Il Paese dei furbi, di Moni Ovadja

La litania più vile che da anni viene ammannita ai cittadini rispettosi delle leggi è questa: «non ci sono soldi!». Questo ignobile ritornello viene ripetuto come un disco rotto per giustificare i tagli fatti contro la scuola pubblica, il welfare, la ricerca, la cultura e via dicendo. Questo slogan è la foglia di fico di politici che mentono vergognosamente da anni. I soldi ci sono, solo che qualcuno se li intasca per i propri privilegi. Le risultanze dei dati sulla struttura della contribuzione fiscale per l’anno 2008 mostra che solo una parte dei cittadini, in particolare i dipendenti, sostengono finanziariamente lo Stato.

Molti altri si trattengono i soldi delle tasse, legittimando de facto il diritto alla disuguaglianza di fronte alla legge. L’ideologia che sorregge questa pratica illegale si fonda sullo stereotipo dello Stato sbirro che taglieggia il cittadino, per cui chi fotte lo Stato è uno che si difende, un furbo. Grazie all’accoglimento politico di questa sottocultura si è radicato il patto scellerato fra politica ed evasori che le forze moderate, ma non solo, hanno legittimato per renderere l’evasione fiscale un reato veniale, proficuo e praticamente senza effetti collaterali. La ricaduta più schifosa di questo démi-penser è l’occultamento della semplice e “scandalosa” verità: «chi non paga le tasse ruba dalle tasche di chi le paga». La mancata riduzione delle aliquote fiscali è bloccata dallo sconcio livello dell’evasione e provoca il pagamento di un vero pizzo da parte di chi si attiene alla legge. In questo senso l’evasore totale, quello sistematico, il grande elusore e i loro complici nelle istituzioni sono colpevoli di furto e di estorsione ai danni dei cittadini e della cosa pubblica. Aggiungete al conto il costo della corruzione e potete valutare il danno che la società subisce dalla consorteria dei malfattori eternamente impuniti.

da L’Unità del 19/02/10

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