Saskia Sassen racconta la finanza malata di ipertrofia

Salvare il sistema finanziario globale?Troppo tardi. Ormai è «troppo grande per salvarlo» Il valore globale dei «prodotti finanziari» è parecchie volte il Pil mondiale. È troppo. La sfida reale non è salvare il sistema ma definanzializzare le economie, argomenta Saskia Sassen. Quello che viene impropriamente chiamato «gruppo dei venti» (G20) si è riunito a Londra il 2 aprile 2009 per discutere su come salvare il sistema finanziario globale. È troppo tardi.La prova è che non abbiamo le risorse per salvare questo sistema – neanche se volessimo. È diventato «troppo grande da salvare» (non «troppo grande per fallire», come si dice per giustificare il soccorso ai colossi bancari, ndt): il valore degli assets finanziari globali supera di parecchie il Prodotto interno lordo (Pil) globale. La vera sfida non è salvare questo sistema, ma definanziarizzare le nostre economie, come premessa per superare il modello attuale di capitalismo. Perché mai il valore degli assets finanziari dovrebbe ammontare quasi al quadruplo del Pil complessivo dell’Unione europea, e ancor più per quanto riguarda gli Usa? Che vantaggio hanno i comuni cittadini – o il pianeta – da questo eccesso?

La domanda si risponde da sola. Esplorare più a fondo i meccanismi nascosti del sistema finanziario che ha portato il mondo a questa crisi significa anche intravedere un futuro oltre la finanziarizzazione. Il compito che il G20 dovrebbe affrontare non è salvare questo sistema finanziario, ma cominciare a definanziarizzare le principali economie in misura tale che il mondo possa andare verso la creazione di un’economia «reale» capace di garantire sicurezza, stabilità e sostenibilità. C’è molto lavoro da fare.

La logica
Una caratteristica specifica del periodo iniziato negli anni ’80 è l’uso di strumenti estremamente complessi, tesi a nuove forme di accumulazione originaria, per cui i soldi dei contribuenti sono l’ultima frontiera da sfruttare. Le imprese globali che esternalizzano centinaia di migliaia di posti di lavoro nei paesi a basso reddito hanno dovuto sviluppare modelli organizzativi complessi, facendo ricorso a esperti estremamente costosi e abili. A quale scopo? Poter contare su più lavoro possibile al prezzo più basso possibile, compreso il lavoro non qualificato che sarebbe poco remunerato anche nei paesi sviluppati. L’elemento insidioso è che i milioni di centesimi risparmiati si traducono in guadagni per gli azionisti.
La finanza ha creato strumenti finanziari sofisticati per spremere i magri guadagni delle famiglie a reddito modesto offrendo credito per beni superflui, e (ancor più grave) promettendo loro la proprietà una casa. Lo scopo era assicurarsi il maggior numero possibile di titolari di carte di credito e di mutui, per adescarli agli strumenti d’investimento. Non importa poi che i mutui o le carte di credito siano onorati: quel che conta è assicurarsi un tot di prestiti da trasformare in «prodotti d’investimento». Una volta creato il meccanismo, l’investitore non dipende più dalla capacità individuale di ripagare il prestito o il mutuo. L’uso di queste sequenze complesse di «prodotti» ha consentito agli investitori di accaparrarsi profitti di migliaia di miliardi di dollari alle spalle di persone dal reddito modesto. Ecco la logica della finanziarizzazione, diventata dominante dall’inizio dell’era neoliberista, negli anni ’80.

Così negli Stati Uniti – vivaio per queste forme di accumulazione originaria – ogni giorno 10.000 proprietari di casa, in media, perdono la propria abitazione perché pignorata. Si stima che nei prossimi quattro anni, negli Stati Uniti, da 10 a 12 milioni di famiglie non saranno in grado di pagare il mutuo; alle condizioni attuali perderebbero la casa. E’ una forma brutale di accumulazione originaria: di fronte alla possibilità (quasi sempre solo immaginaria) di possedere una casa, molte persone a basso reddito porranno a garanzia i loro magri risparmi o guadagni futuri.
Questo tipo di complessità mira a estrarre valore aggiunto ovunque sia possibile: dai piccoli e modesti, e dai grandi e ricchi. Questo spiega perché il sistema finanziario globale è in crisi permanente. A dire il vero, il termine «crisi» è fuorviante: quello che succede è più vicino al business as usual, è il modo in cui funziona il capitalismo finanziarizzato nell’era neoliberista.

A partire dagli anni ’80, la finanziarizzazione di sempre più vasti settori economici è diventata sia un segno del potere di questa logica finanziaria, sia un segno del suo auto-esaurimento. Quando tutto è finanziarizzato, la finanza non può più estrarre valore. Ha bisogno di settori non finanziarizzati su cui basari. L’ultima frontiera è il denaro dei contribuenti: che è denaro reale, alla vecchia maniera, non (ancora) finanziarizzato.

Il limite
La specificità della crisi attuale sta proprio nel fatto che il capitalismo finanziarizzato ha raggiunto i limiti imposti dalla sua stessa logica. Ha avuto successo nell’estrarre valore da tutti i settori economici attraverso la loro finanziarizzazione. Ha permeato una parte così grande di ogni economia nazionale (specie nel mondo altamente sviluppato), che le aree dell’economia da cui può ancora estrarre capitale non finanziario sono diventate troppo ridotte, e non possono fornire sufficiente capitale per salvare il sistema finanziario nel suo insieme.
Per esempio: nel settembre 2008 – mentre la crisi esplodeva con il crollo di Lehman Brothers – il valore globale degli assets finanziari (cioè: indebitamento) nel mondo intero era di 160.000 miliardi di dollari: ovvero tre volte e mezzo il Pil globale. I soldi disponibili non bastano per salvare il sistema finanziario.

Prima che l’attuale «crisi» esplodesse, il valore degli assets finanziari negli Usa aveva raggiunto il 450% del Pil, vale a dire quattro volte e mezzo il Pil totale (vedi «Mapping global capital markets», McKinsey Report, ottobre 2008). Nell’Unione europea, esso ammontava al 356% del Pil. Più in generale, il numero dei paesi dove gli assets finanziari superano il valore del Pil è più che raddoppiato, da 33 nel 1990 a 72 nel 2006.
Inoltre nell’ultimo decennio il settore finanziario è cresciuto in Europa più in fretta che negli Stati Uniti, soprattutto perché è partito da un livello più basso: il suo tasso composto di crescita annuale negli anni 1996-2006 è stato del 4,4%, a fronte del 2,8% per gli Stati Uniti.
Neanche le economie capitalistiche – tralasciando se questo sia più o meno desiderabile – hanno bisogno di assets finanziari quattro volte il valore del Pil. Anche in una logica capitalistica, finanziare ancora il settore finanziario per risolvere la «crisi» finanziaria non funzionerà: non farebbe altro che accrescere il vortice della finanziarizzazione delle economie.

Le proporzioni
Un altro modo di leggere la situazione è attraverso i diversi ordini di grandezza del sistema bancario e di quello finanziario. Nel settembre 2008, il valore degli assets bancari ammontava a svariate migliaia di miliardi di dollari; ma il valore totale dei Cds (credit-default swaps) – la goccia che ha fatto traboccare il vaso – ammontava a quasi 60.000 miliardi di dollari. Si tratta di una somma maggiore del Pil globale. Quando i debiti sono venuti a scadenza, i soldi non c’erano. Più in generale – e ancora una volta, per dare un’idea degli ordini di grandezza che il sistema finanziario ha creato a partire dagli anni ’80 – il valore totale dei derivati (una forma di indebitamento, e lo strumento finanziario più comune) era di oltre 600.000 miliardi di dollari. Questi assets finanziari sono cresciuti molto più rapidi di ogni altro settore economico (Gillian Tett, «Lost through destructive creation», Financial Times, 9 marzo 2009).
Il livello del debito negli Stati Uniti oggi è più alto che durante la Grande Depressione degli anni ’30. Nel 1929 il rapporto debito-Pil era all’incirca del 150%; nel 1932 era cresciuto al 215%. Nel settembre 2008, lo scoperto per l’indebitamento relativo ai Cds – un prodotto made in America (e, ricordiamolo, è solo un tipo di debito) – corrispondeva a più del 400% del Pil. In termini globali, il valore del debito nel settembre 2008 era di 160.000 miliardi di dollari (il triplo del Pil globale), mentre il valore dei derivati senza copertura è un quasi inconcepibile 640.000 miliardi (14 volte il Pil di tutti i paesi del mondo).

Queste cifre dimostrano che il momento attuale è davvero «estremo». Ma non è anomalo, né è determinato da fattori esogeni (come suggerirebbe l’idea di «crisi»). Piuttosto, è il modo normale di operare di questo particolare tipo di sistema finanziario. Inoltre i governi (cioè i cittadini e i contribuenti), ogni volta che hanno salvato il sistema finanziario, sin dalla prima crisi di questa fase – il crollo della borsa di New York del 1987 -hanno dato alla finanza gli strumenti per continuare la sua corsa speculativa. Dagli anni ’80 a oggi ci sono state cinque manovre di salvataggio; ogni volta, i soldi dei contribuenti sono stati usati per pompare liquidità nel sistema finanziario, e ogni volta la finanza li ha usati per speculare. Questa volta, le vacche grasse stanno finendo – abbiamo finito i soldi che servirebbero per le enormi esigenze del sistema finanziario.

Il ponte
Quanto sopra esposto implica che vi sono due sfide da affrontare: l’esigenza di definanziarizzare le principali economie e l’esigenza di uscire dal modello attuale del capitalismo.
Entrambe saranno difficili, ma è utile focalizzarsi su alcuni fatti basilari. L’attuale stima della disoccupazione globale ufficiale è di 50 milioni di unità; l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) calcola che altri 50 milioni di persone potrebbero perdere il lavoro per l’aggravarsi della recessione. Queste cifre sono tragiche per le persone coinvolte. Sono anche relativamente modeste (senza minimizzare in alcun modo la realtà umana), se confrontate ai due miliardi di persone nel mondo disperatamente povere. Ma quanti «posti di lavoro» sarebbero creati se ci fosse un sistema il cui obiettivo fosse sfamare questi due miliardi di persone e dare loro un alloggio? Il mondo allora avrebbe bisogno di far lavorare questi 50 milioni di persone ora disoccupate – e di far rientrare in gioco un altro miliardo di lavoratori.
In questa luce, la «crisi» finanziaria potrebbe essere un ponte verso un nuovo ordine sociale. Potrebbe aiutare tutti i soggetti interessati – cittadini e attivisti, Ong e ricercatori, comunità locali e reti, governi democratici – a focalizzarsi sul lavoro che serve per dare una casa a tutti, per depurare la nostra acqua, per rendere più verdi i nostri edifici e le nostre città, per sviluppare un’agricoltura sostenibile (compresa l’agricoltura urbana) e per fornire assistenza sanitaria universale. Questo nuovo ordine garantirebbe un impiego a chiunque interessato a lavorare. Con tutto il lavoro che c’è da fare, l’idea della disoccupazione di massa ha poco senso.

Già da decenni esiste la tecnologia per sostenere questo lavoro, e contribuire a debellare le malattie che affliggono milioni di persone, e produrre cibo per tutti. Eppure milioni di umani muoiono ancora per malattie prevenibili, e ancor più soffrono la fame. La povertà si è radicalizzata: se un tempo significava possedere solo un fazzoletto di terra che non produceva molto, oggi consiste nel possedere solo il proprio corpo. Anche l’ineguaglianza è aumentata e ha assunto nuove dimensioni, compresi una nuova classe globale di super-ricchi e l’impoverimento dei tradizionali ceti medi.
La storia dell’ultima generazione conferma che la forma neoliberista di economia di mercato non rispondere ai problemi di malattie, fame, povertà e ineguaglianza – anzi li rafforza. Un mix di mercati «puliti» e di forte welfare state (come in Scandinavia) ha prodotto fino a oggi i risultati migliori; ma per la maggior parte delle economie capitalistiche anche approssimare questo modello comporterebbe un cambiamento radicale (vedi Amartya Sen, «Capitalism Beyond the Crisis», New York Review of Books, 26 marzo 2009).

Questo testo è tratto da Open Democracy, 2 aprile 2009

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