Sicilia: l’eterna colonia per gli affari del nord di Enza Panebianco

Detto in sintesi: la sicilia ha infrastrutture per trasporti – zero, fabbriche – quasi zero, cattedrali nel deserto, ovvero opere realizzate grazie ai contributi per il mezzogiorno da ricchi imprenditori del nord che sono venuti hanno elevato pilastri e superfici di cemento armato, hanno incassato i contributi e se ne sono andati lasciando le opere incompiute, cattedrali nel deserto – dicevamo – parecchie, speculazioni transitanti nell’isola sempre per arricchire il nord – abbastanza, monnezza delle fabbriche del nord seppellita un po’ qua e un po’ la’ con la collaborazione della mafia – un bel po’, lavoro – una cippalippa, disoccupazione – a iosa, manodopera a basso costo sfruttata e disponibile per gli imprenditori del nord – assai.
Alla sicilia, che ha questi e molti altri problemi, il governo attuale impone le seguenti soluzioni: il ponte sullo stretto (al quale noi arriveremo con il carretto trainato dai muli passando per le mulattiere assai più sicure delle strade e dei ponti crollati perchè costruiti con cemento depotenziato), appalto assegnato alla impregilo (sede legale Sesto San Giovanni – Milano) – la stessa che è sotto inchiesta per la gestione della monnezza napoletana e per l’ospedale dell’aquila (non dimenticate la manifestazione a messina no ponte l’8 agosto); il MUOS a Niscemi, una enorme stazione di telecomunicazione satellitare della Nato che ha un altissimo impatto ambientale e che è l’ennesima riprova che la sicilia per il governo altro non è se non una enorme piattaforma sul mar mediterraneo per l’esercito USA; la centrale nucleare, forse in provincia di agrigento, in territorio altamente sismico, con una ricaduta di rischio altissimo, con una dequalificazione del territorio che avrebbe voluto rilanciare una economia basata sull’agricoltura e il turismo, che rende la sicilia – come dice più giù agostino spataro – un serbatoio d’energia al servizio del nord industriale (I siti destinati alla costruzione delle centrali saranno decisi dall’alto ed è già stato detto che saranno militarmente presidiati in caso di opposizione degli abitanti locali).
Il grande piano di berlusconi sta tutto qui. Siamo monnezza, gli industriali del nord sarebbero quelli civilizzati che vengono a colonizzarci per massacrarci la vita, l’ambiente, le prospettive future. Ogni soggetto del nord arrivato in sicilia a fare l’imperialista non è stato diverso da quell’uomo delle stelle del film di Tornatore che della sicilia prese i doni più generosi, i racconti, le  narrazioni private e una splendida ragazza, usata e poi lasciata a crepare in un manicomio.
Alla sicilia viene detto di tutto, sarebbero siciliani quelli che fanno un danno ovunque, senza considerare che quei siciliani sono ampiamente foraggiati, che quelli onesti che mostrano capacità di ribellarsi in forma autonoma vengono uccisi, esiliati, lasciati a crepare da ben altro centro di affari economici che ha interesse ad avere un sud controllato dalle mafie affinchè non cresca, non si sviluppi e resti il posto di merda che è. Un posto in costante emergenza dove la strategia della shock economy, della economia allegra di intervento nella zona sottosviluppata, dove la strategia della paura (la mafia! fatta sempre e solo di buzzurri e contadini e mai di colletti bianchi che siedono in parlamento o che controllano l’economia del nostro paese), della militarizzazione per difenderci "da noi stessi" (come dice oggi il quotidiano Libero), fa dell’isola un centro di interesse presidiato con una popolazione che mai viene fatta sentire autonoma (abbiamo sempre bisogno di pull, maxi pull, generali, super magistrati, rambo e superman che vengono a salvarci). Non un gesto di reazione indipendente è stato incoraggiato. Il movimento antimafia dei primi anni novanta, per esempio, fu ridotto in cenere e la sicilia fu militarizzata perchè i siciliani si sentissero dipendenti, succubi, fragili, insicuri, mai liberi, con una eterna spinta alla delega.
La sicilia è un posto in cui le speranze vengono alimentate con bugie di ogni genere. E’ il sud di Salvatores, quello in cui ogni stronzo calato dall’altro, candidato a rappresentarci nelle istituzioni, viene a promettere specchietti e collanine di bijotteria. Basta che brillino, a noi piaceranno uguale.
Non è questo – più o meno – che verrà a dirci per l’ennesima volta berlusconi? Grandi opere, edificabilità di quello che ancora non è stato occupato dalle disastrose costruzioni abusive, e la "possibilità" di diventare l’hub energetico del mediterraneo. Che culo! Prometteranno posti di lavoro e tanto benessere, come sempre, come hanno fatto tutti mentre ci fottevano da sotto i piedi la nostra terra e i nostri sogni senza restituirci niente. Ci aspetta un futuro di merda, in una isola spazzatura del nord, che al meglio diverrà un bersaglio di un altro missile impazzito di gheddafi. Al peggio resterà quello che è, più sporca, più radioattiva, più cementificata, senza un solo angolo nel quale non ci sentiremo scippati delle nostre vite e del nostro futuro.

da femminismo a sud  (28 luglio 2009)

319 Visite totali, 1 visite odierne

La precarietà come freno alla crescita

La crisi del pensiero liberista si manifesta, al momento, come riconoscimento della necessità di un maggior intervento pubblico in economia, quanto più possibile temporaneo, e preferibilmente limitato alla sola regolamentazione dei mercati finanziari. Nulla si dice sulla deregolamentazione del mercato del lavoro, ben poco se ne dibatte, e si stenta a riconoscere che, nella gran parte dei casi, si è trattato di un clamoroso fallimento per gli obiettivi espliciti che si proponeva: così che la ‘flessibilità’ del lavoro resta, anche in regime di crisi, un totem. E’ opportuno premettere che, ad oggi, in Italia, non si dispone di una stima esatta del numero di lavoratori precari: il che, in larga misura, riflette le numerose tipologie contrattuali previste dalla legge 30, alcune delle quali censibili come forme di lavoro autonomo. L’Istat individua 3 milioni e 400 mila posizioni di lavoro precarie, a fronte dei 4 milioni di lavoratori precari censiti dall’Isfol[1].
Gli apologeti della flessibilità prevedevano, già dagli anni ottanta, che la rimozione dei vincoli posti alle imprese dallo Statuto dei lavoratori in ordine alla libertà di assunzione e licenziamento avrebbe accresciuto l’occupazione, e dato impulso a una maggiore mobilità sociale, tale da portare anche alla crescita delle retribuzioni medie. Dal 2003, anno di entrata in vigore della legge 30 (la cosiddetta Legge Biagi), che ha impresso la più significativa accelerazione alla destrutturazione del mercato del lavoro in Italia, il tasso di occupazione in Italia non è aumentato, e nei tempi più recenti è aumentata semmai la disoccupazione, anche al netto della crisi in atto. Può essere sufficiente ricordare che, come certificato dall’Istat, nel 2008, il tasso di disoccupazione è passato al 6,7%, dal 6,1% dell’anno precedente[2]. Per quanto riguarda i salari, nel rapporto OCSE del maggio 2009 si legge che con un salario netto di 21.374 dollari, l’Italia si colloca al ventitreesimo posto della classifica dei 30 Paesi più industrializzati, e che – nel corso dell’ultimo decennio – è il Paese che ha dato maggiore impulso alle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro[3].
Vi sono due ordini di ragioni per le quali le politiche di flessibilità riducono l’occupazione e i salari:
1) La precarietà disincentiva le innovazioni. Ciò accade perché se un’impresa può ottenere profitti mediante l’uso ‘flessibile’ della forza-lavoro, e, dunque, comprimendo i salari e i costi connessi alla tutela dei diritti dei lavoratori, non ha alcuna convenienza a utilizzare risorse per finanziare attività di ricerca e sviluppo. Le quali, peraltro, danno risultati di lungo periodo, difficilmente compatibili con ritmi di competizione – su scala globale – sempre più accelerati. La compressione delle innovazioni riduce il tasso di crescita e, di conseguenza, l’ammontare di prodotto sociale destinabile al lavoro dipendente[4].
2) La precarietà riduce la propensione al consumo. La somministrazione di contratti a tempo determinato accresce, infatti, l’incertezza dei lavoratori in ordine al reddito futuro. Al fine di mantenere un profilo di consumi nel tempo quanto più possibile inalterato – ovvero al fine di non impoverirsi nel caso di mancato rinnovo del contratto – è ragionevole attendersi un aumento dei risparmi oggi per far fronte all’eventualità di dover consumare domani senza reddito da lavoro. Contestualmente, per l’operare di ciò che viene definito ‘effetto di disciplina’, la minaccia di licenziamento accresce l’intensità del lavoro. Il corollario è duplice: da un lato, le imprese fronteggiano una domanda di beni di consumo in calo; dall’altro, possono produrre quantità maggiori di beni e servizi con un numero inferiore di lavoratori. L’esito inevitabile è il licenziamento o la non assunzione[5].
A ciò si può aggiungere un’ulteriore considerazione. La compressione della domanda, conseguente alla riduzione dei salari e dunque dei consumi derivante dalle politiche di precarizzazione, incentiva le imprese a ridurre gli investimenti produttivi – dal momento che la produzione di merci non troverebbe sbocchi – e a dirottare quote crescenti del proprio capitale monetario in attività finanziarie[6]. Si tratta di un fenomeno noto come “divenire rendita del profitto”, che è alla base dei recenti processi di ‘finanziarizzazione’, e che è accentuato dall’accelerazione dei tempi necessari di produzione e vendita per far fronte alla concorrenza su scala globale. Si calcola, a riguardo, e con riferimento agli Stati Uniti (e l’economia italiana non ne è esente), che l’emissione netta di azioni da parte delle imprese non agricole e non finanziarie è diventata permanentemente negativa nel periodo compreso fra il 1994 e il 2007[7]. Ciò significa che l’acquisizione di profitti mediante la speculazione nei mercati finanziari è stata la strategia prevalente negli ultimi dieci anni, e preferita dalla gran parte delle imprese (soprattutto di grandi dimensioni) rispetto alla produzione “reale”, ovvero nella produzione di beni e servizi. Il processo ha dato luogo progressivamente a effetti di retroazione: la precarizzazione del lavoro, comprimendo la domanda, ha indotto le imprese a usare le proprie risorse in usi improduttivi, ovvero nella finanza ultra-speculativa, che dà rendimenti elevati e in tempi rapidi mediante il solo scambio di moneta contro moneta. Il che ha determinato un’ulteriore compressione della produzione e, dunque, dell’occupazione e dei salari. Letta in quest’ottica, la precarizzazione è stata – ed è – causa e, al tempo stesso, effetto della finanziarizzazione. Essa ha contribuito al venir meno di quel “patto implicito” sul quale, secondo Keynes, poteva reggersi la riproduzione capitalistica: consentire ai capitalisti di appropriarsi della “parte migliore della torta”, ma solo a condizione di farne investimenti produttivi per farla diventare più grande[8].

Continue reading

290 Visite totali, 1 visite odierne

L’unità dei comunisti si fa sul Trotskysmo

La clamorosa sconfitta delle sinistre alle elezioni politiche del 2008 e europee del 2009 ha segnata, in modo indiscutibile, la fine del “bertinottismo” in tutte le sue salse, dal “dilibertismo” al “ferrerismo” di ultima ora . L’effetto sul corpo militante delle forze comuniste, oramai deluse, è stato quello di una vera propria bomba.

Molti compagni , in particolar modo militanti di base, per reagire a questa cocente sconfitta sono stati spinti, e lo sono tutt’ora, da una sorta di desiderio unitario delle forze comuniste. Insomma una risposta emotiva, legittima, ad un disastro politico.

Sarebbe stupido, oltre che sbagliato, da parte di tutto il mondo comunista glissare tali riflessioni eludendo completamente il confronto politico.

Due sono, a parer mio, i punti nodali senza i quali si ridurrebbe la proposta sull’ “unità comunista” (federazione o fusione) ad una semplice retorica “affettiva”.

IL bilancio delle nostre rispettive esperienze politiche, dei nostri percorsi, insomma quello che abbiamo fatto nel corso degli anni e, come secondo aspetto, il metodo.

IL BILANCIO POLITICO.

Negli ultimi quindici anni abbiamo assistito ad un vero e proprio tradimento dei gruppi dirigenti delle forze politiche della sinistra riformista ai danni della classe operaia . Un tradimento finalizzato, questo la recente storia ci insegna, al solo fine di ottenere qualche posto istituzionale; sia che fosse un ministero della giustizia (Diliberto), della solidarietà (Ferrero) o presidenza della camera (Bertinotti) . Insomma si è mercimoniato le proprie idee (vere o presunte), sbandierate al popolo della sinistra sino al giorno prima dell’investitura padronale, per entrare nelle stanze del potere.

Segnalato questo, entriamo nel dettaglio per capire, per farci un idea, di cosa questi dirigenti dotati di etica, perlomeno, sibillina hanno votato.

Governo Prodi 96\98

Rifondazione allora guidata dai Bertinotti, Diliberto, Grassi, Rizzo e Ferrero votò:
1) Pacchetto Treu. La prima legge precarizzante del lavoro.

2) Privatizzazioni. Aumentando, nei fatti, la disoccupazione e l’incertezza lavorativa.

3) Finanziaria da circa 80 mila miliardi di lire che gravò unicamente sul mondo del lavoro.

4) Detassazione delle rendite, con immensa gioia dei grandi imprenditori, muovendo a mo’ di domino cinese l’effetto “forbice economica”, ovvero aumentando il divario economico tra ricchi e i poveri.

5) CPT. I famosi campi lager a cielo aperto per gli immigrati.

Rifondazione satura del suo operato… (sic!) ruppe nel ’98 con il primo centrosinistra di Prodi. La rottura di Bertinotti e Ferrero, come gli eventi successivi ci hanno dimostrato, fu fatta in modo del tutto strumentale. Poter, nel prossimo futuro governo di centro sinistra, contrattare con maggior peso la spartizione di posti istituzionali. Così fu. Bertinotti uscì dal governo per poi rientrarci dalla porta principale otto anni più tardi. Diliberto, Rizzo e Cossutta non ancora soddisfatti delle loro durissima lotta di classe – il mondo del lavoro ancora li ringrazia con vivo entusiasmo – decisero di sostenere il successivo governo di centrosinistra creato ad hoc da D’Alema. Un governo che si fece protagonista anche del bombardamento dei Balcani.

6) Guerra nei Balcani.
Dunque questo primo bilancio dell’esperienza governativa, per usare un eufemismo, non può essere definita brillante…

La situazione cambia. Nel giro di pochi anni il centro sinistra vince nuovamente le elezioni, nel 2006. Oramai PRC e PDCI sono un tutt’uno politico, ritornano finalmente a fare la politica che più gli sta a cuore: il sostegno incondizionato al nuovo governo dei banchieri, al nuovo governo Prodi.
Entrando nel merito elenchiamo cosa sono riusciti, questa volta alla luce dell’esperienza governativa passata, a sostenere a Montecitorio i vari leader “antagonisti”.

7) Guerra Afghanistan, Libano e Balcani. Hanno nuovamente sostenuto le missioni militari.

8) Aumento delle spese militari. Un aumento, per gli armamenti militari, pari al 17%

9) Continuazione della legge Biagi. La legge conosciuta come legge 30 quella che ha , letteralmente, polverizzato il contratto a tempo indeterminato.

10) Tfr alle banche. IL trattamento di fine rapporto (liquidazione) è stato, per fare cassa, gentilmente regalato alle banche.

11) Aumento dell’età pensionabile.

E dulcis in fundo, questo ultimo punto vale solo per Ferrero. Last but not least.

12) Votazione di un decreto legge xenofobo e razzista mirato ad espellere cittadini comunitari.
Questo breve, ma intenso, periodo governativo dei dirigenti della sinistra “radicale” ( 2008 caduta del governo Prodi) a cui -seppur con complicità diversa – va aggiunto Turigliatto (dirigente di Sinistra Critica il quale con completa : nonchalance si è preso l’onere di votare una missione militare e una finanziaria lacrime e sangue per il mondo del lavoro) è stato un massacro.

Un’esperienza tragica, non solo per i suoi contenuti politici e etici, ma anche per i suoi fini. Questa gente ha votato e si è schierata contro la sua base di riferimento, peggiorando le condizioni attuali del mondo del lavoro e sciogliendo l’opposizione di classe nel paese.

Questo è il loro bilancio, questa è stata per 15 anni la loro politica. Mentre in contemporanea in Francia (CPE) e nella Martinica (aumento salariale) proteste di massa, guidate dall’estrema sinistra trotskista di opposizione otteneva delle vittorie.
Ma perché si è verificato tutto questo? Il problema risiede, solamente, in un gruppo dirigente opportunista e irresponsabile?

Non credo che questa tragedia politica della sinistra sia stata il frutto unicamente della vanità politica dei suoi dirigenti, ma credo che le responsabilità risiedano anche nel loro metodo, nella storia…

IL METODO POLITICO.

Profondamente scorretto, non solo eticamente ma anche storicamente, cancellare con un colpo di spugna le differenze del movimento operaio e delle sue correnti. Mettere sullo stesso piano lo stalinismo con il troskismo vorrebbe dire mettere sullo stesso piano la controrivoluzione burocratica con la rivoluzione operaia.

Quale falce e martello?
Lo stalinismo e sulle diverse sfumature di sinistra ( maoismo) non vanno criticati, come ha fatto Bertinotti, unicamente dal versante dei diritti. Rispetto delle posizioni altrui in seno al movimento comunista, ma anche per il suo metodo. Un metodo politico al servizio dell’autoconservazione e dei suoi privilegi, che ancor oggi non sembra aver abbandonato i dirigenti dei partiti della sinistra radicale.

1) L’ INDIPENDENZA DI CLASSE.

Le uniche esperienze positive che hanno contraddistinto il mondo del lavoro hanno, come base, la strategia dell’opposizione politica e la tattica del fronte unico. Il disastro del movimento operaio in Cina tra il ’25 e il ’27, la sconfitta nella guerra civile spagnola, l’ascesa del nazismo o l’avvento della dittatura cilena, solo per fare alcuni esempi, sono il frutto di un impostazione politica sbagliata, che sia l’ultrasinistrismo o che sia la tattica del fronte popolare.

CINA: La politica del partito bolscevico, ormai stalinizzato, nel processo rivoluzionario del 1925-’27 fu di subordinazione al Kuomitang (organizzazione nazionalista borghese). Questa politica di collaborazione, portata avanti con insistenza da parte di Stalin, non solo provocò l’implosione del processo rivoluzionario, ma fu anche direttamente responsabile di uno dei più grandi massacri operati dalle forze borghesi (Kuomitamg) ai danni del proletariato. A fine marzo del ’27, dopo che Stalin aveva ordinato il disarmo degli operai sotto l’ indicazione di Chang Kai Sheek, Chang Kai sheek entrò a Shanghai e massacrò migliaia di operai i cui cadaveri riempivano le strade.

GERMANIA: L’internazionale guidata da Stalin e Bucharin avanzò l’idea che la socialdemocrazia era il miglior alleato del fascismo, da qui “socialfascimo”, e che il KPD doveva concentrare i suoi attacchi contro gli agenti del fascismo inseriti nella classe operaia socialdemocratica (SPD) . Stalin sosteneva che non ci fossero differenze tra la democrazia e il fascismo. Nel settembre 1930, il Rote Fahne, organo del PC tedesco proclamò: “Ieri è stato il giorno più grande del signor Hitler, ma la cosiddetta vittoria elettorale dei nazisti è l’inizio della fine”. Togliatti lanciava, nella seconda metà degli anni trenta in Italia, l’appello: “ai Fratelli in camicia nera”… Insomma invece di promuovere un fronte unico d’azione (unire la classe operaia sul terreno della lotta) si propose la politica di ” ultrasinistra” di isolamento (terzo periodo).

SPAGNA: La situazione rivoluzionaria fu congelata e oppressa dal IC comunista guidata da Togliatti-Stalin. La politica di collaborazione fu una sorta di dogma… ancora una volta l’indipendenza di classe fu sacrificata per il mantenimento della burocrazia sovietica. Gli stalinisti in Spagna furono assorbiti dal compito, per la quasi totalità del loro tempo, di massacrare trotskisti e anarchici .

Compagni come Nin e Berneri furono uccisi, le menzogne fabbricate da Mosca erano priorità… Ordine e verità indiscutibili…

Ci sarebbero moltissimi altri esempi storici, come scritto sopra, in cui si evidenzia il fallimento della politica staliniana in tutte le sue eccezioni dalla “Svolta di Salerno” del ’46, alla Grecia degli anni ’60, al Cile prima dell’avvento di Pinochet ecc. La costante è sempre la medesima.
L’unica chance che ha il proletariato per vincere si fonda su un principio indissolubile: l’autonomia politica.

2) IL PROGRAMMA TRANSITORIO.
La lotta politica delle organizzazioni che si richiamano al movimento comunista, dovrebbe essere coerente, lineare e sopratutto credibile. E’ difficile, come abbiamo visto, aver fiducia in una classe dirigente che da un lato critica le politiche reazionarie (guerre, precariato, immigrazione ecc) e dall’altro le vota. Tutto il contrario di tutto. Manca il metodo, la strategia. Il solo obiettivo che caratterizza PRC e PDCI e il loro riciclo come casta politica.

Trotskij: “bisogna aiutare le masse a trovare, nel processo della lotta quotidiana, il ponte tra il programma delle rivendicazione attuali e il programma della rivoluzione socialista. Questo ponte deve consistere in un sistema di rivendicazioni transitorie che partano dalle condizioni attuali e dal livello di coscienza attuale dei larghi strati e della classe operaia e portino invariabilmente ad una sola conclusione: la conquista del potere da parte del proletariato”.
IL Partito Comunista dei Lavoratori fa suo il metodo transitorio . Non esistono sotterfugi, ripiegamenti e contingenza attuali. O si lavora per il proletariato o ci si piega alle politiche padronali.

3) L’INTERNAZIONALE COMUNISTA.
L’internazionalismo non è semplicemente un sentimento di solidarietà. In Italia la politica internazionale, quando vi è stata, si è ridotta ad un semplice atto di solidarietà. Questo hanno fatto i sedicenti partiti comunisti. Né Marx con la Prima, né Lenin con la Terza e né Trotskij con la Quarta hanno fondato l’internazionale comunista per hobby. Hanno costruito e ricostruito l’internazionale dei lavoratori perché sapevano che il socialismo o sarà internazionale o non sarà…

LE NOSTRE PROPOSTE
Rilanciamo l’unità d’azione tra le sinistre. Siamo noi oggi avanzare tale proposta, Parlamento delle sinistre. Vogliamo costruire una rete che unisca, sul terreno pratico, il mondo del lavoro passando per le lotte di movimento, sindacali, dei diritti ecc. Solo l’unità d’azione, tramite la spinta del movimento di massa, è la tattica giusta e vincente.

Ma non siamo pronti a rinunciare alla nostra indipendenza politica . Questa scelta sarebbe, in partenza, sbagliata. Non si tratta di salvaguardare il proprio recinto politico come alcuni affermano, bensì continuare per la strada della coerenza rivoluzionaria. Lenin diceva che agli operai bisogna dire la verità. La verità che le oltre organizzazioni comuniste (PRC e PDCI) hanno fatto parte per anni di comitati d’affari dei banchieri (centro sinistra) e continuano a farlo (giunte locali).

Invitiamo i compagni delle altre organizzazione comuniste a rompere con il loro gruppo dirigente e a passare nelle file del PCL. Queste organizzazioni sono da freno per il mondo del lavoro, PRC & Company hanno tradito il mondo del lavoro per la loro sopravvivenza.

O si sta dalla parte della soluzione (PCL) o si permane dalla parte del problema (PRC PDCI)…

www.pclavoratori.it
(12 Luglio 2009)

268 Visite totali, 1 visite odierne

Sciopero dei Blog contro il DDL Alfano e per il diritto alla Rete

Questo Blog aderisce all’appello di “Diritto alla Rete” contro il DDL Alfano che imbavaglia la rete internet italiana.

Ecco un estratto delle motivazioni di questo sciopero:

Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da un susseguirsi di iniziative legislative apparentemente estemporanee e dettate dalla fantasia dei singoli parlamentari ma collegate tra loro da una linea di continuità: la volontà della politica di soffocare ogni giorno di più la Rete come strumento di diffusione e di condivisione libera dell’informazione e del sapere. Le disposizioni contenute nel “Decreto Alfano” sulle intercettazioni rientrano all’interno di questa offensiva.

Il cosiddetto “obbligo di rettifica” imposto al gestore di qualsiasi sito informatico (dai blog ai social network come Facebook e Twitter fino a …. ) appare chiaramente come un pretesto, un alibi. I suoi effetti infatti – in termini di burocratizzazione della Rete, di complessità di gestione dell’obbligo in questione, di sanzioni pesantissime per gli utenti – rendono il decreto una nuova legge ammazza-internet.

Rispetto ai tentativi precedenti questo è perfino più insidioso e furbesco, perché anziché censurare direttamente i siti e i blog li mette in condizione di non pubblicare più o di pubblicare molto meno, con una norma che si nasconde dietro una falsa apparenza di responsabilizzazione ma che in realtà ha lo scopo di rendere la vita impossibile a blogger e utenti di siti di condivisione.

I blogger sono già oggi del tutto responsabili, in termini penali, di eventuali reati di ingiuria, diffamazione o altro: non c’è alcun bisogno di introdurre sanzioni insostenibili per i “citizen journalist” se questi non aderiscono alla tortuosa e burocratica imposizione prevista nel Decreto Alfano.

La pluralità dell’informazione, non importa se via internet, sui giornali, attraverso le radio o le tv o qualsiasi altro mezzo, costituisce uno dei diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino e, probabilmente, quello al quale sono più direttamente connesse la libertà e la democrazia.

Con il Decreto Alfano siamo di fronte a un attacco alla libertà di di tutti i media, dal grande giornale al più piccolo blog.

340 Visite totali, 1 visite odierne

Perché il G8 è un fallimento di Giulio Marcon

Per Berlusconi sarà stato forse un successo (mediatico), ma per l’Africa, il nostro pianeta e le persone in carne ed ossa che subiscono il peso della crisi il G8 dell’Aquila è stato un clamoroso fallimento.
Gli stanziamenti per l’Africa (passati da 25 a 15 per poi assestarsi a 20 miliardi di dollari) non sono altro che merce riciclata (e anche un po’ avariata) delle promesse fatte al G8 di Glenagles e, prima ancora, all’Assemblea del Millennio delle Nazioni unite nel 2000 (ed ad altri appuntamenti internazionali). Non si sa questi soldi chi e come li raccoglierà e da dove verranno, né come – se trovati – verranno spesi. L’accordo sul clima è al di sotto delle aspettative delle Nazioni unite e il loro Segretario generale se ne è lamentato pubblicamente. Fissare tra 41 anni (nel 2050) l’obiettivo della riduzione dei gas serra è il modo più comodo per prendere tempo, salvo poi rivedere al ribasso gli obiettivi ora posti, via via che si dimostreranno irrealizzabili. La conclamata lotta ai paradisi fiscali e agli inusitati profitti dei petrolieri è una pura petizione di principio.

E “people first” (prima le persone) è solo un vacuo slogan per nascondere l’assenza di misure vere per fronteggiare la crisi economica e finanziaria globale. Per nuove regole sul commercio si rinvia al vertice di Doha del 2010. E per i mercati l’enfasi è che continuino a rimanere “aperti” (non sia mai, il protezionismo!), non sul fatto che si stabiliscano regole dure e stringenti per evitare il casinò finanziario che ha dominato indisturbato in questi anni. Dei “diritti” del mercato si parla in lungo e in largo nelle dichiarazioni dei G8, dei diritti del lavoro non c’è traccia.
Il G8 continua ad essere un club inutile (per il mondo) e anzi, spesso dannoso. Inefficace nel regolare le politiche globali ed ambientali sullo sviluppo ed egualmente inefficace nel fare fronte comune per rispondere ad una crisi economica e finanziaria senza precedenti nel secondo dopoguerra. Con un’operazione di maquillage politico e mediatico il G8 si allarga – a seconda dei giorni – a G14 e poi a G20, ma nella sostanza nulla cambia. I paesi emergenti rimangono alla finestra, ma soprattutto sono tenuti fuori dalla porta gli altri 180 e passa paesi sulla cui testa ricadono alcune decisioni prese dal G8. Le Nazioni unite sono isolate ed emarginate, fuori dal gioco: eppure sarebbero le uniche titolate a parteciparvi.
Anche l’invito – nella dichiarazione finale – a seguire l’esempio del “trattato di non proliferazione e l’impegno a creare le condizioni di un mondo senza armi nucleari” suona un po’ strano alle orecchie di chi aspira alla pace. Sicuramente giusto. Ma mentre si lavora per creare “le condizioni” di un mondo senza armi nucleari, il G8 si dimentica di dirci che ogni anno si spendono oltre 1.200 miliardi di dollari per le armi (l’80% a carico dei paesi del G8) e basterebbe ridurre del 4% la spesa militare mondiale per avere a disposizione il doppio dei soldi stanziati per l’Africa.
Per l’Africa di soldi ne sono stati stanziati in questi anni. A parole. Infatti gli obiettivi del Millennio – per mancanza di risorse – sono nel frattempo falliti e Berlusconi di promessa in promessa è arrivato a ridurre del 56% i fondi per la cooperazione allo sviluppo nell’ultima finanziaria, portando allo 0,11% la percentuale del PIL destinata ai paesi poveri. Rivendicare il “successo”del G8 è un’ipocrisia assoluta di fronte a tante migliaia di persone che muoiono di fame e di malattia nel continente africano – e ai milioni di lavoratori che perdono il posto – alle quali si fanno continue promesse che non vengono mantenute. Il G8 è ormai un vecchio arnese degli anni del neoliberismo. E’ ora di cambiare rotta, di tornare alle Nazioni unite e ad un’idea di mondo diversa, fondata sulla pace, la democrazia, un’economia di giustizia. Ovviamente di questo al G8 non si è parlato.

da Il Manifesto del 10/07/09

259 Visite totali, 1 visite odierne

A Vicenza è successo un fatto gravissimo

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di uno dei tanti vicentini che hanno partecipato al corteo dello scorso 4 luglio.

Ieri a Vicenza è successo un fatto gravissimo per l’incolumità dei vicentini e per la democrazia a Vicenza e in Italia, io ero presente e sento il dovere morale di raccontare ciò che ho visto per dare una informazione corretta e reale a differenza di tante tv e giornali che manipolano i fatti per compiacere al proprio editore/padrone.

Era stata programmata una grande manifestazione NO DAL MOLIN (in Italia il diritto a manifestare è sancito dall’articolo 21della Costituzione: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero…….."), erano presenti migliaia di donne, uomini, genitori e bambini, giovani e anziani, operai e laureati, quasi totalmente vicentini; il corteo colorato, con magliette, striscioni, bandiere era partito regolarmente con tranquillità e si svolgeva pacifico come tutte le altre manifestazioni dei 3 anni precedenti contro la costruzione della nuova base militare USA all’aeroporto Dal Molin.

Poi la sorpresa, gli accordi sottoscritti tra promotori e prefettura prevedevano che le forze dell’ordine sarebbero rimaste all’interno dell’area del Dal Molin, invece, chi ci governa ha pensato bene di attestare su ponte del Marchese molti agenti del reparto Tuscania (famosi per aver partecipato ai pestaggi al G8 di Genova) e di sbarrare il passaggio. In questo modo lo stato non ha rispettato gli accordi ed è evidente che lo ha fatto per cercare scontri, disordini e impaurire i manifestanti che si sà, sono gente per bene, 3 anni di manifestazioni pacifiche sono un perfetto curriculum.

A questo punto gli organizzatori, intelligentemente, hanno detto ai manifestanti di fermarsi per evitare di trovarsi a contatto o sfilare a pochi centimetri da agenti in tenuta antisommossa, vi immaginate mamme e bambini sfilare in mezzo ad agenti muniti di scudi, manganelli, protezioni per il corpo, a volto coperto, casco, visiera, maschera antigas? Questa è stata la provocazione e l’arroganza messa in atto da chi ci governa e da chi dovrebbe garantire la democrazia!

Dopo una lunga attesa, visto che le forze dell’ordine continuavano a tradire gli accordi presi, con ammirevole coraggio un gruppo di persone del presidio ha preso la testa del corteo e, ricordando i fatti della scuola Diaz di Genova dove persone innocenti, inermi che dormivano sono state massacrate indiscriminatamente da agenti della repubblica italiana (ricordo che una sentenza ha condannato per questi fatti agenti e loro superiori), riparati da barriere in plexiglass e caschi (per ripararsi da eventuali manganellate), da occhiali da sole e fazzoletti per coprire bocca e naso (per ripararsi da eventuali lacrimogeni), sono avanzati verso ponte del Marchese per fare da scudo tra agenti e mamme, papà, bambini e famiglie che hanno il diritto di manifestare senza rischiare.

A questo punto gli agenti invece di liberare il passaggio hanno cercato lo scontro che è durato qualche decina di secondo, gli agenti hanno iniziato a manganellare, i manifestanti hanno lanciato oggetti, poi i fumogeni degli agenti.

Poco dopo è tornata la calma, dopo più di un’ora il percorso del corteo è stato liberato e la manifestazione è proseguita con estrema civiltà. Comunque l’obiettivo di chi ci governa è stato raggiunto, pochi secondi di scontri voluti e cercati dalle forze dell’ordine sono bastati per avere qualche foto e filmato da manipolare in falsi e vergognosi servizi messi in onda nei telegiornali del padrone.

In questa stupida e ignorante Italia, la maggior parte di ingenui e pecoroni italiani ha bevuto che… i no global hanno generato scontri con le forze dell’ordine… questa manifestazione contro il G8… questa manifestazione anti-americana… giovani dei centri sociali hanno!!! E’ una vergogna assoluta, quali no global? Quali centri sociali? Cosa c’entra antiamericanismo o G8?

Si trattava solo ed esclusivamente di una manifestazione contro la costruzione della nuova base militare USA all’aeroporto Dal Molin. Quasi nessuno ha detto che le forze dell’ordine hanno violato gli accordi e hanno provocato gli scontri bloccando la strada concordata per il corteo. Chi ci governa ha voluto dare una prova di forza, due messaggio chiari: uno, chi vuole manifestare sappia che rischia la propria incolumità! In questo modo sicuramente tante persone avranno paura e non parteciperanno alle prossime manifestazioni. Due, vi abbiamo avvertiti, non vi conviene manifestare a L’Aquila al prossimo G8.

Ciao. Enrico

lunedì 6 luglio 2009

da www.bellaciao.it
(9 Luglio 2009)

266 Visite totali, 1 visite odierne

La stagista in Europa

Cari amici,

lo scorso week-end sono andata a trovare la mia cara Robertina a Dublino.

La mia compagna stagista in cerca di fortuna è arrivata fino all’ACCAPì, la multinazionale del piccì. Trascorre le sue giornate al telefono con italiani che pretendono un mouse per il proprio lappetoppe o che vogliono che la mail appena inviata non arrivi in nessun caso al destinatario. Insomma è diventata una sorta di crocerossina informatica.
Il lavoro è pagato bene, 1.900 euri netti al mese. Stipendio bassino a detta degli irlandesi, ma che lascia a bocca aperta gli itagliettiani abituati alla StRage.
Ma il bianco non è così candido come appare a prima vista.
Molte aziende stanno chiudendo interi reparti. Le multinazionali americane che hanno trasformato le campagnole in donne in carriera stanno mordendo al collo la tigre celtica. E gli italiani tornano gattini con la coda tra le gambe.
“Ho paura di non sapere più dove fuggire. Ho paura di non stare bene in nessun posto. Vorrei solo fare il lavoro per il quale ho studiato per anni e poter ricevere uno stipendio dignitoso” mi confessa imbronciata Robertina.
Allora le racconto di Elisabetta, una brava fotografa. Elisabetta ha più o meno la nostra età e vive a Berlino. L’ho incontrata grazie alla mia Vita da StRagista, quella sconosciuta ai conoscenti, ma nota ai vicini di cuore e di bit. Mi ha scritto raccontandomi il suo interessante progetto “Structurally recyclable, basically disposable”, una mostra che racconta lo stage attraverso le esperienze dei giovani di tutta Europa. Elisabetta promette di scattare foto agli stagisti e di accompagnare ogni immagine con le parole dettate dagli stessi protagonisti. Il concetto su cui si basa la mostra è quello del “riciclabile”. Lo stagista, infatti, come ben sapete, si usa per tre mesi, sei mesi, poi viene riciclato con un nuovo, economico ed ecologico neostagista. E la catena continua fino a che non arriva lo StRagista che la spezza.
Ma qualcosa in Europa sembra muoversi.
Tra Repubbliche degli StRagisti, Structurally recyclable, basically disposable, e gli scopritori di Mtvisnotsocool, forse non c’è da fuggire, ma da s-catenarsi.
L’opera di Elisabetta Lombardo che potete ammirare di seguito, dice proprio questo.

da www.vitadastRagista-Luce (9 luglio 2009)

332 Visite totali, 1 visite odierne

Per chi suona la campana

SABATO 11 LUGLIO DALLE ORE 16,00
PRESIDIO ANTIFASCISTA DELL’A.N.P.I.
TREZZANO S/N – PIAZZETTA CASA DELL’ACQUA ADIACENTE IL MUNICIPIO

Arroganza, prepotenza, intolleranza, atti intimidatori, palesi falsità diffuse sugli organi di informazione: questo il clima a Trezzano s/n durante le ultime elezioni ai seggi elettorali,durante tutto il mese di giugno e durante e dopo il Consiglio Comunale del 24/06/2009.Ai Consiglieri e agli Assessori del gruppo consiliare dei Comunisti Uniti, al Presidente del Consiglio Comunale, al Sindaco di Trezzano, ai rappresentanti di lista e al Presidente dell’A.N.P. I . di Trezzano, vittime di tali angherie, esprimiamo la nostra totale solidarietà.
Non si tratta però di casi isolati. In tutta Italia, negli ultimi mesi, si sta verificando una recrudescenza di atti fascisti e xenofobi ormai di pubblico dominio. Non passa giorno che i mezzi di comunicazione non riportino la cronaca di episodi sempre più aggressivi, perpetrati da settori di estrema destra che, probabilmente, in questa fase storica si sentono particolarmente protetti. Ritenendo che la china per la quale si è avviato il paese sia particolarmente preoccupante, consideriamo responsabile e doveroso dare una risposta sinceramente democratica che veda la partecipazione dei lavoratori e di tutta la cittadinanza al presidio antifascista, indetto dall’A.N.P. I . , sabato 11 luglio dalle ore 16,00 a Trezzano s/n – piazzetta casa dell’acqua adiacente il municipio.
Invitiamo inoltre ad una vigilanza attiva e costante volta ad isolare tutti coloro che, in spregio alla Costituzione Repubblicana, vogliano reintrodurre elementi di fascismo con lo scopo di creare tensione e guerra tra poveri. È necessario infine, in questo clima, pensare ad un comitato antifascista permanente che si ispiri alla nostra costituzione e che veda la partecipazione di lavoratori e cittadini sinceramente democratici.

COMUNISTI UNITI
C O O R D I N A M E N T O S U D – O V E S T   M I L A N E S E

269 Visite totali, 1 visite odierne