Un mondo felice di Galapagos

Un lungo elenco al quale i media non danno mai rilievo: le morti sul lavoro non fanno notizia eccetto quando diventano, come ieri alla Saras, una «ecatombe». Poche righe in cronaca per un dipendente di 47 anni che sei giorni fa si è suicidato alla Ericsson di Roma lanciandosi dal tetto. Per i colleghi «un suicidio annunciato», viste le voci che si inseguono di scorpori e trasferimenti nella fabbrica. Proprio ieri l’Istat nel «Rapporto annuale» ci ha informati che i nuovi disoccupati sono per lo più maschi tra i 35 e i 54 anni: per loro, quando perdono il lavoro, il futuro è nero. E la pensione lontanissima. Altro morto: lunedì è precipitato da un tetto a Genova sulle alture di Molassano, un operaio di 53 anni. Era, ecuadoriano, uno dei tanti sfruttati nei cantieri italiani sempre pronti per 4 soldi a fare lavori che giustamente gli italiani evitano. L’Istat nel Rapporto ci aiuta a conoscere più da vicino la realtà di una immigrazione fortemente penalizzata dalla crisi. Una immigrazione che cerca di integrarsi, di stabilizzarsi, ma che, nella crisi, viene respinta, emarginata, licenziata e sfruttata più dei colleghi italiani. Anche per lui poche righe in cronaca sui giornali locali.
Di sicuro, invece, conquisterà «l’onore» delle prime pagine dei quotidiani oggi in edicola la notizia della morte di 3 tecnici che lavoravano alla pulitura di un serbatoio di desolforazione alla Saras, una delle più grandi raffinerie d’Europa. Quei tre lavoratori non erano dipendenti della Saras, ma di una società appaltante, non si si sa quanto specializzata per questi lavori che hanno annientato tre vite in una «camera a gas». Evidentemente per la mancanza di norme di garanzia. E questo ci riporta alle norme sulla sicurezza che in una fase di crisi, come l’attuale, non dovrebbero essere più blande, ma rese ancora più rigide negli aspetti della prevenzione e in quelli penali.
E purtroppo la crisi è pesante, ci ha ricordato l’Istat. Le conseguenze, per dirla con le parole di Luigi Biggeri – presidente uscente dell’Istituto – «sarà la distruzione creativa delle imprese e dei settori più deboli e inefficienti». Ma il tutto «apre nuove opportunità di riqualificazione e crescita del sistema produttivo». Sembrano quasi parole di Marx o di Shumpeter sulla necessità di rigenerazione del capitale. Purtroppo la distruzione creativa si tradurrà (molto più di quanto sta già accadendo dagli ultimi mesi del 2008) in un taglio non creativo, ma feroce, di posti di lavoro. Cioè di reddito e di domanda di consumi. Insomma, in una crescita ulteriore delle disuguaglianza che in Italia sono già enormi – dice l’Istat – e tra le peggiori dei paesi industrializzati.
Con la crisi si indeboliscono, come le difese immunitarie, quando un corpo è debole, le possibilità di resistenza della classe operaia alla prese con quotidiani annunci di licenziamenti. Ieri è stata la volta di Telecom. A una classe operaia debole, più facilmente si impone il ricatto salariale, quello pensionistico e la non osservanza delle norme sulla sicurezza. C’è chi afferma, come il ministro Tremonti, che «dalla crisi l’Italia uscirà più forte di prima». Ma, citando Malthus, molti non vedranno questo mondo felice.

da Il Manifesto del 27/05/09

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