Uno su sei di Leonardo Mazzei

Analisi controcorrente del voto regionale. La balla della vittoria di Berlusconi, il crollo del consenso al sistema politico.

Domenica scorsa solo un elettore su sei (16,99%) ha votato il Pdl, eppure Berlusconi canta vittoria: «Ho vinto, basta perdere tempo» (la Repubblica, 31 marzo).
Soltanto uno su quindici (6,74%) ha votato Lega, eppure Bossi sembra il nuovo padrone d’Italia.
Solamente uno su quattro (25,71%) ha votato le liste dell’alleanza berlusconiana, eppure si dice che la maggioranza di governo è stata premiata dagli elettori.
Il bello è che non solo la stampa avalla questo quadro, ma pure il centrosinistra, inclusi gli eterni sinistrati dell’ex-Arcobaleno (a proposito: vedrete che lo rifaranno).

Dov’è il trucco? Per la verità i trucchi sono due. Il primo consiste nell’ignorare bellamente il dato principale di queste elezioni, e cioè la straordinaria crescita dell’astensionismo. Il secondo nel far dipendere vittoria e sconfitta soltanto dal numero delle regioni conquistate.
Il primo trucco consente di guardare alle sole percentuali, ignorando i numeri reali. Non neghiamo che anche le percentuali abbiano la loro importanza, ma i valori reali, che corrispondono agli uomini ed alle donne in carne ed ossa, dovrebbero avere un’attenzione ben maggiore, tanto più se attraverso il comportamento elettorale si vogliono capire le tendenze effettive della società.
Il secondo trucco nasce dalla mentalità del ceto politico e da quella del giornalisticume che gli è affine. Riflettiamo su un fatto: l’atteggiamento dei media sarebbe stato lo stesso se il 7 a 6 per il centrosinistra fosse diventato 9 a 4 con la riconferma di Piemonte e Lazio? Certo che no. E quanti voti sono mancati affinché si determinasse questo risultato? Ne sono mancati 97mila, pari allo 0,2% del corpo elettorale.
Ovvio che tale minimo scarto sia sufficiente ad assegnare il prossimo governo di queste due regioni, meno ovvio che una simile inezia venga considerata decisiva nel valutare complessivamente il voto, addirittura ridicolo vedere in questo risultato un’avanzata epocale delle forze di destra, che infatti non c’è.

Chi scrive aveva azzardato alcune previsioni. Che il non voto si sarebbe attestato attorno al 40%, che gli ex-Arcobaleno (e marcatamente la Federazione della sinistra) avrebbero perso ulteriormente con l’eccezione della Puglia, che Berlusconi avrebbe subito una chiara sconfitta.
Le prime due previsioni sono state centrate in maniera quasi millimetrica, la terza no. Le forze di governo, a differenza della Francia, hanno tenuto. Ma una tenuta non è un successo, tanto più se il consenso è comunque in calo, anche se non nella maniera che ci aspettavamo.
Notoriamente non abbiamo niente da spartire né con Bersani né con la sua «ditta», ma in questo caso il suo buon senso emiliano è preferibile alle visioni catastrofiche, che ci vengono non a caso proposte da chi nelle scorse settimane aveva riavuto la periodica visione allucinata di un marciante quanto inesistente «popolo di sinistra».
Ma vediamo di capire un po’ meglio, affidandoci unicamente ai numeri. Lasciamo quindi perdere la propaganda, i trucchetti dei media, le fantasmagoriche ipotesi politiche del dopo-voto, generalmente destinate a svaporare nell’arco di qualche settimana.

Gli astensionisti. Un popolo quasi pari alla somma dei due poli

Chi non capisce che l’astensionismo è il principale fenomeno politico-sociale di questa fase può anche disinteressarsene, occupandosi magari di qualche zerovirgola alle elezioni comunali di chissàdove, nonché delle preferenze ottenute da chissàchi. Gli facciamo i migliori auguri, basta che non venga a lamentarsi di come va il mondo. Non siamo tra quelli che pensano che le masse abbiano sempre ragione, ma non vediamo come si possa prescindere dai veri fenomeni di massa, e la crescita dell’astensionismo è innegabilmente un fatto di massa, il vero fatto di massa segnalatoci da queste elezioni.
Passiamo ai dati. Come noto il numero degli astensionisti in senso stretto (le persone che non si sono proprio recate al seggio) è aumentato dell’8% rispetto alle precedenti regionali, arrivando al 36,4 del corpo elettorale. In termini assoluti ciò corrisponde a circa 3 milioni e 300mila persone in più del 2005. Si tratta di un risultato record, ma non è tutto. Se aggiungiamo le schede bianche e quelle nulle, un dato che nessuno riporta, arriviamo ad un astensionismo del 39,1%.
Per la precisione, su 40.834.028 aventi diritto hanno espresso un voto per l’elezione dei «governatori» solo 24.867.989. Sono mancati dunque all’appello 15.966.039 elettori (il 39,1% di cui sopra), che diventano 18.449.120 nel voto di lista (45,2%). Quest’ultimo notevole scarto tra voto per il «governatore» e voto di lista può avere diverse spiegazioni, ma tra queste c’è sicuramente la forte personalizzazione di una politica ormai americanizzata.

Abbiamo già detto che il numero degli astenuti in senso stretto è cresciuto in un colpo solo di oltre 3 milioni di persone. Eppure i guru dei sondaggi prevedevano al massimo un aumento di un milione. E questa possibilità di un milione di astenuti in più veniva giudicata una vera sciagura per il sistema politico. Ora che quella previsione «massima» è stata superata di oltre tre volte si vorrebbe rimuovere la questione. Essa è ormai talmente grande, talmente evidente, che il sistema politico bipolare non può far altro…che ignorarla.
Di fronte a questo esodo gigantesco il ceto politico, salvo qualche banale frasetta di circostanza, è muto. Eppure esso ci parla di un fatto enorme: la democrazia rappresentativa è morta, e perlomeno nella forma che si è storicamente realizzata in occidente non è resuscitabile. Al suo posto c’è un sistema truccato, manipolato, falso, teleguidato dalle oligarchie finanziario-mediatiche. E’ così ovunque, ma il caso italiano ne è un esempio eclatante.
Le masse l’hanno capito, i cervelloni che pensano di poter indirizzare un ceto politico in realtà irriformabile no. Peggio per loro.
Ovviamente anche l’astensionismo non va mitizzato. Ha i suoi limiti, le sue contraddizioni. Andrà dunque discusso ed analizzato con calma. I suoi detrattori, però, non sanno far altro che demonizzarlo, confermando la massima secondo cui «non c’è peggior sordo di chi non vuol capire».

In proposito ci sentiamo di affermare che è in forte crescita un astensionismo consapevole e attivo. Sono sempre di più le persone che si astengono non per qualunquismo, indifferenza o semplice «delusione», come vorrebbero farci credere i ben poco indipendenti istituti di ricerca, ma per scelta consapevole e matura, come unica forma possibile di delegittimazione del sistema politico. Mai come in questa occasione ci è capitato di sentire tantissime persone che argomentavano politicamente la loro astensione. Vorrà pur dire qualcosa.

Un fenomeno largamente imprevisto di questa tornata elettorale è stato il successo dei «grillini». Un successo che ha una spiegazione ben precisa: la collocazione del tutto esterna al bipolarismo, l’essere percepiti come fuori dalla «Casta», un titolo oggi sufficiente a raccogliere consensi significativi, comunque superiori – tanto per fare un esempio – a quelli dei sinistro-federati intruppati nel centrosinistra.
Il successo del «Movimento 5 stelle» è stato particolarmente significativo nella Val di Susa, luogo di uno dei più forti movimenti popolari (quello anti-TAV) degli ultimi anni. A dimostrazione del fatto che, per fortuna, non tutti i movimenti sono sempre riassorbibili nella logica del bipolarismo.
Vedremo come evolverà questa novità politica. Per ora possiamo dire che il successo dei «grillini» ha lo stesso segno della grande avanzata astensionista, che rimane di gran lunga il principale dato politico di queste elezioni, la forma più naturale di quell’Aventino popolare senza il quale non usciremo mai dal pantano della Seconda Repubblica.

Uno su sei, anzi un po’ meno
Rispetto alle europee il Pdl ha perso 2.274.488 voti

Gli stessi che occultano l’astensionismo, celebrano l’inesistente «vittoria» di Berlusconi. Abbiamo detto all’inizio che solo un elettore su sei ha votato Pdl. In realtà siamo stati un po’ generosi. Il Pdl ha infatti ottenuto nelle tredici regioni 5.994.741 voti pari al 14,7% del corpo elettorale. La proporzione sarebbe dunque più vicina ad uno a sette, ma assumiamo qui come sostanzialmente corrette le elaborazioni di Mannheimer (Corriere della Sera, 31 marzo), che aggiunge ai voti del Pdl quelli delle liste di sostegno ai governatori riconducibili a quel partito. Questa operazione in linea di massima è corretta, non fosse altro per includere i voti della lista Polverini a Roma. In realtà Mannheimer è un po’ troppo largo, dato che concede al Pdl 950mila voti in più, mentre quelli raccolti dalla Polverini nella capitale sono soltanto 592mila.
In ogni caso, anche adottando questo criterio, Mannheimer sposta il risultato del Pdl dal 26,78% sui voti espressi al 31%. Il che, rapportato all’insieme del corpo elettorale, dà un 16,99%, appunto un elettore su sei.

Ma come è andato il Pdl rispetto alle ultime elezioni? In generale il trend è chiaro: alle politiche del 2008 ottenne il 37,4%, alle europee del 2009 il 35,3%, quest’anno (pure accettando i criteri larghi di Mannheimer) il 31,0%. Come può Berlusconi cantare vittoria?
Da notare che, anche in termini di percentuali, il Pdl ha perso posizioni in tutte le regioni, nessuna esclusa, anche laddove non aveva la concorrenza «amica» della Lega.
Ma se dalle percentuali passiamo ai valori assoluti, quello del partito berlusconiano è un autentico tracollo. Limitiamoci al confronto con le europee, peraltro quello più favorevole a Berlusconi. A fronte dei 6.944.100 voti (sempre criterio Mannheimer) di quest’anno, quanti ne aveva avuti il Pdl soltanto un anno fa? La risposta è: 9.218.588. La perdita secca, in un solo anno, è di 2.274.488 voti. E questi sarebbero i numeri di una vittoria! Roba da non credere…
La verità dei dati è oscurata dai media e dallo stesso centrosinistra, che non ha alcun interesse a mettere in rilievo il peso dell’astensionismo, ma verità resta.

Uno su quindici
La Lega ha meno voti di un anno fa

Qualcuno penserà che le perdite del Pdl siano state recuperate dalla Lega. Errore! Certamente vi è stato un discreto flusso in uscita dal Pdl alla Lega, ma di sicuro il flusso in uscita è stato maggiore. Nelle elezioni di domenica il partito di Bossi ha ottenuto 2.749.874 voti, contro i 2.885.377 del 2009, con una perdita secca di 135.503 voti.
Certo, per effetto dell’aumentato astensionismo, la Lega è cresciuta in percentuale, ma parlare di sfondamento è un po’ troppo.
Per fare alcuni esempi, la Lega ha perso 104mila voti in Lombardia, circa 60mila in Piemonte, 7mila in Liguria, recuperandone invece 21mila in Veneto, 9mila in Toscana, 9mila in Emilia.
La Lega oggi è più forte nella coalizione di centrodestra, e questo avrà pesanti conseguenze politiche, ma in termini di consenso reale la Lega è al palo. Del resto, lo abbiamo già ricordato all’inizio, il simbolo bossiano ha avuto il consenso di un elettore su 15.
Nelle stesse regioni centrali, di cui tanto si parla, lo sfondamento era già avvenuto un anno fa. Le elezioni di domenica lo hanno solo confermato.

Il perché di una tenuta
La batosta è bipartisan

Chiarito che non c’è stato alcun successo berlusconiano, è necessario esaminare il perché di una tenuta che invece c’è stata.
Perché parliamo di tenuta? Per il banale motivo che, nel bel mezzo di una crisi gravissima e senza sbocchi, con il contorno di scandali per tutti i gusti, con un Paese allo sbando, l’insieme delle forze di governo non hanno (in termini relativi) subito il possibile tracollo.
Insomma, non si è verificato quel che è successo in Francia. L’assoluto discredito di cui giustamente godono le forze del centrosinistra ha evitato a Berlusconi la sconfitta. Non pensiamo che la differenza con la Francia risieda in un diverso tasso di «riformismo», più probabile che si tratti di puro e semplice discredito.
La credibilità si conquista in genere con un lavoro di lungo periodo; il recupero della credibilità dopo che si è persa la faccia è un’impresa assai più ardua, ed il solo antiberlusconismo non basta.

In più, e questo ci dice quanto sia degradata la situazione italiana, persiste il paradosso di un partito (la Lega) che è al governo – sia pure a periodi alterni – da 16 anni, ma che può atteggiarsi ancora quasi fosse un partito di opposizione. Nella «Roma ladrona» non governano forse loro? Nella confusa Italia di questo periodo questa ovvietà non appare così ovvia, prova inconfondibile dell’assenza totale di un’opposizione degna di questo nome.

E’ vera comunque una cosa: tre mesi fa il centrosinistra avrebbe salutato il 7 a 6 come un successo. Poi è arrivata la sensazione di un possibile tracollo del blocco berlusconiano. Il tracollo non è avvenuto, giusto dunque parlare di tenuta. Ma quella batosta che non c’è stata in termini di maggioranze regionali, c’è stata invece in termini di consenso reale. Solo che ha colpito in maniera bipartisan l’intero sistema politico, un segno inequivocabile di quanto sia grave la crisi politica che accompagna quella economica.

Anche Pd e Idv hanno infatti perso consistentemente sulle europee.
Il Pd ha ottenuto 5.843.420 voti (26,10%), un dato che Mannheimer porta a 6.074.282 con l’aggiunta delle liste dei «governatori». Nel 2009 il Pd aveva ottenuto 6.961.626 voti. Dunque la perdita è stata di 887.344 voti, un calo assai minore di quello subito dal Pdl ma pur sempre consistente.
L’Idv nel 2009 aveva avuto 2.041.952 voti, domenica si è fermato a 1.626.416, con un calo di 415.536 voti. Anche per Di Pietro dunque uno stop piuttosto evidente, in questo caso anche in termini percentuali.

All’interno di questa batosta c’è l’arretramento dei due piccoli raggruppamenti ex-arcobalenici. Entrambi hanno perso rispetto alle europee anche in termini percentuali, ben più pesante l’arretramento in valori assoluti. La Federazione della sinistra è passata dal 3,4% al 2,7%, perdendo in un anno 299.582 voti dei 911.903 ottenuti nel 2009. Sinistra Ecologia e Libertà, nonostante il successo personale di Vendola che ha trainato fortemente la lista in Puglia, è scesa dal 3,2% al 3,0%, perdendo 153.627 voti sugli 831.936 che aveva. Per quanto ci riguarda l’arretramento dei due tronconi ex-arcobalenici era prevedibile e previsto, ed il risultato di domenica porterà probabilmente ad ulteriori pasticci nel prossimo futuro.

E ora?

I dati elettorali ci consegnano dunque un Paese spaccato in due: da una parte un sistema politico bipolare sempre più in affanno, dall’altra un esodo popolare – inevitabilmente contraddittorio, ma sempre più consapevole – da questo sistema.
Nell’ambito bipolare riprenderà la lotta tra il blocco reazionario capeggiato da Berlusconi e quello oligarchico ed iper-capitalista guidato dal Pd. I fili di questa lotta sono mossi in buona parte dalle diverse fazioni delle classi dominanti, essendo in palio la riconfigurazione dei futuri assetti di potere. Una posta in gioco che scatena tutti i possibili interessi ed appetiti, tanto più nel quadro della crisi storico-sistemica in corso.
Prevedibilmente la lotta all’interno del blocco dominante, che verrà condotta con ogni possibile mezzo, attraverserà gli stessi confini che disegnano la strutturazione bipolare del sistema politico. In ogni caso la melma è destinata a salire.

La perdita di consenso evidenziata dalla crescita dell’astensionismo è perciò destinata ad accentuarsi. Dall’altra parte il dissenso sarà chiamato a farsi opposizione, perché sta qui il discrimine tra un esodo impotente ed una separazione cosciente.
Oggi questi due elementi convivono, ma intanto la frattura con il regime si è fatta larghissima, e questa – l’abbiamo detto e scritto più volte – era l’unica possibile base di partenza di un futuro movimento di massa capace di contrapporsi ad entrambi i blocchi sistemici.

Riuscirà questa scommessa? Dipenderà da molti fattori. Quel che è certo è che si tratta dell’unica scommessa sensata per chi non vuole rassegnarsi all’esistente e ad un futuro ancora più fosco.
Ci sarà un passaggio decisivo, che deciderà le sorti di questa sfida. Sarà quello in cui le classi dominanti passeranno ad imporre misure economiche feroci, per scaricare la crisi sulle classi popolari.
Chi crede che questo sia uno scenario che riguarda soltanto la Grecia è del tutto fuori dalla realtà. L’attuale prudenza dei governi europei non è dettata dai dati macroeconomici, ma solo dal timore della rivolta sociale.
I tempi, però, si vanno facendo stretti. Ed anche volendo escludere una precipitazione, che in realtà non escludiamo affatto, in autunno avremo certamente una finanziaria ben più pesante delle ultime.

La sfida sarà allora quella di congiungere l’opposizione sociale a quella democratica, per far nascere una nuova ed incisiva opposizione di massa. Unico modo, tra l’altro, per sbarrare la strada alle continue spinte reazionarie di cui è portatore il governo Berlusconi.

da Campo antimperialista
1 Aprile 2010

542 Visite totali, 1 visite odierne

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *