Il ruolo delle banche è mutato, di Sergio Rossi

Durante i “trenta gloriosi” anni seguenti la Seconda guerra mondiale, le banche hanno svolto un ruolo cruciale per lo sviluppo economico del sistema capitalista, incentrato a quell’epoca sulla relazione virtuosa tra il settore bancario e le imprese che producono beni e servizi non-finanziari: le linee di credito concesse dalle banche a tali imprese – i cui obiettivi erano definiti con riferimento al medio-lungo periodo – permisero la produzione di valore aggiunto attraverso la remunerazione dei lavoratori delle imprese, i quali potevano disporre della loro capacità di acquisto sui mercati dei prodotti al fine di avere un tenore di vita dignitoso senza dover ricorrere all’indebitamento personale.

La finanziarizzazione[1] delle economie capitaliste, iniziata negli anni Ottanta del secolo scorso, ha trasformato i nostri sistemi economici radicalmente, marginalizzando poco alla volta il ruolo delle banche commerciali, inducendo queste ultime a diventare delle società finanziarie attive su scala globale e operanti a 360 gradi sui mercati finanziari (una sorta di “supermercati finanziari” alla ricerca del massimo profitto nel minor tempo possibile). La crescente quota dei profitti nella distribuzione del reddito che avviene sul mercato dei prodotti ha ridotto la necessità per le imprese di far capo al credito bancario per il finanziamento della loro produzione. La riduzione della quota dei salari reali nella distribuzione del reddito nazionale ha da parte sua diminuito la capacità di acquisto delle famiglie di lavoratori, a tal punto da aver introdotto nelle statistiche a livello nazionale la categoria dei cosiddetti “working poor”, vale a dire i lavoratori il cui salario o stipendio non basta per assicurare loro un livello di vita minimo esistenziale, costringendoli dunque a ricorrere all’indebitamento personale e magari pure all’assistenza sociale.

In questo regime economico, le imprese non hanno alcun interesse a investire per aumentare la loro capacità di produzione in quanto i consumatori hanno una minore capacità di acquisto, data la maggiore quota dei profitti nella ripartizione del reddito nazionale. Queste imprese sono quindi indotte a spendere i loro profitti a oltranza sui mercati finanziari, i quali permettono alle banche, fra molti altri attori finanziari, di riciclare tale enorme liquidità concedendo lucrativi prestiti al consumo alle famiglie di lavoratori il cui salario o stipendio non basta per mantenere un certo tenore di vita.

Alla relazione che associava il credito dei lavoratori al debito delle aziende nell’epoca precedente la “finanziarizzazione” dei sistemi economici capitalistici è andata sostituendosi la relazione opposta, caratterizzata dall’aumento dell’indebitamento personale, da un lato, e dall’altro lato dalla crescita dei profitti aziendali non reinvestiti nella produzione ma spesi per aumentare le rendite sui mercati finanziari. Le politiche di riduzione del debito pubblico e di pareggio del bilancio statale hanno poi aggravato questa situazione, già destabilizzante per natura, in quanto hanno ridotto da un lato la capacità di contrarre debiti da parte del settore pubblico e, dall’altro lato, hanno diminuito l’offerta di titoli finanziari dello Stato, contraddistinti da un rapporto rischio–rendimento interessante per gran parte dei risparmiatori individuali.

Come fece notare William Vickrey, “premio Nobel” per l’economia nel 1996, “il deficit pubblico non è un peccato ma una necessità economica”[2] al fine di ridurre l’instabilità intrinseca nel funzionamento dei sistemi economici capitalistici dominati dalla finanza speculativa.

da www-economiaepolitica.it   (12 febbraio 2010 )

L’autore è professore ordinario di macroeconomia ed economia monetaria nell’Università di Friburgo (Svizzera).
[1] La finanziarizzazione di un sistema economico consiste nel dare la precedenza ai mercati finanziari, ai motivi di carattere finanziario, agli agenti finanziari e alle istituzioni finanziarie – sul piano sia nazionale sia transnazionale – rispetto alla cosiddetta economia “reale”, il cui funzionamento è pertanto subordinato (a prescindere dalla congiuntura) alla finanza speculativa.
[2] William Spencer Vickrey, “We need a bigger deficit”, in M. Forstater e P.R. Tcherneva (a cura di), Full Employment and Price Stability: the Macroeconomic Vision of William S. Vickrey, Cheltenham e Northampton, Edward Elgar, 2004, p. 134.

224 Visite totali, 1 visite odierne

Il Paese dei furbi, di Moni Ovadja

La litania più vile che da anni viene ammannita ai cittadini rispettosi delle leggi è questa: «non ci sono soldi!». Questo ignobile ritornello viene ripetuto come un disco rotto per giustificare i tagli fatti contro la scuola pubblica, il welfare, la ricerca, la cultura e via dicendo. Questo slogan è la foglia di fico di politici che mentono vergognosamente da anni. I soldi ci sono, solo che qualcuno se li intasca per i propri privilegi. Le risultanze dei dati sulla struttura della contribuzione fiscale per l’anno 2008 mostra che solo una parte dei cittadini, in particolare i dipendenti, sostengono finanziariamente lo Stato.

Molti altri si trattengono i soldi delle tasse, legittimando de facto il diritto alla disuguaglianza di fronte alla legge. L’ideologia che sorregge questa pratica illegale si fonda sullo stereotipo dello Stato sbirro che taglieggia il cittadino, per cui chi fotte lo Stato è uno che si difende, un furbo. Grazie all’accoglimento politico di questa sottocultura si è radicato il patto scellerato fra politica ed evasori che le forze moderate, ma non solo, hanno legittimato per renderere l’evasione fiscale un reato veniale, proficuo e praticamente senza effetti collaterali. La ricaduta più schifosa di questo démi-penser è l’occultamento della semplice e “scandalosa” verità: «chi non paga le tasse ruba dalle tasche di chi le paga». La mancata riduzione delle aliquote fiscali è bloccata dallo sconcio livello dell’evasione e provoca il pagamento di un vero pizzo da parte di chi si attiene alla legge. In questo senso l’evasore totale, quello sistematico, il grande elusore e i loro complici nelle istituzioni sono colpevoli di furto e di estorsione ai danni dei cittadini e della cosa pubblica. Aggiungete al conto il costo della corruzione e potete valutare il danno che la società subisce dalla consorteria dei malfattori eternamente impuniti.

da L’Unità del 19/02/10

255 Visite totali, 1 visite odierne

Bertolaso e quello “scemo” di Giuliani

Il 12 marzo 2009, meno di un mese prima del terremoto, Guido Bertolaso viene chiamato da Fabrizio Curcio, un suo collaboratore.

Bertolaso: "Sì Fabrizio…".

Curcio: "Volevo solo avvertirla che mi ha chiamato Altero Leone e io ho già parlato anche con Luca perché in Abruzzo, a L’Aquila in particolare, c’è di nuovo quello scemo che ha iniziato a dire che stanotte ci sarà il terremoto devastante".

Bertolaso: "Eh?".

Curcio: "Allora, noi stiamo cercando, con Mauro, di fare un comunicato all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, mi pare che siano loro a definire questa cosa, perché Altero mi ha detto che a L’Aquila si è sviluppata un’ansia bestiale… C’è, insomma, parecchio movimento… Telegiornali e quant’altro".

Bertolaso: "Ma chi è questo? Chi è non so… Chi è questo?".

Curcio: "E’ Giuliani, che ogni tanto se ne esce con queste dichiarazioni. Evidentemente trova terreno abbastanza fertile in ambito media, poi là la voce corre e la gente si mette in ansia. Insomma, quindi, non è la prima volta che succede…".

Bertolaso: "Ma come… Non è la prima volta che succede… Ma che stai dicendo? Succede una cosa del genere… Uno, lo denuncio per procurato allarme e viene… viene massacrato… Che è, che è?".

Curcio: "Altero dice che non è la prima volta…"

Bertolaso: "Pure quello è un coglione. Va bé, lo sappiamo che è un coglione… Quindi fai fare all’Istituto di vulcanologia un comunicato che quello lì domani verrà denunciato per procurato allarme e saranno denunciati con lui gli organi di stampa che riportano queste notizie che sono notoriamente false. Ok?"

Curcio: "Ok, buona sera, grazie.".

E’ così che la task-force Bertolaso – Boschi – De Bernardinis – Barberi, in collaborazione con il sindaco di Sulmona, architetta il procurato allarme, da cui Giuliani viene completamente prosciolto il 23 dicembre 2009. Non solo, addirittura il Gip di Sulmona, Massimo Di Cesare, rileva nello stesso fascicolo la generale attendibilità che la comunità scientifica conferisce alla correlazione tra l’emissione di gas radon e l’eventualità che si verifichino forti terremoti. Per Giuliani, è davvero una bella notizia. Per gli aquilani, una ben magra consolazione.
Bertolaso tappa la bocca a Giuliani con una denuncia per procurato allarme. Non contento, coinvolge L’INGV e il presidente della Commissione Grandi Rischi, Franco Barberi, e fa rilasciare a tutti dichiarazioni autoritarie che mettono fuori dai giochi Giuliani definitivamente.
Il 31 marzo 2009, la Commissione Grandi Rischi – composta, oltre che dal vulcanologo Barberi, anche da Guido Bertolaso (capo Protezione Civile), Bernardo De Bernardinis (vicecapo Protezione Civile), Enzo Boschi (Presidente Ingv), Massimo Cialente (sindaco di L’Aquila) – si riunisce a L’Aquila, e sulla scorta di queste pressioni annuncerà che i terremoti non si possono prevedere, e quindi, in un comunicato successivo, che non c’è nessun pericolo.

Ecco uno stralcio della conversazione tra Barberi e Bertolaso, il 31 marzo subito dopo la riunione della Commissione.

Bertolaso: "Ciao Franco, dimmi tutto!".

Barberi: "Stiamo rientrando con Chiccho da L’Aquila."

Bertolaso: "Sì…"

Barberi: "Mi sembra che quello che dovevamo fare l’abbiamo fatto, compreso quello di dare qualche parola chiara sull’impossibilità di previsione… Quindi sul fatto che questi messaggi che arrivano sono totalmente privi di credibilità e poi anche una valutazione della situazione che, per quello che si può…, mi pare tutto bene.".

Nello stesso giorno, oserei dire nello stesso momento, Giampaolo Giuliani viene intervistato da una troupe Rai del TG1. Non vuole e non può rilasciare dichiarazioni, perché ha ricevuto una denuncia per procurato allarme. Così l’operatore abbassa la videocamera e cattura l’audio piazzando strategicamente il microfono senza farsi notare. Alla troupe Rai, Giuliani dice che si aspetta altri forti terremoti, che esiste un pericolo concreto e, a telecamere spente, racconta a due operatori RAI distinti che si aspetta un forte evento nel giro di una settimana. Entrambi, a distanza di mesi l’uno dall’altro, lo testimonieranno personalmente.
Sulla strada del ritorno, tra L’Aquila e Roma, la troupe riceve non una, ma due telefonate, da due alti profili istituzionali legati alla Commissione Grandi Rischi che si era riunita quello stesso giorno. Con tutta probabilità Bertolaso e Boschi – la troupe conosce benissimo i nomi – informati dal sindaco Cialente – presente all’intervista, nel laboratorio sotto alla scuola De Amicis – dell’intervista in viaggio per l’edizione del TG1 delle 20. Le telefonate diffidano la troupe dal mandare in onda quanto dichiarato da Giuliani.
 
Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. Il coperchio mancante è la rete. Byoblu.Com entra in possesso dei filmati originali RAI e della testimonianza di un’operatore, e pubblica una videoinchiesta che finisce agli atti del Procuratore Capo della Procura dell’Aquila Alfredo Rossini: 7 giorni, la videocassetta che uccide.

Meno di una settimana dopo, il 6 aprile 2009 alle 3:38, otto minuti dopo quelle tre e mezza maledette, Fabrizio Curcio chiama Bertolaso.

Curcio: "Parlano di un 5.9 a L’Aquila".

Bertolaso: "Sì, va bene".

Curcio: "Non sappiamo la profondità…".

Bertolaso: "Comunque subito tutti in sala operativa".

Quello scemo di Giuliani, aveva ragione…

da byoblu.com  16 febbraio 2010

250 Visite totali, 1 visite odierne

Il punto di non ritorno

Nel 2008 gli Stati salvarono le banche dal fallimento, quelle stesse banche che avevano causato la crisi. Da allora è iniziato un domino mondiale. Dalla crisi finanziaria durata qualche mese, il tempo necessario per iniettare liquidità nelle banche, si è passati alla crisi economica con effetti a catena. Chiusura delle aziende, licenziamenti di massa, calo dei consumi, crollo del valore del mercato immobiliare, diminuzione del gettito fiscale. Per evitare il collasso gli Stati hanno usato il debito pubblico. Hanno indebitato i cittadini in modo inconsapevole (il debito pubblico nell’immaginario è sempre di qualcun altro), prima per tenere in vita le banche, poi per le spese correnti. L’innalzamento del debito ha avuto come effetto l’aumento degli interessi che gli Stati devono pagare a chi ha comprato le nuove emissioni di titoli. Gli interessi sono un cappio al collo dello sviluppo del Paese. Più interessi dal debito, meno capacità di politica economica. Più cresce il debito, più i tagli allo Stato sociale sono l’unica soluzione possibile.
Se uno Stato, prima della crisi, aveva un alto debito pubblico, ha dovuto indebitarsi oltre il punto di non ritorno. La domanda che tutti si pongono è: "Quando si raggiunge il punto di non ritorno?". E’ semplice, quando nessuno compra più i titoli di Stato. In mancanza di compratori lo Stato deve dichiarare bancarotta, va in default, non paga gli stipendi ai dipendenti pubblici e le pensioni. Un’altra domanda che ci si deve porre è: "Quali Stati hanno più probabilità di fallire?". Anche in questo caso la risposta è semplice, quelli che oltre a un grande debito pubblico pre crisi e a un suo forte incremento post crisi hanno diminuito la loro capacità produttiva. Producono di meno (il cosiddetto PIL) e, allo stesso tempo, aumentano il loro debito. Nell’UE gli Stati con queste caratteristiche sono almeno tre: Grecia, Italia e Spagna.
Grecia e Italia sono accomunate dalla stessa strategia, vendere il loro debito agli Stati extra UE, in quanto la UE non riesce a soddisfare l’offerta continua di Tremorti e di George Papandreou. Tremorti ha venduto il nostro debito in Cina lo scorso mese, curiosamente, dato che il debito è nostro, non sappiamo il valore della vendita. La Cina con il debito ha comprato una parte della nostra sovranità nazionale, forse Termini Imerese o scivoli privilegiati per il commercio estero. Anche la grande Cina ha però i suoi limiti e, dopo aver digerito Tremorti, non ha acquistato i 25 miliardi di euro di titoli greci proposti la scorsa settimana dalla Goldman Sachs.
A Davos stanno discutendo dell’economia mondiale le stesse persone che hanno provocato la più grande bolla degli ultimi 150 anni. Circola una domanda: "Fallirà prima l’Italia o la Grecia?". Gli investitori internazionali hanno già dato una risposta tecnica. I titoli di Stato dei Paesi a rischio sono coperti da un’assicurazione sul loro fallimento detta CDS, Credit Default Swap. L’Italia è prima assoluta (fonte: The Economist 11/2009), con molte lunghezze sul secondo in classifica. La Grecia è solo quinta. Alla catastrofe con ottimismo.

da www.beppegrillo.it  (31 gennaio 2010)

266 Visite totali, 1 visite odierne

Appello: acqua pubblica. Tre referendum e tutti a Roma!

Se il governo di Silvio Berlusconi pensava, con l’approvazione dell’articolo 15 del decreto Ronchi, di chiudere i giochi sulla privatizzazione dell’acqua, consegnando questo bene comune agli appetiti dei mercati e delle grandi multinazionali, si è sbagliato di grosso. L’approvazione di quella legge, avvenuta fra l’indignazione generale, ha costituito un gravissimo attacco alle mobilitazioni e alle proposte messe in campo dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua che, accanto alle resistenze in tutti i territori del Paese, ha consegnato da due anni una legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua, corredata da oltre quattrocentomila firme.
Se la nostra legge giace colpevolmente nei cassetti delle commissioni parlamentari, le lotte per la ripubblicizzazione dell’acqua si sono ulteriormente estese in tutti i territori: sono ormai oltre cento i comuni che hanno approvato delibere di modifica degli Statuti comunali, dichiarando l’acqua «bene comune e diritto umano universale» ed il servizio idrico come «privo di rilevanza economica», e sottraendosi in questo modo alla incostituzionale normativa nazionale.
Comuni che hanno nel frattempo costituito il Coordinamento nazionale degli enti locali per l’acqua pubblica e che, il prossimo 6 marzo, terranno a Roma la loro prima assemblea nazionale.Molto altro è in cantiere per determinare la riappropriazione sociale di un bene comune da sottrarre al mercato.
Sabato 20 marzo una grande manifestazione nazionale attraverserà le strade e le piazze di Roma per ribadire il «no» alla privatizzazione dell’acqua, per riaffermare che l’acqua è un bene comune e un diritto umano universale e per chiedere l’immediata approvazione della nostra legge d’iniziativa popolare, che chiede la ripubblicizzazione dell’acqua e la sua gestione partecipativa.
Abbiamo sempre considerato l’acqua come un paradigma di molti beni comuni naturali e sociali da sottrarre ai privati e i grandi capitali finanziari. In questi anni e in moltissimi territori sono nate decine di altre resistenze in difesa dei beni comuni. Significative mobilitazioni popolari, capaci di proposte alternative nel segno della democrazia condivisa, stanno tenacemente contrastando la politica delle «grandi opere» devastatrici dei territori, una gestione dei rifiuti legata al business dell’incenerimento, un modello energetico dissipatorio e autoritario, basato su impianti nocivi ed ora anche sul nucleare.
Vogliamo costruire assieme a tutte queste realtà la manifestazione nazionale di sabato 20 marzo e abbiamo già inviato loro uno specifico appello in questo senso. Pensiamo che la manifestazione, oltre ad essere un importante ed unificante momento di lotta, possa mettere al centro con intelligenza e determinazione la questione della democrazia partecipativa, ovvero l’inalienabile diritto di tutte/i a decidere e a partecipare alla gestione dell’acqua e dei beni comuni, del territorio e dell’energia, della salute e del benessere sociale.
Sullo stop alle politiche di privatizzazione e sulla necessità di una forte, radicata e diffusa campagna nazionale, un vastissimo fronte in queste settimane si è aggregato al Forum italiano dei movimenti per l’acqua: dalle associazioni dei consumatori alle associazioni ambientaliste, dal mondo cattolico e religioso al popolo viola, dai movimenti sociali al mondo sindacale, alle forze politiche.
Tutte e tutti insieme abbiamo deciso di lanciare – a partire dal prossimo mese di aprile – una grande campagna di raccolta firme per la promozione di tre referendum abrogativi. Tre sì per la ripubblicizzazione dell’acqua, tre sì per dire basta ai profitti su un bene essenziale. Uno strumento per dire una volta per tutte: «Adesso basta. Sull’acqua decidiamo noi!». Perché si scrive acqua ma si legge democrazia.

Forum italiano movimenti per l’acqua
www.acquabenecomune.org

da Il Manifesto 02.02.2010 

151 Visite totali, 1 visite odierne

In risposta al ministro Scajola di Alfiero Grandi

Il Ministro Scaiola sul nucleare fa affermazioni gravi e sbagliate.

Scaiola confessa che dal 2012 l’Italia pagherà l’infrazione agli impegni con l’Europa (il 20- 20- 20) pur sapendo che il nucleare entrerebbe in funzione solo nel 2020 e dà per scontato che i cittadini italiani pagheranno dal 2012 nelle bollette 3 milioni al giorno, invece puntando subito sulle energie rinnovabili e sul risparmio l’Italia potrebbe rientrare negli obiettivi europei.
Scaiola dice che lo Stato sborserà solo pochi milioni di euro per l’Agenzia per la sicurezza, è la conferma che l’Agenzia prevista dal Governo non garantisce i cittadini e l’ambiente. In Francia l’Agenzia ha un budget di centinaia di milioni di euro e centinaia di tecnici.
Inoltre l’a.d. di Enel non solo vuole togliere i poteri sulle centrali alle Regioni (Scaiola è d’accordo) ma chiede garanzie tariffarie per garantire gli investitori e quindi se non pagherà lo Stato pagheranno i cittadini con le bollette.
Il nucleare non costa meno: per costruire una centrale occorrono circa 7 miliardi di euro (il Canada ha rinunciato), il prezzo dell’uranio è in crescita e importeremo tutto: tecnologie e uranio. Nei costi vengono ignorati smantellamento delle centrali e scorie, che rimarrano per secoli alle nuove generazioni.
L’eolico invece ha costi inferiori (dati Governo USA) ma è fonte rinnovabile e pulita.
CGIL-Lega Ambiente hanno presentato un piano per le energie rinnovabili, confermato da Il sole 24 ore, che creerebbe 100.000 posti di lavoro qualificati, così si potrebbero rispettare gli obiettivi europei del 20-20-20 su tutta l’energia, mentre il Governo con il nucleare arriva al 5 %.
Negli USA dall’incidente di Tree miles Island (30 anni) non si costruiscono nuove centrali nucleari perchè non convenienti e non sicure.
Solo Scaiola può dire che le scorie prodotte nelle nuove centrali saranno poche, per di più quelle degli impianti chiusi sono ancora lì e lo smantellamento non è mai iniziato.
La faciloneria del Ministro conferma che il Governo vuole le centrali e nasconde la pericolosità di impianti come quelli che si vorrebbero insediare in Italia. Le Agenzie francese, inglese e finlandese chiedono per sicurezza perfino una riprogettazione informatica delle centrali EPR.
Il Governo vuole imporre comunque le centrali, anche contro le Regioni, finge di non conoscere le localizzazioni e ha previsto procedure di vera e propria militarizzazione dei siti prescelti.
Occorre un NO netto al nucleare nella campagna elettorale, sostenendo i ricorsi delle Regioni contro la legge 99/2009 e con l’impegno a promuovere un referendum abrogativo (5 Regioni possono farlo) se il Governo insisterà sulla scelta.

L’Italia non ha le risorse per fare tutto, il nucleare è alternativo allo sviluppo delle energie da fonti rinnovabili.

Da L’Unità del 1° febbraio 2010

259 Visite totali, 1 visite odierne