Senza lavoro: si era dato fuoco. Morto l’operaio di Bergamo

BERGAMO – È morto questa mattina, l’operaio che ieri si era dato fuoco per aver perso il  lavoro, due mesi fa. Subito dopo essere stato soccorso dai passanti che avevano spento le fiamme, S.M., 36 anni, di Bergamo, era stato portato agli Ospedali Riuniti di Bergamo, quindi trasferito nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Verona Borgo Trento, dove si trova un centro specializzato nella cura delle ustioni. Le bruciature però sono risultate troppo gravi, e l’uomo è deceduto.

La tragedia è avvenuta ieri mattina in una piazzola lungo la provinciale tra Brembate e Marne. L’uomo si è fermato con l’auto, è sceso, si è cosparso di benzina e poi ha appiccato le fiamme. Due artigiani di passaggio che hanno assistito alla scena sono intervenuti, cercando di spegnere le fiamme con giacche. Poi è arrivata una donna che ha spento il fuoco con l’estintore che aveva in auto. Un quarto automobilista ha praticato il massaggio cardiaco al ferito fino all’arrivo del 118.

L’operaio aveva lavorato fino allo scorso novembre in una ditta di Zingonia, che dopo due mesi di cassa integrazione era stata chiusa. Lasciandolo senza lavoro, e con un carico di disperazione che non è riuscito più a sopportare.

da La Repubblica (31 gennaio 2010)

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Le colpe rovesciate di Enrico Pugliese

Mi capita di ascoltare le dichiarazioni del presidente del consiglio «meno immigrati meno criminalità» mentre sono in viaggio per un convegno dal titolo «Quando toccava a noi: a proposito dei fatti di Rosarno». Occasione: la presentazione di un libro, «Morte agli italiani!», sul massacro di Aigues-Mortes. Nel corso del dibattito mi risultano sempre più chiare ed evidenti le analogie tra quello che è successo a Rosarno e quello che è successo a Aigues-Mortes, in Provenza, un centinaio di anni addietro quando dieci italiani (settanta o ottanta nella vulgata storica) vennero uccisi in un pogrom.
Ci sono anche differenze. Ad Aigues-Mortes c’è stato un vero e proprio massacro che per fortuna a Rosarno non è accaduto.

Ma se guardiamo le parti in causa e il ruolo giocato da gruppi sociali e istituzioni, le analogie sono incredibili. A Aigues-Mortes come a Rosarno le condizioni in cui vivono gli immigrati sono di assoluta miseria e invivibilità. In ambedue i casi il livello di sfruttamento dei migranti è enorme e, non a caso, in ambedue i casi ci sono i caporali. Un’altra cosa che colpisce sono i commenti delle rappresentanze istituzionali, anche qui con analogie e differenze.
Di queste la più rilevante è che noi abbiamo un governo di destra mentre il governo repubblicano francese del 1893 è progressista. Ma a fare la parte di Berlusconi ci pensa l’equivalente della nostra Lega, che non a caso si chiama Ligue des Patriotes. Inoltre gli italiani vengono rappresentati dalla stampa e dall’opinione pubblica come sono rappresentati ora gli immigrati di Rosarno. Vengono considerati degli attaccabrighe, persone che tolgono il pane di bocca ai lavoratori francesi. Così come Berlusconi oggi invita a considerare gli immigrati dei criminali potenziali o effettivi seguendo la strategia di Maroni: rovesciare causa ed effetto e imputare agli immigrati la responsabilità della condizioni in cui si trovano e di cui sono vittime.
Un altro aspetto che colpisce nella storia di Aigues Mortes è l’andamento del processo: gli italiani massacrati diventano gli imputati, tant’è che i giornali parleranno del processo come dell’ “affaire Giordano”, dal nome di un italiano che partecipò ai primi scontri. Non solo la stampa ma anche l’autorità giudiziaria dimenticano completamente il ruolo dei sobillatori che determinarono il massacro. Ma le analogie sono anche nei piccoli particolari. A Rosarno, dove ha brillato per la sua assenza anche la sinistra, abbiamo ora una presenza coraggiosa rappresentata dal parroco, che riesce a mettersi contro i manifestanti anti-immigrati. Ad Aigues-Mortes un secolo prima si era verificata la stessa cosa.
Morale della favola: capita ai nostri immigrati quello che è capitato a noi cento anni prima. La lezione che si può ricavare è che l’aver sofferto ieri come emigranti non ci aiuta ad avere solidarietà per gli immigrati di oggi. Questo è possibile solo nella misura in cui i fenomeni vengono riletti, elaborati e riproposti in una interpretazione progressista dalle istituzioni. I governanti dovrebbero lanciare messaggi sdrammatizzanti e di solidarietà. L’opposto di quello che ha fatto Berlusconi ieri.

da Il Manifesto del 29/01/10

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Rubare ai genitori per dare ai figli

L’ineffabile ministro Brunetta ne ha sparata un’altra, delle sue cazzate!
Dopo la proposta di modificare l’articolo uno della Costituzione, quello che afferma "L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro…" ora pensa di tirar fuori di casa i ragazzi, " i bamboccioni " come li chiamano questi maestri di vita da Padoa Schioppa in poi, dando loro 500 Euro al mese.
E dove pensa di reperire le risorse per questa straordinaria alzata di ingegno, dalla lotta serrata agli evasori fiscali, tassando le rendite al livello europeo del 20%, tagliando i costi della politica a cominciare dal mantenimento di palazzo Chigi, che pesa sull’erario per cinque milioni di Euro all’anno?
Non ci pensa nemmeno! Intende prendere i soldi dalle pensioni di anzianità, dalle pensioni da fame che questo Stato eroga ai cittadini dopo 35/40 anni di lavoro.
In tal modo vuole mettere i genitori contro i figli, facendo credere che lui è un illuminato riformista di stirpe craxiana (sic!), mentre padri e madri sono  avari egoisti che vogliono tenere tutti per sé i pochi quattrini ciascuno, che lo Stato dispensa sotto forma di pensioni.
I giovani non hanno bisogno dell’ elemosina del ministro Brunetta, soprattutto sapendo che i fondi necessari li sfila dalle tasche dei genitori, hanno bisogno di lavorare con contratti a tempo indeterminato e con una giusta retribuzione, di lavorare nel rispetto delle norme di sicurezza, per poter tornare a casa la sera.

Ministro Brunetta le faccio una proposta: perché Lei e tutti i suoi colleghi di governo non accettate di passare ad un contratto co.co.pro a 5 Euro l’ora, rinunciando agli stipendi attuali, Vi daremmo anche 500 Euro al mese per l’affitto?!?

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Comunista a chi?

«“Socializzeremo tutto, eccetto i barbieri”» disse Paolo Ferrero, esausto, posando l’AK 47 su un tavolo del Viminale. «E’ una frase bellissima. Lenin?» chiese Oliviero Diliberto, mentre cercava di togliere la polvere dalla divisa grigioverde. Alle sue spalle Marco Rizzo, suo eterno contestatore, stava posando con precauzione il bazooka. «Ma che stronzata. Lenin non si è mai occupato di barbieri. Sarà un altro teorico.»
«Infatti» sorrise Ferrero. «Si tratta di Mario Tanassi, segretario del Partito Socialdemocratico prima di Mani Pulite.» «Perché i barbieri no?» chiese Diliberto. «Tanassi rettificò durante una Tribuna Politica. Anche i barbieri erano da socializzare.» Il dialogo si svolgeva mentre nelle strade si combatteva ancora. Le milizie del CPO Gramigna avevano ormai preso Montecitorio. Quelle del Crash di Bologna occupavano tutta l’area da Ponte Milvio a Piazza del Popolo. Il Vittoria di Milano presidiava la Stazione Termini. Il colpo di Stato era fallito, si combatteva in ogni città italiana. A tutti era chiaro che a Roma si svolgeva la battaglia decisiva, specie dopo la fuga del papa ad Avignone. Dai cortili giungeva il fragore delle fucilazioni. «Questo deve essere Gasparri, oppure La Russa» osservò Ferrero, trasognato. «No, è D’Alema» disse secco Ferrando, che entrava in quel momento. «Come ultimo desiderio ha chiesto di avere l’estremo rapporto carnale con Berlusconi. Non è stato possibile accontentarlo.» Si curvarono tutti sulla carta geografica, come se potesse fornire chissà quali risposte. Ferrero guardò da sopra gli occhiali, che gli erano scesi sulla punta del naso, come sempre. La forma del suo naso era adatta allo scopo. «Adesso si tratta di realizzare il comunismo. Qualche idea?» Ferrando parlò con sicurezza. «A ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue possibilità. E’ facile.» «Facile?» Ferrero rialzò gli occhiali. Era la prima volta in vita sua che lo faceva. «Barbieri a parte, chi potrebbe gestire enormi complessi industriali? Le ferrovie? Le telecomunicazioni? Gli impianti siderurgici?» «Forse dovremmo sentire Toni Negri» propose Sergio Bologna dal fondo della sala. «Lui aveva in merito idee ben precise.» Ferrero annuì. «Ottima proposta. Portatemi qua Negri. O magari Casarini.» Ferrando assunse un’espressione desolata. «Fucilati tutti e due. Pochi minuti fa.» «Ma perché?» «Il Comitato di Salute Pubblica li ha definiti deviazionisti. Sostenevano l’assimilazione degli ex ceti medi al proletariato.» Senza dare nell’occhio, Sergio Bologna infilò la porta. Ferrero sospirò e scartò la mappa. «Basta. Dobbiamo fare il comunismo. Siamo nella fare transitoria definita “dittatura del proletariato”. Non c’è che lo Stato che possa gestire strutture produttive di grande ampiezza. E’ il socialismo. A ciascuno secondo il suo lavoro, da ciascuno secondo le sue capacità.» Guardò Ferrando. «Dico bene?» «In teoria sì» rispose il leader trotzkista «però sarebbe capitalismo di Stato. Nulla a che vedere con il comunismo.» «D’accordo, però a chi faremmo gestire i grandi impianti?» «Si può pensare a soviet di lavoratori che eleggano i loro manager.» «Per un periodo transitorio.» «Certo, transitorio.» Si fece avanti Marco Rizzo. «Se permettete. Andrebbe individuato un capitalista che guidi mezzi di informazione, attività finanziarie, banche e sistemi di comunicazione, gruppi assicurativi. Il soviet voterebbe per lui come primo manager, a larga maggioranza. Lo fecero anche in Russia, durante la NEP.» Ferrero scosse il capo. «Non esiste un tipo così.« «Sì che esiste» disse Ferrando. «Silvio Berlusconi.» «Non lo hai già fucilato?» «No. E’ lì in cortile che aspetta il plotone d’esecuzione.» «Portalo qui subito!» Poco dopo Berlusconi faceva il suo ingresso, scortato da due guardie dell’Officina 99 di Napoli. Diliberto gli lanciò un’occhiata carica di disprezzo. L’ex presidente del Consiglio appariva invecchiato e affaticato, tuttavia non mancava di vivacità. «Eccolo qua, il fascista.» «Mai stato fascista, non credete alle calunnie dei giornali.» Berlusconi frugò sotto la giacca tutta spiegazzata. «Posso anzi mostrarvi la tessera del partito bielorusso Comunisti per la Democrazia, firmata dal compagno Lukashenko in persona.» «Non ci basta» replicò Diliberto, a muso duro. «Non siate ingrati. Quando tutti sostenevano che i comunisti non esistevano più, ero l’unico a dire che c’eravate ancora.» L’osservazione colpì positivamente tutti i presenti. Ferrero finì con l’annuire. «C’è un fondo di verità. Ma non è sufficiente a salvarle la vita.» Berlusconi non si lasciò smontare. «Cosa diceva il compagno Lenin? Che il comunismo sono i soviet più l’elettrificazione. Voi mettete i soviet, io l’elettrificazione. Credetemi, sarò un presidente proletario.» Ferrando, che sembrava il più perplesso, parve convincersi. Si accarezzò la barba che non pettinava da trent’anni. «Be’, si può provare» mormorò. «Sì, sono d’accordo» disse Rizzo. Ferrero guardò Diliberto, che gli fece un cenno di consenso. «E sia.» Chiamò un miliziano del CPO Gramigna. «Metti quest’uomo in libertà. Fallo scendere in cortile.» «Subito.» Il miliziano accompagnò Berlusconi alla finestra e lo gettò di sotto. Si udirono un urlo e un tonfo. «Ma che ti prende?» urlarono tutti. Il miliziano tolse la pistola dalla fondina e la brandì. «Compagni, la dittatura del proletariato è finita. Inizia la fase successiva. Quella dell’estinzione dello Stato.»

da il manifesto del 17 dicembre 2009

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