Insufflati, a chi?

Alla fine del 1977, quando l’onda lunga del ’68 italiano si stava esaurendo, mi iscrissi al PCI: prima componente del direttivo di sezione, poi anche consigliere di circoscrizione a Milano. Vi rimasi solo due anni, perché entrai in conflitto con la “regola aurea” del centralismo democratico nel partito.
Quella regola andava stretta al mio spirito libertario.
Fu così che mi dimisi dal PCI e dal consiglio di zona, ed aderii al PSI di Craxi.
Quasi alla fine del 1979 l’assemblea degli iscritti della locale sezione del PSI milanese mi elesse nel direttivo, che la sera seguente mi scelse come vicesegretario: il segretario era un craxiano di ferro.
Prima delle riunioni del direttivo si svolgeva un conciliabolo degli amici della corrente craxiana.
Il segretario di sezione ci dava le indicazioni sulle cose da dire e da fare, quali argomentazioni portare a sostegno delle nostre tesi, quali avversari controbattere più duramente, il resto era affidato alle nostre capacità dialettiche. Dopo la riunione di sezione, se la discussione era andata nel verso giusto, si complimentava e ci ringraziava da parte degli amici della corrente, per la nostra capacità di orientamento dei compagni.
Ma dopo alcuni di questi direttivi rigidamente pilotati, capii che ero passato dal centralismo democratico del PCI al centralismo craxiano del PSI, ed il gioco non mi stette più bene. Lasciai la corrente di Craxi ed entrai in quella di Achilli, che era un uomo politico onesto.
Agli inizi del 1983 rientrai nel PCI.
Questo spaccato di storia politica personale mi è tornato alla mente in queste ultime sere di campagna elettorale, quando alla tv compaiono gli ineffabili personaggi della nidiata craxiana del PSI, i Cicchitto, i Maroni, mescolati a Bondi, transfuga dal PCI, ed ai giovani ed alle giovani rampanti del PDL, che ripetono a memoria l’identica lezioncina, perché Berlusconi ha applicato bene i suggerimenti di Craxi ed oggi, da quindici anni ormai, vige il pensiero unico berlusconiano.

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