C’è un’Italia che lotta per i sogni dei suoi Partigiani

Così recita lo slogan sulla locandina inviataci dai compagni dell’ AnpiBarona in occasione della manifestazione nazionale per il 25 Aprile in piazza Duomo a Milano.
Noi c’eravamo in piazza Duomo l’altro ieri, anche quando è arrivato l’ autocarro del  centro sociale Cantiere, che puntava verso il palco, su cui un ineffabile Podestà, presidente della provincia di Milano sproloquiava paragonando i partigiani di allora ai militari italiani in missione all’ estero di oggi, come se gli ideali e le motivazioni che spingevano alla lotta di Liberazione i primi fossero simili a quelle dei secondi. Non che la piazza fosse muta ad ascoltare le puttanate di Podestà: un coro di buffone, buffone… e la canzone “Bella ciao” intonata da più parti ha sovrastato il suo comizio, tant’ é che solo a tratti si poteva sentire quello che diceva. Finché l’intervento è terminato con il sollievo di tutti.
Ora ci preme schierarci dalla parte dei ragazzi del centro sociale contro l’ ipocrisia degli esponenti del PDL, Moratti e Podestà, che in piazza del Duomo si riempiono la bocca  con retorici e falsi discorsi sulla Resistenza, mentre d’altra parte autorizzano e foraggiano manifestazioni dell’ estrema destra a Milano per i prossimi giorni.
Il comportamento dei giovani del Cantiere è stato stigmatizzato anche dall’ autorevole presidente dell’ Anpi Lombardia, il quale forse dimentica, che l’età media dei partigiani era di ventidue anni e che i giovani di oggi vivono una tristissima condizione di lavoro e di vita paragonabile forse a quella dei primi del Novecento: nessun avvenire, lavoro precario, sfruttamento, paghe da fame e morte sul lavoro.
Non erano questi i sogni per cui sono morti i partigiani!

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La carica dei Partigiani juniores: ANPI tanti iscritti sotto i 30 anni di Maria Cristina Carrat

ROMA – Più che mai rinvigorita. L’Anpi, l’associazione dei partigiani, fa un bilancio alla vigilia del 25 aprile, dal quale risulta che ha raggiunto 110 mila iscritti, nel 2009. Un boom mai visto. Ma soprattutto, dovuto alle nuove leve di "ragazzi partigiani", giovani e perfino giovanissimi che di guerra e Resistenza hanno solo sentito parlare, ma convinti di poter contribuire lo stesso alla causa per cui i partigiani doc lottarono e morirono: la democrazia e la libertà.

[…]

I partigiani snocciolano i numeri: a controbilanciare il 10% di iscritti, ovviamente in calo, di partigiani storici e di ‘patriotì delle Sap e delle Gap (le Squadre e i Gruppi di Azione Patriottica), uomini e donne che hanno doppiato da un pezzo gli 80 anni, c’è ormai un altro 10% di ‘juniores’ fra i 18 e i 30 anni, mentre il grosso degli iscritti (60-65%) appartiene alla fascia, ampiamente "postbellica", di 35-65enni. Una vera rivoluzione, anagrafica e culturale, resa possibile dal nuovo statuto che dal 2006 ha aperto le porte dell’Anpi a chiunque dichiari e sottoscriva di essere "antifascista". Nel giro di tre anni si è passati così da 83 a 110 mila iscritti, con un più 27 mila che, confrontato con il calo costante degli anni pre-riforma (dai 75 mila iscritti del 2000 se ne stavano perdendo centinaia l’anno), ha riportato l’entusiasmo nei comitati di tutta Italia.

Ma guai a pensare che la modifica dello statuto sia stata un escamotage anti-età: "Noi abbiamo combattuto per valori che tutti gli uomini hanno dentro, e che spetta a tutti difendere, in qualunque epoca" sostiene Silvano Sarti, 84enne protagonista della Resistenza fiorentina e presidente dell’Anpi di Firenze. Dove, nelle due sezioni più grandi della provincia, i giovani di 18-35 anni sono passati in tre anni da zero a 342, i 35-60enni sono più di due terzi degli iscritti, e a capo di un’altra è stato da poco eletto il segretario più giovane d’Italia: "Chi si associa all’Anpi" spiega Sarti "semplicemente ama la Costituzione e vuole difenderla. E chi deve scendere per primo in piazza se non dei giovani con le gambe buone?". E che non si tratti solo di numeri, lo dimostra, spiega il vicepresidente dell’Anpi nazionale Armando Cossutta, quel che avviene nelle sezioni e nei comitati provinciali: "Pieni di gente di ogni classe sociale, di ogni professione, di ogni età, felici di avere uno spazio che i partiti non offrono più: limpido, pulito, senza arrivismi". La "nuova giovinezza" dell’Anpi "sembra figlia anche della crisi della politica". E il sindaco di Firenze Matteo Renzi ha invitato l’intera giunta a iscriversi all’Anpi, con lui in prima fila.

da Repubblica (22 aprile 2010)

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Uno su sei di Leonardo Mazzei

Analisi controcorrente del voto regionale. La balla della vittoria di Berlusconi, il crollo del consenso al sistema politico.

Domenica scorsa solo un elettore su sei (16,99%) ha votato il Pdl, eppure Berlusconi canta vittoria: «Ho vinto, basta perdere tempo» (la Repubblica, 31 marzo).
Soltanto uno su quindici (6,74%) ha votato Lega, eppure Bossi sembra il nuovo padrone d’Italia.
Solamente uno su quattro (25,71%) ha votato le liste dell’alleanza berlusconiana, eppure si dice che la maggioranza di governo è stata premiata dagli elettori.
Il bello è che non solo la stampa avalla questo quadro, ma pure il centrosinistra, inclusi gli eterni sinistrati dell’ex-Arcobaleno (a proposito: vedrete che lo rifaranno).

Dov’è il trucco? Per la verità i trucchi sono due. Il primo consiste nell’ignorare bellamente il dato principale di queste elezioni, e cioè la straordinaria crescita dell’astensionismo. Il secondo nel far dipendere vittoria e sconfitta soltanto dal numero delle regioni conquistate.
Il primo trucco consente di guardare alle sole percentuali, ignorando i numeri reali. Non neghiamo che anche le percentuali abbiano la loro importanza, ma i valori reali, che corrispondono agli uomini ed alle donne in carne ed ossa, dovrebbero avere un’attenzione ben maggiore, tanto più se attraverso il comportamento elettorale si vogliono capire le tendenze effettive della società.
Il secondo trucco nasce dalla mentalità del ceto politico e da quella del giornalisticume che gli è affine. Riflettiamo su un fatto: l’atteggiamento dei media sarebbe stato lo stesso se il 7 a 6 per il centrosinistra fosse diventato 9 a 4 con la riconferma di Piemonte e Lazio? Certo che no. E quanti voti sono mancati affinché si determinasse questo risultato? Ne sono mancati 97mila, pari allo 0,2% del corpo elettorale.
Ovvio che tale minimo scarto sia sufficiente ad assegnare il prossimo governo di queste due regioni, meno ovvio che una simile inezia venga considerata decisiva nel valutare complessivamente il voto, addirittura ridicolo vedere in questo risultato un’avanzata epocale delle forze di destra, che infatti non c’è.

Chi scrive aveva azzardato alcune previsioni. Che il non voto si sarebbe attestato attorno al 40%, che gli ex-Arcobaleno (e marcatamente la Federazione della sinistra) avrebbero perso ulteriormente con l’eccezione della Puglia, che Berlusconi avrebbe subito una chiara sconfitta.
Le prime due previsioni sono state centrate in maniera quasi millimetrica, la terza no. Le forze di governo, a differenza della Francia, hanno tenuto. Ma una tenuta non è un successo, tanto più se il consenso è comunque in calo, anche se non nella maniera che ci aspettavamo.
Notoriamente non abbiamo niente da spartire né con Bersani né con la sua «ditta», ma in questo caso il suo buon senso emiliano è preferibile alle visioni catastrofiche, che ci vengono non a caso proposte da chi nelle scorse settimane aveva riavuto la periodica visione allucinata di un marciante quanto inesistente «popolo di sinistra».
Ma vediamo di capire un po’ meglio, affidandoci unicamente ai numeri. Lasciamo quindi perdere la propaganda, i trucchetti dei media, le fantasmagoriche ipotesi politiche del dopo-voto, generalmente destinate a svaporare nell’arco di qualche settimana.

Gli astensionisti. Un popolo quasi pari alla somma dei due poli

Chi non capisce che l’astensionismo è il principale fenomeno politico-sociale di questa fase può anche disinteressarsene, occupandosi magari di qualche zerovirgola alle elezioni comunali di chissàdove, nonché delle preferenze ottenute da chissàchi. Gli facciamo i migliori auguri, basta che non venga a lamentarsi di come va il mondo. Non siamo tra quelli che pensano che le masse abbiano sempre ragione, ma non vediamo come si possa prescindere dai veri fenomeni di massa, e la crescita dell’astensionismo è innegabilmente un fatto di massa, il vero fatto di massa segnalatoci da queste elezioni.
Passiamo ai dati. Come noto il numero degli astensionisti in senso stretto (le persone che non si sono proprio recate al seggio) è aumentato dell’8% rispetto alle precedenti regionali, arrivando al 36,4 del corpo elettorale. In termini assoluti ciò corrisponde a circa 3 milioni e 300mila persone in più del 2005. Si tratta di un risultato record, ma non è tutto. Se aggiungiamo le schede bianche e quelle nulle, un dato che nessuno riporta, arriviamo ad un astensionismo del 39,1%.
Per la precisione, su 40.834.028 aventi diritto hanno espresso un voto per l’elezione dei «governatori» solo 24.867.989. Sono mancati dunque all’appello 15.966.039 elettori (il 39,1% di cui sopra), che diventano 18.449.120 nel voto di lista (45,2%). Quest’ultimo notevole scarto tra voto per il «governatore» e voto di lista può avere diverse spiegazioni, ma tra queste c’è sicuramente la forte personalizzazione di una politica ormai americanizzata.

Abbiamo già detto che il numero degli astenuti in senso stretto è cresciuto in un colpo solo di oltre 3 milioni di persone. Eppure i guru dei sondaggi prevedevano al massimo un aumento di un milione. E questa possibilità di un milione di astenuti in più veniva giudicata una vera sciagura per il sistema politico. Ora che quella previsione «massima» è stata superata di oltre tre volte si vorrebbe rimuovere la questione. Essa è ormai talmente grande, talmente evidente, che il sistema politico bipolare non può far altro…che ignorarla.
Di fronte a questo esodo gigantesco il ceto politico, salvo qualche banale frasetta di circostanza, è muto. Eppure esso ci parla di un fatto enorme: la democrazia rappresentativa è morta, e perlomeno nella forma che si è storicamente realizzata in occidente non è resuscitabile. Al suo posto c’è un sistema truccato, manipolato, falso, teleguidato dalle oligarchie finanziario-mediatiche. E’ così ovunque, ma il caso italiano ne è un esempio eclatante.
Le masse l’hanno capito, i cervelloni che pensano di poter indirizzare un ceto politico in realtà irriformabile no. Peggio per loro.
Ovviamente anche l’astensionismo non va mitizzato. Ha i suoi limiti, le sue contraddizioni. Andrà dunque discusso ed analizzato con calma. I suoi detrattori, però, non sanno far altro che demonizzarlo, confermando la massima secondo cui «non c’è peggior sordo di chi non vuol capire».

In proposito ci sentiamo di affermare che è in forte crescita un astensionismo consapevole e attivo. Sono sempre di più le persone che si astengono non per qualunquismo, indifferenza o semplice «delusione», come vorrebbero farci credere i ben poco indipendenti istituti di ricerca, ma per scelta consapevole e matura, come unica forma possibile di delegittimazione del sistema politico. Mai come in questa occasione ci è capitato di sentire tantissime persone che argomentavano politicamente la loro astensione. Vorrà pur dire qualcosa.

Un fenomeno largamente imprevisto di questa tornata elettorale è stato il successo dei «grillini». Un successo che ha una spiegazione ben precisa: la collocazione del tutto esterna al bipolarismo, l’essere percepiti come fuori dalla «Casta», un titolo oggi sufficiente a raccogliere consensi significativi, comunque superiori – tanto per fare un esempio – a quelli dei sinistro-federati intruppati nel centrosinistra.
Il successo del «Movimento 5 stelle» è stato particolarmente significativo nella Val di Susa, luogo di uno dei più forti movimenti popolari (quello anti-TAV) degli ultimi anni. A dimostrazione del fatto che, per fortuna, non tutti i movimenti sono sempre riassorbibili nella logica del bipolarismo.
Vedremo come evolverà questa novità politica. Per ora possiamo dire che il successo dei «grillini» ha lo stesso segno della grande avanzata astensionista, che rimane di gran lunga il principale dato politico di queste elezioni, la forma più naturale di quell’Aventino popolare senza il quale non usciremo mai dal pantano della Seconda Repubblica.

Uno su sei, anzi un po’ meno
Rispetto alle europee il Pdl ha perso 2.274.488 voti

Gli stessi che occultano l’astensionismo, celebrano l’inesistente «vittoria» di Berlusconi. Abbiamo detto all’inizio che solo un elettore su sei ha votato Pdl. In realtà siamo stati un po’ generosi. Il Pdl ha infatti ottenuto nelle tredici regioni 5.994.741 voti pari al 14,7% del corpo elettorale. La proporzione sarebbe dunque più vicina ad uno a sette, ma assumiamo qui come sostanzialmente corrette le elaborazioni di Mannheimer (Corriere della Sera, 31 marzo), che aggiunge ai voti del Pdl quelli delle liste di sostegno ai governatori riconducibili a quel partito. Questa operazione in linea di massima è corretta, non fosse altro per includere i voti della lista Polverini a Roma. In realtà Mannheimer è un po’ troppo largo, dato che concede al Pdl 950mila voti in più, mentre quelli raccolti dalla Polverini nella capitale sono soltanto 592mila.
In ogni caso, anche adottando questo criterio, Mannheimer sposta il risultato del Pdl dal 26,78% sui voti espressi al 31%. Il che, rapportato all’insieme del corpo elettorale, dà un 16,99%, appunto un elettore su sei.

Ma come è andato il Pdl rispetto alle ultime elezioni? In generale il trend è chiaro: alle politiche del 2008 ottenne il 37,4%, alle europee del 2009 il 35,3%, quest’anno (pure accettando i criteri larghi di Mannheimer) il 31,0%. Come può Berlusconi cantare vittoria?
Da notare che, anche in termini di percentuali, il Pdl ha perso posizioni in tutte le regioni, nessuna esclusa, anche laddove non aveva la concorrenza «amica» della Lega.
Ma se dalle percentuali passiamo ai valori assoluti, quello del partito berlusconiano è un autentico tracollo. Limitiamoci al confronto con le europee, peraltro quello più favorevole a Berlusconi. A fronte dei 6.944.100 voti (sempre criterio Mannheimer) di quest’anno, quanti ne aveva avuti il Pdl soltanto un anno fa? La risposta è: 9.218.588. La perdita secca, in un solo anno, è di 2.274.488 voti. E questi sarebbero i numeri di una vittoria! Roba da non credere…
La verità dei dati è oscurata dai media e dallo stesso centrosinistra, che non ha alcun interesse a mettere in rilievo il peso dell’astensionismo, ma verità resta.

Uno su quindici
La Lega ha meno voti di un anno fa

Qualcuno penserà che le perdite del Pdl siano state recuperate dalla Lega. Errore! Certamente vi è stato un discreto flusso in uscita dal Pdl alla Lega, ma di sicuro il flusso in uscita è stato maggiore. Nelle elezioni di domenica il partito di Bossi ha ottenuto 2.749.874 voti, contro i 2.885.377 del 2009, con una perdita secca di 135.503 voti.
Certo, per effetto dell’aumentato astensionismo, la Lega è cresciuta in percentuale, ma parlare di sfondamento è un po’ troppo.
Per fare alcuni esempi, la Lega ha perso 104mila voti in Lombardia, circa 60mila in Piemonte, 7mila in Liguria, recuperandone invece 21mila in Veneto, 9mila in Toscana, 9mila in Emilia.
La Lega oggi è più forte nella coalizione di centrodestra, e questo avrà pesanti conseguenze politiche, ma in termini di consenso reale la Lega è al palo. Del resto, lo abbiamo già ricordato all’inizio, il simbolo bossiano ha avuto il consenso di un elettore su 15.
Nelle stesse regioni centrali, di cui tanto si parla, lo sfondamento era già avvenuto un anno fa. Le elezioni di domenica lo hanno solo confermato.

Il perché di una tenuta
La batosta è bipartisan

Chiarito che non c’è stato alcun successo berlusconiano, è necessario esaminare il perché di una tenuta che invece c’è stata.
Perché parliamo di tenuta? Per il banale motivo che, nel bel mezzo di una crisi gravissima e senza sbocchi, con il contorno di scandali per tutti i gusti, con un Paese allo sbando, l’insieme delle forze di governo non hanno (in termini relativi) subito il possibile tracollo.
Insomma, non si è verificato quel che è successo in Francia. L’assoluto discredito di cui giustamente godono le forze del centrosinistra ha evitato a Berlusconi la sconfitta. Non pensiamo che la differenza con la Francia risieda in un diverso tasso di «riformismo», più probabile che si tratti di puro e semplice discredito.
La credibilità si conquista in genere con un lavoro di lungo periodo; il recupero della credibilità dopo che si è persa la faccia è un’impresa assai più ardua, ed il solo antiberlusconismo non basta.

In più, e questo ci dice quanto sia degradata la situazione italiana, persiste il paradosso di un partito (la Lega) che è al governo – sia pure a periodi alterni – da 16 anni, ma che può atteggiarsi ancora quasi fosse un partito di opposizione. Nella «Roma ladrona» non governano forse loro? Nella confusa Italia di questo periodo questa ovvietà non appare così ovvia, prova inconfondibile dell’assenza totale di un’opposizione degna di questo nome.

E’ vera comunque una cosa: tre mesi fa il centrosinistra avrebbe salutato il 7 a 6 come un successo. Poi è arrivata la sensazione di un possibile tracollo del blocco berlusconiano. Il tracollo non è avvenuto, giusto dunque parlare di tenuta. Ma quella batosta che non c’è stata in termini di maggioranze regionali, c’è stata invece in termini di consenso reale. Solo che ha colpito in maniera bipartisan l’intero sistema politico, un segno inequivocabile di quanto sia grave la crisi politica che accompagna quella economica.

Anche Pd e Idv hanno infatti perso consistentemente sulle europee.
Il Pd ha ottenuto 5.843.420 voti (26,10%), un dato che Mannheimer porta a 6.074.282 con l’aggiunta delle liste dei «governatori». Nel 2009 il Pd aveva ottenuto 6.961.626 voti. Dunque la perdita è stata di 887.344 voti, un calo assai minore di quello subito dal Pdl ma pur sempre consistente.
L’Idv nel 2009 aveva avuto 2.041.952 voti, domenica si è fermato a 1.626.416, con un calo di 415.536 voti. Anche per Di Pietro dunque uno stop piuttosto evidente, in questo caso anche in termini percentuali.

All’interno di questa batosta c’è l’arretramento dei due piccoli raggruppamenti ex-arcobalenici. Entrambi hanno perso rispetto alle europee anche in termini percentuali, ben più pesante l’arretramento in valori assoluti. La Federazione della sinistra è passata dal 3,4% al 2,7%, perdendo in un anno 299.582 voti dei 911.903 ottenuti nel 2009. Sinistra Ecologia e Libertà, nonostante il successo personale di Vendola che ha trainato fortemente la lista in Puglia, è scesa dal 3,2% al 3,0%, perdendo 153.627 voti sugli 831.936 che aveva. Per quanto ci riguarda l’arretramento dei due tronconi ex-arcobalenici era prevedibile e previsto, ed il risultato di domenica porterà probabilmente ad ulteriori pasticci nel prossimo futuro.

E ora?

I dati elettorali ci consegnano dunque un Paese spaccato in due: da una parte un sistema politico bipolare sempre più in affanno, dall’altra un esodo popolare – inevitabilmente contraddittorio, ma sempre più consapevole – da questo sistema.
Nell’ambito bipolare riprenderà la lotta tra il blocco reazionario capeggiato da Berlusconi e quello oligarchico ed iper-capitalista guidato dal Pd. I fili di questa lotta sono mossi in buona parte dalle diverse fazioni delle classi dominanti, essendo in palio la riconfigurazione dei futuri assetti di potere. Una posta in gioco che scatena tutti i possibili interessi ed appetiti, tanto più nel quadro della crisi storico-sistemica in corso.
Prevedibilmente la lotta all’interno del blocco dominante, che verrà condotta con ogni possibile mezzo, attraverserà gli stessi confini che disegnano la strutturazione bipolare del sistema politico. In ogni caso la melma è destinata a salire.

La perdita di consenso evidenziata dalla crescita dell’astensionismo è perciò destinata ad accentuarsi. Dall’altra parte il dissenso sarà chiamato a farsi opposizione, perché sta qui il discrimine tra un esodo impotente ed una separazione cosciente.
Oggi questi due elementi convivono, ma intanto la frattura con il regime si è fatta larghissima, e questa – l’abbiamo detto e scritto più volte – era l’unica possibile base di partenza di un futuro movimento di massa capace di contrapporsi ad entrambi i blocchi sistemici.

Riuscirà questa scommessa? Dipenderà da molti fattori. Quel che è certo è che si tratta dell’unica scommessa sensata per chi non vuole rassegnarsi all’esistente e ad un futuro ancora più fosco.
Ci sarà un passaggio decisivo, che deciderà le sorti di questa sfida. Sarà quello in cui le classi dominanti passeranno ad imporre misure economiche feroci, per scaricare la crisi sulle classi popolari.
Chi crede che questo sia uno scenario che riguarda soltanto la Grecia è del tutto fuori dalla realtà. L’attuale prudenza dei governi europei non è dettata dai dati macroeconomici, ma solo dal timore della rivolta sociale.
I tempi, però, si vanno facendo stretti. Ed anche volendo escludere una precipitazione, che in realtà non escludiamo affatto, in autunno avremo certamente una finanziaria ben più pesante delle ultime.

La sfida sarà allora quella di congiungere l’opposizione sociale a quella democratica, per far nascere una nuova ed incisiva opposizione di massa. Unico modo, tra l’altro, per sbarrare la strada alle continue spinte reazionarie di cui è portatore il governo Berlusconi.

da Campo antimperialista
1 Aprile 2010

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Sinistra al tramonto di Rocco Ronchi

Alle spalle della sinistra attuale non c’è, come si crede, un vuoto di idee. Se oggi le si rimprovera di somigliare troppo al suo avversario è perché, rinunciando al materialismo, ha scelto l’opinione al posto della scienza, la retorica al posto della verità, la seduzione al posto della pedagogia, tutte opzioni già segnalate da Platone all’inizio della filosofia Da tempo la sinistra italiana ha fatto del materialismo solo una delle tante «tradizioni» che (faticosamente) convivono all’interno della sua imprecisata galassia ideologica, quasi il retaggio polveroso di un’epoca definitivamente tramontata. I destini del materialismo, come metodo di analisi e come fondamento della prassi politica, e quelli della sinistra politica non sono inscindibilmente legati. Ne fa fede, appunto, la nostra sinistra. Vale però la pena di chiedersi che cosa diventi una sinistra senza materialismo. La risposta non è difficile. Diventa quello che effettivamente è oggi in Italia: un movimento di «opinione» che contende ad altre «opinioni» il diritto di essere opinione «dominante». L’arena della contesa è la sfera dell’«opinione pubblica». Su tale opzione di fondo si è costruita l’ipotesi del partito democratico. Fin dalla scelta del nome è resa esplicita l’intenzione programmatica di rompere con l’eredità «materialista» del passato. Un riferimento anche vago al «socialismo» lo avrebbe invece implicato.

Tra buonismo e estetismo

Le conseguenze di questa precisa opzione ideologica sono la cronaca politica degli ultimi anni. In primo luogo, quel fenomeno registrato dalla chiacchiera giornalistica come «buonismo» e stigmatizzato dagli avversari come difetto di «realismo». Divenuta opinione, la sinistra non può infatti che essere la paladina delle buone intenzioni e delle buone pratiche contro le cattive intenzioni e le cattive pratiche attribuite sistematicamente all’avversario. Nell’ambito della contesa politica, essa si autocomprende come la portatrice dell’opinione vera – vera perché disinteressata, vera perché votata al bene pubblico – di contro all’opinione falsa perché viziata dall’interesse privato e dal calcolo egoistico. D’altronde la verità di tale opinione non può avere altro fondamento che una persuasione cocciuta. Nessuna scienza, infatti, la sorregge e la giustifica, dal momento che il materialismo come scienza della prassi è stato liquidato dalla stessa sinistra come inutilizzabile ferrovecchio «marxista». In secondo luogo, il moralismo e lo snobismo estetico. Fattasi questione di opinione, la lotta politica cessa di essere «politica». Prende piuttosto la forma prepolitica e impolitica del ribrezzo morale e della ripugnanza estetica. Non ha torto Berlusconi quando afferma di essere il collante dell’opinione di sinistra («il partito di Repubblica»). In tanti, in questi ultimi anni, hanno avuto modo di constatare come persone indubbiamente «di destra» si siano risolte a fiancheggiare la sinistra, perché per cultura, per rettitudine morale, per buona educazione, trovavano insopportabile – sul piano estetico e su quello morale – le performance del capo e della sua oscena cricca. Il giudizio politico era sostanzialmente irrilevante. Ora, il sentimento di disgusto è certamente giustificato, tuttavia c’è da chiedersi se possa essere efficace per una trasformazione reale dello stato di cose, se possa funzionare politicamente o se non sia piuttosto il segno di una metamorfosi della sinistra in una specie di «ceto sociale» (ampio ma minoritario) caratterizzato dalla condivisione intellettuale degli «eterni ideali» del buono, del bello, del vero e del giusto. Presso questi palati idealisti il «buon gusto» sostituisce la «coscienza di classe» e il Kitsch – definito dallo scrittore Hermann Broch l’equivalente estetico del male morale – diviene il nemico da combattere. In tempi certamente più duri dei nostri e, perlomeno, altrettanto privi di speranza, un vecchio materialista come Bertolt Brecht si faceva beffe di questo genere di sinistra. Invece dei leghisti, doveva fronteggiare Hitler all’acme della sua potenza, eppure lanciava frecciate al vetriolo agli intellettuali di sinistra che vendevano Ansichten o Meinungen (opinioni) all’angolo della strada, credendo «idealisticamente» che «persino il fatto che avete fame dovete apprenderlo dai libri» (la citazione è tratta da Dialoghi di profughi, opera di sconcertante attualità composta durante l’esilio finlandese di Brecht e che da tempo immemorabile è purtroppo sparita dalle nostre librerie) Infine, la contraddizione ultima in cui si viene a trovare una sinistra mondatasi dal materialismo: essa diviene movimento d’opinione nel momento in cui, per ragioni esclusivamente materiali, la sfera dell’opinione pubblica è venuta meno. Il consenso razionale che la sinistra cerca suppone infatti un’opinione pubblica di taglio kantiano, una specie di grande «coro» composto da uomini liberi e assennati di fronte al quale gli attori della scena politica devono proporre le loro opinioni. Con il voto l’opinione pubblica giudicherebbe e la palma del vincitore dovrebbe andare all’opinione migliore. Tale supposizione «razionalistica» (molto «alla Habermas») spiega perché poi, sotto sotto, a dispetto delle tante botte prese, la sinistra non riesca a farsi una ragione delle sue ripetute sconfitte e inclini così verso il risentimento e il disprezzo aristocratico nei confronti di quella stessa gente che vorrebbe persuadere. Ma l’opinione pubblica non è la sfera della libera discussione razionale. È piuttosto un prodotto artificiale, una costruzione materiale dei media. A caratterizzarla sono paura dell’isolamento e gregarismo, mimetismo e violenza. Un materialista non coltiva illusioni sulle masse e non matura, quindi, risentimenti elitari. Un materialista sa, come scrive Jean Paul Sartre nella Critica della Ragion dialettica, che le opinioni della maggioranza si producono per contagio, in quanto ognuno nella massa pensa, desidera e «opina» secondo l’Altro. Gramsci fissava materialisticamente nell’egemonia l’obiettivo della pratica politica socialista: per cominciare a vincere bisognava cioè occupare il posto dell’Altro, divenire il principio di un nuovo contagio emotivo ed ideologico. Gilles Deleuze, negli anni ’70, parlava di «concatenazioni collettive di enunciazione» che si devono diffondere epidemicamente. La destra lo fa quotidianamente occupando militarmente le casematte della comunicazione sociale. Ignorare o sottovalutare questo livello dello scontro, fare spallucce quando si solleva la questione «materiale» della comunicazione e del suo monopolio di fatto, dando a intendere che si hanno ben altri e più profondi problemi di cui occuparsi, significa per la sinistra abdicare in anticipo al proprio ruolo critico.

Il marxismo di Brecht

Il materialismo aveva assicurato alla sinistra un fondamento scientifico. La «novità» del marxismo rispetto all’eterna e indeterminata fame di giustizia, che caratterizza strutturalmente un’umanità gettata in una situazione di «penuria» (l’espressione è ancora del Sartre «dialettico»), è tutta qui. Gli offesi, per una volta, hanno avuto a disposizione per la loro lotta, non una morale, ma una scienza: una scienza della storia e una scienza della natura. Con il marxismo, la filosofia, come scienza della verità, è entrata prepotentemente nell’arena della lotta politica e gli offesi hanno finalmente potuto fare a meno di una morale astratta, con il suo corredo ideologico di ideali e di valori. Brecht lo aveva capito benissimo: divenuti scienziati materialisti, gli ultimi si potevano liberare dal ricatto della virtù, alla quale venivano educati per sopportare stoicamente la loro miseria oggettiva. Il marxismo, per lui, assume il valore del Metodo, nel senso cartesiano e scientifico del termine. Lo qualifica con l’aggettivo «Grande» perché assicura non solo la conoscenza certa ma anche la liberazione dell’uomo e la possibilità di una vita finalmente «gentile», «al di là del bene e del male» (il marxismo di Brecht, da questo punto di vista, è profondamente nietzscheano). Senza tale incondizionata fiducia nella filosofia (cioè nella scienza), perfino gli orrori del comunismo, vale a dire la sua strutturale amoralità pragmatica, resterebbero senza spiegazione. Alle spalle della sinistra attuale non vi è allora, come ingenerosamente si crede, il vuoto delle idee. L’imprecisione ideologica che la caratterizza, financo nel nome (che vuol dire infatti «democratico»?), è figlia di una crisi schiettamente filosofica. Non è soltanto la crisi del Grande Metodo quella che genera la nostra sinistra «post-moderna» e «post-materialista», ma è la crisi dell’idea stessa di scienza, della possibilità cioè di fondare la prassi concreta su di una episteme stabile (della società e della natura). Una crisi tutta novecentesca della quale è perfino inutile tracciare la storia tanto è nota. Venuto meno il rapporto con l’Assoluto, non restavano che i valori, gli ideali eterni di giustizia, le tradizioni più o meno nobili alle quali fare riferimento e con le quali sperare di persuadere una opinione pubblica artefatta: le «opinioni», insomma. L’alternativa di fronte alla quale una sinistra «leggera» si è trovata a scegliere era, dopotutto, quella posta dal vecchio Platone all’inizio della filosofia: o scienza o opinione, verità o retorica, pedagogia o seduzione. Se oggi le si rimprovera di assomigliare troppo al suo avversario è perché, rinunciando al materialismo, la scelta era obbligata: opinione, retorica, seduzione. Il vicolo cieco nel quale si è cacciata è ben espresso da una grande mistica cristiana, materialista e platonica, Simone Weil. La Weil osservava, infatti, che quando le opinioni regnano sovrane, quando la scienza non è più in grado di guidare l’azione, la sola legge che decide quale opinione prevarrà è quella della forza e del prestigio: forza e prestigio della retorica, forza e prestigio del denaro, forza e prestigio delle armi. Tutte doti, lo sappiamo, date in grande profusione proprio all’avversario che vorremmo combattere. Se, dunque, non si vuole assistere alla definitiva metamorfosi della sinistra in ceto sociale minoritario, la questione teorica e pratica del materialismo (il Grande Metodo) deve essere posta all’ordine del giorno. Lo si dovrà fare però senza indulgere in tentativi ingenui di «rifondazione». La crisi del materialismo, la crisi novecentesca dell’episteme, dunque anche la crisi del marxismo, deve essere parte integrante nel nuovo discorso teorico materialista. Le ragioni che rendono allora particolarmente interessante oggi la lettura di un testo giudicato per molto tempo out of date come la Critica della Ragion dialettica di Jean Paul Sartre sta proprio nella sua pretesa di andare materialisticamente oltre il materialismo storico e dialettico.

Qualche libro a cui appellarsi

In un saggio denso, arduo e appassionante titolato La materia della storia. Prassi e conoscenza in Jean Paul Sartre (Ets, Pisa 2009), che ha il sapore del corpo a corpo intellettuale con un pensiero difficile e sfuggente, Florinda Cambria ha chiamato questo esperimento «materialismo assoluto». Sartre, scrive, non pensa la materia come dato inerte o come fatto costituito, ma come prassi in atto, come un farsi che si fa e che non è mai completamente fatto, e spoglia questo fare dalla dimensione «soggettiva» e «umana» che sembrerebbe implicare (anche nel suo pensiero precedente), per restituirlo allo «sfondo di immanenza» che lo contiene. C’è insomma fungente alle nostre spalle una specie di totalità aperta e in divenire che ci «avviluppa» (l’espressione è di Sartre), in cui i confini dell’organico e dell’inorganico, del naturale e della protesi tecnologica, dell’umano e del non umano, sfumano fino a perdersi. La materia dei materialisti assoluti assume allora i contorni di questa totalità che non è né storia umana né natura oggettiva e che non cessa di presentarsi, con le sue «esigenze», in tutte le concrete «situazioni di penuria e di lotta» nelle quali siamo gettati. Kalle e Ziffel, i due protagonisti del Dialogo di profughi di Brecht, avrebbero senz’altro apprezzato questo modo profondamente spinoziano di parlare della materia, così diverso, a giudizio di Ziffel, da quello dei «tedeschi» (cioè degli intellettuali), «i quali sono poco dotati per il materialismo. Anche quando ce l’hanno, ne fanno subito un’idea, e allora è materialista uno che crede che le idee derivino dalle condizioni materiali e non viceversa, e della materia non se ne parla più». Parlarne nuovamente è invece oggi assolutamente necessario. Per questo bisogna salutare come un importante evento editoriale la recente pubblicazione del dimenticato libro di un trascurato autore «marxista», Josef Dietzgen, L’essenza del lavoro mentale (Mimesis), un autodidatta di genio, conciatore di pelle e agitatore rivoluzionario internazionalista, che aveva suscitato, al suo primo apparire, nel 1869, gli entusiasmi di Marx e di Engels (il volume contiene inoltre in appendice la prima edizione critica integrale in italiano della Acquisizione della filosofia del 1895). Come ricorda il curatore del volume, Paolo Sensini, Dietzgen, muovendo da un’analisi materialistica del processo della conoscenza, spinge la sua ricerca fino all’elaborazione di una nuova filosofia della natura, di indubbio sapore spinoziano, nella quale la materia si spoglia della sua veste «metafisica» e «filosofica». Non più semplice cosa inerte data in spettacolo a un soggetto separato ma totalità che ci avvolge da ogni parte e di cui la conoscenza è un aspetto costitutivo, una continuazione con altri mezzi, quelli caratteristici della specie umana, come la funzione clorofilliana lo è per le piante. «Lo spirito umano, scrive Dietzgen, spiegato filosoficamente e che si autoriconosce, è un frammento, una parte della natura assoluta». Parole insolite per un materialista «duro e puro», che ci ricordano però come «materialismo», per i socialisti, non fosse soltanto sinonimo di una «teoria» ma indicasse una prassi avente come meta nientemeno che la reintegrazione dell’uomo nell’assoluto.

Il manifesto, 11/04/2010

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L’imbroglio dei territori di Giovanni De Luna

Ha vinto chi sta tra la gente e chi è radicato nel territorio. Ha perso chi sta nei salotti. Ma che significa? Tutti in questa campagna elettorale sono andati tra la gente e hanno percorso in lungo e in largo il territorio. E oggi i vincitori anelano famelicamente a entrare in quei salotti che sembravano disprezzare. E allora? Il fatto è che sia i «salotti» che i «territori» sono entrambi luoghi della politica. Non esiste un territorio neutro, puro paesaggio fisico. Il territorio è una costruzione culturale.

Andando indietro nel tempo ricordiamoci, ad esempio, come tra ‘800 e ‘900, nell’epoca del fulgore degli Stati nazionali e dell’imperialismo, ci fosse una profonda consapevolezza del peso del territorio e dei confini. Ma anche allora non esisteva uno spazio neutro, oggettivo. Nei regimi totalitari novecenteschi, poi, da un lato Hitler «rappresentava» il suo spazio fondandolo sul «sangue e sulla razza», dall’altro Stalin ideologizzava compiutamente il territorio, mischiava le culture e i popoli, impediva che fosse rappresentato attraverso la cartografia, aveva nei suoi confronti come un’ossessione di dominio inseguendo l’utopia di uno spazio nitido, senza punti oscuri, domato. La «sovieticità» (ma il discorso vale anche per la «fascistizzazione» italiana) era l’omogeneizzazione dello spazio attraverso i segni, lo stile, gli ornamenti, le architetture. Anche il territorio della Lega è ovviamente uno spazio costruito, edificato attraverso una trentennale elaborazione culturale e politica. E i criteri che improntano questa costruzione sono cambiati man mano che cambiavano i suoi interlocutori sociali. All’inizio, il territorio costruito dalla Lega era fondato sui loro valori «diffusi» e «spontanei»: il suo radicamento funzionava attraverso una sorta di «rispecchiamento» che intercettava la necessità di una forte discontinuità nelle forme di organizzazione della politica. Fu allora che la Lega diede voce e rappresentanza ai soggetti sociali che, dopo aver sguazzato nel marasma degli anni Ottanta, ambivano ad essere i protagonisti della fase costituente della Seconda repubblica; rivelò gli aspetti antropologici di un’Italia profonda, cresciuta nelle pieghe di un sociale vorace e aggressivo. Bossi di suo mise due elementi: la capacità di indicare sempre con nettezza il nemico da combattere (all’inizio lo Stato, il Fisco, la Burocrazia, i Partiti) e l’accentuazione del carattere «permanente» e strategico del conflitto, (soprattutto negli anni Ottanta quando nel sistema politico prevaleva una evidente deriva trasformistica e consociativa) come risorsa identitaria del movimento. Nella Lega di oggi i nuovi arrivati nell’universo leghista si riferiscono al capitalismo come ad uno stato «naturale», i cui meccanismi appaiono perfetti per definizione purché a turbarli non intervengano dall’esterno velleitari progetti di artificialismo politico. In questo senso, non si tratta più di rispecchiare i valori di base, ma di costruirli in una nuova dimensione in cui la forza identitaria del conflitto si è per forza di cose attenuata. La Lega che testimonia la sua ammirazione completa per il mercato e il capitalismo, che partecipa da anni al governo di questo paese, che entra a vele spiegate nei consigli di amministrazione corteggiata e vezzeggiata da quei «poteri forti» che – non a caso – si è sempre rifiutata di definire, ha oggi bisogno di una nuova proposta per organizzare il suo territorio. Al «conflitto» degli inizi si è sostituito così la xenofobia. Come suggeriva Bobbio, «l’etnocentrico si chiude nel suo ghetto, lo xenofobo difende a oltranza questa chiusura, il primo sta bene solo a casa sua, il secondo vorrebbe che anche gli altri stessero a casa loro». Il territorio della Lega è uno spazio punteggiato da ghetti. Si cerca di ritrovare il significato originario della comunità locale ma solo per avere un’altra trincea in cui chiudersi contro l’Altro. Ci si appella alla tradizione delle cascine padane ma solo per enfatizzarne l’isolamento e l’autosufficienza. La sintonia con Berlusconi nasce da una paradossale convergenza tra la materialità del territorio leghista e la virtualità di quello berlusconiano. Il punto in cui si incontrano sono le case degli italiani. Le città disegnate dalla cultura leghista sono spazi desertificati, abbandonati per rifluire in un «privato» popolato di televisioni ed oggetti di consumo, in interni domestici vissuti in una dimensione totalizzante quasi fossero diventati gli unici in grado di garantire sicurezza; privi del contrappeso della frequentazione pubblica, della possibilità di attingere alle risorse solidaristiche del vicinato e del quartiere, le case leghiste è come se si fossero trasformate in tante piccole fortezze assediate, alimentando un percorso lungo il quale si incontrano i propri nemici più ovvi, l’extracomunitario, prima spacciatore, poi delinquente, infine «straniero» e in quanto tale pericoloso. Non si capisce a questo punto dove sia la continuità con il Pci o con la Dc. I loro rispettivi territori erano nazionali, subculturali, segnati da forti impronte solidaristiche; quei territori venivano costruiti intorno a modelli identitari molto simili: l’operaio di Borgo San Paolo da un lato, il buon padre di famiglia della tradizione cattolica dall’altro (entrambi lavoratori, probi, monogami, un po’ sessuofobici…). Nella Lega il modello è quello casa-capannone; la casa è un bastione da difendere, il capannone un luogo in cui non c’è nessuna distinzione tra valori e interessi, e i valori sono solo e soltanto gli interessi, anche questi da difendere sempre contro qualcuno.

da Il manifesto, 10/04/2010

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Monopartitismo disgiunto di Gianni Ferrara

L’anomalia italiana perdurerà. In una nuova forma. Non sarà quella del «bipartitismo imperfetto», analizzato e denominato da Giorgio Galli, ai tempi della Repubblica democratica e antifascista. Ma quella del «monopartitismo disgiunto». Se la prima anomalia, per quanto le fu possibile durante la guerra fredda, seppe anche essere virtuosa, costruendo lo stato sociale, pessima sarà invece la seconda che mira proprio ad abbatterlo.
I sintomi sono molti e inquietanti. Il sistema politico italiano si avvia a realizzare un «monopartitismo disgiunto» perché la disgiunzione attiene solo al ceto politico. Disgiunta è la destra nelle sue due formazioni (Pdl e Lega), ma omogenea come sensibilità, visione del mondo, interessi affastellati di classe, programma politico. Difende le regioni agiate la Lega, le classi agiate il Pdl. Basti pensare all’indifferenza del governo all’incremento continuo della disoccupazione, al decremento incessante dei salari, alla liquidazione per via legislativa del diritto del lavoro. Basti pensare alla discriminazione che le amministrazioni leghiste hanno perpetrato nei confronti dei lavoratori immigrati, al razzismo dei Borghezio, al federalismo fiscale della legge delega che lo attua basandolo sulla progressiva coincidenza territoriale delle entrate fiscali e della spesa pubblica.

Disgiunta è anche la sinistra come schieramento complessivo e all’interno di ciascuno dei suoi pezzi. Come se non bastasse, la sua formazione più consistente (della quale qualche leader nella campagna elettorale del 2008 rinnegò pure l’appartenenza alla sinistra) è divisa. Perché incerta è la sua identità. Non ha precedenti nella storia d’Italia dell’ultimo secolo. E in quello precedente, il partito democratico si dissolse dopo Teano nel trasformismo di Depretis, nell’avventurismo reazionario di Crispi. 
Ma l’incertezza sulla sua identità rende il Pd sostanzialmente subalterno alla destra. Per aver sposato il «pensiero unico» del liberismo, aver accettato la precarietà come ineluttabilità da attenuare con la compassione, aver creduto nella falsa e ipocrita parità dei punti di partenza, nelle miracolose virtù della competizione che avrebbe premiato il merito e ad altre ingannevoli idiozie.

Si dimostra subalterna alla destra perchè ne condivide il progetto politico complessivo, sulla forma di stato e sulla forma di governo. Lo dichiarano esponenti di secondo e di primo rango del Pd. Quando dicono che non possono rifiutare di discutere di riforme costituzionali, di come incrementare i poteri del Presidente del consiglio, che già ne dispone in misura inaudita, unica al mondo, di presidenzialismo, di semipresidenzialismo, di premierato. Riforme che sono travolgenti la Costituzione vigente e sarebbero approvate da un Parlamento composto da un personale privo di una credibile rappresentanza politica perché «nominato» dai cinque leaders dei partiti presenti alla Camera ed al Senato. In base a quale principio può modificare nientemeno che la forma di governo un Parlamento formato sulla base di una legge elettorale di incerta costituzionalità e di legittimità democratica indimostrabile?

Abbiamo già discusso di riforme costituzionali negli anni scorsi. Ne discutemmo nel 2006 durante la campagna referendaria sul «premierato assoluto» e sulla devolution, che Berlusconi voleva imporci e che le elettrici e gli elettori italiani respinsero col referendum del 25-26 giugno di quell’anno, riaffermando una adesione ampia, convinta e profonda alla Costituzione repubblicana. Non vale quel voto? Non vale la volontà popolare che si manifestò così chiaramente, così nettamente? Non vale per il capo del «Popolo della libertà» che, dopo quattro anni, vuole… la rivincita su tutto il popolo? Non vale neppure per il Pd? Se non vale per il Pd, non siamo allora di fronte a un monopartitismo che è disgiunto solo per l’articolazione del ceto politico in lotta per la direzione del partito unico, espressione del «pensiero unico»? Non siamo allora di fronte al regime del partito unico? C’entra nulla con la democrazia l’alternanza tra omologhi, omologhi nel comprimere la rappresentanza politica spostando il potere da una pluralità a un uomo solo, omologhi come lo possono essere e lo sono dei professionisti politici che competono solo per la rispettiva perpetuazione?

Ma quel che resta della sinistra, ovunque sia sparsa, cosa attende per unirsi e impugnare la bandiera della Costituzione e della democrazia italiana?

da Il Manifesto del 09/04/10

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W l’Italia

Perché è scoppiata Tangentopoli,  perché ha colpito solo PSI e DC e perché il PCI non contava niente.

Per evitare che il paese finisse nell’orbita russa, e data la presenza del PCI (il più grande partito comunista del mondo per numero di iscritti volontari), nel ’45 la DC fa un patto "scellerato" con gli imprenditori: avrebbe preso i loro voti e in cambio non li avrebbe tassati se non pro forma.

L’accordo riguardava sopratutto il Nord oltre Po, in quanto le regioni rosse erano roccaforti inespugnabili del PCI (come lo sono ancora), in Sicilia c’era l’accordo con chi l’ha sempre controllata e per il Sud continentale viene inventata la CASMEZ, Cassa per il Mezzogiorno, che peró comprendeva anche la periferia di Roma (per creare a difesa della Capitale un ceto d’appoggio) e arriva fino ad Ascoli Piceno e all’isola d’Elba.

Ovviamente, non incassando tasse sufficienti,  la DC emetteva debito pubblico a strafottere, BOT, CCT e Buoni Postali che, fino all’euro, erano in gran parte detenuti da famiglie e banche  italiane (oggi ne detengono la metà perché i tassi sono troppo bassi per gli italici ingordi).

In altri termini, la DC, pressata dal ricatto del suo elettorato (Sud, Lazio sotto al Vaticano, Veneto bianco) e dall’azione coordinata del PCI e del sindacato, indebita la Repubblica con i suoi stessi cittadini.

Poi, nel 1989, crolla il muro, la gente del KGB decide di arricchirsi impadronendosi di tutte le risorse russe, il PCI perde la sua funzione rivoluzionaria (ma non gli apparati economici che si è costruito nel tempo), in Sicilia la bassa manovalanza criminale, quella molto utile ai tempi della guerra fredda, non serve più,  resta l’enorme debito accumulato e la necessità di incassare tasse anche per la spesa corrente.

Siccome nel ’74 era già stata fatta la riforma Vanoni, che colpisce solo i lavoratori dipendenti (tramite l’ IRPEF) e i consumi (attraverso l’ IVA, che colpisce sopratutto i salariati), non si può più caricare di tasse queste categorie e allora un certo Giuliano Amato, consigliori di Bettino Craxi, s’inventa la minimum tax, volta a far pagare le tasse agli imprenditori, sopratutto quelli piccoli e mezzani che nel frattempo sono diventati tantissimi in quanto le grandi aziende hanno "convinto" molti dipendenti a mettersi in proprio.

Anche questo è un patto scellerato: l’ex dipendente si mette in proprio perchè così può evadere l’IRPEF che da dipendente doveva pagare e può anche pagare pochissimi contributi INPS, in questo modo il costo della produzione per la grande azienda si riduce e l’ex dipendente comincia a vedere un benessere mai immaginato.

Ma è una cosa basata sull’evasione/elusione, cioè un 30% di soldi che andrebbero versati al fisco.

La minimum tax (che è la madre degli studi di settore) è una cosa da cui non si può scappare e, ovviamente, l’ex tornitore FIAT diventato padroncino con villone e Mercedes, non può tollerare questa diminuzione secca del reddito cui si è abituato lui, la sua signora e i figli griffati, e quindi scoppia la rivolta fiscale, nasce la Lega che diventerà razzista, secessionista e anti-meridionalIsta, perché non è bello dire che non si vogliono pagare le tasse, ma si vogliono evitare gli sprechi di Roma e non si vogliono mantenere 26 milioni di meridionali che sarebbero tutti statali e parenti di statali.

A favorire il clima giusto Craxi ci mette del suo, pensa di poter maramaldeggiare su potenti personaggi italici che, per toglierselo dai piedi, fanno sapere ai magistrati di cosa campa il PSI.

Naturalmente, quando si alza un sasso per stanare qualcuno, si finisce spesso per scoprire un verminaio dove i vermi più piccoli sono grandi come anguille di Comacchio, e Tangentopoli è andata ben oltre le intenzioni di chi l’aveva avviata, tanto è vero che, per fermare lo sfascio (che ci avrebbe impedito di rimanere nella UE), qualcuno che-può, ha dovuto tirare per la giacchetta il deus ex macchina e convincere altri a scendere in campo, sdoganare la destra e assemblare un movimento in cui c’è l’assurdita di fascistoni non pentiti insieme a socialisti saccheggiatori.

Il PCI invece non è stato mai coinvolto, ma non perché i magistrati lo proteggessero, ma perché non interessava a nessuno, neppure durante la guerra fredda: quando dava troppo fastidio, chi gestisce l’ordine pubblico per conto degli USA, informava la CIA e questa trattava con il KGB per farli calmare, e tutta la storia delle BR è il penoso tentativo di qualcuno del partito che non accettava questo status quo (basato su 15.000 testate atomiche per parte).

Il lentissimo appannamento del PD è la riprova che non se li fila nessuno, che contano come le colf, anzi, gli è stato fatto notare che non devono mettere mano ai santuari (vedi caso Unipol), e al più fanno notizia perché le Coop vorrebbero comprarsi l’Esselunga per non perdere la cassa che generano i loro supermercati, insomma, sono solo bottegai, e i bottegai non fanno rivoluzioni e neppure contrastano un altro bottegaio: cane non mangia cane!

Un socio di Atdal over 40   (1 aprile 2010)

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