei derivati senza copertura è un quasi inconcepibile 640.000 miliardi (14 volte il Pil di tutti i paesi del mondo).

Queste cifre dimostrano che il momento attuale è davvero «estremo». Ma non è anomalo, né è determinato da fattori esogeni (come suggerirebbe l’idea di «crisi»). Piuttosto, è il modo normale di operare di questo particolare tipo di sistema finanziario. Inoltre i governi (cioè i cittadini e i contribuenti), ogni volta che hanno salvato il sistema finanziario, sin dalla prima crisi di questa fase – il crollo della borsa di New York del 1987 -hanno dato alla finanza gli strumenti per continuare la sua corsa speculativa. Dagli anni ’80 a oggi ci sono state cinque manovre di salvataggio; ogni volta, i soldi dei contribuenti sono stati usati per pompare liquidità nel sistema finanziario, e ogni volta la finanza li ha usati per speculare. Questa volta, le vacche grasse stanno finendo – abbiamo finito i soldi che servirebbero per le enormi esigenze del sistema finanziario.

Il ponte
Quanto sopra esposto implica che vi sono due sfide da affrontare: l’esigenza di definanziarizzare le principali economie e l’esigenza di uscire dal modello attuale del capitalismo.
Entrambe saranno difficili, ma è utile focalizzarsi su alcuni fatti basilari. L’attuale stima della disoccupazione globale ufficiale è di 50 milioni di unità; l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) calcola che altri 50 milioni di persone potrebbero perdere il lavoro per l’aggravarsi della recessione. Queste cifre sono tragiche per le persone coinvolte. Sono anche relativamente modeste (senza minimizzare in alcun modo la realtà umana), se confrontate ai due miliardi di persone nel mondo disperatamente povere. Ma quanti «posti di lavoro» sarebbero creati se ci fosse un sistema il cui obiettivo fosse sfamare questi due miliardi di persone e dare loro un alloggio? Il mondo allora avrebbe bisogno di far lavorare questi 50 milioni di persone ora disoccupate – e di far rientrare in gioco un altro miliardo di lavoratori.
In questa luce, la «crisi» finanziaria potrebbe essere un ponte verso un nuovo ordine sociale. Potrebbe aiutare tutti i soggetti interessati – cittadini e attivisti, Ong e ricercatori, comunità locali e reti, governi democratici – a focalizzarsi sul lavoro che serve per dare una casa a tutti, per depurare la nostra acqua, per rendere più verdi i nostri edifici e le nostre città, per sviluppare un’agricoltura sostenibile (compresa l’agricoltura urbana) e per fornire assistenza sanitaria universale. Questo nuovo ordine garantirebbe un impiego a chiunque interessato a lavorare. Con tutto il lavoro che c’è da fare, l’idea della disoccupazione di massa ha poco senso.

Già da decenni esiste la tecnologia per sostenere questo lavoro, e contribuire a debellare le malattie che affliggono milioni di persone, e produrre cibo per tutti. Eppure milioni di umani muoiono ancora per malattie prevenibili, e ancor più soffrono la fame. La povertà si è radicalizzata: se un tempo significava possedere solo un fazzoletto di terra che non produceva molto, oggi consiste nel possedere solo il proprio corpo. Anche l’ineguaglianza è aumentata e ha assunto nuove dimensioni, compresi una nuova classe globale di super-ricchi e l’impoverimento dei tradizionali ceti medi.
La storia dell’ultima generazione conferma che la forma neoliberista di economia di mercato non rispondere ai problemi di malattie, fame, povertà e ineguaglianza – anzi li rafforza. Un mix di mercati «puliti» e di forte welfare state (come in Scandinavia) ha prodotto fino a oggi i risultati migliori; ma per la maggior parte delle economie capitalistiche anche approssimare questo modello comporterebbe un cambiamento radicale (vedi Amartya Sen, «Capitalism Beyond the Crisis», New York Review of Books, 26 marzo 2009).

Questo testo è tratto da Open Democracy, 2 aprile 2009

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Paradisi fiscali: le basi piratesche del capitalismo mondiale

Una gigantesca attività di riciclaggio istituzionalizzato.

E’ necessario capire che la guerra che viene condotta contro i lavoratori è una vera guerra. I ristretti circoli dell’élite finanziaria hanno una coscienza di classe estremamente marcata. Ritengono da molto tempo di essere coinvolti in una durissima guerra di classe, ma non vogliono che questo si sappia.
3 aprile 2009 – Juan Erre

L’anno scorso le Isole Vergini britanniche hanno investito in Cina più del Giappone e degli Stati Uniti. Le isole Mauritius sono state di gran lunga il primo investitore in India. I paradisi fiscali sono Stati fantoccio legati alle metropoli coloniali o ai loro territori autonomi, dove le leggi relative al controllo dei capitali non esistono o sono soggette a deroghe. Questi territori, teoricamente sovrani, funzionano sotto l’autorità formale di monarchi da operetta o di un consiglio di amministrazione, frequentemente legato al nucleo duro del capitale mondiale. I metodi di riciclaggio di capitale e frode sono troppo numerosi per essere citati in questo breve articolo, ma l’ interesse fondamentale dei leviatani finanziari globali consiste nel mettere in piedi filiali di imprese puramente nominali che accumulano miliardi di dollari esenti da imposte mediante la cosiddetta tecnica del “prezzo di trasferimento” fra le differenti imprese di uno stesso gruppo.

Simon J. Pack (I paradisi fiscali, colonne della mondializzazione economica, un’inchiesta realizzata nel 2005 per l’editrice Ernst & Young su 476 multinazionali suddivise tra 22 paesi) afferma che le strategie del prezzo di trasferimento costituiscono il nucleo della politica fiscale del 77% di loro. Il 68% (43% nell’anno 2000) delle imprese, dichiara di utilizzare questa strategia fin dalla fase di progettazione dei propri prodotti. Questo sistema serve in primo luogo  per evadere le imposte sul profitto, ma anche per mascherare i debiti, presentando ai potenziali investitori un bilancio più attraente della situazione reale.

Il 37% dello stock di investimenti all’estero delle imprese europee si dirige a paradisi fiscali. Il 47% degli investimenti stranieri in Francia proviene da un paradiso fiscale. Alla fine dell’anno 2004 il Presidente Bush ha proposto un’amnistia fiscale (il 5,25% anziché il 35% di imposta sui profitti) alle imprese che volessero far rientrare negli Stati Uniti una parte dei loro profitti occulti. Queste percentuali non cessano di aumentare, cosa che indica la creazione di bunker finanziari mondiali, nemici di qualsiasi idea di distribuzione della ricchezza e dell’esistenza stessa del concetto di tesoro pubblico. In pratica per evitare la fuga di capitali e rendersi attrattivi per il capitale i governi si vedono costretti ad abbassare la tassazione delle imprese, cosa che affossa ancor di più lo stato degli ospedali, delle infrastrutture igienico-sanitarie, dell’educazione e della casa dei paria che contano sulla forza lavorativa come unico loro valore attrattivo per il capitale. Al contrario un governo che si scontrasse con gli attacchi pirateschi dei magnati della finanza non ci metterebbe molto a sperimentare sulla propria pelle tutta la pressione che il capitale può esercitare in forma di minaccia armata o propagandistica.

Così nel seno dell’Unione Europea il tasso di imposizione sulle imprese è passato dal 35% nel 1955 al 25,5% nel 2005. All’inverso il tasso di imposizione sul lavoro si mantiene al 36% per lo stesso periodo. Le entrate dai profitti delle imprese negli Stati Uniti rappresentano oggi la metà del loro livello degli anni ‘60.

Bill Gates, contrariamente all’immagine di filantropo che pretende di darsi, fa perdere ogni anno 500 milioni di dollari al fisco yankee. Le Isole Cayman sono la sede dell’80% degli Hedge Funds o fondi d’investimento speculativi, queste gigantesche masse di capitale che dirigono la politica internazionale. Il Presidente del Consiglio Reggente di questo “Stato”, in realtà ancora dipendente dalla Corona britannica, il signor Richard W. Rahn, dirige anche il Discovery Institute, con sede a Seattle, una delle unità di guerra psicologica organizzate dall’Impero contro l’”Asse del Male”. La sovranità di questi fortini filibustieri viene letteralmente venduta ad avvocati che godono di grande influenza sulla legislazione locale e che possono ottenere quello che vogliono in una settimana.

Ma se si svolge un po’ la matassa si arriva alla conclusione che il principale paradiso fiscale del pianeta è oggi la piazza finanziaria di Londra, come nella grande tradizione piratesca inglese. In effetti i dieci requisiti generalmente considerati per essere considerato come paradiso fiscale Londra li possiede tutti, cioè: imposizione debole o nulla per i non residenti, segreto bancario rafforzato, segreto professionale blindato, procedimento di registrazione semplificato, libertà totale di movimento dei capitali internazionali, rapidità di insediamento, sostegno di una solida struttura finanziaria, stabilità economica e politica, buona immagine del marchio e una rete di accordi bilaterali con altri paradisi fiscali e potenze mondiali. Quindi non c’è da sorprendersi per il regolare coinvolgimento di soggetti londinesi in dubbie operazioni finanziarie.

E’ quindi evidente che è uno strumento imprescindibile per il capitale l’esistenza di paradisi fiscali creati e protetti dai principali Paesi che lo servono, cioè gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e i loro satelliti. Niente potrebbe risultargli più mortifero che un attacco coordinato contro questi tumori suppuranti di corruzione.

tratto da Rebeliòn, traduzione di Andrea Grillo per SenzaSoste

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Lavoro: le lotte operaie in Francia non si fermano, padroni in fuga costretti a trattare.

PARIGI – Ha avuto paura anche Francois-Henri Pinault, il patron del lusso PPR, bloccato per un’ora dai suoi dipendenti dentro un taxi. L’ha liberato la polizia facendo filare via la Renault nera inseguita dai fischi dei lavoratori. Notte in fabbrica per i vertici di Caterpillar, invece, con i dimostranti che hanno liberato solo uno dei cinque ostaggi perché sofferente di cuore. Rischia di dilagare la rivolta in Francia, dove i lavoratori non accettano più annunci di tagli di posti di lavoro a centinaia come se niente fosse. Tanto meno li accettano quando l’azienda interessata spartisce ancora utili al vertice mentre opera in modo "preventivo" alla base.

L’erede dell’impero Pinault, in completo grigio, sul sedile posteriore del taxi, dietro al conducente, dava l’impressione di parlare piuttosto tranquillamente al cellulare, mentre tutt’intorno a lui era uno sventolare di bandiere rosse del sindacato, di striscioni, di cartelli. I dipendenti della Fnac e di Conforama, due dei marchi più colpiti dalla crisi, gridavano, circondavano il taxi, chiedevano ragione di un "piano di economie" nel gruppo PPR, uno dei giganti mondiali del lusso e della distribuzione, che dovrebbe concludersi con l’annuncio di un taglio di 1.200 posti.

"Poco tempo fa non sembrava che la situazione fosse così marcia" gridava un ragazzo, con il giubbotto dei commessi della Fnac, infilandosi con la testa attraverso il finestrino del taxi. Dopo 55 minuti di grande tensione, la polizia accorsa in forze nella zona di Javel, il quartiere industriale sulla Senna al di là della Tour Eiffel, è intervenuta – piuttosto duramente – consentendo al taxi di ripartire con il suo passeggero eccellente. Meno fortuna hanno avuto finora i dirigenti della filiale francese di Caterpillar, fabbricante americano di macchinari per i cantieri edili con sede a Grenoble: da stamattina sono ostaggio dei lavoratori esasperati dalla prospettiva di 733 licenziamenti su un totale di 2.800 dipendenti.

In serata soltanto uno di loro, il direttore delle Risorse umane, Maurice Petit, è stato rilasciato per motivi di salute: "é malato di cuore, è un essere umano" ha detto, per convincere i lavoratori, il delegato della Cgt, il sindacato comunista. A fatica c’é riuscito, e poco dopo Petit, a testa bassa, è uscito dalla fabbrica sommerso dai fischi. Poco prima, la casa madre americana, che pure ha annunciato che sopprimerà 25.000 posti nel mondo, aveva fatto sapere che mantenere il sito di Grenoble è una "priorità assoluta", esprimendo rammarico per l’azione di una "piccola minoranza".

Non c’é l’impressione, in Francia, che lo stato d’animo esacerbato sia un sentimento minoritario fra i dipendenti a rischio licenziamento o cassa integrazione. Dopo Sony France e 3M, i primi casi di sequestro di dirigenti, tocca ora a Caterpillar e, per un’ora, addirittura a Pinault. Giovani, uomini di mezz’età, donne, le immagini dei siti in rivolta contro "una crisi che non tutti subiscono" – come ha commentato Jean-Michel Denis, ricercatore al Centro di studi del lavoro – tutti si trasformano in rivoltosi, pronti a tutto, a sfidare la polizia o a tener sequestrati dirigenti. Impressionanti le immagini mostrate in tv più volte del direttore della fabbrica di batterie per auto Fulmen, trascinato a forza, per le braccia, in un corteo di protesta dei lavoratori. Occhi bassi, sulla giacca scura la t-shirt dei manifestanti, infilata a forza, che lui tenta invano di togliersi.

Il ‘sequestro’ di Francois-Henri Pinault, patron del gruppo PPR, leader del lusso, è il secondo episodio del genere di oggi, il quarto nelle ultime tre settimane in Francia.

 – 12/3: l’amministratore delegato di Sony France, Serge Foucher, viene trattenuto per tutta la notte dai suoi dipendenti all’interno dell’impianto di Pontnox-sur-l’Adour. I salariati protestavano per la prevista chiusura della fabbrica. Foucher si era recato in azienda per incontrare i 311 dipendenti.

– 25/3: dura 30 ore il sequestro di Luc Rousselet, direttore della filiale francese dell’azienda chimica americana 3M. Bloccato il martedì pomeriggio all’interno della fabbrica di Pithivers, nel dipartimento del Loiret, il manager è stato liberato l’indomani sera attorno a mezzanotte. Gli operai contestavano un piano di ristrutturazione che prevede la soppressione di 110 posti di lavoro su un totale di 235.

– 31/3: quattro dirigenti della Caterpillar, gruppo americano per la produzione di macchine per il movimento terra, vengono trattenuti dagli operai nell’ufficio del direttore. E’ un sindacalista a darne notizia alla stampa.

– 31/3: il patron del gruppo del lusso Ppr, Francois-Henri Pinault, viene bloccato in un taxi a Parigi da un centinaio di dipendenti dei magazzini Fnac e Conforama. Viene liberato dopo un’ora dalla polizia.

da la Gramignapisana in data 1° Aprile 2009

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Quando Berlusconi faceva ridere di Alessandro Robecchi

Che il pensiero unico del leader unico si trasformi in partito unico non può stupire. Che la cerimonia diventi una cosuccia imperiale sospesa tra Bokassa e «Ok il prezzo è giusto» nemmeno, perché la sostanza culturale è quella, e lo sappiamo. E dunque nel giorno dell’incoronazione del monarca della libertà (la sua), ciò che fa veramente stupore e ci annichilisce è il candore disarmante di chi poteva impedire tutto questo, e non lo fece. Di chi ricorda oggi senza rabbia e senza vergogna, con immutato candore, errori di dimensione storica, però raccontati e stigmatizzati con la leggerezza dell’aneddoto curioso.E si parla dunque qui, come avrete capito, di George W. Violante, il prestigioso dirigente democratico (Pci, Pds, Pd, e succ. mod.) che si comporta esattamente come l’originale, quel poveretto di George W. Bush.

Bush, l’uomo che dopo aver devastato il devastabile e fallito tutto il fallibile disse… ops, mi sono sbagliato.
Ecco, in una gustosa intervista pubblicata ieri dal Corriere della Sera, George W. Violante dice proprio questo: perdindirindina! Non capimmo, non vedemmo! La prendemmo a ridere! Quando il cumenda della tivù scese in campo noi pensammo: «Come si permette di irrompere nella nostra politica in modo così sgrammaticato?».
Mette oggi una discreta rabbia questo insulso fatalismo di George W. Violante, rivela dosi di imperizia, incapacità di lettura della realtà, ignoranza dei fenomeni sociali, e in sostanza di incapacità politica che potrebbero ammazzare un cavallo. E pure un paese. Nessuno capì. Nessuno vide. Ci racconta Violante che «Pecchioli qualcosa intuì», che forse D’Alema vagamente annusò. Tutto qui: nessuna delle grandi menti luminose e progressive del grande Pci seppe prevedere quel che sarebbe seguito: 15 anni di rovinose sconfitte, il cambiare degli equilibri in senso storico, un’egemonia culturale fatta di Grandi Fratelli e Marie De Filippi. Ed è solo l’inizio. Ops!… mi sono sbagliato, dice George W. Violante. E insieme a lui tutti gli altri.
Si sbagliarono quelli dei patti scellerati che promettevano l’intangibilità della fabbrica del consenso berlusconiano (le tivù non saranno toccate, sempre Violante). Si sbagliarono i George W. D’Alema che andarono a Canossa, provincia di Cologno Monzese, a tranquillizzare i boss del Biscione che la loro azienda era comunque una «risorsa per il paese» (e quelli, geniali, li ricevettero negli studi di Stranamore!). Si sbagliò, più volte e più di tutti, George W. Veltroni, la cui sconfitta ha dimensioni che solo gli storici – forse – avranno il coraggio di affrontare. E insieme si sbagliarono tutti gli altri, uniti (salvo i defunti) da un unico, indissolubile e innegabile filo resistentissimo che ne lega i destini: stanno ancora tutti lì. Cioè, per capirci: quelli che, come racconta George W. Violante, «pensammo a una cosa poco seria», quelli che «noi ironizzavamo», quelli che «ci credevamo poco», dopo un errore così spaventoso che costa al paese una ventina d’anni di peronismo per gli acquisti, stanno ancora tutti lì. Al loro posto, in Parlamento, in ruoli di altissima responsabilità, dirigenti, padri nobili, osannati, citati e letti (e pubblicati quasi sempre dalle case editrici di proprietà di Berlusconi, peraltro). Dopo un errore così monumentale, che ci è costato tanto, che ci perseguiterà ancora per anni, e dopo la sua così candida ammissione, che fare di tutti questi George W.? Non siamo in Giappone, il suicidio rituale non ci piace. Ma almeno andarsene in silenzio, tacere, vergognarsi un po’ della propria incapacità – anziché trasformare in aneddoto la propria dabbenaggine – sarebbe consigliabile. Ops, ci siamo sbagliati! Pure noi, tutti, a non farli sloggiare quindici anni fa. Una prece.

da Il Manifesto del 28/03/09

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