Prime smagliature nell’esercito dei berluscones: da bravi ed impettiti soldatini a precari e nervosi scudi umani

Il sorriso stampato nei faccioni impettiti dei soldatini del capo non é più quello di una volta.
Servire il capo ha i suoi vantaggi : gruzzolo ,   fama ,  l’odore del cerone per i passaggi tv, abiti personalizzati  e profumati dal sarto  – il capo vuole che cadano bene, anche a Bondi –  contratti, orologini,  viaggi in Gulfstream .
Il  sapore del potere : bello il profumo di gasolio nella piazzola d’atterraggio con le luci delle città sullo sfondo e la leggerezza entusiasmante di un viaggio breve da potente sopra le città .
Gioielli alle signore ed alle veline accompagnatrici in cerca di fortuna –  quel senso di forza che nasce dal  poter cavalcare gli ingranaggi luccicanti del biscione.
Stuole di ragazzi e ragazze benvestiti e spensierati con cui accompagnarsi anche solo per sentirsi giovani – la ristrutturazione corporale e la lotta alla vecchiaia é un must del capo che vale per tutti –  vacanze , profumo di ricchezza e carriera per tutti i soldatini della pena televisiva: Rossella , Bondi, Belpietro , Bonaiuti .
Però da qualche ora forse qualche giorno c’e’ qualcosa che ai soldatini impettiti ha tolto la lucentezza di un tempo: ripeter continuamente la stessa solfa sulle abitudini relazionali del capo comincia ad esser pesante.
E’ un po’ che devono stare appresso alle uggie ormonali del capo.
Non é facile .
Non sai piu’ cosa dire , le scuse le hai già usate tutte e poi vuoi mettere con il poter fare belle promesse elettorali , é tutto un altro swing.
Qui si tratta ogni sera di negare sempre negare come e peggio del marito colto in flagrante che nega l’evidenza , é meno elegante meno luccicoso meno potente.
E ti credo : dover sviare continuamente  l’attenzione dal vecchio potente e malato  é una faticaccia immane , non molto edificante ed ormai anche  impossibile.
I riflettori sono sempre inesorabilmente puntati sul vecchio pisello agitato e non c’e’ verso di girarli da un’altra parte.
E comunque altro che aiutarlo a guarire – come chiedeva la moglie agli amici più cari, nel senso di costosi – qui ne hanno approfittato tutti ed anzi vorrebbero continuare…
Risultato : non solo i soldatini non si divertono piu’ ma qualcosa gli toglie il sonno ed il sorriso ironico   – ironico beh insomma il sorriso .
Quello che  gli hanno insegnato ad usare fisso davanti alla  telecamera mentre parla l’avversario per irriderlo a prescindere.
Un sorriso stampato che  comincia ad essere sempre più  sbieco, sguincio , rancoroso perché non piu’ spensierato e quindi neanche piu’ larvatamente ironico, neanche più efficace.
La piega della bocca  sempre piu’ verso il basso ,  scompare quasi sotto il mento , il  sorriso smorfia che inciampa sempre piu’ spesso sulle bugie del capo, smottamento verso il basso del corpo  nel  sudore  un pò incazzato per l’impudenza della domanda.
Contemporaneamente inseguono altri pensieri sia sul boss  ( ma non potrebbe andare al cinema ogni tanto ? )  che   su un altro aspetto :  come prevederne un attimo prima degli  altri la caduta , solo per scansarsi dalla polvere che s’alzerà.
E cosi’ pian piano nel giro delle sette chiese mediatiche ufficiali sono  sempre piu’  rognosi e guardinghi i soldati , li riconosci  , sono quelli con la voce piu’ alta e stridula  , difendono il capo e con esso il loro giocattolo meraviglioso ma sempre con la sensazione di essere alle corde ,  lottano strenuamente per garantirsi quel che hanno.
Di nuovo c’é solo una strana ,  serpeggiante , invadente sensazione di inutilità , quasi di imminente cambiamento , forse una smagliatura  , un primo sbreco nel corpaccione bello ed impettito dei berluscones .
E come se il capo all’apice del potere non possa fare a meno di sbracare , autoimponendosi una punizione che altri non riuscirebbero a dargli.
Ogni piccolo sbreco del capo diventa poi  un’ enorme ferita aperta in mezzo al viso del suo fedele soldatino, che muta cosi’ in scudo umano.
Allo scudo umano non é richiesto di essere elegante né simpatico o ironico, lo scudo umano deve solo riparare.
E quella puzza miracolosa di gasolio e ricchezza attendendo il Gulfstrem sulla piazzola é ormai un ricordo lontano , al massimo un deja vù.

Crazyhorse70 dal blog la conoscenza rende liberi
(28 maggio 2009)

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Un mondo felice di Galapagos

Un lungo elenco al quale i media non danno mai rilievo: le morti sul lavoro non fanno notizia eccetto quando diventano, come ieri alla Saras, una «ecatombe». Poche righe in cronaca per un dipendente di 47 anni che sei giorni fa si è suicidato alla Ericsson di Roma lanciandosi dal tetto. Per i colleghi «un suicidio annunciato», viste le voci che si inseguono di scorpori e trasferimenti nella fabbrica. Proprio ieri l’Istat nel «Rapporto annuale» ci ha informati che i nuovi disoccupati sono per lo più maschi tra i 35 e i 54 anni: per loro, quando perdono il lavoro, il futuro è nero. E la pensione lontanissima. Altro morto: lunedì è precipitato da un tetto a Genova sulle alture di Molassano, un operaio di 53 anni. Era, ecuadoriano, uno dei tanti sfruttati nei cantieri italiani sempre pronti per 4 soldi a fare lavori che giustamente gli italiani evitano. L’Istat nel Rapporto ci aiuta a conoscere più da vicino la realtà di una immigrazione fortemente penalizzata dalla crisi. Una immigrazione che cerca di integrarsi, di stabilizzarsi, ma che, nella crisi, viene respinta, emarginata, licenziata e sfruttata più dei colleghi italiani. Anche per lui poche righe in cronaca sui giornali locali.
Di sicuro, invece, conquisterà «l’onore» delle prime pagine dei quotidiani oggi in edicola la notizia della morte di 3 tecnici che lavoravano alla pulitura di un serbatoio di desolforazione alla Saras, una delle più grandi raffinerie d’Europa. Quei tre lavoratori non erano dipendenti della Saras, ma di una società appaltante, non si si sa quanto specializzata per questi lavori che hanno annientato tre vite in una «camera a gas». Evidentemente per la mancanza di norme di garanzia. E questo ci riporta alle norme sulla sicurezza che in una fase di crisi, come l’attuale, non dovrebbero essere più blande, ma rese ancora più rigide negli aspetti della prevenzione e in quelli penali.
E purtroppo la crisi è pesante, ci ha ricordato l’Istat. Le conseguenze, per dirla con le parole di Luigi Biggeri – presidente uscente dell’Istituto – «sarà la distruzione creativa delle imprese e dei settori più deboli e inefficienti». Ma il tutto «apre nuove opportunità di riqualificazione e crescita del sistema produttivo». Sembrano quasi parole di Marx o di Shumpeter sulla necessità di rigenerazione del capitale. Purtroppo la distruzione creativa si tradurrà (molto più di quanto sta già accadendo dagli ultimi mesi del 2008) in un taglio non creativo, ma feroce, di posti di lavoro. Cioè di reddito e di domanda di consumi. Insomma, in una crescita ulteriore delle disuguaglianza che in Italia sono già enormi – dice l’Istat – e tra le peggiori dei paesi industrializzati.
Con la crisi si indeboliscono, come le difese immunitarie, quando un corpo è debole, le possibilità di resistenza della classe operaia alla prese con quotidiani annunci di licenziamenti. Ieri è stata la volta di Telecom. A una classe operaia debole, più facilmente si impone il ricatto salariale, quello pensionistico e la non osservanza delle norme sulla sicurezza. C’è chi afferma, come il ministro Tremonti, che «dalla crisi l’Italia uscirà più forte di prima». Ma, citando Malthus, molti non vedranno questo mondo felice.

da Il Manifesto del 27/05/09

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Se 2,5 milioni vi sembran pochi

Sono tanti o sono pochi 2,5 milioni di individui in condizione di povertà assoluta censiti dall’Istat nel 2007? Secondo Orazio Carabini, in un editoriale del Sole 24 Ore del 24/04/09, i dati sulla povertà assoluta pubblicati a fine aprile dall’Istat e la contemporanea indagine della Banca d’Italia sulla distribuzione della ricchezza, smentirebbero la diffusa percezione di impoverimento del ceto medio e di aumento delle disuguaglianze che gli italiani avvertono. O meglio, non la confermerebbero se non in minima misura. Infatti i dati dell’Istat ci dicono che dal 2005 al 2007 l’incidenza della povertà assoluta è rimasta pressoché stabile, coinvolgendo circa il 4% delle famiglie e oltre 2 milioni di individui. La Banca d’Italia, da parte sua, segnala che il nostro paese, pur collocandosi a livello internazionale tra gli stati con il più alto livello della povertà e della disuguaglianza nei redditi familiari, non ha visto nell’ultimo quindicennio un sensibile inasprimento delle disuguaglianze (registrabile, invece, se si osserva l’ultimo trentennio, come documentato in diversi contributi presenti su questa stessa rivista.
Dunque la statistica smentirebbe la percezione di crescente insicurezza e disuguaglianza che l’opinione pubblica, in sintonia con il sistema dei media, avverte.
Ma è questo un modo corretto di interpretare i dati? In primo luogo sarebbe opportuno confrontare le misure di povertà e disuguaglianza con l’andamento del ciclo economico, anche al fine di poter formulare un’ipotesi rispetto a quanto l’attuale crisi economica globale ci riserva. In secondo luogo, sarebbe necessario guardare a come è cambiata la composizione della povertà, al fine di formulare giudizi non sommari e farne discendere indicazioni di policy, come altri autori hanno fatto in questa stessa sede.
Quanto al primo aspetto, i dati di breve periodo forniti dall’Istat ci suggeriscono che l’andamento economico (modestamente) positivo del biennio 2006-2007 non ha avuto un effetto di riduzione, neppure minima, della povertà assoluta. D’altro canto, però, i dati di lungo periodo della Banca d’Italia suggeriscono che le fasi di ciclo economico negativo producono un effetto sensibile sui livelli di povertà e disuguaglianza. In particolare la crisi economica dei primi anni ’90 ha rappresentato un momento di cesura nell’andamento della distribuzione del reddito e dell’indigenza.
Gli anni ’90 sono stati, per altro, anche il momento in cui la quota di ricchezza destinata al lavoro, sul valore aggiunto totale, ha raggiunto il suo livello minimo dal dopoguerra. Dalla crisi degli anni ’90 ad oggi, sempre secondo Banca d’Italia, non vi sarebbe evidenza, nei dati campionari sulla distribuzione dei redditi, di un aumento della disuguaglianza, di un assottigliamento dei ceti medi o di un impoverimento delle famiglie. La distribuzione presa nel suo complesso appare piuttosto stabile sebbene, come evidenzia l’indagine di via Nazionale, questa stabilità aggregata nasconda importanti cambiamenti nell’allocazione delle risorse e importanti disparità territoriali.
Ciò che sembra emergere, quindi, è una reattività della distribuzione della ricchezza alle fasi negative del ciclo economico cui però non è corrisposta una altrettanto sensibile riduzione delle disuguaglianze nelle fasi di congiuntura positiva. In altre parole, le fasi di ciclo economico negativo hanno prodotto un peggioramento nell’incidenza della povertà e nella distribuzione del reddito, ma quando l’economia è tornata a crescere i redditi sono rimasti fermi, sia in termini di livello delle disuguaglianze, sia in termini di incidenza della povertà.
Se è così, lo scenario che l’attuale crisi economica ci prepara è quello di un ulteriore aumento dell’indigenza e delle disuguaglianze nel corso del 2008 e del 2009. A meno di un intervento pubblico che operi in direzione opposta, di cui, allo stato attuale, non si scorge traccia.
È sempre la Banca d’Italia a ricordare, infatti, che i trasferimenti sociali per famiglia, disoccupazione, abitazione ed esclusione sociale sono in Italia appena l’1,7 per cento del prodotto interno lordo, la quota più bassa dell’UE ad esclusione della Lituania, pari a poco più di un terzo della media comunitaria. Inoltre l’intero sistema di imposte e trasferimenti appare poco efficace nel ridurre le disuguaglianze generate dalle forze di mercato.
Queste ultime, infatti, hanno agito modificando nel corso del tempo la composizione degli strati sociali in maggiore difficoltà. È macroscopica nel corso degli ultimi 30 anni l’erosione nella quota di ricchezza complessiva destinata al lavoro. Anche guardando al medio ed al breve periodo si riscontra che, dal 1993 al 2008, la crescita delle retribuzioni lorde reali unitarie è stata contenuta, circa lo 0,6 per cento all’anno. L’aumento è inferiore per le retribuzioni al netto del carico fiscale, soprattutto per coloro che non hanno familiari a carico.
I dati Istat, poi, segnalano che dal 2005 al 2007 l’incidenza dei lavoratori dipendenti tra gli individui in povertà assoluta è sempre aumentata, mentre si è ridotta l’incidenza dei lavoratori autonomi. Inoltre, avverte la Banca d’Italia, tra i lavoratori sono quelli impiegati con contratti a termine e i parasubordinati i più esposti al rischio povertà, soprattutto nelle fasi economiche recessive. Sono, infatti, i più esposti alla perdita dell’occupazione, perché sono i primi a subire i ridimensionamenti degli organici decisi dalle imprese, ma sono anche i meno protetti dagli ammortizzatori sociali, soprattutto per la frammentarietà dei loro percorsi professionali.
Difficilmente le disuguaglianze all’interno dello stesso lavoro dipendente o assimilabile (parasubordinati) potranno ridursi senza che s’intervenga sul sistema delle prestazioni sociali. In particolare quello che pesa è la mancanza di un sostegno al reddito che abbia carattere universalistico e non sia legato, come accade ora, ad una particolare collocazione nel mercato del lavoro. Anche le disuguaglianze territoriali sono rimaste profonde nell’ultimo quindicennio: non solo la distanza tra le regioni del Nord e quelle del Sud non si è accorciata, ma i giovani meridionali hanno ripreso a emigrare, ed anche all’interno delle stesse regioni del mezzogiorno la distribuzione dei redditi è rimasta assai diseguale.
Si tratta di fenomeni che sono destinati ad approfondirsi, in una fase di crescita negativa, senza adeguati correttivi pubblici che intervengano, da un lato, sulla revisione in senso universalistico delle prestazioni sociali e, dall’altro, su programmi di sviluppo rispettosi dell’ambiente e del territorio (purtroppo le già insufficienti misure “anticrisi” varate dal governo vanno in tutt’altra direzione: si pensi allo svuotamento del FAS ed al piano casa per non parlare delle irrisorie e frammentarie risorse destinate ai parasubordinati, commentate in un precedente contributo. Diversamente, i 2,5 milioni di individui in stato povertà assoluta, registrati in un anno di crescita positiva come il 2007, saranno destinati a moltiplicarsi con l’avanzare della crisi.

C.Tajani
*Ricercatrice, Università degli Studi di Milano e CGIL Milano

tratto da Liberatebarabba 12 maggio 2009

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Il caimano, gli squali ed i pesci pilota

E’ diventato financo banale citare Gramsci ad ogni occasione ma non posso, guardando la foto dell’assemblea degli industriali italiani che si spella le mani in applausi quando Berlusconi attacca il Parlamento e la Magistratura non ricordare le sue riflessioni sul "sovversivismo delle classi dirigenti" che, in determinate situazioni storiche, rompono la coesione sociale basata sulla libertà e la democrazia per rivendicare il controllo totale sulle classi subalterne e sullo Stato attraverso l’unità (rivendicata da Mussolini ed ora da Berlusconi) dei tre poteri nettamente distinti dal liberalismo: il potere giudiziario, il potere legislativo, il potere esecutivo.

Berlusconi ieri ha compiuto una spregiudicata e pericolosa operazione di populismo: ha identificato la Casta nel Parlamento. Attaccando il Parlamento ha fatto credere di attaccare una classe di grandi profittatori, parassiti, sanguisughe della Repubblica ed ha trasformato una azione che dai libri di Salvi a quello di Stella tendeva a denunziare le degenerazioni partitocratiche ed oligarchiche in attacco alla istituzione in quanto tale.

Definire i parlamentari come capponi o tacchini che si sottrarranno alla autoriforma che Berlusconi minaccia aggrava il clima di basso impero in cui stiamo vivendo. Un Parlamento ridotto a votificio da un Capo del Governo che mostra insofferenza financo per il proprio Consiglio dei Ministri viene dato in pasto a famelici pennivendoli e personaggi del sistema massmediatico che identificano in Berlusconi il "Salvatore", colui che libera l’Italia da una casta di privilegiati diventata insopportabile.

Mentre Berlusconi agitava la spada ed urlava contro la Magistratura ed il Parlamento, gli industriali italiani preparano il materiale per una svolta sociale in cui divorziano dai vincoli della democrazia che hanno sentito sempre molto stretti e che ora diventano insopportabili per la libertà di azione che reclamano verso lo Stato e verso i lavoratori. Hanno già varato, con l’aiuto della Cisl e dell’Uil, una riforma del modello contrattuale che aumenterà la dipendenza dei lavoratori dalle decisioni degli imprenditori facendoli regredire verso un regime di immobilità sociale e di mera sopravvivenza. Plotoni di giuslavoristi bipartisan lavorano intensamente per demolire lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori ed aprire una nuova fase in cui la borghesia italiana non si accontenta più di negare diritti ma vuole anche costrizioni, limitazioni giuridiche fino a fare del lavoratore un soggetto sociale con minori diritti del cittadino. Non deve sfuggire la concomitanza tra l’assemblea confindustriale e il Congresso della Cisl che certamente è casuale nel calendario, ma assai convergente e densa di rimandi nella qualità del progetto che, nella maschera menzognera della compartecipazione, aggiunge nuove limitazioni e nuovi obblighi ai lavoratori.

Osservo, "en passant", che gli applausi degli industriali contro i privilegi della casta sono viziati all’origine dal fatto che, molti di loro, amministratori delegati o managers, lucrano spregiudicatamente ai danni degli azionisti che non hanno alcun potere reale di controllo e della pubblica amministrazione dalla quale ricavano emolumenti assai più sostanziosi di quelli dei deputati e dei senatori. Non hanno le carte in regola per ergersi a moralisti mentre applaudono una persona che, a livello internazionale, è oggetto di scandalo per le sue vicende giudiziarie ed anche personali, mostrandosi indifferenti ad una minima decenza di etica.

A differenza di Mussolini che per affermare il potere degli agrari e degli industriali distrusse con il ferro ed il fuoco le Camere del Lavoro, il progetto di egemonia capitalistica della Marcegaglia e di Berlusconi può contare su Sindacati compiacenti e complici (la complicità di Sacconi..) come la Cisl, l’Uil e l’UGL e sulla paralisi della opposizione che, nella sua parte parlamentare, condivide il programma di "modernizzazione" della Confindustria ed mostra incertezze e contraddizioni rispetto la proposta presidenzialistica e sulla debolezza della sinistra scacciata dal Parlamento e vittima di errori che non ha ancora superato. Non ci sarà bisogno di incrudelire con la repressione per sottomettere ancora di più i lavoratori: basteranno le nuove leggi e gli accordi che saranno stipulati.

Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/

(23 maggio 2009)

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Professione sottoprecari di Emilano Fittipaldi

La chiamavano Generazione mille euro. È stata spazzata via dalla crisi economica. E ora deve fare i conti con un mondo del lavoro impazzito. Dove si offrono salari ridotti del 35 per cento. Per lavori garantiti un mese o una sola settimana.
Paolo Zambon sognava di aprirsi un negozietto di abbigliamento in centro, tirare su 50 mila euro l’anno come ha fatto suo fratello, e comprarsi il Cayenne. Invece da un mese, dopo aver cercato inutilmente un posto come commesso per una «griffe fashion», come la chiama, frequenta un corso in una scuola edile di Padova. «Malta e cazzuola, già. Alzare un muro non è uno scherzo, una vera faticaccia.

La crisi? Ha cambiato completamente le mie prospettive. In peggio». Fino a qualche tempo fa trovare un giovane veneto disposto a fare l’operaio in un cantiere «era più difficile di scovare un astronauta professionista da mandare alla Nasa», dice Stefano Culli Lanzi, amministratore delegato dell’agenzia interinale Gi Group. Potenza della congiuntura economica negativa, oggi i corsi per muratori organizzati da privati e sindacati di settore vengono presi d’assalto anche dagli italiani. «Un miracolo», chiosano dalla Fillea- Cgil: erano tre anni che nei cantieri tra Mestre e Belluno si vedevano solo stranieri.

Paolo, che ha 24 anni, a marzo ha già trovato un lavoro. «Un contratto interinale di una settimana, 350 euro. Poi chissà, anche l’edilizia è in stato comatoso». A mille chilometri di distanza, a Catanzaro, Gilda, Santo, Francesca e gli altri 30 laureati Isef assunti nelle due piscine comunali, sulla Porsche non ci hanno mai puntato. Il tasso di disoccupazione calabrese costringe, da sempre, a desideri più misurati. Oggi, con il Pil in picchiata, anche una 500 usata è pura utopia. Come ottenere un contratto decente: fino a dicembre sono stati inquadrati come “atleti dilettanti”, dopo i controlli dell’ispettorato del lavoro l’associazione che gestisce gli impianti paga istruttori e bagnini 8 euro l’ora, con un contratto da lavoratori autonomi. «Prendere o lasciare. Prendo, ho detto. Ma ci hanno preso alla gola», racconta Antonio.
Lo stesso ultimatum l’ha lanciato una ditta di pulizie a Martina Russo, precaria quarantenne della capitale. «Prima lavoravo tre ore al giorno consecutive, di pomeriggio potevo fare altro. Ora mi hanno piazzato un turno dalle 9 alle 10, un altro dalle 13 alle 14, il terzo dalle 18 alle 19. Mi spieghi lei come faccio ad arrotondare». Paolo Zambon, i maestri di nuoto e Marta la domestica non possono neanche lamentarsi. Sono tra i precari più fortunati.

Nei cinema in questi giorni stanno proiettando un film dedicato a loro, “Generazione 1000 euro”. Il titolo forse andrebbe aggiornato, visto che la recessione ha fatto scivolare parte dei vecchi precari vicino a quota 500. Eppure un posto, seppur grazie a contratti estremi, ce l’hanno ancora. Centinaia di migliaia di cocopro e di somministrati (così vengono chiamati i dipendenti assunti a tempo tramite le agenzie interinali) sono invece rimasti a casa.

I dati Istat sul primo trimestre del 2009 verranno pubblicati solo a giugno, ma è possibile già ora fare un primo bilancio dello tsunami che sta sconvolgendo il mondo del lavoro. Secondo l’osservatorio nazionale Ebitemp, l’ente creato dalle agenzie interinali e dai sindacati, da agosto a febbraio si sono persi 58 mila occupati. Ad aprile il mercato è sprofondato, crollando del 45 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Giù anche il monte salari, sceso del 35,5 per cento.

Una débâcle. Federico Vione, un ex somministrato che ce l’ha fatta, è stato catapultato sulla sala di comando di Adecco a inizio anno, e ammette che la tempesta non sembra volersi placare. «Le aziende, semplicemente, non assumono più. Le file davanti alle nostre filiali sono cresciute a dismisura. I candidati alla ricerca di un lavoro sono passati da 80 a 120 mila in poche settimane».

Persone a caccia disperata di una retribuzione, disposte a firmare contratti che poco tempo fa non avrebbero nemmeno preso in considerazione. «Anche il profilo è cambiato: prima avevamo in lista soprattutto giovani under 30, ora chiedono aiuto anche professionisti maturi con grande esperienza». I laureati sono disposti ad accettare incarichi demansionanti, tutti si rassegnano a trasferirsi fuori dalla città di residenza.

Qualcuno fuori dai confini nazionali. «Con contratto di stage offriamo per un mese lavoro in Vietnam a un panettiere esperto. Servono buone capacità organizzative », dice un annuncio su Internet. A fine aprile le agenzie proponevano posti extreme di ogni tipo, contesi da decine di aspiranti. In un albergo di Bergamo un cameriere ha strappato un contratto della durata di sei giorni, a Salerno una piccola impresa metalmeccanica mette in palio una tuta da saldatore.

Sarà scelto solo chi è disponibile a lavorare di notte, «con capacità di concentrazione, precisione e tolleranza allo stress». Tutto per mille euro al mese, per 150 giorni. Il rinnovo? Poi si vedrà. A Cesano Boscone una società di servizi vuole risparmiare bandendo uno stage con «rimborso spese da concordare». Mario Chiocciola, informatico di 46 anni, due figli adolescenti e un mutuo ancora acceso, ha accettato di spostarsi da Roma a Torino per fare l’help-desk per una multinazionale inglese di giochi e scommesse. «Lavoro otto ore al giorno, spesso anche la notte, sabato e domenica compresi. Prendo 900 euro, ma fra tre mesi la somministrazione finisce».

Le aziende offrono lavoro di ogni forma e genere. Accomunati sempre da basso salario e brevità record: salumieri da assumere per 20 giorni, promoter nei supermercati per 30, pizzaioli per due settimane «con disponibilità totale» di orari, baristi e banconisti da inchiodare in sala «dal lunedì alla domenica con turni che partono dalle 6 del mattino alle 22 della sera». La flessibilità, se fino al 2008 era considerata da molti un’opportunità per entrare nel mercato del lavoro, si avvia verso una nuova fase.

L’economista Pietro Garibaldi la chiama “modello cuscinetto”. «Con la recessione appare chiara la politica di molte aziende. I precari vengono utilizzati nei tempi buoni, per essere lasciati a casa quando bisogna ristrutturare e tagliare i costi. Le fasce più deboli, quelle senza indennità di disoccupazione e cassa integrazione, fungono da welfare al contrario». Anche i sindacati latitano: loro battagliano per difendere gli operai, chiedono di raddoppiare la cig.

Gli atipici, quasi mai iscritti a Cgil, Cisl e Uil, non sono una priorità. Garibaldi non sa se le imprese stanno speculando sulla crisi, sfruttando il rapporto sbilanciato tra domanda  offerta per abbassare il costo del lavoro e le garanzie dei dipendenti. «Non voglio sbilanciarmi, non ci sono ancora evidenze. Ma non posso escludere la diffusione di un fenomeno che definirei di “dumping contrattuale”: la tentazione da parte delle aziende e della pubblica amministrazione di trasformare contratti a tempo in più convenienti cocopro può essere forte».

Il ministero dell’Ambiente guidato da Stefania Prestigiacomo, per esempio, non ci ha pensato due volte. I precari che lavorano al dicastero di via Cristoforo Colombo sono centinaia, e molti di loro, alla fine del contratto a tempo determinato (che garantisce buoni pasto, maternità e malattie pagate) si sono visti proporre un più economico cocopro. «Prima si prendeva sui 30-35 mila euro lordi, ora siamo sui 20 mila» spiega Andrea B., che preferisce l’anonimato.
«Lo stipendio è calato del 30 per cento, le mansioni sono rimaste identiche. Inoltre non ci hanno assunto più per via diretta, ma attraverso società in house: in questo modo aggirano i concorsi con le chiamate dirette. Io dipendo dalla Sogesid. Altri colleghi hanno un contratto Apat, altri sono targati Sviluppo Italia. Tutti, però, continuiamo come prima e più di prima a lavorare all’Ambiente».

Come il cane morde lo straccione, anche la crisi dell’editoria azzanna i più fragili: i primi contratti non rinnovati sono stati quelli dei giornalisti precari, quasi tutte le testate hanno tagliato le collaborazioni del 20-30 per cento. Il settore è asfittico, ma le scuole di giornalismo continuano a spuntare come funghi, vomitando ogni anno centinaia di nuovi professionisti, ignari che a prezzi correnti un articolo in un giornale locale può essere pagato meno di 10 euro lordi.

Lorenzo, laureato in filosofia a Messina, sta invece provando a farsi assumere come mozzo sui traghetti che collegano lo Stretto. Dopo inutili (e costosi) master in risorse umane, ha abbandonato definitivamente Marx e Hegel per fare l’intermediatore creditizio, una sorta di tramite tra aziende che vogliono prestiti e le banche che dovrebbero erogarlo. «In sei mesi ho guadagnato 200 euro. Non scherzo. Noi prendiamo una provvigione dell’1 per cento sull’importo del finanziamento, ma gli istituti bocciano sistematicamente ogni richiesta. Speriamo che m’imbarchino presto».

Persino i call-center non sono più un rifugio sicuro per i precari storici. Lucia Fraiese, 34 anni di Napoli, vaga da anni tra Tim, Wind e Vodafone. «Sono a spasso da febbraio. I team leader delle squadre chiamano chi vogliono, e io non sono mai stata amica dei capi. A marzo ho provato con le vendite telefoniche, ma le famiglie non hanno un euro in tasca e non comprano nulla.

Ora sto facendo la dog-sitter a 5 euro l’ora, ma di clienti se ne vedono pochini: i cani costano, io mi aspetto un boom di abbandoni prima dell’estate». Il dumping contrattuale vale anche per gli immigrati, badanti in testa: ora che sulla piazza sgomitano anche le italiane, i salari per polacche e sudamericane stanno precipitando. «Le ragazze nere sono in basso alla classifica, il boom della domanda le penalizza più delle altre», ragiona la sociologa Chiara Saraceno:«L’arrivo delle donne nel settore non è una novità: negli anni Settanta quelle espulse dalla fabbrica facevano le colf, oggi accudiscono gli anziani.

Peccato che in questo momento le famiglie del ceto medio preferiscano risparmiare e svolgere da sole i lavori di cura». La studiosa teme che il sesso debole sarà quello che uscirà peggio dalla congiuntura, e che i ricatti delle aziende, soprattutto quelle piccole, saranno ancora più pesanti che in passato. «È un fatto che in Italia i nostri imprenditori siano lontani da una civilizzazione dei rapporti con i loro dipendenti», chiude dura.

Forse la Saraceno esagera, ma i dati di Manager Italia e Od&M Consulting non fanno ben sperare somministrati e flessibili vari: oggi i dirigenti più ricercati dalle aziende sono quelli specializzati in tagli dei costi e del personale.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/professione-sottoprecari/2082327&ref=hpsp
(14 maggio 2009)

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E-mail del vicepresidente di Atdal Over-40 ad Adriano Sofri in data 17 maggio

Caro Sofri,
ho letto il tuo articolo relativo alla manifestazione di Torino dei lavoratori Fiat,  pubblicato su La Repubblica  di oggi, e vorrei esprimere alcune considerazioni soprattutto in riferimento alle tue critiche sulle contestazioni messe in atto dai Cobas.
Vorrei evitare, se non a livello di breve inciso, di entrare nel merito di un giudizio sugli “estremismi” di Rinaldini e della Fiom, spina nel fianco della CGIL, o sugli “estremismi” della CGIL, altra spina nel fianco di CISL e UIL, un bel guazzabuglio di posizioni, interessi (anche personali) che facilitano la vita alla compagine governativa e rendono del tutto incomprensibili ai lavoratori ruolo, strategie e tattiche di quei sindacati che dovrebbero tutelarne gli interessi.
Tu liquidi la faccenda bollando la contestazione di Torino come una manovra precostituita e preorganizzata ripetendo analisi che purtroppo sono all’ordine del giorno nel nostro paese. Ogni qualvolta capiti che qualcuno esca da una serie di regole più o meno liturgiche ecco che ricompare il “grande vecchio” mestatore e aizzatore degli animi. Che poi gli animi appartengano a lavoratori e disoccupati che dopo avere partecipato per anni alle scontate liturgie e scoperto che i Governi se ne fregano dei loro problemi e il sindacato non può (in alcuni casi non vuole) cavare un ragno dal buco,  finiscano per perdere la pazienza, diventa un aspetto del tutto secondario e forse troppo scomodo da affrontare.
Io non appartengo ai Cobas, rappresento una Associazione di volontariato che cerca di tutelare gli interessi di chi perde il lavoro in età matura (over40) vittima di espulsione individuale dal ciclo produttivo. Una delle tante associazioni nate dalla cosiddetta società civile, utili ai politici per riempirsi la bocca parlando a vanvera della natura solidaristica degli italiani a patto che questi volontari accettino di lavorare in silenzio senza pretendere di poter dire la loro e di avanzare proposte con un minimo di speranza di essere presi in considerazione.
Nel nostro paese abbiamo oggi circa 1,5 milioni di padri e madri di famiglia over40 del tutto privi di lavoro e di reddito. Tra di essi (dati di una ricerca dell’ex Ministro Damiano) abbiamo tra 180 e 200.000 over55 disoccupati, considerati non più ricollocabili ai quali l’unica prospettiva di reddito arriverà con la pensione di vecchiaia nonostante abbiano, in molti casi, più di 30 anni di versamenti contributivi.
L’Istat ci fornisce periodicamente i dati sui livelli della disoccupazione senza dare eccessiva evidenza alla crescita sconvolgente del numero degli “scoraggiati” cioè di coloro che non hanno un lavoro e non ne cercano uno nuovo in quanto convinti di non avere più nessuna possibilità di trovarlo. Gli “scoraggiati” erano 650.000 nel 1995, 1,2 milioni nel 2005, 3 milioni nel 2008. La cosa interessante è che questi non si sommano al numero dei disoccupati ufficiali.
Guardando al mondo del lavoro possiamo renderci conto che l’area della disoccupazione giovane e meno giovane, del tutto priva di tutele, rappresenta una enorme fabbrica virtuale ormai dismessa le cui dimensioni sono pari a 30, 40, 50  volte la somma dei lavoratori della Fiat più quelli dell’Alitalia più quelli di centinaia di altre aziende. Peccato che per molti lavoratori di queste aziende, nei momenti di crisi, siano scattati meccanismi di protezione a spese dei contribuenti. Abbiamo quindi qualche migliaio di dipendenti Alitalia (ma in passato lo stesso è avvenuto per Fiat e una miriade di altre imprese)   che verranno accompagnati da una mobilità lunga fino a 8 anni alla pensione senza che uno straccio di sindacato o di partito politico abbia mai sentito la necessità di imporre alle imprese che avevano goduto dei benefici pubblici il divieto di delocalizzare per un certo numero di anni pena la restituzione del malloppo maggiorato secondo un consistente fattore moltiplicativo.
Che tipo di risposta è stata data in tutti questi anni dai Governi di destra e di sinistra a questo diffuso malessere ?. Quali provvedimenti sono stati messi in campo al di là delle innumerevoli riforme previdenziali che hanno generato una massa di disoccupati espulsi prematuramente dal posto di lavoro, impossibilitati a ricollocarsi in quanto discriminati per l’età anagrafica e quindi preclusi al raggiungimento dei requisiti contributivi per la pensione ? Non mi pare di sbagliare dicendo che i sindacati, al di là di qualche manfrina per l’appunto liturgica, abbiano accettato tutti gli interventi sulla previdenza senza mai battersi per imporre la salvaguardia dei diritti di chi non aveva più la possibilità di scegliere se lavorare fino a 70 o 80 anni.
E che dire di storie esemplari come la lotta dei lavoratori del call center Atesia di Roma. Una lotta conclusa con un accordo sottoscritto dai sindacati i quali, certi di una bocciatura da parte dei lavoratori Atesia, hanno coinvolto nella sua approvazione i giovani di una miriade di call center in Italia del tutto all’oscuro della lotta dei colleghi romani e dei problemi che essi si trovavano a fronteggiare. Un accordo che non poteva che essere approvato grazie a logiche che stanno ad una distanza siderale dalle basi della democrazia e che, comunque, hanno visto l’espulsione da Atesia di tutti coloro che si erano battuti in modo attivo per la difesa dei propri diritti.
Non voglio dilungarmi oltre ma concludere con una domanda. Vista la palese inutilità delle lotte liturgiche, vista l’inconsistenza dell’azione sindacale e il disinteresse di Governi e Istituzioni, considerando che tu come il sottoscritto siamo contrari a opzioni di natura violenta, che cosa dovrebbero fare delle persone che non sanno più come tirare avanti ? Portare pazienza infinita, votarsi a qualche Santo, programmare dei suicidi di massa ?
Quando ci si lancia in critiche come la tua bisognerebbe provare una volta tanto a mettersi nei panni di chi vive condizioni drammatiche, di chi è esasperato e provare anche a fare qualche proposta concreta.

Un cordiale saluto.
Armando Rinaldi
Associazione ATDAL Over40

 

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