Professione sottoprecari di Emilano Fittipaldi

La chiamavano Generazione mille euro. È stata spazzata via dalla crisi economica. E ora deve fare i conti con un mondo del lavoro impazzito. Dove si offrono salari ridotti del 35 per cento. Per lavori garantiti un mese o una sola settimana.
Paolo Zambon sognava di aprirsi un negozietto di abbigliamento in centro, tirare su 50 mila euro l’anno come ha fatto suo fratello, e comprarsi il Cayenne. Invece da un mese, dopo aver cercato inutilmente un posto come commesso per una «griffe fashion», come la chiama, frequenta un corso in una scuola edile di Padova. «Malta e cazzuola, già. Alzare un muro non è uno scherzo, una vera faticaccia.

La crisi? Ha cambiato completamente le mie prospettive. In peggio». Fino a qualche tempo fa trovare un giovane veneto disposto a fare l’operaio in un cantiere «era più difficile di scovare un astronauta professionista da mandare alla Nasa», dice Stefano Culli Lanzi, amministratore delegato dell’agenzia interinale Gi Group. Potenza della congiuntura economica negativa, oggi i corsi per muratori organizzati da privati e sindacati di settore vengono presi d’assalto anche dagli italiani. «Un miracolo», chiosano dalla Fillea- Cgil: erano tre anni che nei cantieri tra Mestre e Belluno si vedevano solo stranieri.

Paolo, che ha 24 anni, a marzo ha già trovato un lavoro. «Un contratto interinale di una settimana, 350 euro. Poi chissà, anche l’edilizia è in stato comatoso». A mille chilometri di distanza, a Catanzaro, Gilda, Santo, Francesca e gli altri 30 laureati Isef assunti nelle due piscine comunali, sulla Porsche non ci hanno mai puntato. Il tasso di disoccupazione calabrese costringe, da sempre, a desideri più misurati. Oggi, con il Pil in picchiata, anche una 500 usata è pura utopia. Come ottenere un contratto decente: fino a dicembre sono stati inquadrati come “atleti dilettanti”, dopo i controlli dell’ispettorato del lavoro l’associazione che gestisce gli impianti paga istruttori e bagnini 8 euro l’ora, con un contratto da lavoratori autonomi. «Prendere o lasciare. Prendo, ho detto. Ma ci hanno preso alla gola», racconta Antonio.
Lo stesso ultimatum l’ha lanciato una ditta di pulizie a Martina Russo, precaria quarantenne della capitale. «Prima lavoravo tre ore al giorno consecutive, di pomeriggio potevo fare altro. Ora mi hanno piazzato un turno dalle 9 alle 10, un altro dalle 13 alle 14, il terzo dalle 18 alle 19. Mi spieghi lei come faccio ad arrotondare». Paolo Zambon, i maestri di nuoto e Marta la domestica non possono neanche lamentarsi. Sono tra i precari più fortunati.

Nei cinema in questi giorni stanno proiettando un film dedicato a loro, “Generazione 1000 euro”. Il titolo forse andrebbe aggiornato, visto che la recessione ha fatto scivolare parte dei vecchi precari vicino a quota 500. Eppure un posto, seppur grazie a contratti estremi, ce l’hanno ancora. Centinaia di migliaia di cocopro e di somministrati (così vengono chiamati i dipendenti assunti a tempo tramite le agenzie interinali) sono invece rimasti a casa.

I dati Istat sul primo trimestre del 2009 verranno pubblicati solo a giugno, ma è possibile già ora fare un primo bilancio dello tsunami che sta sconvolgendo il mondo del lavoro. Secondo l’osservatorio nazionale Ebitemp, l’ente creato dalle agenzie interinali e dai sindacati, da agosto a febbraio si sono persi 58 mila occupati. Ad aprile il mercato è sprofondato, crollando del 45 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Giù anche il monte salari, sceso del 35,5 per cento.

Una débâcle. Federico Vione, un ex somministrato che ce l’ha fatta, è stato catapultato sulla sala di comando di Adecco a inizio anno, e ammette che la tempesta non sembra volersi placare. «Le aziende, semplicemente, non assumono più. Le file davanti alle nostre filiali sono cresciute a dismisura. I candidati alla ricerca di un lavoro sono passati da 80 a 120 mila in poche settimane».

Persone a caccia disperata di una retribuzione, disposte a firmare contratti che poco tempo fa non avrebbero nemmeno preso in considerazione. «Anche il profilo è cambiato: prima avevamo in lista soprattutto giovani under 30, ora chiedono aiuto anche professionisti maturi con grande esperienza». I laureati sono disposti ad accettare incarichi demansionanti, tutti si rassegnano a trasferirsi fuori dalla città di residenza.

Qualcuno fuori dai confini nazionali. «Con contratto di stage offriamo per un mese lavoro in Vietnam a un panettiere esperto. Servono buone capacità organizzative », dice un annuncio su Internet. A fine aprile le agenzie proponevano posti extreme di ogni tipo, contesi da decine di aspiranti. In un albergo di Bergamo un cameriere ha strappato un contratto della durata di sei giorni, a Salerno una piccola impresa metalmeccanica mette in palio una tuta da saldatore.

Sarà scelto solo chi è disponibile a lavorare di notte, «con capacità di concentrazione, precisione e tolleranza allo stress». Tutto per mille euro al mese, per 150 giorni. Il rinnovo? Poi si vedrà. A Cesano Boscone una società di servizi vuole risparmiare bandendo uno stage con «rimborso spese da concordare». Mario Chiocciola, informatico di 46 anni, due figli adolescenti e un mutuo ancora acceso, ha accettato di spostarsi da Roma a Torino per fare l’help-desk per una multinazionale inglese di giochi e scommesse. «Lavoro otto ore al giorno, spesso anche la notte, sabato e domenica compresi. Prendo 900 euro, ma fra tre mesi la somministrazione finisce».

Le aziende offrono lavoro di ogni forma e genere. Accomunati sempre da basso salario e brevità record: salumieri da assumere per 20 giorni, promoter nei supermercati per 30, pizzaioli per due settimane «con disponibilità totale» di orari, baristi e banconisti da inchiodare in sala «dal lunedì alla domenica con turni che partono dalle 6 del mattino alle 22 della sera». La flessibilità, se fino al 2008 era considerata da molti un’opportunità per entrare nel mercato del lavoro, si avvia verso una nuova fase.

L’economista Pietro Garibaldi la chiama “modello cuscinetto”. «Con la recessione appare chiara la politica di molte aziende. I precari vengono utilizzati nei tempi buoni, per essere lasciati a casa quando bisogna ristrutturare e tagliare i costi. Le fasce più deboli, quelle senza indennità di disoccupazione e cassa integrazione, fungono da welfare al contrario». Anche i sindacati latitano: loro battagliano per difendere gli operai, chiedono di raddoppiare la cig.

Gli atipici, quasi mai iscritti a Cgil, Cisl e Uil, non sono una priorità. Garibaldi non sa se le imprese stanno speculando sulla crisi, sfruttando il rapporto sbilanciato tra domanda  offerta per abbassare il costo del lavoro e le garanzie dei dipendenti. «Non voglio sbilanciarmi, non ci sono ancora evidenze. Ma non posso escludere la diffusione di un fenomeno che definirei di “dumping contrattuale”: la tentazione da parte delle aziende e della pubblica amministrazione di trasformare contratti a tempo in più convenienti cocopro può essere forte».

Il ministero dell’Ambiente guidato da Stefania Prestigiacomo, per esempio, non ci ha pensato due volte. I precari che lavorano al dicastero di via Cristoforo Colombo sono centinaia, e molti di loro, alla fine del contratto a tempo determinato (che garantisce buoni pasto, maternità e malattie pagate) si sono visti proporre un più economico cocopro. «Prima si prendeva sui 30-35 mila euro lordi, ora siamo sui 20 mila» spiega Andrea B., che preferisce l’anonimato.
«Lo stipendio è calato del 30 per cento, le mansioni sono rimaste identiche. Inoltre non ci hanno assunto più per via diretta, ma attraverso società in house: in questo modo aggirano i concorsi con le chiamate dirette. Io dipendo dalla Sogesid. Altri colleghi hanno un contratto Apat, altri sono targati Sviluppo Italia. Tutti, però, continuiamo come prima e più di prima a lavorare all’Ambiente».

Come il cane morde lo straccione, anche la crisi dell’editoria azzanna i più fragili: i primi contratti non rinnovati sono stati quelli dei giornalisti precari, quasi tutte le testate hanno tagliato le collaborazioni del 20-30 per cento. Il settore è asfittico, ma le scuole di giornalismo continuano a spuntare come funghi, vomitando ogni anno centinaia di nuovi professionisti, ignari che a prezzi correnti un articolo in un giornale locale può essere pagato meno di 10 euro lordi.

Lorenzo, laureato in filosofia a Messina, sta invece provando a farsi assumere come mozzo sui traghetti che collegano lo Stretto. Dopo inutili (e costosi) master in risorse umane, ha abbandonato definitivamente Marx e Hegel per fare l’intermediatore creditizio, una sorta di tramite tra aziende che vogliono prestiti e le banche che dovrebbero erogarlo. «In sei mesi ho guadagnato 200 euro. Non scherzo. Noi prendiamo una provvigione dell’1 per cento sull’importo del finanziamento, ma gli istituti bocciano sistematicamente ogni richiesta. Speriamo che m’imbarchino presto».

Persino i call-center non sono più un rifugio sicuro per i precari storici. Lucia Fraiese, 34 anni di Napoli, vaga da anni tra Tim, Wind e Vodafone. «Sono a spasso da febbraio. I team leader delle squadre chiamano chi vogliono, e io non sono mai stata amica dei capi. A marzo ho provato con le vendite telefoniche, ma le famiglie non hanno un euro in tasca e non comprano nulla.

Ora sto facendo la dog-sitter a 5 euro l’ora, ma di clienti se ne vedono pochini: i cani costano, io mi aspetto un boom di abbandoni prima dell’estate». Il dumping contrattuale vale anche per gli immigrati, badanti in testa: ora che sulla piazza sgomitano anche le italiane, i salari per polacche e sudamericane stanno precipitando. «Le ragazze nere sono in basso alla classifica, il boom della domanda le penalizza più delle altre», ragiona la sociologa Chiara Saraceno:«L’arrivo delle donne nel settore non è una novità: negli anni Settanta quelle espulse dalla fabbrica facevano le colf, oggi accudiscono gli anziani.

Peccato che in questo momento le famiglie del ceto medio preferiscano risparmiare e svolgere da sole i lavori di cura». La studiosa teme che il sesso debole sarà quello che uscirà peggio dalla congiuntura, e che i ricatti delle aziende, soprattutto quelle piccole, saranno ancora più pesanti che in passato. «È un fatto che in Italia i nostri imprenditori siano lontani da una civilizzazione dei rapporti con i loro dipendenti», chiude dura.

Forse la Saraceno esagera, ma i dati di Manager Italia e Od&M Consulting non fanno ben sperare somministrati e flessibili vari: oggi i dirigenti più ricercati dalle aziende sono quelli specializzati in tagli dei costi e del personale.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/professione-sottoprecari/2082327&ref=hpsp
(14 maggio 2009)

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2 thoughts on “Professione sottoprecari di Emilano Fittipaldi

  1. L’articolo di cui sopra presenta una serie di casi individuali rappresentativi di una realtà diffusa ma ha il limite, come molti articoli dello stesso genere, di mirare alla commozione o alla riflessione un pubblico borghese. Come certi film del neorealismo italiano o nostalgicamente ripiegate sul passato ( che per certi versi rimpiango anch’io: Pasolini ) o destinati a commuovere ( Rossellini ). Insomma siamo ancora fermi alla testimonianza. Non ho visto il film “Generazione 1000 euro” ma il contenuto del libro omonimo lo trovo “pericoloso” per il semplice fatto che si ride troppo di un argomento su cui non c’è nulla da ridere col rischio di trasformare il precariato economico ed esistenziale in un fenomeno di costume dal sapore folkloristico. I personaggi del romanzo mi sono sembrati attestati su posizioni non allineate in una pericolosa deriva adattiva per giunta vissuta inconsapevolmente: in altri termini lo sfruttato non si percepisce più come tale.

  2. Ho deciso di riportare questo articolo, non per allinearmi a blog di testimonianza del precariato, quali “Generazione 1000 Euro” e “Anagrafe precari”, ma perché la deriva del lavoro precario ha subito un’ accelerazione in questi mesi: non tutti lo sanno o se ne sono accorti, eccetto quelli che ci hanno sbattuto il muso ovviamente!
    La disperazione della gente è ormai al livello di guardia.

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