Evo Morales denuncia la guerra sporca dell’impero contro l’America Latina di Gennaro Carotenuto

Il presidente boliviano Evo Morales, presentando la fondamentale legge sull’autonomia indigena, che mette il paese andino all’avanguardia nel mondo per la difesa dei diritti delle comunità native, ha denunciato “la guerra sporca che viene dall’impero statunitense” contro i governi integrazionisti latinoamericani e in particolare “contro quello venezuelano ed ecuadoriano con l’obbiettivo di delegittimare i presidenti legittimi, in particolare con campagne diffamatorie che tentano di legarli alle FARC colombiane” ed ha attaccato il probabile successore di Álvaro Uribe in Colombia, Juan Manuel Santos, “una minaccia per tutto il continente”.
Per il presidente boliviano, contro il quale fin dalle origini della carriera politica sono state montate campagne diffamatorie per l’essere stato sindacalista dei contadini della coltivazione tradizionale della pianta di coca e che ha visto nel corso del suo mandato finanziare dagli Stati Uniti movimenti eversivi e secessionisti di estrema destra, fin troppi sono gli elementi dell’incrudelirsi di una nuova guerra sporca. Ha ricordato, tra gli altri esempi, il colpo di stato in Honduras contro il governo di Mel Zelaya e la campagna di accuse contro il presidente guatemalteco Álvaro Colom per la morte di un avvocato.
Secondo Morales il motivo di questi attacchi è proprio l’avanzamento dei processi democratici nei paesi integrazionisti: “tanto più avanzeremo nel restituire al popolo il controllo dell’economia tanto più dovremo subire questi attacchi”.
Le parole più dure però Evo Morales le ha riservate al precandidato delle destre colombiane ed ex-ministro della difesa di Álvaro Uribe, Juan Manuel Santos: “se dovesse vincere le elezioni presidenziali sarebbe un vero pericolo per la pace nella regione già che questo signore [nella logica più ortodossa della guerra al terrorismo di bushiana memoria] ripete di avere diritto di attaccare militarmente i paesi vicini come già fece quando nel marzo 2008 attaccò il territorio ecuadoriano”.
La Colombia, con Uribe o con Santos, dimostra di poter sempre più essere una enorme Guantanamo (la base militare illegale statunitense in pieno territorio cubano) puntata contro l’America latina. Questo fine settimana, mentre Evo Morales denunciava le sue preoccupazioni, è giunto con tutti gli onori a Cartagena il capo del Comando Sud statunitense Douglas Fraser. Il generale nordamericano dovrà gestire il passaggio delle tre enormi basi concesse dalla Colombia agli Stati Uniti come rappresaglia politico-militare alla decisione ecuadoriana di chiudere l’enorme base di Manta in osservanza alla nuova Costituzione del paese andino.
Oltre a quello boliviano i governi del Brasile, Venezuela, Ecuador, Cile e Nicaragua, e lo stesso Consiglio di Stato colombiano, hanno finora espresso la loro preoccupazione e il loro dissenso per la scelta di Bogotà. In particolare il Ministro degli Esteri brasiliano, Celso Amorim ha messo in chiaro che “le basi non rispondono a una logica bilaterale colombiano-statunitense ma nella loro sproporzione rappresentano una preoccupazione per tutto il continente” e che “la Colombia non è stata finora né chiara né trasparente sui motivi di una così importante presenza militare straniera”. Di questo si parlerà il 10 agosto a Quito nel Consiglio di Difesa Sudamericano. Ma Álvaro Uribe ha già fatto sapere che non ci sarà.

fonte www.gennarocarotenuto.it
(04 agosto 2009)

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Comunicato dei precari ISPRA

Gli amici di ATDAL del Lazio ci girano questa e-mail:

Da: marina
Data: 03/08/2009 10.54
Ogg: comunicato

Questo è il mio ex istituto, hanno appena messo fuori 200 persone e
altre 200 le metteranno fuori a fine anno. Per i precari non si può
parlare di licenziamento, ma di fatto lo è.

Io ho subìto la stessa cosa oltre 3 anni e mezzo fa ed allora
succedeva alla fine del contratto di ogni singolo per cui non eravamo così tanti
insieme da poter "manifestare".

Questo personale garantiva la realizzazione della ricerca ambientale PUBBLICA in Italia. E
garantisco per esperienza diretta che non potrà più essere fatta senza tutte queste
persone.

L’obiettivo del Governo non è tagliare gli sprechi bensì togliere
la  ricerca ambientale dal pubblico e passarla al privato (c’è già una S.p.A a
Roma, pronta ad assumere, diretta "di fatto" dall Prestigiacomo), in modo
che sia meglio controllabile e manovrabile in settori delicati come i
rifiuti, l’inquinamento e la gestione (soprattutto edilizia) delle aree
protette.
Campi che tutti voi sapete quali implicazioni comportano e da parte
di quali organizzazioni.

Vi invio questo comunicato perchè qui di precari (o meglio, ex-
precari) ce ne sono e chi sta a Roma può avere l’opportunità di incontrarli

*
"Non sparate alla ricerca" – 4 agosto Piazza Navona<
 http://precariispra.blogspot.com/2009/08/non-sparate-alla-ricerca-4-agosto.html
> >
Martedì 4 agosto, a Piazza Navona, dalle ore 16.30 alle 19.30, messa
in scena dal vivo del clip "Non sparate alla ricerca", realizzato dai precari
ISPRA.
Passate parola e accorrete numerosi
L’ASSEMBLEA DEI PRECARI ISPRA

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Raisat Extra, il servizio pubblico si immola per far godere il puttaniere di Gennaro Carotenuto

Per quei pochi che non avessero capito lo ridiciamo in maniera chiara perché è una roba da matti ed è la tipica notizia alla quale uno tende a non dare importanza quando invece ne ha moltissima:

1) il padrone di Sky, nonché capo del complotto comunista Rupert Murdoch (come Ugo Tognazzi era capo delle BR), offriva alla RAI 50 milioni di Euro l’anno in gettoni d’oro, come a Rischiatutto, per 7 anni (totale 350 milioni, 700 miliardi del vecchio conio, una manovrina) per trasmettere Rai Sat Extra, Rai Sat Premium eccetera, nonché RaiUno, Due e Tre (che saranno da ora in parte criptati) nei suoi pacchetti.

2) La Rai, in cambio di nulla, ha deciso di dire “no” a quest’offerta. Insomma a deciso di tagliarsele per far dispetto a Murdoch e impedirgli di poter dire ai suoi quattro milioni e dispari di utenti di avere un’offerta completa. Considerate che con quei 50 milioni di Euro il servizio pubblico ripianava la metà del suo passivo, che è pari a 120 milioni l’anno, e che non c’è nessun altro soggetto sul mercato disposto a pagare né di più né di meno della cifra offerta da SKY. Insomma dire “no” a Murdoch è una perdita secca e quei canali, sui quali pure qualche doblone era stato investito nell’ultimo lustro, per un bel pezzo diverranno clandestini e non li vedrà più nessuno. Che ci guadagna la RAI a rinunciare ai soldi di Murdoch? Nessuno è riuscito a spiegarlo.

3) Murdoch pagava (troppo poco?) per offrire agli abbonati della parabola un servizio aggiuntivo. Così tutti erano contenti, Murdoch che vendeva, la RAI che incassava e gli spettatori che guardavano. Situazione intollerabile per il fido scudiero Mauro Masi, che a Berlusconi deve tutto, da aprile direttore generale della RAI. Detto fatto: adesso Murdoch non offre più il servizio, gli spettatori hanno bisogno di un altro decoder (e se vogliono vedere tutto spenderanno fino a 120 Euro al mese) e la RAI perde 50 milioni l’anno. Un affarone! In cambio il servizio pubblico sale col suo principale concorrente, che incidentalmente è il capo del governo, sul carro di Tivusat (la piattaforma satellitare di Mediaset+RAI) della quale nessuno al mondo sentiva l’esigenza e dalla quale non guadagna una lira. Non solo: obbliga gli spettatori a comprare un altro decoder, il terzo, oppure a rinunciare a SKY e magari comprare i pacchetti Calcio su “Mediaset premium” che stranamente sembra molto più avanti della RAI nel monetizzare la digitalizzazione. In pratica sono (quasi) tutti scontenti: Sky, la RAI, che ha ai suoi vertici uomini imposti dalla concorrenza e i telespettatori.

4) E’ evidente che Murdoch aveva beneficiato finora di una Mammì satellitare diventando monopolista delle parabole così come la Mammì di Craxi (quello celebrato da Veltroni) aveva consegnato l’Italia nelle mani di Silvio Berlusconi. Chissà, qualcosa di diverso si poteva fare, magari democratizzando l’accesso al mercato televisivo e non semplicemente redistribuendo risorse tra tre soli soggetti per avvantaggiare Mediaset. Siamo troppo visionari se pensiamo che l’IPTV, l’investire nell’aumento di banda disponibile, abbasserebbe l’assicella della concentrazione necessaria all’accesso al mercato televisivo permettendo a molti soggetti di stare sul mercato mentre invece le “piattaforme satellitari” cristallizzano l’esistente intorno ai soliti 2-3 soggetti?

5) Dovrebbe essere chiarito innanzitutto agli spettatori/elettori di Raiset che da quello che bolle o è bollito in pentola sul mercato televisivo hanno solo da perdere. La Gasparri, con l’invenzione del digitale terrestre, obbliga a buttar via (e smaltire!) milioni di vecchie ma funzionanti televisioni analogiche, magari in seconde case usate dieci giorni l’anno, in cambio di servizi a pagamento che potevano essere offerti altrimenti. Quest’ultima decisione della rinuncia della RAI ai soldi di Murdoch obbliga inoltre gli spettatori a comprare un ulteriore decoder per vedere quello che avevano già incluso nel pacchetto SKY fino a ieri. L’unico che ci guadagna è sempre lui, Silvio Berlusconi.

Insomma che ci scandalizziamo per l’illusionismo sulla sorte dei terremotati dell’Aquila o per le prestazioni della prostituta Patrizia D’Addario, tutto è solo fumo perché quando guardi al flusso del denaro e del potere torni sempre lì, alla scatola magica con la quale fa e disfa carriere, compra e vende come al mercato e soprattutto manipola l’opinione pubblica, la tivù, il vero, unico cuore del potere berlusconiano.

da www.GennaroCarotenuto.it  (2 agosto 2009)

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Il filo rosso per decodificare l’informazione: le cinque regole della propaganda di guerra

Ad ogni guerra, colpo di stato, aggressione condotta dall’Occidente, i grandi media applicano cinque “regole della propaganda di guerra”. Usate voi stessi questa griglia di lettura durante i prossimi conflitti, sarete colpiti di ritrovarle ogni volta: 1. Nascondere la Storia. 2. Nascondere gli interessi economici. 3. Demonizzare l’avversario. 4. Discolpare i nostri governi e i loro protetti. 5. Monopolizzare l’informazione, escludere il vero dibattito.

Applicazione al caso dell’Honduras nel luglio 2009…

1. Nascondere la Storia. L’Honduras è l’esempio perfetto della “repubblica della banane” nelle mani statunitensi. Dipendenza e saccheggio coloniale hanno portato a un enorme abisso tra ricchi e poveri; secondo l’ONU, 77% della popolazione sarebbe povera. L’esercito honduregno è stato formato e guidato -fin nei peggiori crimini- dal Pentagono. L’ambasciatore statunitense John Negroponte (1981-1985) era soprannominato “il vicere dell’Honduras”.

2. Nascondere gli interessi economici. Oggi, le multinazionali statunitensi (banane Chiquita, caffè, petrolio, big pharma…) vogliono impedire a questo paese di ottenere l’indipendenza economica e politica. L’America del Sud si è unita e si dirige a sinistra, e Washington vuole impedire all’America Centrale di prendere la stessa strada.

3. Demonizzare l’avversario. I media hanno accusato il presidente Zelaya di volersi far rieleggere per preparare una dittatura. Silenzio sui progetti sociali: aumento del salario minimo, lotta all’ipersfruttamento nelle fabbriche-inferno delle ditte statunitensi, diminuzione dei prezzi dei medicinali, aiuto ai contadini oppressi. Silenzio sul suo rifiuto di coprire gli atti terroristici made in USA. Silenzio sull’impressionante resistenza popolare.

4. Discolpare i nostri governi e i loro protetti. Viene nascosto il finanziamento del golpe da parte della CIA. Obama è presentato come neutrale, quando in realtà rifiutava di incontrare e sostenere il presidente Zelaya. Se avesse applicato la legge e soppresso l’aiuto statunitense all’Honduras, il colpo di stato sarebbe stato fermato in fretta. Le Monde e gli altri media hanno discolpato la dittatura militare parlando di “conflitto tra poteri”. Le immagini di repressione cruenta non vengono mostrate al pubblico. Insomma, una contrapposizione sorprendente tra la demonizzazione dell’Iran e la discrezione sul colpo di stato in Honduras “made in CIA”.

5. Monopolizzare l’informazione, escludere il vero dibattito. La parola è riservata alle fonti e agli esperti “accettabili” per il sistema. Qualsiasi analisi critica sull’informazione è censurata. In questo modo, i nostri media impediscono un vero dibattito sul ruolo delle multinazionali, degli USA e dell’UE nel sottosviluppo dell’America Latina. In Honduras, i manifestanti gridano “TeleSur! TeleSur!” per salutare l’unica televisione che li informa correttamente.

Michel Collon
Fonte: /www.michelcollon.info
(6.07.2009)
Traduzione di MARINA GERENZANIi per www.comedonchisciotte.org

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Il Mito

I contratti a pre-getto dovrebbero riguardare una forma di lavoro autonomo, ma nella pratica sappiamo che in Italia non è così"
"Lo stagista appena arrivato deve fare i lavori più schifosi. Solo così si capisce se è davvero valido"

La prima frase è della stagista dell’agenzia intratterinale che mi ha fatto il colloquio.
La seconda pillola di saggezza, invece, proviene direttamente dalla brillante mente di Adolf.

Sembrerà strano ma queste due frasi sono collegate tra loro e il filo che le unisce ha un nome e cognome: Roberto Saviano.

Oggi attendevo disperata alla fermata del 13 bis. A fine luglio gli autobus passano meno del solito e il caldo si fa pressante. Ma nella borsa ho "La bellezza e l’inferno" a tenermi compagnia.
Non è una di quelle marchette che faccio al lavoro quando vendo pellicce di lupo selvatico a vecchie rincoglionite. Voglio solo dirvi che Saviano ha dato voce al sentimento univoco che hanno suscitato in me queste due massime.

Da noi tutto viene considerato normale, non viene raccontata la Verità. Anche in contesti formali, dove essa dovrebbe venire fuori perché non ci sono frizzi e lazzi, è coperta dall’aurea della Normalità. E’ normale, è da anni così e non può essere diversamente.

Fai la stragista per un anno, lo fanno tutti. Va così se vuoi fare carriera. E’ lo so, è dura, non è giusto, ma funziona così.
Il contratto a progetto detta che sei tu a scegliere gli orari di lavoro, non hai vincoli. Il tuo capo però ti uccide se lunedì non ti presenti in ufficio, vero? Bè uccide tutti i coccodè come te.
In realtà non muore nessuno per la Normalità, al massimo si rischia di morire per la Verità.

Dice Roberto: "Spesso, quando gli altri mi parlano dell’Italia con i suoi problemi di disorganizzazione, i drammi burocratici, l’urbanistica sregolata, il traffico che sottrae tempo e vita, come di una parte scadente d’Europa che è pur sempre Europa, è come se sentissi di vivere in un paese che non conosco. Io conosco un Paese dove la vita di ciascuno sconta l’assenza dei principi primi. Decidere di non emigrare. Decidere di chiedere uno straordinario senza venir licenziati, decidere di aprire un negozio senza doversi orientare automaticamente su determinate forniture, decidere di prestare la propria testimonianza senza temere ripercussioni. Poter lavorare ad un’indagine senza aver contro l’intera regione. Ciò che sembra assodato altrove, ciò che è sancito per diritto, meccanismo cui si accede per default come direbbero gli informatici, qui non ha valore"

E Saviano sta rischiando la vita per aver detto la Verità. Dire che la camorra non è la normalità a meno di 30 anni, vuol dire fare un grande passo per tutti i giovani della mia generazione.

Il mio mito non è la velina rossa, il mio idolo non è il Grande Capo che di notte si infarina il naso e di giorno vende fumo. Il mio mito è Saviano che rappresenta la Verità.
"Una verità detta in solitudine non è altro che una condanna in molta parte di questo Paese. Ma se rimbalza sulle lingue di molti, se viene protetta da altre labbra, se diviene pasto condiviso, smette di essere una verità e si  moltiplica, assume nuovi contorni, diviene molteplice e non più ascrivibile solo a un viso, a un testo, a una voce".
Saviano, classe 1979. Solidarietà a Saviano.

da www.vitadastRagista-Luce (30 luglio 2009)

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