Sul caso INNSE e dintorni

Pubblichiamo integralmente l’e-mail inviataci ieri dal vicepresidente di Atdal over 40 Armando Rinaldi.
 
Nell’afa di agosto ha trovato ampio spazio mediatico l’ultima fase della lotta dei lavoratorNell’afa di agosto ha trovato ampio spazio mediatico l’ultima fase della lotta dei lavoratori della Insse di Milano (lotta iniziata da oltre due anni) conclusasi con un accordo che salvaguarda la continuità della produzione e quindi i posti di lavoro.
Nei giorni successivi a Napoli e a Roma altri lavoratori in lotta per il posto di lavoro hanno seguito l’esempio dei colleghi della Insse aprendo, probabilmente, un nuovo terreno di iniziativa sindacale che esce dagli schemi collaudati dello sciopero o della manifestazione pubblica.
Una forma di lotta difficile da attaccare con le motivazioni del disagio arrecato alla cittadinanza e una forma di lotta che crea rischi potenziali solo per chi decide responsabilmente di intraprenderla.
Come giustamente sostiene il sociologo Prof. Luciano Gallino in un recente articolo, quanto visto alla Insse e nei casi che gli hanno fatto seguito si è di fronte ad un’iniziativa autonomamente assunta dai lavoratori che sfugge ai criteri rituali di una vertenza sindacale.
E infatti il sindacato è stato in questo caso scavalcato da un’iniziativa che costituisce una critica implicita da parte di lavoratori che da mesi presidiavano senza sbocco una fabbrica che, nonostante la presenza di un buon portafoglio ordini e una elevata capacità produttiva, doveva essere dismessa per motivi puramente speculativi.
Si può dire che l’attenzione dei media ha giocato un ruolo fondamentale in questa partita ed è prevedibile che il prossimo autunno troverà in molte parti del paese lavoratori pronti ad emulare la vicenda Insse. E’ probabilmente vero quanto dice ancora il Prof. Gallino quando sostiene che se episodi di questo genere si moltiplicassero l’attenzione dei media finirebbe per affievolirsi ma è altrettanto vero che, di fronte ad una crisi quale quella che stiamo attraversando, la ricerca di nuove forme di lotta e di opposizione sarà inevitabile.
Alla luce di quanto avvenuto alla Insse è però interessante riflettere su quali sono stati i commenti e le analisi prodotte dai diversi versanti politici attraverso le tv e la carta stampata.
Il fronte conservatore, non potendo tirare in ballo il disagio provocato alla cittadinanza dai lavoratori in lotta, si è limitato a fornire la cronaca degli avvenimenti salvo poi dare la parola ai politici locali (regione e provincia) che spiegavano quanto si erano dati da fare per trovare una soluzione ma che i loro sforzi erano stati vani. Che poi la soluzione ci fosse l’ha dimostrato l’iniziativa dei lavoratori. Una settimana di lotta incisiva ha portato ad un accordo dopo due anni di chiacchiere e tavole rotonde il cui esito sarebbe stato quello della chiusura della Insse. Ovviamente nessun politico locale si è sentito in dovere di spiegare la totale inutilità della propria azione.
Dal fronte opposto, quello riformista o di centro-sinistra, abbiamo letto prese di posizione di Partiti e Sindacati che, al di là della soddisfazione per l’accordo raggiunto, esprimevano un tiepido, molto tiepido, apprezzamento per l’iniziativa assunta dai lavoratori.
Ma si può dire di più. Da un sito del PD mi giunge un comunicato ufficiale di una pagina nella quale dopo qualche riga dedicata ai lavoratori della Insse, si sviluppa una critica velata verso i sindacati e le loro difficoltà / incapacità nell’affrontare l’emergenza dell’attuale crisi. Il documento si conclude, ed è la parte più consistente, con l’appello a sostenere il noto piano denominato flexsecurity dell’On. Ichino.
In altre parole non si perde anche questa occasione per portare acqua al proprio mulino e, visto che ci siamo, diamo anche una bella strigliata al sindacato perché si impegni onde evitare che a qualche lavoratore venga in mente di “fare da sé” scavalcando logiche consolidate e tavoli di concertazione che, di norma, portano ad ottenere quei fantastici risultati che si chiamano cassa integrazione, mobilità oppure prepensionamento.
Io credo che i lavoratori della Insse abbiano capito che senza assumersi in prima persona la responsabilità della difesa del proprio posto di lavoro l’unica certezza sarebbe stata quella di veder chiudere la fabbrica e di trovarsi in tasca un obolo per un po’ di mesi in attesa della disoccupazione.
Ho ritenuto di esprimere qualche considerazione in merito alla vicenda Insse perché credo che da questa storia si possano e si debbano trarre degli insegnamenti.
Viviamo nella società della comunicazione e dei media e l’attenzione che gli operai Insse sono riusciti a sollevare attorno a loro si è dimostrata efficace e vincente.
Molti nostri Soci e Simpatizzanti, di tanto in tanto, ci invitano ad organizzare forme di protesta più o meno eclatanti. In passato ci abbiamo provato più volte con scarso successo.
Vi invito a pensare quale rilievo mediatico potrebbe avere una manifestazione di un centinaio di  over40 / over50, impiegati in giacca e cravatta, ciascuno con un cartello nel quale si descrive la propria condizione di disoccupato o di precario.
Non credo ci vorrebbe un grande impegno per raccogliere attorno a noi le principali testate giornalistiche. Ma, per fare questo ci vuole volontà e disponibilità personale, in altre parole quell’assunzione del senso di responsabilità messo in campo dagli operai della Insse.
Chiunque legge questo messaggio e vuole partecipare alla manifestazione nazionale Over 40 che intendiamo organizzare nei prossimi mesi, è pregato di confermare la propria disponibilità inviando una e-mail:
– atdalit@yahoo.it      se residente nel Centro Nord
– infolazio@atdal.it    se residente nel Centro Sud
 

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A Berlusco’ ma che cazzo stai a ddì?

Qualche sera fa  per “La grande Storia” su RAI3 abbiamo assistito alla puntata dedicata alla nascita della dittatura fascista in Italia.
In questo modo abbiamo potuto cogliere insieme agli orrori ed ai delitti perpetrati nel ventennio in patria e fuori
(nelle guerre coloniali in Libia ed Etiopia, e durante la seconda guerra mondiale in Grecia e Jugoslavia) , delle sintomatiche analogie con il regime berlusconiano.
Un episodio sugli altri: nel clima di violenza e sopraffazione instauratosi con il fascismo, in cui pestaggi ed uccisioni di avversari politici erano all’ordine del giorno, un operaio aggredito da una squadraccia si difese tempestivamente abbattendo con la pistola due fascisti.
Ebbene visto che non era riuscito ad ucciderlo con la proditoria aggressione, il regime fascista lo condannò a morte mediante fucilazione. E qual era la sua colpa? Legittima difesa!
Oggi il nostro padrone Silvio Berlusconi vorrebbe mettere il bavaglio al “TG3 “e a “la Repubblica”, rei di dare le notizie sulla crisi economica e sulla disoccupazione che attanagliano il Paese, sul crollo di venti punti percentuali della produzione industriale nei primi sei mesi dell’anno e sui conti in profondo rosso del bilancio dello Stato.
Non lo può più sopportare dice lui, mentre i suoi cinque tg, omettono le notizie sgradite al governo e manipolano l’informazione, ed Emilio Fede, in buona compagnia con i giornali del padrone denigra e sbeffeggia gli oppositori.
Quindi bisogna condannare a morte l’informazione indipendente che ancora resiste in questo paese, rea di continuare a fare il suo mestiere, e di sbugiardare il padrone che descrive un Paese immaginario, quando in quello reale avanza la povertà delle famiglie, e le piccole e medie imprese chiudono per mancanza di credito dalle banche, aiutate a suo tempo con il denaro pubblico a superare la crisi.
Napoleone Bonaparte, amava ripetere “Che il francese era nato per amare, l’italiano per cantare, e lo spagnolo per pregare”.
A Berlusconi, ormai gliele abbiamo cantate tutte, eccetto quelle che Napolitano ha secretato, ora è il momento
di dimostrare, che anche noi italiani sappiamo amare come i francesi e non solo le donne, ma anche il nostro Paese ed
i nostri concittadini.
Ribelliamoci al tiranno!

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Il nucleare è morto in culla

 

Entro il 2015 il mercato delle centrali solari termodinamiche farà segnare crescite a due cifre, per un valore globale di 10 miliardi di euro” sono le parole di un dirigete della Siemens, colosso tedesco, che investirà cifre blu nelle tecnologie legate al solare e lo farà proprio in Italia, a Siracusa.

ll pianeta muove verso le energie rinnovabili ed investe tutto in quella direzione, il futuro è là, lo hanno fiutato tutti, anche la Francia che ci ha rifilato una tecnologia nucleare vecchia di trent’anni. Lo stesso Obama nei giorni scorsi ha aperto linee di finanziamento all’automotive per lo sviluppo delle tecnologie no-petrolio.

Ma l’America è lontana” cantava Lucio Dalla ed effettivamente oggi l’Italia è più vicina all’Iran che non agli Stati Uniti con la mozione n° 1-00155 dei senatori Gasparri, Nania e Dell’Utri che invita il governo, in sostanza, a dirottare gli investimenti dal solare termodinamico al nucleare.
Nel frattempo l’italiano Rubbia in Spagna sta realizzando il progetto di una centrale a ciclo solare termodinamico per cui Siviglia nel 2013 sarà la prima città europea con un distretto di 700.000 abitanti a disporre soltanto di energia solare termodinamica.
Questo Governo è inadeguato, politicamente morto, socialmente anacronistico e guidato da uomini incompetenti e disinteressati a temi come l’ambiente, le energie rinnovabili, la ricerca scientifica e le nuove tecnologie, settori che potrebbero offrire centinaia di migliaia di posti di lavoro altamente appetibili in ambito internazionale. Ed invece l’Italia è ferma, anzi in caduta libera, con un Pil che toccherà per fine anno un -8% nella migliore delle previsioni, una disoccupazione che infrangerà la barriera del 10%, fabbriche ed attività produttive pronte ad abbassare le saracinesche dopo le ferie e finanziamenti miliardari senza obiettivi che affosseranno ulteriormente il debito pubblico. Tutto frutto di una colossale incompetenza che costituirà una pesante ipoteca per il futuro dei nostri figli
Il nucleare morto in culla, non si farà mai, Silvio Berlusconi non taglierà mai il nastro di nessuna centrale, se non altro per questioni temporali, in compenso tutto questo “cinema” sull’energia frutterà qualche miliardo di euro dello Stato e della Comunità europea a qualche impresa filo-governativa, ma costerà agli italiani un ritardo incolmabile nei confronti degli altri Paesi in tema di sviluppo delle energie rinnovabili e, come al solito, andremo a “rimorchio”, in campo energetico, ancora per un paio di secoli.

da www.antoniodipietro.it

(8 agosto 2009)

 

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