Indagini portano alla cattura di trafficanti di gatti a Shangai – Cina

L’OIPA (Organizzazione internazionale protezione animali n.d.r.) continua instancabilmente a sostenere gli attivisti cinesi nella battaglia per salvare cani e gatti dal crudele mercato delle pellicce. Da lungo tempo attraverso i nostri siti ed i nostri gruppi internazionali di sostegno diffondiamo gli appelli ed offriamo appoggio internazionale alle iniziative promosse dagli attivisti asiatici.

Continua l’attività degli animalisti cinesi a Shangai per proteggere cani e gatti vittime del crudele commercio delle pellicce e del commercio di carne.
In seguito a numerose segnalazioni da parte di proprietari che avevano visto sparire gli amati cani e gatti dai propri giardini e dalle proprie abitazioni, è iniziata una lunga fase di documentazione, raccolta informazioni e di ricerca per individuare i responsabili dei furti. La mattina del 27 settembre, volontari dei gruppi  “Shanghai Cat Protection Group” e “Fei Xiang Web- Pet Home”, hanno localizzato un’abitazione in affitto nel distretto di Liu Baoshan, utilizzata per uccidere e scuoiare cani e gatti.

Accompagnati dalla Polizia, i volontari cinesi sono entrati nell’abitazione e la scena che si è presentata davanti ai loro occhi è stata straziante: gabbie colme di gatti ed oltre 100 kg di carne di cane e gatto macellata (le pellicce erano già state vendute). Alcuni dei presenti, per qualche istante sono usciti dall’abitazione in quanto non riuscivano a sostenere emotivamente ciò che si presentava davanti ai loro occhi.
Una signora anziana che abitualmente porta cibo alle colonie di gatti ha dichiarato di avere visto il numero diminuire progressivamente e là, in quelle gabbiette affollate ha riconosciuto alcuni dei suoi “piccoli”.
I responsabili di tali atrocità, al rientro nella loro abitazione, trovando polizia ed animalisti, hanno rifiutato di rispondere alla domande e li hanno aggrediti.
Sia l’Ufficio per l’ispezione alimentare che l’Ufficio per il Commercio di Shangai hanno inviato funzionari sul posto, i quali hanno poi confermato che non era stata rilasciata alcuna licenza ne certificato di quarantena per effettuare macellazioni.
La Polizia ha effettuato 3 arresti ed ha aperto le indagini.

I principali notiziari e portali cinesi hanno riportato la notizia, sconvolgendo l’opinione pubblica ignara di ciò che stava avvenendo in quella abitazione.

Attualmente in Cina solo le specie “in pericolo di estinzione” godono di una minima protezione, non ci sono leggi nazionali che vietino l’uccisione degli animali domestici, però vigono norme in materia di macellazione ed igiene. Queste norme attualmente stanno aiutando in parte a contrastare il commercio delle pellicce di cane e gatto, le quali provengono anche da allevamenti e da privati senza scrupoli che operano nella più totale clandestinità.

I gatti sono stati affidati ai volontari cinesi ed ora sono in attesa di potersi ricongiungere con le famiglie a cui appartenevano o di essere adottati. Nel frattempo la polizia continua le indagini, dando appoggio agli attivisti cinesi.

Questa grande vittoria è stata resa possibile grazie all’impegno congiunto, alla diffusione della verità nascosta ed alla continua e costante collaborazione con i volontari cinesi.
Il nemico principale degli animali è il silenzio: quando diversi anni fa OIPA aveva iniziato la campagna per la protezione degli animali in Cina, esisteva solo un immenso vuoto colmato da infiniti maltrattamenti, ora poco per volta, la situazione sta cambiando e gli animali stanno ricevendo Giustizia.

L’OIPA ringrazia di cuore tutti coloro che diffondono le nostre notizie ed i nostri appelli per gli animali in Cina, maggiore sensibilizzazione permette di fare conoscere cosa si nasconde dietro le porte “chiuse” e di intervenire in difesa degli innocenti.
E’ stata rivelata la verità nascosta, ora non c’è più il silenzio e gli animali hanno un nuovo alleato: la nostra voce, insieme a quella della Polizia, pronta ad affiancare gli attivisti.
La nostra rete di contatti in Cina è in continua crescita. L’OIPA continuerà a sostenere l’attività degli animalisti in Asia ed in Cina fino a quando questo crudele commercio non sarà totalmente eliminato.

Paola Ghidotti
OIPA International Campaigns Director

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Lettera Antifascista

Dopo gli arresti di Pistoia, i comitati antifascisti e antirazzisti toscani scrivono una lettera aperta alla sinistra toscana, che pubblichiamo di seguito.

Fascismo: fermiamolo, prima che sia troppo tardi! Liberiamo gli antifascisti arrestati a Pistoia! Sinistra toscana: basta dormire!

All’arresto di tre antifascisti a Pistoia l’11 ottobre, accusati di devastazione della sede fascista di Casa Pound, hanno risposto numerose mobilitazioni: presìdi, cortei, assemblee. Un arresto operato dalle forze di polizia senza alcuna prova, dopo che avevano fatto irruzione in un circolo Arci, sequestrato per ore i presenti riuniti per discutere di come organizzare azioni politiche di contrasto al fascismo, arrestato tre di loro, tuttora privati della libertà.

Ma le iniziative di solidarietà non hanno visto partecipi molte realtà che pure si dicono antifasciste, al punto che la lista degli assenti comprende la CGIL, l’associazione dei partigiani (Anpi), l’Arci, il PD, l’IdV, Sinistra e Libertà, il PdCI e il PRC (attivo solo con la federazione di Livorno).

C’è da restare allibiti, inoltre, dai comunicati di solidarietà verso Casa Pound da parte dell’ArciGay di Pistoia, dimentica delle centinaia di omosessuali aggrediti e umiliati da teppisti e fascisti solo negli ultimi mesi. Ma chi sono i fascisti di Casa Pound? Sono gli aggressori degli studenti romani in lotta, i propagandisti dell’ideologia fascista nelle scuole, i seminatori di odio verso gli extracomunitari e gli esecutori di agguati contro di loro, i seguaci dello scrittore Ezra Pound, che militò coi nazisti e la "repubblica sociale italiana" di Mussolini.

Dalle fila dell’estrema destra nascono le iniziative con reduci delle SS naziste, coi fautori del negazionismo (per loro i forni crematori dove si uccisero milioni di ebrei, rom, omosessuali, testimoni di Geova e comunisti non sono esistiti), e campagne con cui si agitano i problemi causati dalla crisi economica per presentarsi nei quartieri popolari e nelle scuole a vendere idee xenofobe e razziste, travestite da parole d’ordine sociali, e a reclutare con l’inganno aderenti alle loro squadracce facinorose. Tutto questo va collegato all’azione del governo Berlusconi, del PdL e della Lega Nord, che danno ospitalità ai gruppi di estrema destra, li coccolano, offrono loro sedi e finanziamenti.

Infatti, il governo si sta muovendo su un progetto di cancellazione della libertà, che mira a rendere impraticabile il diritto di manifestazione e quello di sciopero, a ridurre ai minimi termini l’azione sindacale, a fare dei sindacati Cisl e Uil i complici dell’abolizione della libera contrattazione sindacale per sostituirla con imposizioni governative e padronali, sulla falsariga di quanto avveniva nel periodo mussoliniano. Per avere mano libera, il governo intende anche cambiare la Costituzione, cancellandone la matrice antifascista.

Ebbene, in questa situazione di grave minaccia per la libertà e la democrazia (basta pensare al cosiddetto "Pacchetto Sicurezza", concepito in primo luogo contro i migranti, senza risparmiare neppure gli italiani), invece di rafforzare l’azione antifascista e antirazzista, invece di costruire iniziative unitarie contro il governo e la sua politica di devastazione della democrazia e di feroce attacco economico-sociale contro i lavoratori, c’è chi preferisce tacere e mettere sullo stesso piano la violenza fascista e la risposta di chi si oppone al fascismo.

C’è chi preferisce predicare che la violenza va respinta da qualunque parte provenga, ma si guarda bene dal mobilitarsi e dal mobilitare contro la violenza fascista, l’abuso di potere poliziesco, l’azione arbitraria della Magistratura, le iniziative del Governo contro migranti, diritto di sciopero, diritti individuali e sociali.

La Toscana è tutt’altro che un’isola felice e negli ultimi anni centinaia sono le aggressioni fasciste, l’ultima delle quali il pestaggio, a Prato, di un migrante inseguito e picchiato solo perché vendeva rose nei ristoranti del centro storico Eppure, tacere e rimanere immobili significa favorire i fascisti e le loro pratiche quotidiane, permettere via libera all’azione governativa, condannare all’isolamento gli antifascisti. Noi non ci stiamo!

Comitati antifascisti e antirazzisti toscani

da lagramignapisana | 27 Ottobre, 2009

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Eletto dal popolo chi? di Bruno Tinti

Il Mattino dell’11 ottobre riporta alcune dichiarazioni di Berlusconi, esternate a Benevento nel corso di una delle sue “Feste della libertà”. Qui il presidente del Consiglio ha detto: “Non credo che si possa consentire di rivolgere infamie, improperi, insulti e volgarità ad un premier eletto direttamente dal popolo, bisogna cambiare questa situazione».

Questa storia del premier eletto direttamente dal popolo Berlusconi e i suoi clientes la ripetono ossessivamente ovunque si trovino ad esternare; e dunque in molti luoghi (specie in TV) e molte volte. Così, come oramai avviene in Italia da molto tempo, i cittadini si sono convinti che sia vera, che il “premier” è “eletto dal popolo”. Trattasi di una palla.

Cominciamo dalla legge elettorale, la n. 27 del 21/12/2005, (se la sono scritta loro, dovrebbero conoscerla) che, all’art. 5, dice: “…I partiti o i gruppi politici organizzati tra loro collegati in coalizione che si candidano a governare depositano un unico programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come unico capo della coalizione.”

Sicché non è il presidente del Consiglio dei Ministri che è eletto direttamente dal popolo ma, a tutto concedere, il Capo della coalizione o del partito. Ma anche quest’affermazione è tutta da rivedere, considerato che ben potrebbe accadere che l’elettore voti un partito o una coalizione solo perché si riconosce nel loro programma; o perché comunque esprime un voto “contro” (è la strategia ben collaudata di Berlusconi): “non voglio assolutamente che i “comunisti” vadano al potere e quindi voto per la destra, anche se, a ben vedere non mi piacciono poi tanto neppure loro …”. Insomma nessuno può escludere che gli elettori della coalizione Forza Italia, An e Lega l’abbiano votata a dispetto del plurinquisito Berlusconi (per non ricordare che uno dei suoi lati, diciamo così, problematici), turandosi il naso pur di attuare il programma in cui credevano. Per esempio il federalismo per la Lega o una destra legalitaria e conservatrice per An.

Capo della coalizione, dunque, e non “premier”. Carica, quest’ultima, che neppure esiste nel nostro ordinamento costituzionale che prevede solo un presidente del Consiglio dei Ministri. E infatti, secondo l’art. 95 della Costituzione, “il Presidente del Consiglio dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promovendo e coordinando l’attività dei ministri”. Insomma una gestione collegiale coordinata, non monocratica ed autoritaria. Sicché, quando Berlusconi si investe della qualifica di premier, si arroga poteri che la Costituzione non gli riconosce e si inventa una carica istituzionale che non esiste.

Ma torniamo all’elezione diretta del popolo. Si è già visto che anche questa è una fantasia. Ma è anche una fantasia incostituzionale. Dice l’art. 92 della Costituzione: “Il governo della Repubblica è composto del presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Il presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.”

Dunque è il presidente della Repubblica che ha nominato Berlusconi, non il popolo. E nulla gli avrebbe impedito, se avesse ritenuto che il “Capo della coalizione” indicato dalla maggioranza non presentava quei requisiti di onestà, correttezza, serietà, competenza indispensabili per la carica di presidente del Consiglio dei Ministri, di nominare altro esponente della maggioranza, nel tentativo di ricondurre a ragione la coalizione affinché non fosse portata a tale carica una persona indegna.

E se il tentativo non fosse riuscito e gli fosse stata riproposta la stessa indegna persona, non sarebbe stato il popolo a riproporla ma la fazione da questa persona egemonizzata. Il punto è che Berlusconi non capisce proprio che il sistema costituzionale italiano si fonda sull’equilibrio di poteri. Che non vi è una legittimazione popolare, a seguito della quale l’eletto dal popolo può esercitare un potere assoluto privo di ogni controllo; che, al contrario, il popolo esprime la maggioranza politica che governerà e l’opposizione che ne controllerà l’operato; che il presidente della Repubblica identifica la persona che, autorevolmente (e quindi degnamente) dirigerà il Consiglio dei ministri; che ognuno di questi conserva la sua specifica competenza e responsabilità; che l’azione di governo si esplica secondo le leggi emanate dal Parlamento e sotto il controllo della Corte Costituzionale.

Tutto questo, ai miei tempi, lo sapevano gli studenti delle medie che avevano nel loro programma “Educazione civica”; oggi comunque lo sa qualsiasi studente del primo anno di giurisprudenza. E quello che alla fine è davvero preoccupante non è che Berlusconi invece ne sia del tutto inconsapevole. E’ che egli sembra davvero credere che l’investitura popolare (se ci fosse) renderebbe lecito che il governo di un grande Paese possa essere legittimamente affidato a persona più volte sottoposta a processo penale per falso in bilancio, frode fiscale, corruzione di giudici e testimoni, ritenuto colpevole ma non condannato per prescrizione (e per via di leggi fatte apposta da lui stesso per raggiungere questo risultato).

Quello che è davvero preoccupante è che egli sembra credere che l’investitura popolare autorizzi ogni delitto; il che in effetti è avvenuto, anche recentemente, nelle sanguinose dittature europee del secolo scorso; e che credevamo non sarebbe avvenuto mai più.

da Il Fatto Quotidiano n°24 del 20 ottobre 2009

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Fascista!

Nel ’68, anno della rivolta studentesca, e ’69 quando scoppiò l’ autunno caldo degli operai, e per tutti gli anni ‘70 l’insulto politico peggiore era “fascista!”. Volava anche nelle discussioni tra compagni “sei un fascista di merda!”, quando i discorsi di qualcuno non trovavano riscontro nel suo comportamento.
Ora a distanza di quarant’anni , con tutto quel che è successo nel frattempo in Italia e nel mondo, l’insulto infamante è diventato “comunista!”, per merito del nostro presidente del Consiglio. Come se essere comunisti fosse una colpa, un peccato originale, una macchia indelebile sulla coscienza. L’epiteto torna utile contro chiunque si opponga ai suoi disegni: presidente della Repubblica, Corte costituzionale, magistratura, stampa indipendente ed avversari politici. Tutti comunisti da abbattere! Ciò che Berlusconi sa bene, ma non dice, è che i comunisti furono i più fieri oppositori del regime fascista di Mussolini, che diedero un grande contributo di vite umane alla Resistenza ed alla lotta partigiana, da cui sono nate la Repubblica e la Costituzione. Ecco perché usa il termine “comunista” come un insulto: perché il suo è già un regime fascista mediatico, che ha bisogno di distruggere i suoi oppositori con le armi del dileggio, della denigrazione e della calunnia. Del pestaggio mediatico insomma. Ed allora forse è il momento di chiamare le persone con il loro nome: Berlusconi è un fascista, come Fede, come Feltri, come Belpietro, come MInzolini, come Annalisa Spinoso, autrice del servizio giornalistico di Mattino 5 sul giudice Mesiano, come Claudio Brachino, conduttore della suddetta trasmissione, ed Alfonso Signorini, ispiratore di simili manovre.

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Suicidi e contratti di Pietro Ancona

Suicidi in Francia e Contratti in Italia.
Ieri la giornata è stata scandita da due brutte notizie : il venticinquesimo suicidio di un dipendente della Telecom francese e la firma separata del contratto dei metalmeccanici italiani con l’umiliante esclusione della Fiom rappresentante della stragrande maggioranza dei lavoratori.
Sostanzialmente le due notizie sono due facce di una stessa realtà: la perdita di valore e di identità sociale che il lavoro conferisce alla attività umana, la scomparsa della lotta di classe che, con il conflitto sociale, era l’unica in grado di dare prospettiva e significato al lavoro.
Nella Telecom francese si è messo in moto un meccanismo azionato da "tagliatori di teste" (non solo in senso figurato come voleva essere la macabra locuzione) che ha fatto sentire del tutto superflua la vita a venticinque persone; per il contratto dei metalmeccanici si è messo in moto il meccanismo vincente della linea Sacconi, che persegue da anni l’isolamento e la sconfitta della CGIL e, per essa, del suo Sindacato simbolicamente ed umanamente più rappresentativo: la Fiom!.
In questo caso si è avvalsa della "distanza" della CGIL dalla Fiom per colpire ancora più forte. Il contratto firmato concede qualche monetina di rame ai lavoratori e soltanto alla fine del triennio. Subito non dà niente.
Viene stipulato con un anticipo notevole sulla sua scadenza essendo stato firmato il venti gennaio del 2008 e non si era mai dato il caso di un rinnovo ad un anno e mezzo di vigenza! L’anticipo è stato fortemente voluto dal Governo dalla CIsl e dalla UIL per adeguarlo alle norme dell’accordo separato sul contratto nazionale a cominciare dall’avvio della triennalizzazione.
In sostanza di tratta di una riforma profonda, di un riposizionamento del contratto nazionale nella nuova strategia voluta dal padronato e dai sindacati ascari, che punta ad una forte riduzione dei diritti dei lavoratori mentre si allargano e si incrementano gli interessi comuni delle associazioni stipulanti già presenti con il Fondo Cometa. E’ stato istituito un fondo per il sostegno del reddito. Vedremo di che si tratta.
La linea di tendenza è sempre di più verso un contratto tra associazioni e sempre meno di un contratto per i lavoratori.
La Fiom è stata sconfitta ed umiliata e non è casuale il fatto che i suoi dirigenti parlino di ricorso alla autorità giudiziaria per fare valere le ragioni, che dovrebbero essere chiare a tutti dalla Federmeccanica al governo. Quando un gruppo dirigente ricorre alla magistratura piuttosto che alla lotta è perchè ritiene di non avere più alcuna possibilità di capovolgere o almeno cambiare parzialmente la situazione.
Questo gruppo dirigente farebbe bene a dimettersi. Tanto, dopo questa sconfitta sarà cacciato via dalla destra sindacale! Il padronato ha colpito giusto ed i suoi numerosi sensori lo hanno avvertito della realtà della situazione.
Una situazione nella quale la CGIL non andrà molto oltre una mera quasi notarile critica con rammarico, il PD (che è il partito al quale sono iscritti la stragrande maggioranza dei dirigenti della CGIL) non dirà una parola e magari continuerà a sostenere la necessità della unità della CGIL con Cisl ed UIL naturalmente alle condizioni che queste dettano.
E’ chiaro che la FIOM non può continuare ad essere sè stessa dentro la CGIL dal momento che questa ha subito trasformazioni profonde, che dal punto di vista ideologico e sociale ne fanno un’ organizzazione postclassista, concertazionista, pragmatico-liberista.
La CGIL al suo Congresso insisterà per l’unità con CISL ed UIL e per un certo periodo di tempo non sarà nè carne nè pesce (come il PD) continuerà a saltare come un orso ammaestrato allo schiocco della frusta di un Bonanni.
Si chiude un lungo capitolo della storia sociale italiana. La FIOM dovrebbe dar vita ad un Congresso straordinario per decidere se continuare a suicidarsi dentro la CGIL o a uscirne per unirsi alla immensa massa dei lavoratori, che danno vita al sindacalismo di base.
Ormai è chiaro che la CGIL accetta gli obiettivi fondamentali del padronato e del governo dalla scuola alla sanità alle fabbriche, che disconoscono all’homo faber i diritti. Ma forse è troppo tardi per questo ed il Congresso della FIOM sarà gestito da quanti ne negano l’essenza antagonista e classista. Insomma, la natura di sindacato!

http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/ www.spazioamico.it
(venerdì 16 Ottobre 2009)

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Adesso basta!!!

La situazione politica italiana ci pare preoccupante.  Emergono e prendono corpo fenomeni negativi, tutti con una valenza, attualmente o potenzialmente, antidemocratica.
Il catalogo è eterogeneo, ma univoco nel segnare un indirizzo lesivo di diritti civili e di garanzie democratiche, tanto da profilare chiaramente una situazione di emergenza per la democrazia.
Leggi apertamente xenofobe, discriminatorie e razziste. Aggressioni allo stato di diritto, alla divisione dei poteri e all’indipendenza della magistratura. Discredito sulle istituzioni rappresentative e di garanzia. Deformazione della prassi legislativa con il ricorso ordinario alla decretazione di urgenza e alla insistita reiterazione dei voti di fiducia . Frequenti attacchi alla Costituzione giudicata obsoleta, prodotto di un’epoca tramontata, inidonea a costituire un valido patto sociale, bisognosa di cambiamenti radicali da perseguirsi unilateralmente. Manomissione e tentata cancellazione delle garanzie della contrattazione sindacale. Esorbitante controllo sui mezzi di informazione e di formazione della pubblica opinione. Pesanti limitazioni della libertà e del diritto all’informazione. Sospensione della funzione giurisdizionale mediante una legislazione di immunità ad personam. Misconoscimento dei diritti soggettivi costituzionalmente garantiti attraverso la loro subordinazione a principi ideologici confessionali. Iniziative legislative volte a equiparare le parti antagonistiche nella lotta di liberazione nazionale, a svalutare la Resistenza come fondamento del patto costituzionale.
ll tutto cementato dalla cialtronesca cultura berlusconiana dell’apparenza, della superficialità, della furbizia e della gigioneria. La cultura della solidarietà sociale, del valore dello studio e della cultura e della scienza, del rispetto del lavoro, viene irrisa. Occorre aggiungere altri aspetti più generali e, per questo, forse ancor più preoccupanti:  la trasformazione della politica in spettacolarizzazione sempre più escludente una partecipazione attiva dei cittadini, e al contempo la sua sempre più accentuata personalizzazione leaderistica che ha assunto toni spesso parossistici.
Per questo vogliamo ricordare, a noi prima di tutti, quanto preziosa e insostituibile sia la partecipazione e la mobilitazione politica a sostegno dei valori democratici. Vogliamo ricordare come la mobilitazione e partecipazione popolari, del movimento degli studenti, del movimento operaio e delle organizzazioni dei lavoratori, del movimento delle donne e dei giovani, degli intellettuali democratici abbia in passato  costituito un argine e garantito la tenuta democratica contro  le tentazioni e i tentativi antidemocratici che hanno insanguinato il paese per un non breve periodo. Stragismo di Stato e complotti fascisti hanno trovato allora una barriera invalicabile innanzitutto nella mobilitazione e nelle lotte di massa di studenti, operai , intellettuali, giovani e donne.
Nelle settimane successive a piazza Fontana, in un clima cupo e pieno di paura, con le forze della sinistra paralizzate e timorose, fu la mobilitazione popolare orgogliosa e coraggiosa lo strumento decisivo della tenuta democratica.
Per questo ci  rivolgiamo a chi, come noi, ha partecipato e contribuito a quelle lotte , a quelle mobilitazioni, a quel pervadente impegno politico, per chiedere di sostenere questo appello, per riutilizzare forze ed energie che tuttora esistono, ma che spesso sono parcellizzate e isolate, per sollecitare un nuovo improrogabile impegno democratico.
E lo chiediamo a tutti, a chiunque si sia riconosciuto allora in quell’impegno, al di là delle specifiche e particolari appartenenze e collocazioni di un tempo, convinti delle insidiose tendenze che affiorano e che spesso non trovano un ‘adeguata risposta per le difficoltà (e talvolta le inadeguatezze)  delle forze di sinistra.
Pensiamo abbia un senso partire da chi, pur variamente, ha condiviso quelle esperienze  per potere poi  collegarci e collaborare fattivamente con tutte quelle realtà, che fortunatamente già esistono, di diversa provenienza e formazione impegnate sullo stesso fronte di difesa della democrazia e della Costituzione.
Facciamo del 12 dicembre 2009, a 40 anni dalla strage, un grande giorno di mobilitazione per la difesa della democrazia e della Costituzione.

Luca Cafiero, docente universitario
Giulio Leghissa, medico
Beppe Liverani, editore
Carlo Monguzzi, consigliere regionale Lombardia
Basilio Rizzo, consigliere comunale Milano
Alfonso Rombolà, libero professionista
Gino Strada, chirurgo di Emergency
Dario Fo, attore
Franca Rame, attrice
Franco Calamida giornalista
Paolo Gentiloni, parlamentare   
Alfonso Gianni,  parlamentare
Emilio Molinari, presidente sezione italiana contratto mondiale sull’acqua
Guido Pollice presidente di vas verde ambiente e soc. e della green cross italia
Vittorio Agnoletto, medico
Milly Moratti, consigliere comunale Milano

Se vuoi aderire a questo appello invia una mail (con Cognome e Nome, Professione, indirizzo mail) a giulio.leghissa@lepabri.it

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La Classe Operaia alla fame

ROMA – Tre milioni di persone sono sotto la soglia di povertà alimentare in Italia. Secondo una ricerca presentata oggi dal Banco Alimentare e dalla Fondazione per la Sussidiarietà una famiglia di due persone viene considerata ‘alimentarmente’ povera se ha una spesa media mensile in cibi e bevande inferiore a 222,29 euro: una condizione nella quale si trovano 1.050.000 famiglie.

C’è di più: la stragrande maggioranza dei poveri (oltre l’80%) è composta da operai, per lo più disoccupati. La differenza tra famiglie povere e benestanti è in media di 370 euro: le prime spendono per mangiare 155 euro al mese, contro i 525 delle seconde. Le differenze si notano soprattutto per le bevande, gli oli e gli altri grassi, il pesce, i gelati e i dolciumi. "I nostri dati – spiega uno dei due curatori dell’indagine, Giancarlo Rovati, docente di Sociologia all’università Cattolica di Milano – dimostrano che la povertà alimentare in Italia non è un’invenzione dei media, è anzi un fenomeno imponente, un’amara realtà della quale fanno esperienza migliaia di famiglie. Due milioni e 300 mila persone nel nostro Paese ricevono una qualche forma di aiuto alimentare soprattutto da parte di enti privati, ma questo non risolve il problema. Dovrebbe essere piuttosto un punto di partenza per coordinare le politiche pubbliche con quelle private e delle industrie alimentari, che potrebbero distribuire in misura maggiore e più coordinata le eccedenze".

 La disoccupazione prima causa di povertà. La maggiore causa di povertà, e quindi anche di povertà alimentare, come emerge dalla ricerca – condotta su un campione dal milione e mezzo di assistiti dalla Fondazione Banco Alimentare – è la disoccupazione, che incide per il 59%. Ma si diventa poveri anche per problemi di salute/disabilità (30%), morte di un familiare o separazione dal coniuge (15%). Le famiglie più povere sono infatti quelle ‘monogenitore’ (20,8%). Meno istruiti, più poveri. Anche il livello d’istruzione fa la sua parte: il 33,8% degli italiani che fa parte del campione ha la licenza media inferiore, il 23,9% la licenza elementare, solo l’1,4% la laurea. Che però salva meno gli stranieri dalla povertà: infatti è laureato il 6,7% degli stranieri poveri.

I poveri sono operai… L’81,6%o degli assistiti dal Banco Alimentare è costituito da operai; solo il 6,9% da impiegati, l’8% da lavoratori autonomi, il 3,4% da altre tipologie. "Si tratta soprattutto di occupati in modo stabile o occasionale, con bassa retribuzione, i cosiddetti working poor", spiega Rovati. Solo il 31,7% ha una casa in proprietà, e il 57,4% vive in affitto. Ma c’è anche un 7,9% che vive nei dormitori e un 3% che dorme dove capita. I sogni? Andare dal dentista! Le famiglie con la spesa ridotta all’osso per il cibo hanno difficoltà soprattutto a pagare le bollette (25,7%), e le spese condominiali (20,8%). E hanno dei sogni nel cassetto che alle famiglie abbienti potrebbero apparire modesti: il 40,6%, se avesse 1000 euro al mese in più rispetto alle normali entrate, li impiegherebbe per l’acquisto "di alimentari di qualità", e una percentuale equivalente "per cure mediche-dentistiche". Soltanto un modesto 19,8% li spenderebbe per un viaggio, un 6,9% per cure termali e un 4% in beni di lusso (orologio, gioielli, arredamento). "Vorrei un abito nuovo". C’è poi un 58,4% che ha scelto la voce ‘altro’: "All’interno di questa categoria – dice Rovati – ci sono soprattutto il pagamento dei debiti contratti per un matrimonio o per dei funerali, ma anche risposte tipo ‘per comprare più libri a mia figlia’. E qualcuno vorrebbe dei vestiti ‘nuovi’, visto che di solito li ha di seconda mano, per via delle donazioni. Infatti non è difficile trovare qualcosa per vestirsi, anche per i più poveri. Il problema, soprattutto per chi ha dei figli che vanno a scuola, è l’esigenza di renderli presentabili senza perdere completamente la faccia con vicini o conoscenti. I minori che vivono in famiglie povere subiscono più di un’umiliazione, oltre a quella materiale anche quella simbolica: non riuscire ad essere simile agli altri". In casa non mancano frigo e cellulare. Quando si guarda però ai beni durevoli posseduti dalle famiglie povere, il frigorifero (90,1%) è quasi raggiunto dal telefono cellulare (83,2%), mentre scarseggiano elettrodomestici quasi ‘voluttuari’ come lo stereo (33,7%), il videoregistratore (20,8%), la macchina per caffé espresso (11,9%) e la tv digitale o il decoder della tv digitale (7,9%). "Certo anche le famiglie più povere non mancano di beni tecnologici. Molti, risulta dai nostri colloqui, si sono indebitati, oppure li hanno presi al discount o li hanno avuto in dono dalla parrocchia o dal centro di assistenza", dice il professor Rovati. Mai ristorante, dolci e pizza. Cosa mangiano e cosa non mangiano le famiglie povere in Italia? I grandi assenti dalla loro tavola sono dolci e pizza, anche perché non si va a mangiare fuori. Le famiglie "alimentarmente povere" spendono in media 6,53 euro al mese per pasti fuori casa, contro gli 80 delle famiglie "non alimentarmente povere" (rielaborazione dei ricercatori da dati Istat, ndr). Decisive le differenze nella spesa per gelati e dolciumi (11,93 euro contro 44,89), carni e salumi (35 contro 100 euro), frutta (14,44 contro 41,44), pesce (10,26 contro 39,76). Ma anche sul pane e i cereali le famiglie benestanti spendono oltre il doppio di quelle povere (62,86 contro 28,85).

(La Repubblica 8 ottobre 2009)

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