Vale ancora la pena di fare figli?

Posto di seguito un articolo tratto dal Corriere della Sera.

Da questo e altri segnali ho l’impressione che ormai sia iniziato il conto alla rovescia verso il collasso di un sistema che non regge più. Delle due l’una: o un rapido declino della nostra storia occidentale e italiana verso uno stile di vita da sopravvissuti subalterni come gli armeni in Turchia nel corso del ‘900 quando furono depredati e spogliati di tutto; oppure la rivolta contro un sistema i cui leader ho la sensazione abbiano già abbandonato la nave dopo aver arraffato l’arraffabile. La notizia che segue può essere letta anche come una notizia di costume ma ovviamente abbiamo a che fare con qualcosa di inquietante e incombente simile al senso di oppressione che si prova davanti a una minaccia sconosciuta.

Si sono laureati in quattro. I gemelli d’Italia hanno trent’anni: cinque su sei sono precari.

I Giannini, dallo spot del detersivo alla crisi economica. Giorgio, revisore dei conti, è l’unico con il posto fisso BIBBIENA (Arezzo) – Trent’anni dopo. «Che bel gioco del destino. La nascita dei gemellini di Benevento mi fa rivivere quella mia straordinaria maternità», dice mamma Rosanna. Già, perché proprio oggi i suoi sei figli, i gemelli Giannini, due femmine e quattro maschi, compiono trent’anni. Nacquero, dalle 4.17 alle 4.22 dell’11 gennaio del 1980, all’ospedale di Careggi a Firenze, e su di loro si abbatté un’onda mediatica straordinaria: tv, giornali, riviste, persino spot pubblicitari di un detersivo che li resero ancora più famosi. Divennero i «Gemellini tricolori» e gli italiani si identificarono con quella famiglia toscana della vallata del Cansentino, tra Arezzo e la Romagna, semplice e schietta, col babbo Franco impiegato, la mamma Rosanna maestra e con Linda, Roberto, Francesco, Fabrizio, Letizia e Giorgio, i gemellini da coccolare e far crescere sani e forti. «Anche oggi i miei figli sembrano un po’ l’emblema di questa Italia – dice la signora Rosanna -. Non solo perché sono bravi ragazzi che abbiamo fatto studiare (quattro laureati e due diplomati) con tanta fatica, ma perché cinque di loro ancora non hanno un lavoro fisso o rischiano di perderlo. Insomma vivono nella precarietà assoluta».

Linda e Letizia, laureate in Lettere e Filosofia, sono precarie della scuola. Fabrizio, laurea al Dams, è precario part time in un centro commerciale. Roberto, diplomato, è precario in una fabbrica tessile, Francesco è un impiegato in cassa integrazione. Solo Giorgio, laureato in Economia aziendale, ha un posto fisso in una società di revisione dei conti a Firenze. «È stata dura tirare su queste creature e continua ad esserlo – racconta Rosanna -. Perché sa, uno si affanna tutta la vita per cercare di dare una posizione a questi figlioli. Li vede crescere, li segue, si sacrifica e poi si commuove pure quando si diplomano e si laureano. E poi, a trent’anni suonati quando solitamente si ha casa, famiglia un lavoro solido e magari pure qualche figlio, te le ritrovi sempre con un futuro pieno di incertezze. E tutto questo nonostante siano stati ragazzi in gamba, che a me a mio marito hanno dato tante soddisfazione, ma perché così oggi gira il mondo». Mamma Rosanna, 58 anni e babbo Franco, 63, ricordano divertiti quando i loro amici gli dicevano che sarebbero diventati nonni di un esercito di nipoti. «Metterete su tre squadre di calcio ci dicevano e noi sorridevamo e pregavamo il Signore che i ragazzi crescessero in fretta nel modo migliore. Ai nipoti non avevamo tempo di pensarci, c’erano loro a prenderci tutto il tempo libero dopo il lavoro.

Ma lo sa quanti nipoti abbiamo oggi? Uno solo, Tommaso, 8 mesi figlio di Letizia, insegnante precaria, che convive da qualche anno con un bravo ragazzo. Loro hanno avuto tanto coraggio, ma quando manca il lavoro e se ne va all’improvviso non fare figli è complicato. Noi non siamo pessimisti. Ogni giorno diciamo che forse domani questo precariato finirà. Ogni giorno, da tanti anni ormai». Nella casa di Soci, una frazione di Bibbiena, vivono ancora oggi in otto. Con babbo emamma ci sono nonna Vera, 84 anni compiuti ieri, Linda, Letizia, Francesco, Roberto e Fabrizio. I precari appunto. Oggi, nel giorno del compleanno, non festeggeranno. Lo faranno quando tutti saranno sistemati. «Nessuno di noi è un bamboccione – dice Linda -. Quando c’è un incarico cerchiamo di renderci indipendenti e non pesare sulla famiglia. Babbo e mamma e i nonni sono stati fantastici, ci hanno coccolato e tirato su con amore e sacrifici. Eppure mia sorella Letizia, l’unica ad avere un bambino, non riesce ancora a farsi un casa con il marito e il piccolo. Sta un po’ con noi e un po’ con i suoceri. Abbiamo studiato una vita, sette anni tra laurea e specializzazione, mai un anno fuori corso. Oggi siamo tutti dottori in precariato». I primi anni dei gemellini sono un romanzo pedagogico. «Quando se ne addormentava uno se ne svegliava un altro – racconta Rosanna -: Linda guariva dall’influenza, Roberto si ammalava. E poi c’erano il morbillo, la scarlattina, la quarta malattia». Quando germi e virus davano un po’ di tregua ecco le birbanterie. Nulla di grave, per carità.

Ma provate a immaginare sei bambini alla scoperta del mondo. La prima birichinata a un anno. Babbo e mamma avevano appena ristrutturato la camera grande e prima di mettere i sei lettini avevano isolato le pareti con polistirolo per rendere la stanza più calda. «Misi a letto i piccoli dopo la pappa – racconta mamma Rosanna -. Quando poco dopo entrai in camera, li trovai tutti svegli. Con le manine avevano staccato il polistirolo e stavano muovendosi dentro uno sciame bianco. Mi misi le mani dei capelli. E mi rimboccai le maniche. Come sempre». Rosanna e Franco hanno ancora voglia di combattere. Non salgono in cattedra. Però qualche consiglio ai genitori di Benevento lo danno volentieri. «Cercate aiuto dai parenti, dagli amici e magari anche dai servizi sociali. Ci saranno tempi duri, a volte avrete la sensazione di essere sopraffatti dalla fatica a dalla depressione, dovrete rinunciare a molto. Però, allevare questi figli, vivere in una famiglia così numerosa, è un’esperienza unica. Anche oggi, con l’amarezza di un lavoro che non c’è o si rischia di perdere. La famiglia è anche un rifugio dell’anima. Ti rigenera sempre».

Marco Gasperetti
Corriere della Sera, 11 gennaio 2010

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Barabba risponde a Napolitano di Nicoletta Dellerma

La Presidente di Liberate Barabba risponde al discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con un pamphlet che denuncia la condizione della meglio gioventù del nostro paese.

Sono Nicoletta, vivo e frequento l’università a Milano, ho 28 anni, una laurea magistrale e sto per concludere un dottorato di ricerca durato tre anni. Sono stati nove anni in totale di studio e lavoro massacrante, borse di studio, lavori sempre diversi (ne ho contati 16 sono passata dalla barista, alla cameriera, al call centre e molto altro) non avendo voluto/potuto godere dell’appoggio economico della mia famiglia. Ora che per me sarebbe il momento di raccogliere i frutti di tanti sacrifici, mi vedo solo sbattere porte in faccia dai vari parrucconi che occupano i posti di “potere” nella nostra società. Dall’università ho ricevuto ridicole e inaccettabili proposte che, a livello economico eguagliano, forse, una paghetta.

L’amarezza che provo nel guardarmi indietro, non sta nel tanto tempo e nei sacrifici che ho dovuto affrontare per arrivare a questo punto, ma nel dover prendere atto che forse sono stata io a sbagliare tutto. Forse avrei dovuto semplicemente continuare, dopo il liceo, il lavoro di mio padre, nel suo negozio, senza avere il desiderio di farmi una cultura e di arrivare con le mie sole forze ad un risultato. La cultura in questo paese non ha valore, per accorgersene basta vedere come vengono trattati e considerati gli intellettuali, i giornalisti, gli insegnati. E’ evidente che in questo paese contano solo gli intrallazzi (mi riferisco per esempio alla vicenda del pluribocciato supremoAsino figlio di Bossi) e che la meritocrazia è una favola per bambini.
Caro presidente Napolitano i giovani sono scoraggiati, ci sono stati sottratti i sogni, le speranze, in una parola il futuro. Ero molto motivata fino a poco tempo fa, ma quando ho iniziato a capire davvero come funzionano le cose in Italia, ho perso ogni speranza, la mia formazione (specie quella del dottorato di ricerca) pagata con i soldi dei contribuenti andrà sprecata, nel calderone, insieme ai celebri sprechi italiani. Le parole “talenti” e “merito” in questo periodo storico sono vuote, non significano nulla.
Caro presidente Napolitano, un ultimo esempio: considerare una produzione di grande valore culturale il cinepanettone di Natale, la dice lunga sullo stato della “cultura” nel nostro paese; stato, che io definirei “teminale”.
A questo punto direi che sarebbe ora di pensare ad una legge sul fine vita anche per la povera Cultura.
Un saluto.

da Liberatebarabba (5 gennaio 2009)

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Grazie Brunetta, grazie!

Grazie ministro, con le Sue dichiarazioni di inizio anno gli italiani hanno finalmente capito di essere stati presi per il culo per oltre sessant’anni: la Repubblica nata dalla Resistenza non è fondata sul lavoro, come recita l’articolo uno della Costituzione, ma sulla disoccupazione, sulla precarietà del lavoro, sulle pensioni da fame e sul malaffare, sulla connivenza cioè della politica ai più alti vertici dello Stato con mafia, ‘ndragheta e camorra. Grazie per averci ricordato che è necessario cambiarla, di averci fatto realizzare che questa è l’ Italia oggi e prendere atto a sessantacinque anni dalla fine della guerra di Liberazione, di dover ” ritornare in montagna”!

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Auguri

"Buon anno ai disoccupati, ai padri di famiglia senza lavoro, ai precari lasciati a casa a decine di migliaia, ai detenuti uccisi in carcere senza giustizia, ai lavoratori che passeranno le feste sui tetti per difendere il loro posto di lavoro, agli studenti senza un futuro, ai ricercatori senza fondi, ai malati senza assistenza e ai loro familiari che si sostituiscono giorno e notte allo Stato, ai giudici che fanno ancora i giudici, ai giornalisti che fanno ancora i giornalisti, agli insegnanti che fanno ancora gli insegnanti, a coloro che pagano tutte le tasse anche per chi non le ha mai pagate e viene condonato da Tremorti con un miserabile 5%, agli emigrati che vengono derisi a causa del loro Paese, e a quelli il cui conto corrente è stato svuotato dallo Stato attraverso i conti dormienti, agli emigrati che si fanno passare per greci, francesi, spagnoli per la vergogna, agli italiani che tengono ancora in vita il Paese con la loro testardaggine: operai, impiegati, imprenditori, a chi ha perso il TFR e a chi perderà parte della pensione dall’anno nuovo, alle mamme delle città più inquinate del mondo e ai loro bambini con la tosse cronica, a chi viaggia per lavoro e non sa mai quando e se arriverà, ai morti di Viareggio, dell’Aquila, di Messina: tutti uccisi dall’incuria delle istituzioni e nessuno mai pagherà per loro, ai blogger che hanno prodotto un’informazione mai vista in Italia attraverso la Rete, ai familiari delle vittime di mafia sbeffeggiati da politici cialtroni, a chi ha perso la propria casa perché non è riuscito a pagare la rata del mutuo, alle forze dell’Ordine svilite da ministri che non le rappresentano, a chi ha tenuto la schiena dritta. Buon Natale e buon anno ad Antonio Di Pietro, lasciato solo come un bersaglio da un’opposizione che si è venduta da almeno vent’anni, a Nichi Vendola, brutalmente defenestrato dal PD in Puglia, a Travaglio definito "terrorista mediatico" da un vecchio piduista, alla Gabanelli che ci precipita ogni domenica nello sconforto di vivere in un Paese dominato da ladri e farabutti, ai preti che fanno sentire ancora, alta e forte, la voce di Cristo: Ciotti, Gallo, Farinella, Zanotelli, a chi si è messo l’elmetto ed è uscito fuori, armato solo della sua indignazione, a far sentire la sua voce, a quelli che cambiano in silenzio il Paese, a chi si incazza ogni volta che vede un sopruso e non china la testa, reagisce senza pensare alle conseguenze, a quelli che pretendono la verità sulla strage di Capaci, a Greenpeace e a tutti i movimenti che si oppongono alla follia del nucleare, a tutte le organizzazioni di volontariato che sono la vera struttura portante del Paese: senza di loro si fermerebbe in pochi giorni. Ho forse dimenticato qualcuno e me ne scuso in anticipo."

Liberamente tratto dal blog di Beppe Grillo

da www.Peppinoimpastato.com
( 31 dicembre 2009 )

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