G20: la globalizzazione dichiara bancarotta di Chris Hedges

La rabbia dei derelitti sta fratturando il Paese, suddividendolo in accampamenti cui non attracca la politica tradizionale. Alle estremità dello spettro politico si stanno sviluppando movimenti che hanno perduto la fede nei meccanismi del cambiamento democratico. Non li si può biasimare. Ma a meno che noi, a sinistra, non ci muoviamo rapidamente, di questa rabbia si impadronirà una destra virulenta e razzista, una destra alla ricerca di un inquietante proto-fascismo.
Ogni giorno conta. Ogni rinvio della protesta fa danno. Questa settimana dovremmo, se ne abbiamo il tempo e la possibilità, andare a Pittsburgh per l’incontro dei G20, invece di far ciò che l’elite al potere si aspetta da noi, ovvero che ce ne stiamo a casa. La compiacenza ha un prezzo terribile.
“Dopo tutto ciò che è andato storto, i leader del G20 si incontrano per tentare di trarre in salvo il proprio potere e il proprio denaro”, ha detto Benedicto Martinez Orozco, co-presidente del Frente Autentico del Trabajo (FAT) messicano, che è a Pittsburgh per le manifestazioni. “Ecco su cosa verte questo incontro”.
Le misure di sicurezza draconiane adottate per mettere a tacere il dissenso a Pittsburgh sono sproporzionate rispetto a qualsiasi effettiva questione di sicurezza. Non sono la risposta ad una minaccia reale, ma piuttosto alla paura che attanaglia i centri consolidati del potere.
L’elite al potere ha ben chiari – anche se a noi sfuggono – l’enorme frode e il furto colossale intrapresi per salvare la classe dei criminali a Wall Street e speculatori internazionali di una risma che in altri periodi della storia umana finiva al patibolo. L’elite conosce il tremendo costo che questo saccheggio delle casse statali imporrà ai lavoratori che saranno ridotti ad uno stato di permanente sottoproletariato. E sa anche che quando questo diverrà chiaro a tutti, la ribellione non sarà più un concetto estraneo.
Di conseguenza, i delegati al G20 – il raduno delle nazioni più ricche del mondo – saranno protetti da un battaglione d’assalto della Guardia Nazionale recentemente rientrato dall’Iraq. Il battaglione chiuderà l’area attorno al centro della città, fornirà uomini ai posti di blocco e pattuglierà le strade in tenuta da combattimento. Pittsburgh ha aumentato la propria forza di polizia cittadina, generalmente composta di mille unità, aggiungendo tremila ulteriori agenti. Gli elicotteri hanno cominciato a sorvolare a bassa quota sui raduni nei parchi cittadini, sono stati confiscati alcuni autobus diretti a Pittsburgh per portare cibo ai dimostranti, alcuni attivisti sono in stato di fermo e sono stati negati i permessi per accamparsi nei parchi. Si sono verificati atti di hacking e vandalismo ai danni di siti internet appartenenti ai gruppi di resistenza; molti gruppi sospettano inoltre la presenza di infiltrati e che telefoni e caselle di posta elettronica siano sotto controllo.
Ho incontrato Larry Holmes, un organizzatore proveniente da New York City, fuori da un accampamento di tende montate su un terreno di proprietà della Monumental Baptist Church nel distretto Hill della città. Holmes è uno dei leader del movimento Bail Out the People [N.d.T.: il nome del movimento riprende lo slogan “Bail out the people – not the banks”, ovvero ‘salvate dalla bancarotta la gente comune, non le banche’]. Attivista veterano per i diritti dei lavoratori, domenica ha guidato un corteo di disoccupati diretto al Convention Centre. Nel corso della settimana, coordinerà ulteriori manifestazioni.
“Si tratta di legge marziale de facto”, ha detto, “e i veri sforzi per sovvertire il lavoro di chi protesta devono ancora cominciare. Andare a votare non porta lontano. Spesso alle elezioni non c’è molta scelta. Quando si costruiscono movimenti democratici su temi come la guerra o la disoccupazione si ottiene un’espressione più autentica di democrazia. È più organica. Fa la differenza. Questo è ciò che ci ha insegnato la storia”.
La nostra economia globale e il nostro sistema politico sono stati sequestrati e dirottati da una minuscola oligarchia composta principalmente da uomini bianchi benestanti al servizio delle corporation.
Essi hanno vincolato o raccolto la sbalorditiva cifra di diciottomila miliardi di dollari – in larga misura saccheggiando erari statali – per puntellare banche e altri enti finanziari impegnati in atti speculativi suicidi che hanno rovinato l’economia mondiale.
Hanno elaborato accordi commerciali sulla base dei quali le corporation possono effettuare speculazioni transfrontaliere su valute, cibo e risorse naturali anche quando, secondo la FAO, 1,02 miliardi di persone nel pianeta lottano con la fame. La globalizzazione ha distrutto la capacità di molti Paesi poveri di proteggere, mediante sovvenzioni o tasse sulle merci di importazione, i propri generi alimentari di prima necessità, come mais, riso, fagioli e frumento. L’abolizione di tali misure di salvaguardia ha permesso a gigantesche fattorie meccanizzate di spazzare via decine di milioni di piccoli agricoltori – due milioni nel solo Messico – portando alla bancarotta e scacciando dai propri terreni molta gente. Persone che in passato erano in grado di nutrirsi ora non riescono a trovare cibo a sufficienza, mentre i governi più ricchi usano istituzioni quali il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio come fossero mastini, per stabilire la propria supremazia economica. Sembra che la maggior parte dei governi sia in grado di fare poco per contrastare tutto questo.
Ma ora la verità è venuta a galla e l’inganno è svelato. I sogni utopici della globalizzazione sono stati smascherati per l’imbroglio che sono. All’elite rimane solo l’uso della forza.
Stiamo vivendo uno dei grandi capovolgimenti sismici della civiltà. L’ideologia della globalizzazione – come ogni utopia spacciata come ineluttabile e irreversibile – si è trasformata in una farsa.L’elite al potere, perplessa e confusa, si aggrappa ai disastrosi principi della globalizzazione e al suo linguaggio obsoleto per mascherare il vuoto politico ed economico che ci si prospetta. La crisi è stata causata dall’assurda idea che il mercato debba, da solo, determinare i costrutti economici e politici. Quest’idea ha portato il G20 a sacrificare sull’altare del libero scambio altre questioni importanti per l’umanità: condizioni di lavoro, tassazione, lavoro minorile, fame, sanità e inquinamento. Ha lasciato i poveri del mondo in condizioni ancora peggiori, e gli Stati Uniti con i più ingenti disavanzi della storia umana. La globalizzazione è divenuta una scusa per ignorare il caos. Ha prodotto un’elite mediocre che cerca disperatamente di salvare un sistema insalvabile e, cosa più importante, salvare se stessa. “La speculazione”, ha una volta detto l’allora Presidente della Francia Jacques Chirac, “è l’AIDS delle nostre economie”. Abbiamo raggiunto lo stadio terminale.
“Tutti i punti di forza della Globalizazzione hanno in qualche modo rivelato un significato opposto”, ha scritto John Ralston Saul nel suo The Collapse of Globalism. “L’attenuazione degli obblighi di residenza in territorio nazionale per le corporation si è trasformato in un imponente strumento di evasione fiscale. L’idea di un sistema economico globale ha misteriosamente fatto sì che la povertà locale sembrasse irreale, persino normale. Il declino della classe media – vera e propria base della democrazia – è sembrato semplicemente una di quelle cose che capitano, incresciosa ma inevitabile. Il fatto che gli appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe medio-bassa, persino a porzioni della classe media, potessero sopravvivere solo con più di un lavoro a persona sembrava essere la naturale punizione per non essere riusciti a tenere il passo. In un mondo globalizzato sembrava inevitabile il contrasto tra i bonus senza precedenti assegnati a manager qualsiasi, al vertice, e le famiglie con quattro lavori, in basso. Per due decenni un elitario consenso ha insistito sul fatto che l’insostenibile debito del terzo mondo non potesse essere accantonato in una sorta di ‘riserva svalutazione crediti’ se non al costo di tradire i principi essenziali e gli obblighi morali della Globalizzazione, tra i quali figurava l’irriducibile rispetto della santità dei contratti internazionali. Nel 2009 agli stessi individui sono bastate due settimane per dimenticare detta santità e proporre – quando si è trattato dei propri debiti, di gran lunga più consistenti – banche speciali per la gestione dei crediti inesigibili”.
Le istituzioni che un tempo fornivano una fonte alternativa di potere – la stampa, il governo, le istituzioni religiose, le università e i sindacati – hanno dato prova di essere in bancarotta morale. Non costituiscono più uno spazio per voci di autonomia morale. Nessuno ci salverà ora, a parte noi stessi.
“La cosa migliore capitata all’Establishment è l’elezione di un presidente nero”, ha detto Holmes. “Questo frenerà la gente per un po’, ma il tempo sta per scadere. Supponiamo che succeda qualcos’altro. Supponiamo che si versi un’altra goccia. Cosa succederà quando ci sarà una crisi delle carte di credito o un collasso nel settore degli immobili commerciali? Il sistema finanziario è molto, molto fragile. Gli stanno togliendo la terra da sotto i piedi”.
“Obama è nei guai,” ha continuato Holmes. “Questa crisi economica è una crisi strutturale. La ripresa è ripresa solo per Wall Street. Non è sostenibile, e Obama ne sarà incolpato. Sta facendo tutto ciò che Wall Street esige. Ma non sarà un vicolo cieco. È piuttosto una ricetta per il disastro tanto per Obama, quanto per i Democratici. Solo i gruppi come il nostro danno speranza. Se i sindacati muovessero il culo e smettessero di concentrarsi solamente sulle vertenze dei propri iscritti, se tornassero ad essere associazioni sociali che abbracciano cause più ampie, avremmo una possibilità di riuscire produrre un cambiamento. Se questo non avviene, ci sarà un disastro destroide”.

Chris Hedges (www.truthdig.com/)
Fonte: http://globalresearch.ca/
Link: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=15327
20.09.2009

da  www.comedonchisciotte.org  traduzione a cura di ORIANA BONAN

290 Visite totali, 1 visite odierne

Un maestro di vita

Quando il ministro Scajola annuncia con gran rullo di tamburi di voler convocare i vertici RAI,  dopo aver coperto di insulti la trasmissione Anno zero di Santoro del 24 settembre, probabilmente non sa nemmeno di non aver nessun titolo istituzionale per farlo. Scajola è ministro dello Sviluppo economico: per questo l’Italia è  in pieno declino economico? D’altra parte forse non ricorda nemmeno, che gran prova di sé diede come ministro dell’Interno  all’epoca del G8 di Genova 2001, quando lasciò la gestione della sala operativa dei Carabinieri a Gianfranco Fini, all’epoca vicepresidente del Consiglio, e lui se ne andò al mare. Con i risultati che tutti abbiamo potuto vedere.
TV, video, foto, dirette radiofoniche hanno testimoniato, che per tre giorni a Genova furono sospesi i diritti costituzionali : fu perpetrato il massacro indiscriminato di gente inerme, che voleva solo manifestare il suo dissenso dalle politiche neoliberiste di Berlusconi.
Il 20 luglio durante gl scontri morì Carlo Giuliani: l’estintore che stava scagliando dentro il Defender dei Carabinieri probabilmente gli era stato lanciato contro dall’interno, perché nessuno va in manifestazione con un estintore.
Alla scuola Diaz di Genova  l’ irruzione delle forze di polizia nella notte del 21 luglio portò al ferimento di decine di giovani, che stavano dormendo, parecchi in modo grave.
Alla caserma di Bolzaneto in quei giorni ragazzi e ragazze arrestati, furono insultati, pestati a sangue e torturati per ore; le ragazze anche minacciate di stupro da parte delle forze dell’ordine.
Il ministro era sempre al mare.

Ed ancora, il  19 marzo 2002 fu ucciso a Bologna dove abitava, il giuslavorista Marco Biagi da parte delle Nuove Brigate Rosse.
Marco Biagi, consulente del ministero del Lavoro, della Cisl e della Confindistria, era senza scorta, benché ripetutamente minacciato di morte: la scorta gli era stata data per alcuni mesi, ma poi gli era stata tolta, ed invano l’aveva di nuovo richiesta al ministro delì’ interno Scajola.
Quando arrivò la notizia della morte di Marco Biagi, in parlamento Scajola sbottò «Non fatemi parlare. Figura centrale Biagi? Fatevi dire da Maroni (allora ministro del Lavoro n.d.r.) se era una figura centrale: era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza».

315 Visite totali, 1 visite odierne

Argentina 2001 chiama Italia 2010

Ieri sera DOC3, settimanale di approfondimento di RAI 3, ci ha rimandato le immagini dell’Argentina del 2001, quando lo Stato dichiarò fallimento e bloccò perfino i conti correnti dei privati cittadini buttando sul lastrico la popolazione intera, eccetto ovviamente gli amici del potere. che arraffato tutto quanto potevano, filarono all’estero con il malloppo.
Giova ricordare chi aveva messo in ginocchio l’economia argentina, un tale Cavallo, ministro dell’Economia esponente della Scuola di Chicago, quella neoliberista di Milton Friedman e Jeffrey Sachs, che ha provocato con le sue teorie sballate il cataclisma economico planetario, che stiamo vivendo.
Dunque Cavallo, per combattere l’iperinflazione  si inventò la parità dollaro – peso, che non aveva alcun fondamento nella realtà economica mondiale e nel frattempo i compari al governo provvedevano a svendere le migliori aziende pubbliche alle multinazionali straniere.
Così gli argentini si ritrovarono in un colpo solo senza soldi, senza lavoro e senza casa. Con l’unica possibilità di diventare un popolo di “Cartoneros” cioè di raccoglitori di carta da rivendere, per poter sopravvivere.
A distanza di otto anni da quel tragico default i “Cartoneros” battono ancora le strade di Buenos Ayres frugando tra i rifiuti. Anche se a partire 2002 e poi con la presidenza Kirchner la situazione economica è gradualmente migliorata, in media muoiono di fame otto bambini al giorno, ed il più grande cruccio espresso da un intellettuale argentino è “che al mondo esistono paesi ricchi e paesi poveri, paesi poveri che si avviano al benessere e paesi ricchi che diventano più ricchi, ma l’ Argentina è stato il primo caso di un paese ricco diventato povero!

Gli italiani sono avvisati.

279 Visite totali, 1 visite odierne

A piè di lista di Valentino Parlato

Si può avere il peggiore dei re, ed è il caso nostro con Berlusconi, ma quando anche il pessimo re va in crisi senza che ci sia un’alternativa democratica e forte, c’è da preoccuparsi. Ieri, per la prima volta, il cavaliere ha perso in casa: ha fatto flop in tv sconfitto da se stesso, visto che la fiction su Canale 5 ha avuto più ascolti del mega show da Vespa. Berlusconi non è Facta (il presidente del consiglio che anticipò Mussolini); ma un po’ peggio, perché a differenza del povero Facta, lui vorrebbe essere il nuovo Mussolini.
La politica, oggi in Italia, è in crisi come non mai. C’è una crisi nella destra storica (anche la Confindustria fa un po’ piangere). C’è una crisi ancora più lacerante della sinistra: da quella che si passa per centrista (il Pd diviso in non so quante frazioni) e anche in quella che si passa per radicale (Rifondazione, Sinistra e Libertà e stralci seguendo).

A destra, che è più seria, c’è il tentativo di liberarsi di un vecchio leader pericoloso e in calo di prestigio come Silvio Berlusconi. Persona che non va più bene neppure all’attuale Confindustria e alle banche, rispetto alle quali Tremonti tenta anche lui (con il sostegno della Lega) il colpo della successione.
A sinistra non va meglio. Per quella parte dell’elettorato che si riferisce al Pd c’è solo la sfida del congresso di ottobre e per chi vincerà. Nella sinistra, che si definisce estrema solo perché è periferica, non andiamo oltre i personalismi: chi potrò comandare e magari andare in Parlamento o in un Consiglio regionale.
In queste ultime due settimane ho partecipato ad alcune assemblee di sinistra, tutte affollate di bravissimi compagni, di sinistra e per bene. Debbo però scrivere che l’argomento principale di tutti i dibattiti sono state solo e soltanto le liste elettorali. L’importante era di fare in modo che vincesse qualcuno e non qualche altro, ma le cose, i fatti, gli obiettivi materiali, i contenuti erano del tutto in seconda linea se non, addirittura, ignorati. Se la politica si riduce a una gara tra liste elettorali diverse e solo e soltanto liste di persone e non di cose siamo proprio messi male.
Il contrasto politico prescinde totalmente dai fatti. Siamo stati (e a mio parere siamo ancora) in una crisi economica molto più grave e globale di quella del 1929 (Obama, a differenza di Roosevelt non ha neppure la «speranza» di una bella guerra mondiale) e tutti gli esperti ci annunciano che l’economia riprenderà, ma la disoccupazione si accrescerà. Se è così siamo di fronte a una fase nella quale l’economia sarà sostenuta dalla domanda opulenta, cioè dei ricchi, mentre masse crescenti di poveracci saranno condannati a una miseria insopportabile. Questa prospettiva – scritta e ripetuta anche sulla stampa di destra – sembra non abbia niente a che fare con l’attuale lotta politica: importanti sono le liste, dei soggetti che dovrebbero sostenere la prossima domanda economica di beni e servizi.
In questa situazione un ripensamento delle sinistre sarebbe utile, o, almeno, augurabile. Altrimenti si cancelli la parola sinistra dal dibattito politico. E aspettiamoci qualcosa più a destra dell’attuale berlusconismo, che è un prodotto della nostra cultura e della nostra società.

da Il Manifesto del 17/09/09

346 Visite totali, 1 visite odierne

Smemorati di Sinistra di Daniele Luttazzi

Nel marzo 2001 conducevo con successo (7 milioni e mezzo di spettatori) un mio talk-show satirico notturno su Rai2 intitolato Satyricon. In una puntata intervistai un giornalista allora sconosciuto che aveva pubblicato da un mese un libro di cui nessuno parlava. Il libro s’intitolava L’odore dei soldi e riguardava le origini misteriose dell’impero economico di Berlusconi. Parlammo dei fatti emersi nel processo a Marcello Dell’Utri, braccio destro di Berlusconi, fondatore di Forza Italia (il partito di Berlusconi) ed ex-capo di Publitalia (la concessionaria di pubblicità di Berlusconi).
Berlusconi fece causa per diffamazione a me, a Travaglio, alla Rai e al direttore di Rai2 Carlo Freccero che con coraggio aveva mandato in onda l’intervista. Da me Berlusconi voleva 20 miliardi di lire. Quattro anni dopo quell’intervista, Marcello Dell’Utri è stato condannato in primo grado a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 2005 ho vinto la causa e Berlusconi è stato condannato a pagare 100mila euro di spese legali. Insieme con Berlusconi, mi fecero causa anche Mediaset (5 miliardi di lire), Fininvest (5 miliardi di lire) e Forza Italia (11 miliardi di lire). Ho vinto tutti i processi. Quell’intervista non diffamava nessuno. Informava in modo corretto.
Nel giugno 2001, Berlusconi vinse le elezioni politiche diventando capo del governo. Nel 2002, durante una visita di Stato in Bulgaria, Berlusconi pronunciò il famigerato «editto bulgaro»: disse alla stampa che Enzo Biagi, Michele Santoro e «quell’altro» avevamo fatto un «uso criminoso» della tv di Stato, pertanto lui si augurava che questo non si ripetesse. Sentire adesso Franceschini che, dopo i recenti attacchi di Berlusconi alla stampa, dice «Non vorrei che si passasse ad attaccare i singoli giornalisti» mi fa quasi tenerezza. Qualcuno avverta Franceschini che è tutto già successo.
Biagi, Santoro e io venimmo cancellati dai palinsesti: i dirigenti Rai (nominati dalla maggioranza politica berlusconiana) decisero «autonomamente» di non riconfermare i nostri programmi tv. Giustificarono la cosa come «scelta editoriale». Il problema è politico.
La satira dà fastidio perché esprime un giudizio sui fatti, addossando responsabilità. Colpisce Berlusconi ma anche la religione organizzata e l’opposizione inesistente del Pd.
La libertà della satira in tv è libertà della democrazia. Neppure Rai3, i cui dirigenti sono di sinistra, mi ha mai chiesto di tornare in tv, in questi anni.
Il potere, in Italia, è suddiviso fra clan di destra e di sinistra. Scandali recenti hanno mostrato come questi clan si mettono spesso d’accordo sulla gestione della cosa pubblica, a livello locale e a livello nazionale. Lo stesso tipo di accordo precede le nomine dei dirigenti Rai. Il risultato è che la democrazia sostanziale è corrotta. La Rai attuale è piena di dirigenti che vengono da Mediaset, vere quinte colonne. Un anno fa, le intercettazioni telefoniche hanno mostrato come questi dirigenti si fossero accordati con quelli di Mediaset per una programmazione che favorisse Berlusconi in occasione dei funerali di Woytila e delle concomitanti elezioni. Berlusconi nel frattempo ha fatto una legge che proibisce la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche! Se questa legge fosse stata fatta dieci anni fa, nessuno conoscerebbe gli scandali politici, economici e sportivi più gravi della storia italiana recente.
Nel ventennio fascista l’unica agenzia di stampa era quella del regime, l’Agenzia Stefani: i giornali si attenevano a quello che scriveva l’Agenzia Stefani. I giornali liberi venivano chiusi e gli oppositori al regime perdevano il posto di lavoro, erano mandati al confino o peggio. Oggi non uccidono fisicamente gli oppositori, ma ti mandano al «confino mediatico»: ti tolgono gli spazi di espressione che avevi e che ti eri conquistato col tuo lavoro. Un esempio recente: a Berlusconi non piacciono Mieli e Anselmi? Mieli e Anselmi perdono il posto e nessuno fiata. Questa è la minaccia sempre presente.
Tutto origina dall’enorme conflitto di interessi di Berlusconi. È un capo di governo che ha aziende tv, imprese mediatiche, di assicurazione, di distribuzione pubblicitaria e cinematografica. Questo inquina la libertà del mercato. Un’inchiesta recente ha dimostrato che, da quando è al governo Berlusconi, molte aziende hanno tolto pubblicità dalle reti Rai per spostarle su quelle Mediaset.
Berlusconi inoltre controlla la politica economica e i servizi segreti. La sua influenza si estende su OGNI settore della vita italiana. È un potere di ricatto enorme. Uno dei pochi giornali di opposizione vera, questo che state leggendo, stenta a sopravvivere perché le aziende italiane non comprano spazi pubblicitari. Ecco un altro tipo di strozzatura. Non stupisce allora che i passi della quasi totalità della stampa e della tv italiana siano felpati. Il caso recente Lario/Noemi/D’Addario ha dimostrato una volta per tutte l’esistenza di una sorta di Agenzia Stefani contemporanea, prontissima a ubbidire alle esigenze del Capo e a massacrare la vittima di turno. Fra giornalisti e testate, la lista dell’inquinamento berlusconiano è lunga.
L’Italia è un Paese in cui vige un «fascismo light» che non mi piace per niente.
L’Italia è un incubo da cui mi auguro gli italiani si sveglino presto.
L’Italia è il Paese che amo.

da Il Manifesto del 16/09/09

315 Visite totali, 1 visite odierne

La nuova classe dirigente avanza

La lega, si sa, è sempre stata contraria all’odioso nepotismo di "Roma Ladrona" ed assolutamente estranea al clientelismo tipico della cara e vecchia Dc (e diciamo pure di ogni partito politico esistente). Il partito del Carroccio, anche questo è risaputo, ha sempre fatto della coerenza la sua più gran virtù e, difatti, Calderoli si è subito precipitato a far la pace con la Chiesa; ribadendo le sue radici cristiane (il fatto che si fosse sposato con un paganissimo "rito celtico" è un trascurabile dettaglio). Umberto Bossi, da sempre un convinto anti-meridionalista, si è sposato invece una siciliana e, sempre lo stesso Senatùr, promotore dell’inferiorità culturale dei terroni, ha visto il figliolo Renzo bocciato per ben tre volte all’esame di maturità.

Il monumento alla coerenza della predica, però, i bravi Leghisti lo hanno eretto solo qualche giorno fa; nominando proprio il piccolo e neo-diplomato Renzo Bossi membro di un "osservatorio" dell’Expo di Milano (che i più maliziosi considerano creato ad hoc per far guadagnare qualche soldino a "Bossino"). Non solo: il Senatùr ha pensato proprio a tutto e, per sistemare al meglio il suo ram(pollo), ha fatto in modo che, l’altro campione leghista di ottime prediche e pessimi razzolamenti Francesco Speroni, nominasse suo portaborse in Europa indovinate chi? Ma è semplice: Renzo Bossi. Lo stipendio mensile di questo diplomato che è già "Team Manager" della Nazionale Padana sarà di "soli" 12.000 euro.

Ma non scandalizzatevi, signori: non prendetevala se voi, poveri plurilaureati 30enni, dovete vivere con 1000 euro al mese e, questa "trota" (così lo definisce affettuosamente il papà) guadagnerà 12 volte di più. Del resto, chi parla di plateale ed intollerabile caso di nepotismo, non conosce il fulgido curriculum del preparatissimo Renzo Bossi. Lo riassiumiamo di seguito per buona pace dei lettori. -Bocciato tre volte all’esame di stato -Team manager della Nazionale Padana -Inventore e promotore di "Rimbalza il clandestino" Insomma: 12.000 euro netti mensili strameritati!

By Angelo Stelitano dal blog: http://www.angelostelitano.blogspot.com/

283 Visite totali, 1 visite odierne

Su Chavéz la disinformazione Italiana, di Gianni Minà

La riflessione che nasce sui media italiani dopo il trionfo del presidente venezuelano Ugo Chavez a Venezia per la prima del film-documentario South of the Border a lui dedicato da Oliver Stone, è che la nostra informazione non vuole dire la verità, pateticamente impantanata nel suo stupido gioco di gossip, insulti-contro insulti, e sembra malata di autismo nelle sue certezze, anche quando sono smentite dai fatti, com’è accaduto nel recente crollo del muro del capitalismo. Questa informazione è così abituata ad essere bugiarda, superficiale, ridicola che non sente nemmeno più il bisogno di chiedersi perché il regista Oliver Stone, quello di Salvador, Platoon, JFK, Wall Street, aduso a dire la verità fuori dai denti e a riflettere sul mondo, abbia sentito il bisogno di raccontare l’America latina oggi, usando il meccanismo del documentario, incontrando i presidenti del continente a sud del Texas, da Chavez al brasiliano Lula da Silva, all’argentina Cristina Kirchner con suo marito Nestor (che l’ha preceduta nella presidenza), all’ecuadoriano Rafael Correa, al paraguaiano Fernando Lugo, al cubano Raul Castro, tutti protagonisti del vento di attenzione sociale e civile che sta cambiando e rendendo più giusta quella parte del mondo. Un vento non gradito agli interessi delle nazioni del nord del mondo.
Oliver Stone compie la traversata di un continente che sta recuperando diritti democratici, mentre in Europa si perdono ogni giorno brandelli di conquiste civili e sociali, inframezzando le incursioni nella vita di questi leaders a frammenti di telegiornali nordamericani che hanno il merito di sbriciolare la fama usurpata della tante volte esaltata capacità giornalistica dei media d’oltreoceano. Non a caso proprio a Venezia, nella cena organizzata dalla produzione, dove c’era anche Chavez, Stone mi ha ribadito: «Molti dei paesi latinoamericani che hanno recentemente conquistato un’indipendenza reale sono scorrettamente indicati da settori del nostro governo e da parte della stampa miserevolmente asservita come “non democratici”, perchè le loro nuove scelte economiche e politiche nuociono ai nostri interessi. Tutto questo è insopportabile e bisogna avere la forza di denunciarlo».
Insomma, il regista di Nato il quattro luglio e di Assassini nati fa il lavoro che una volta facevano i giornalisti, i saggisti, e che, da qualche tempo, fanno i registi come lui, come Sean Penn, George Clooney, perfino come Soderbergh (nella rigorosa ricostruzione della vita e dell’epopea di Che Guevara, che smentisce tutte le invenzioni montate contro lui e contro Cuba), o come Michael Moore, l’iniziatore di questo genere, premiato da un pubblico che evidentemente vuole sfuggire le mistificazioni e le menzogne della televisione. Non è quindi sorprendente che, salvo Il manifesto, i media italiani non abbiano sentito il bisogno di raccontare ai propri lettori il contenuto di South of the Border (A sud del confine), che sarebbe stato doveroso per aiutare il pubblico a capire, ma abbiano sguinzagliato, invece, presunti cronisti d’assalto alla ricerca del pettegolezzo. Ero a Venezia, nel mio ruolo di giornalista e documentarista, eppure ne sono stato sfiorato io stesso.
In caso contrario questi cacciatori di panzane avrebbero dovuto ricordare che i leader progressisti latino americani, protagonisti del film di Stone, hanno potuto affermarsi democraticamente solo dall’inizio del nuovo secolo, in particolare dopo l’11 settembre 2001, quando gli Stati Uniti, distratti da due guerre inventante in Oriente, hanno perso di vista il «cortile di casa». Prima avrebbero potuto far solo la fine di quei leader democratici del continente, dal guatemalteco Arbenz al cileno Allende, eletti dal popolo e deposti da criminali giunte militari sostenute dagli Stati Uniti.
Ma il nostro attuale giornalismo parolaio ha paura di confrontarsi con la storia e con la verità. Così sceglie sempre la via del cabaret o della plateale mistificazione. Il Giornale di Berlusconi aveva un sommario, nell’articolo di Michele Anselmi, che recitava: «Il feroce caudillo venezuelano, ospite del regista Oliver Stone, che lo celebra in un film e dimentica la ferocia del regime». Una simile dizione – che richiamava personaggi inquietanti sostenuti dall’occidente, come Bokassa o Idi Amin, o il dittatore haitiano Duvalier o i componenti della giunta militare argentina o cilena, responsabili con l’appoggio degli Usa della tragedia dei desaparecidos – è, infatti, fondata sul niente. Purtroppo per il giornalismo italiano, se fosse stato chiesto a chi ha costruito quella pagina se fosse in grado di enumerare anche solo un atto di ferocia del presidente venezuelano, non avrebbe saputo rispondere, perché, oltretutto, Chavez è il protagonista di un percorso politico che lo ha visto prevalere dodici volte in altrettante consultazioni elettorali o referendarie negli ultimi undici anni. È un dato che, per chiarezza, dovrebbe tenere in conto anche una parte della sinistra italiana, prevenuta sulla politica del presidente venezuelano, malgrado i successi sociali che gli organismi internazionali gli riconoscono. Una volta Gad Lerner ha detto in tv «Chavez non ci piace». Giudizio legittimo, che però suggerisce una domanda: il voto è forse uno strumento che vale solo quando vince il candidato che ci piace? A controllare, recentemente, le elezioni in Venezuela c’era pure l’ex presidente americano Jimmy Carter con la sua Fondazione per i diritti umani. Non ebbe dubbi sulla correttezza della consultazione in corso.
A parte della nostra sinistra non piacciono nemmeno le frequentazioni di Chavez. A Venezia veniva, dopo un giro in Iran, in Siria e in Libia e l’indomani sarebbe andato in Bielorussia e Russia. «Faccio il presidente di un paese che è il quarto produttore modiale di petrolio – ha spiegato a me e a Tariq Ali, sceneggiatore di South of the Border, nella cena della produzione – Che faccio, ignoro questa realtà o tengo vive, periodicamente, le relazioni con le nazioni produttrici di petrolio e riunite nell’Opec, che non a caso ha ripreso vitalità da quando il segretario generale è stato un venezuelano? Insomma, devo fare gli interessi del mio paese o quelli delle multinazionali degli Stati Uniti?».
Non mi azzardo a chiedere che i giornalisti si addentrino su questi argomenti, ma mi aspetterei più correttezza sul problema dell’informazione in Venezuela. Quando, nell’aprile del 2002, con l’appoggio del governo Bush e della Spagna di Aznar, l’oligarchia locale e parte della Chiesa tentarono il golpe contro il suo governo democraticamente eletto, nelle ore drammatiche di quell’accadimento, le tv, per il 95% in mano all’imprenditoria privata, ostile a Chavez, incitavano all’eversione o, nel migliore dei casi, con nessun rispetto per i cittadini, trasmettevano cartoni animati. Poi, nel tempo, le licenze di molte emittenti televisive e radiofoniche sono scadute e, come sarebbe successo negli Stati Uniti e ovunque, a quelle che incitavano all’eversione e all’assassinio del presidente, il permesso non è stato rinnovato. Più recentemente è stata fatta una nuova legge che favorisce cooperative, gruppi di base e sociali. Essendo cittadino di un paese come l’Italia, sono prevenuto su ogni legge sulla televisione. So però una cosa: il 90% delle emittenti è rimasto, in Venezuela, in mano all’opposizione.
Non penso possa essere una legge più liberticida della nostra.

da Il Manifesto del 10/09/09

301 Visite totali, 1 visite odierne