L’imbroglio dei territori di Giovanni De Luna

Ha vinto chi sta tra la gente e chi è radicato nel territorio. Ha perso chi sta nei salotti. Ma che significa? Tutti in questa campagna elettorale sono andati tra la gente e hanno percorso in lungo e in largo il territorio. E oggi i vincitori anelano famelicamente a entrare in quei salotti che sembravano disprezzare. E allora? Il fatto è che sia i «salotti» che i «territori» sono entrambi luoghi della politica. Non esiste un territorio neutro, puro paesaggio fisico. Il territorio è una costruzione culturale.

Andando indietro nel tempo ricordiamoci, ad esempio, come tra ‘800 e ‘900, nell’epoca del fulgore degli Stati nazionali e dell’imperialismo, ci fosse una profonda consapevolezza del peso del territorio e dei confini. Ma anche allora non esisteva uno spazio neutro, oggettivo. Nei regimi totalitari novecenteschi, poi, da un lato Hitler «rappresentava» il suo spazio fondandolo sul «sangue e sulla razza», dall’altro Stalin ideologizzava compiutamente il territorio, mischiava le culture e i popoli, impediva che fosse rappresentato attraverso la cartografia, aveva nei suoi confronti come un’ossessione di dominio inseguendo l’utopia di uno spazio nitido, senza punti oscuri, domato. La «sovieticità» (ma il discorso vale anche per la «fascistizzazione» italiana) era l’omogeneizzazione dello spazio attraverso i segni, lo stile, gli ornamenti, le architetture. Anche il territorio della Lega è ovviamente uno spazio costruito, edificato attraverso una trentennale elaborazione culturale e politica. E i criteri che improntano questa costruzione sono cambiati man mano che cambiavano i suoi interlocutori sociali. All’inizio, il territorio costruito dalla Lega era fondato sui loro valori «diffusi» e «spontanei»: il suo radicamento funzionava attraverso una sorta di «rispecchiamento» che intercettava la necessità di una forte discontinuità nelle forme di organizzazione della politica. Fu allora che la Lega diede voce e rappresentanza ai soggetti sociali che, dopo aver sguazzato nel marasma degli anni Ottanta, ambivano ad essere i protagonisti della fase costituente della Seconda repubblica; rivelò gli aspetti antropologici di un’Italia profonda, cresciuta nelle pieghe di un sociale vorace e aggressivo. Bossi di suo mise due elementi: la capacità di indicare sempre con nettezza il nemico da combattere (all’inizio lo Stato, il Fisco, la Burocrazia, i Partiti) e l’accentuazione del carattere «permanente» e strategico del conflitto, (soprattutto negli anni Ottanta quando nel sistema politico prevaleva una evidente deriva trasformistica e consociativa) come risorsa identitaria del movimento. Nella Lega di oggi i nuovi arrivati nell’universo leghista si riferiscono al capitalismo come ad uno stato «naturale», i cui meccanismi appaiono perfetti per definizione purché a turbarli non intervengano dall’esterno velleitari progetti di artificialismo politico. In questo senso, non si tratta più di rispecchiare i valori di base, ma di costruirli in una nuova dimensione in cui la forza identitaria del conflitto si è per forza di cose attenuata. La Lega che testimonia la sua ammirazione completa per il mercato e il capitalismo, che partecipa da anni al governo di questo paese, che entra a vele spiegate nei consigli di amministrazione corteggiata e vezzeggiata da quei «poteri forti» che – non a caso – si è sempre rifiutata di definire, ha oggi bisogno di una nuova proposta per organizzare il suo territorio. Al «conflitto» degli inizi si è sostituito così la xenofobia. Come suggeriva Bobbio, «l’etnocentrico si chiude nel suo ghetto, lo xenofobo difende a oltranza questa chiusura, il primo sta bene solo a casa sua, il secondo vorrebbe che anche gli altri stessero a casa loro». Il territorio della Lega è uno spazio punteggiato da ghetti. Si cerca di ritrovare il significato originario della comunità locale ma solo per avere un’altra trincea in cui chiudersi contro l’Altro. Ci si appella alla tradizione delle cascine padane ma solo per enfatizzarne l’isolamento e l’autosufficienza. La sintonia con Berlusconi nasce da una paradossale convergenza tra la materialità del territorio leghista e la virtualità di quello berlusconiano. Il punto in cui si incontrano sono le case degli italiani. Le città disegnate dalla cultura leghista sono spazi desertificati, abbandonati per rifluire in un «privato» popolato di televisioni ed oggetti di consumo, in interni domestici vissuti in una dimensione totalizzante quasi fossero diventati gli unici in grado di garantire sicurezza; privi del contrappeso della frequentazione pubblica, della possibilità di attingere alle risorse solidaristiche del vicinato e del quartiere, le case leghiste è come se si fossero trasformate in tante piccole fortezze assediate, alimentando un percorso lungo il quale si incontrano i propri nemici più ovvi, l’extracomunitario, prima spacciatore, poi delinquente, infine «straniero» e in quanto tale pericoloso. Non si capisce a questo punto dove sia la continuità con il Pci o con la Dc. I loro rispettivi territori erano nazionali, subculturali, segnati da forti impronte solidaristiche; quei territori venivano costruiti intorno a modelli identitari molto simili: l’operaio di Borgo San Paolo da un lato, il buon padre di famiglia della tradizione cattolica dall’altro (entrambi lavoratori, probi, monogami, un po’ sessuofobici…). Nella Lega il modello è quello casa-capannone; la casa è un bastione da difendere, il capannone un luogo in cui non c’è nessuna distinzione tra valori e interessi, e i valori sono solo e soltanto gli interessi, anche questi da difendere sempre contro qualcuno.

da Il manifesto, 10/04/2010

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