Il Mito

I contratti a pre-getto dovrebbero riguardare una forma di lavoro autonomo, ma nella pratica sappiamo che in Italia non è così"
"Lo stagista appena arrivato deve fare i lavori più schifosi. Solo così si capisce se è davvero valido"

La prima frase è della stagista dell’agenzia intratterinale che mi ha fatto il colloquio.
La seconda pillola di saggezza, invece, proviene direttamente dalla brillante mente di Adolf.

Sembrerà strano ma queste due frasi sono collegate tra loro e il filo che le unisce ha un nome e cognome: Roberto Saviano.

Oggi attendevo disperata alla fermata del 13 bis. A fine luglio gli autobus passano meno del solito e il caldo si fa pressante. Ma nella borsa ho "La bellezza e l’inferno" a tenermi compagnia.
Non è una di quelle marchette che faccio al lavoro quando vendo pellicce di lupo selvatico a vecchie rincoglionite. Voglio solo dirvi che Saviano ha dato voce al sentimento univoco che hanno suscitato in me queste due massime.

Da noi tutto viene considerato normale, non viene raccontata la Verità. Anche in contesti formali, dove essa dovrebbe venire fuori perché non ci sono frizzi e lazzi, è coperta dall’aurea della Normalità. E’ normale, è da anni così e non può essere diversamente.

Fai la stragista per un anno, lo fanno tutti. Va così se vuoi fare carriera. E’ lo so, è dura, non è giusto, ma funziona così.
Il contratto a progetto detta che sei tu a scegliere gli orari di lavoro, non hai vincoli. Il tuo capo però ti uccide se lunedì non ti presenti in ufficio, vero? Bè uccide tutti i coccodè come te.
In realtà non muore nessuno per la Normalità, al massimo si rischia di morire per la Verità.

Dice Roberto: "Spesso, quando gli altri mi parlano dell’Italia con i suoi problemi di disorganizzazione, i drammi burocratici, l’urbanistica sregolata, il traffico che sottrae tempo e vita, come di una parte scadente d’Europa che è pur sempre Europa, è come se sentissi di vivere in un paese che non conosco. Io conosco un Paese dove la vita di ciascuno sconta l’assenza dei principi primi. Decidere di non emigrare. Decidere di chiedere uno straordinario senza venir licenziati, decidere di aprire un negozio senza doversi orientare automaticamente su determinate forniture, decidere di prestare la propria testimonianza senza temere ripercussioni. Poter lavorare ad un’indagine senza aver contro l’intera regione. Ciò che sembra assodato altrove, ciò che è sancito per diritto, meccanismo cui si accede per default come direbbero gli informatici, qui non ha valore"

E Saviano sta rischiando la vita per aver detto la Verità. Dire che la camorra non è la normalità a meno di 30 anni, vuol dire fare un grande passo per tutti i giovani della mia generazione.

Il mio mito non è la velina rossa, il mio idolo non è il Grande Capo che di notte si infarina il naso e di giorno vende fumo. Il mio mito è Saviano che rappresenta la Verità.
"Una verità detta in solitudine non è altro che una condanna in molta parte di questo Paese. Ma se rimbalza sulle lingue di molti, se viene protetta da altre labbra, se diviene pasto condiviso, smette di essere una verità e si  moltiplica, assume nuovi contorni, diviene molteplice e non più ascrivibile solo a un viso, a un testo, a una voce".
Saviano, classe 1979. Solidarietà a Saviano.

da www.vitadastRagista-Luce (30 luglio 2009)

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2 thoughts on “Il Mito

  1. Chiedo scusa: Saviano ha ragione nel descrivere il fenomeno Italia ma uno sguardo che indaghi il fenomeno non per farne una semplice descrizione ma per trovare le origini del male deve giungere a una conclusione ben diversa sui drammi italiani. Saviano infatti parla dell’Italia come se fosse un entità maligna che prolifera malgrado gli italiani i quali sono così trasformati in vittime di un sistema che sarebbe indipendente dalla loro volontà.
    Io credo che la maggior parte degli italiano siano carnefici e non vittime: l’attuale governo gode di consensi sperticati, le manifestazioni di piazza ridotte ai minimi storici, un opposizione intellettuale prossima allo zero. Insomma ogni terreno ha l’albero che si merita: d’altra parte avevano ragione Pasolini e Borges quando scrivevano che l’infelicità è una colpa.

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