Paolo Guzzanti vs. Carlo de Benedetti

« Craxi è il padrone e quel che dice io faccio ». Ecco cosa rispose Silvio Berlusconi a Carlo De Benedetti quando quest’ultimo lo chiamò incredulo, dopo avere appreso che il primo, nonostante la sincera telefonata di felicitazioni intercorsa tra i due, aveva formato una cordata per soffiargli la SME, regolarmente acquistata dall’IRI di Prodi.
Non era colpa sua, insomma: it’s only business. Come dire: senza Craxi niente frequenze, senza frequenze niente televisioni quindi, ancorché umanamente io ti sia vicino, sono costretto a farti fuori. RaTaTaTaTan! E giù a comprar sentenze, tanto poi c’è la prescrizione.

Stessa sorte per l’affare Mondadori. I Formenton avevano già siglato un accordo di vendita della loro quota alla CIR di Carlo De Benedetti, quand’ecco arrivare Silvio e sfilare il bottino dalle mani dell’avversario, e poi tenerselo grazie alla solita corruzione di giudici, questa volta svelata dall’ex amica Stefania Ariosto. Ma ecco il particolare nuovo ed interessante: come fece Silvio a convincere i Formenton a cedegli la loro parte, quando in realtà l’avevano già venduta?

« Il Cavaliere giocò su due fattori. Il primo consisteva nel fatto che De Benedetti, tranquillo e sicuro del fatto suo e del diritto, una volta firmate le carte e stabilito ogni dettaglio, non ritenne, e come dargli torto, di doversi dedicare alla cura dell’elemento umano di casa Formenton. Il secondo fattore tramandato dai cultori della materia starebbe nel fatto che Berlusconi non fu subito chiaro nelle sue intenzioni, ma lavorò fortemente ai fianchi l’elemento umano senza dire chiaramente che cosa voleva e neanche che voleva qualcosa. Era diventato uno zio di famiglia, un fidanzato collettivo, Babbo Natale e Prince Charming. Poi però il Cavaliere arrivò al punto, fece leva su tutti i sentimenti, sugli interessi, sulle cifre, sulle convenienze e, insomma, nel novembre 1989 i Formenton se ne escono fuori pubblicamente annunciando che per loro il patto firmato con De Benedetti è carta straccia e che invece che all’Ingegnere venderanno al Cavaliere, un così caro amico che ci è stato tanto vicino in tutto      questo tempo e che ci offre anche una bella cifretta in più e al quale mai e poi mai potremmo dire di no »

Ecco che emerge in tutto il suo splendore l’arte seduttiva di un Berlusconi cinico, che sa innamorarsi delle sue prede e corteggiarle in un modo che nessun uomo con un minimo di etica dei rapporti interpersonali potrebbe mai utilizzare. Un’altro esempio?

« L’arma seduttiva di Silvio Berlusconi, sia che la usi con le donne, sia che la usi negli affari, ha sempre avuto una marcia in più, anche se non è poi così invincibile come lui fa credere. Berlusconi è un maratoneta della seduzione. Quando Bossi lo piantò nel dicembre del 1994 dando vita al cosiddetto ribaltone da cui derivarono le dimissioni, il governo Dini e poi la bruciante sconfitta del 1996, Berlusconi disse: "Non ce la faremo mai se non recuperiamo Bossi e la Lega". A quell’epoca Bossi scriveva e faceva scrivere, diceva e faceva dire che Berlusconi era un mafioso di Cosa Nostra, che era un lurido fascista, un imbroglione, un criminale e che bisognava liberarsi di lui anche prendendo il fucile, se necessario. [cfr: L’undicesima domanda]
Poi Berlusconi cominciò a mandare messaggi, lo andò a trovare, lo corteggiò come se fosse stata una donna, e a noi candidati del 2001 (dunque molto più tardi, quando ormai la seduzione aveva funzionato) diceva "Ognuno di voi adotti un leghista, ci vada a mangiare, ci faccia le vacanze, lo porti al bar, gli telefoni, si ricordi del suo compleanno, non mollateli, non perdeteli mai di vista e riempiteli di gentilezze e amore: loro sono la nostra unica possibilità di vittoria. Fate come me, fate come io ho fatto con Bossi e vinceremo".»

Così ha fatto con gli italiani. E, a quanto pare, ha sempre (o quasi) funzionato. Del resto, come si è appropriato dello slogan "Forza Italia", recentemente si è intestato anche il sentimento più antico del mondo, vessillo di una intera religione. L’ha brevettato, l’ha prodotto in serie e poi distribuito in migliaia di punti vendita dislocati su tutto il territorio, quasi fossero chicken-burgers: "L’amore vince sempre". Di più, l’amore vince sempre sull’odio. Tranne che per i comunisti: quella è l’unica fattispecie dove l’amore perde. Un amore ad-personam.

Se lui ama tutti, non è detto però che tutti amino lui. Così Craxi a Guzzanti sulle lamentele di Berlusconi circa il Lodo Mondadori: « Ma che cazzo vuole ancora Silvio? Si accontenti di quello che porta a casa e non rompa i coglioni! »


da byoblu.com   25 maggio 2010

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Neofascismo, com’è potuto accadere di Salvo Vitale

Il peccato originario è da ricercare nella scelta, avvenuta agli inizi degli anni 90, del  sistema maggioritario, rispetto a quello proporzionale.
Si cominciò a parlare di “prima repubblica al tramonto, di riferimento alle grandi democrazie, come l’Inghilterra,  gli Stati Uniti  e, parzialmente la Francia, di riduzione a due del numero sempre crescente dei partiti politici, dell’anomalia data da piccoli partiti che chiedevano troppo, persino le cariche più alte, per garantire il loro appoggio alla coalizione di governo.
 Il 61 a 0 a vantaggio di Forza Italia, avvenuto in Sicilia all’esordio del sistema, fu l’esempio più eclatante di come chi consegue la maggioranza, anche per un solo voto in più, prende tutto, cancellando completamente le minoranze, la cui sopravvivenza venne affidata al “mattarellum”, ovvero alla decisione, con il doppio voto, di conservare, per un terzo, il sistema proporzionale.
Quindi un’insalata all’italiana, nè carne né pesce, che, invece di portare alla scomparsa dei partitini portò a una loro maggiore proliferazione, attraverso la “coalizione vincente”, ovvero la cooptazione del piccolo partito nella grande coalizione o l’iscrizione del candidato suo rappresentante nelle liste elettorali dei partiti maggiori.
Era chiara l’intenzione dei D.S e di Forza Italia di fagocitare il resto delle forze politiche e restare la sola espressione di maggioranza e opposizione, con l’illusione dell’intercambiabilità. Sia chiaro che solo il sistema proporzionale garantisce la rappresentanza di qualsiasi forza politica, in rapporto al numero dei votanti. Tutt’alpiù, per evitare la polverizzazione, si può ricorrere a una soglia di sbarramento, come in Germania.
L’altra discrasia è stata introdotta con “il premio di maggioranza”, cioè il regalo di una quarantina di parlamentari alla coalizione vincente:  introdotto già nel 1923, come “legge Acerbo”, fu uno degli strumenti principali che portò all’affermazione del listone fascista e alla progressiva scomparsa delle minoranze.
Negli anni ’50  venne riproposta e allora le forze di sinistra la chiamarono “legge truffa” , anche se le condizioni da questa prescritte non si realizzarono. Adesso ci si è scordati di tutto  e si è riusciti a sacrificare la democrazia rappresentativa  sul tavolo della “governabilità”, e a mistificare, per legge, le cifre del consenso popolare.
Il punto più alto di questi stravolgimenti costituzionali è stato dato da una trovata, quella dell’inserimento del nome del candidato a premier nel simbolo elettorale: in tal modo si configura una diretta elezione popolare, anche se costituzionalmente l’incarico di governo rimane una funzione del presidente della Repubblica, il quale non ha più una competenza nella scelta del nome, ma solo una funzione di ratifica.
E infine il “porcellum” ovvero l’ultima legge elettorale partorita da Calderoli, la quale reintroduce, con una serie di paletti, il sistema proporzionale, conserva il premio di maggioranza e riserva la facoltà di stabilire i nominativi degli eletti alle segreterie di partito: in pratica una sorta di “lista bloccata”, sul tipo di quelle dei regimi totalitari, che espropria l’elettore della sua volontà di scegliere chi lo deve amministrare. Il tutto corredato da una serie di sbarramenti, sia al senato, che alla camera, che alle  regionali e persino alle europee, studiati per eliminare il dissenso, soprattutto a sinistra dei piccoli partiti che, invece di coalizzarsi preferiscono dividersi e quindi esser tagliati fuori.
E’ rimasta invece intoccata la prassi della contrattazione maggioranza-opposizione, per la spartizione di alcuni posti o per concordare alcune leggi ad esclusivo vantaggio della”casta “ parlamentare. La deriva autoritaria continua con la ripetizione ossessiva di leggi che dispensino il premier dall’affrontare i processi nei quali è implicato e con l’intenzione di tornare a ripristinare l’abolita immunità parlamentare.
Il lodo Alfano, la proposta , al momento  ritirata, di far votare solo i capigruppo, la riproposizione continua di decreti legge e dell’annesso voto di fiducia, sono tutte pratiche che espropriano i parlamentari del loro ruolo e mortificano le regole del libero confronto. Su tale direttiva si sta muovendo anche il progetto di revisione costituzionale, che mira a render più forte il premier, ad ampliare i suoi poteri con l’elezione diretta, a diversificare le funzioni del senato e in pratica a ridurre al minimo qualsiasi dibattito parlamentare.
Anche l’ultimo pacchetto-sicurezza, con l’introduzione dei medici e dei presidi spia, con la criminalizzazione dei clandestini,il cui rimpatrio viene spacciato come una dimostrazione di “stato forte”, con le classi separate per i figli degli immigrati, con la penalizzazione delle scritte sui muri, si inquadra nel disegno.
La limitazione dei percorsi delle manifestazioni , la limitazione del diritto di sciopero, le ronde notturne, la diffida di polizia, la minaccia di mettere il bavaglio a Internet,  la norma sulle intercettazioni, la controriforma scolastica con la valutazione del voto di condotta, per non parlare di una serie di norme limitative introdotte nel mondo del lavoro, ad uso e consumo solo del padronato, danno la sensazione che il neo-duce stia dando la spallata definitiva al sistema democratico, come il vecchio duce fece nel 1925, con le “leggi fascistissime”.
Lo  strumento principe di questo progetto è il mezzo televisivo, usato spregiudicatamente e militarmente come arma sia di acquisizione del consenso,sia di demolizione del dissenso. Lo strumento esecutivo è invece dato dalle truppe cammellate presenti al Parlamento e pronte ad avallare qualsiasi decisione partorita dal pornoduce o dai suoi stretti collaboratori.
In tal senso è ormai sotto tiro il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, con l’introduzione di aberranti norme come il lodo Schifani, il lodo Alfano, il legittimo impedimento, il già pronto nuovo lodo Gasparri, che estenderà l’impunità anche ai ministri, il disegno di legge sulle intercettazioni, il progetto di monocameralismo e quello di presidenzialismo, che svuoterà il parlamento delle sue competenze, dilatando a dismisura i poteri del premier-duce.
Per non parlare del progetto di imbavagliamento della magistratura e di espropriazione dei suoi poteri. Non vogliamo parlare nemmeno delle carognate che giornalmente sindaci leghisti e non solo escogitano nei confronti e sulla pelle degli immigrati.
Ci sono soluzioni di salvezza?  Non molte, anche perché le striscianti pratiche del dialogo e dell’accordo sotterraneo escludono qualsiasi forma di opposizione  o la relegano ai partiti minori, indicati come turbatori di un sistema che, sia pure con qualche riserva, complessivamente continua a funzionare.
Bisognerebbe cominciare dal boicottaggio dei mezzi d’informazione del premier, e da quello della pubblicità da essi trasmessa; bisognerebbe assentarsi, anziché sentirsi gratificati, dai dibattiti televisivi, salotti, interviste ecc:, far circolare l’elenco delle testate giornalistiche e  delle emittenti gestite dall’attuale gruppo di potere  e ritornare a forme di comunicazione non controllabile, come i manifesti, i continui comizi elettorali, i giornali in copia unica, ma soprattutto comunicare su internet.
In pratica organizzare brigate di resistenza antifascista, se è necessario clandestine e ricostruire una rete di sezioni che u
na volta costituivano il punto di riferimento e di ritrovo dei militanti democratici. Tolti i denti al lupo tutto dovrebbe essere più semplice.
Ma questo non vuol farlo nessuno.

(Intervento al Forum Sociale Antimafia 2010 a Cinisi)
da www.Peppinoimpastato.com

(12 maggio 2010)

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Vogliono zittire una voce libera di Sonia Alfano

RADIO 100 PASSI

A Palermo c’è una radio che dà fastidio. Come dà fastidio il ricordo di molte vittime di mafia, tra queste Peppino Impastato. Come davano fastidio la sua ribellione alla mafia e la sua radio. A Palermo, Radio 100 passi, subisce gli attacchi dei vigliacchi.

Questa nota è stata scritta da un componente dello staff della radio il giorno in cui la stessa avrebbe dovuto cominciare le trasmissioni:

Nella notte tra domenica e lunedi un duro colpo veniva sferrato nei confronti di Radio 100 passi.
Tutta l’attrezzatura che avevamo comprato in questi mesi e che serviva ad iniziare le trasmissioni era stata rubata. Tutta, ma propio tutta, dai pc al modem della fastweb dal mixer ai telefoni fino alle ciabatte porta spine. Rubate pure le attrezzature di lavoro degli artigiani che prestavano gratuitamente la loro opera nell’allestimento dei locali della radio.
"Ci siamo" ho subito pensato tra me e me dopo avere ascoltato la telefonata del coordinatore che mi annunciava con voce rotta dallo sconforto l’avvenuto depredamento degli strumenti che servivano a diffondere in rete un progetto di legalità, "sono arrivati" – "vogliono chiuderci la bocca" pensavo mentre coprivo il tragitto da casa mia fino alla radio, Questo e tanti altri pensieri si accavallavano nella mia mente, mentre la rabbia montava dentro, cresceva a più non posso, nei confronti di questa città che forse merita ciò che gli viene riservato. Non posso chiedermi neanche il perchè di questo vile colpo, conoscendo bene il modo di agire della cultura mafiosa. Giunto sul posto la scena che si presentava era sconfortante. Tutto il lavoro fatto in tante giornate sottratte alle nostre famiglie era stato vanificato.
La sala di regia completamente svuotata di tutto, i fili penzoloni e due monitor vecchiotti rendevano lo stato delle cose veramente sconfortante, quasi da abbandono.
"Ma chi me lo fa fare?" "Ma perchè mi sono messo in questa storia?" "non ci guadagno niente, anzi ci sto rimettendo in denari ed in salute" "Perchè devo avere di queste preoccupazioni?" "Perche devo darle anche alla mia famiglia?".
Queste riflessioni facevo guardando lo striscione della radio appeso al muro e ciò che c’era scritto sopra. "RADIO 100 PASSI il microfono dei siciliani onesti. Ho voglia di andarmene, di abbandonare, lasciare tutto come si trova in questa terra irredimibile. Ma poi penso a personaggi che hanno lasciato la loro vita in questa lotta e per questa terra, personaggi come Falcone, Borsellino, La Torre, penso ai giudici, ai polizziotti,ai giornalisti, penso alle loro famiglie che sono state private del loro bene più prezioso, violentate nel loro amore propio, penso a loro ed alla offesa che hanno subito e che con dolore e dignità lottano per una giustizia ed una società migliore.
Certo il mio dispiacere è niente in confronto a tutto questo, ma la radio è il mezzo per diffondere il pensiero di questi grandi uomini – eroi, ma allora non mi devo fermare, devo continuare nel mio piccolo anche per costoro e per le loro famiglie.
Un giro di telefonate con gli altri collaboratori ed amici di questo percorso per sondare i loro umori: NOI NON CI FERMEREMO è quello che ognuno di noi mette sul piatto di questa bilancia, consci del ruolo che abbiamo e dell’obiettivo che ci siamo prefissati con radio 100 passi, mentre da una vecchia foto il nostro amico Peppino Impastato mi guarda sornione e sorride.


A seguito di quanto accaduto, Radio 100 passi ha chiesto l’aiuto degli ascoltatori e di quanti credono nella cultura antimafiosa, organizzando una festa per raccogliere i fondi necessari per l’acquisto delle attrezzature necessarie, ma purtroppo non è bastato.

Negli ultimi giorni un altro vile gesto è stato compiuto in quella che doveva/dovrebbe essere la nuova sede della radio, l’attuale sede di ‘Ubuntu’, asilo interculturale.
Poichè io credo profondamente del progetto di Radio 100 passi, vi chiedo di sostenere il suo staff.

Sono state previste varie modalità per contribuire:

Carta di credito e carte prepagate:
– on-line con il metodo sicuro PayPal (che trovate cliccando qui)
– Bonifico o RID:
a favore di: Associazione 100 Passi network, Via Guglielmo Marconi, 2/a – 90141 Palermo
conto n°4155 Credito Siciliano ag.1
IBAN: IT 72 Y0301904612000000004155

Vaglia postale:
da tutti gli uffici postali compilando l’apposito modulo, o comodamente da casa tua collegandoti al sito: www.poste.it/bancoposta/vagliapostale/index.shtml
Inviandolo a: Associazione 100 passi network, Via Guglielmo Marconi, 2/a – 90141 Palermo

Versamento sul c/c bancario:
n°4155 Credito Siciliano ag.1 intestato a: Associazione cento passi network, via Guglielmo Marconi, 2/a – 90141 Palermo.

dal blog Italia dei valori  2 Maggio 2010

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Piazza Fontana: noi sapevamo

Gli Stati Uniti hanno vinto la seconda guerra mondiale e questo nessuno lo contesta. Successe nel 1945. Sono passati 65 anni. Si sono trovati così bene in Italia che da allora non se sono più andati, ma anche l’ospite più gradito dopo un periodo così lungo comincia a puzzare. Da Portella della Ginestra in poi, la Cia ha sempre fatto la parte del maggiordomo che, anche se non è colpevole, è sempre il primo a essere sospettato. Tre ragazzi sono andati in Sudafrica a intervistare il generale Maletti ex capo del reparto controspionaggio del SID. Maletti ha affermato che dietro Piazza Fontana c’era l’ombra della CIA, i servizi segreti americani che volevano destabilizzare il Paese per imporre una svolta autoritaria a destra come avvenne per la Grecia dei colonnelli e il Cile di Pinochet. Oggi in Italia ci sono decine di basi americane, bombe nucleari americane ed è in costruzione a Dal Molin la più grande struttura militare americana in Europa. E solo ieri un pentito di mafia, Antonio Di Perna, ha dichiarato che "Enrico Mattei (ex presidente dell’ENI, ndr) fu ucciso forse perché dava fastidio agli americani". Le Forze Armate italiane sono diventate gli ascari degli Stati Uniti, in conflitti insensati, dall’Iraq all’Afghanistan. Cari americani, la guerra è finita ed è caduto anche il Muro di Berlino. Andate in pace.

Intervista a Andrea Sceresini e Maria Elena Scandaliato autori del libro: “Piazza Fontana – Noi sapevamo”.

Andrea Sceresini: "Sono Andrea Sceresini e sono coautore insieme a Nicola Palma e Maria Elena Scandaliato del libro “Piazza Fontana – Noi sapevamo”, uscito poche settimane fa. Secondo me parlare di Piazza Fontana oggi a distanza di 41 anni ha ancora un senso comunque, ha senso perché si tratta di una vicenda che non è stata mai chiarita e che è sintomatica di un’epoca, quella della Strategia della tensione, del terrorismo, della sovranità limitata che c’è stata in Italia durante gli anni Settanta e anche in seguito; una situazione che ancora oggi in qualche modo si trascina. E che non a caso non è stata mai chiarita completamente, non si è mai capito veramente la verità su questi fatti, su Piazza Fontana, sui vari tentativi di colpi di stato che ci sono stati in Italia dal Settanta (cioè dal Golpe Borghese) fino alla metà anni Settanta e sulle altre bombe, sulle altre stragi che hanno ucciso decine e decine di persone durante tutti gli anni Settanta.

Il senso di Piazza Fontana oggi.
E quindi sì ha senso, ha senso anche perché oggi teniamo conto che un sondaggio recente fatto per giovani di Milano ha dimostrato che la maggior parte dei ragazzi delle scuole superiori è convinto che la bomba in Piazza Fontana l’hanno messa le Brigate Rosse, quindi ha senso perché fanno parte di quella che deve essere anche la cultura civica di questo paese. "
Maria Elena Scandaliato: "Le ragioni che stanno dietro alla strage sono le ragioni che stanno dietro alla creazione di tutta la strategia della tensione, creare in Italia una situazione di tensione sociale che giustificasse in qualche modo un controllo della popolazione di tipo autoritario, una cosa simile a quella che era avvenuta in Grecia però in forme diverse, non c’è stato bisogno poi del colpo di stato militare come era avvenuto con il regime dei colonnelli qualche anno prima in Grecia.
Quindi le motivazioni sono queste, da legare fondamentalmente alla Guerra Fredda che c’era in Europa, che soprattutto in Europa poi si è vissuta in maniera particolarmente forte perché ricordiamo per esempio che in Italia c’era il più forte Partito Comunista europeo, quindi dopo l’autunno caldo nel ‘ 69 e dopo tutta una serie di conquiste e lotte sociali, il pericolo comunista andava arginato e la strategia della tensione rispondeva a questa esigenza che era non solo italiana. ma soprattutto internazionale e americana, noi facevamo parte della Nato, eravamo tra l’altro la portaerei della Nato nel Mediterraneo e quindi dovevamo essere un punto saldo, fermo, indiscutibile. Per questo si è iniziata la strategia della tensione e in qualche modo ha vinto.
Andrea Sceresini: "Gli Stati Uniti hanno fornito, secondo quello che dice Maletti e secondo quello che dice anche la magistratura o che almeno ipotizza la magistratura perché una sentenza definitiva in questo senso non c’è mai stata, il materiale esplosivo agli stragisti, gli stragisti erano i neofascisti di Ordine Nuovo della cellula padovana veneta e gli americani hanno fornito esplosivo e supporto logistico. Tutte le basi americane del nordest erano in qualche modo attive nel supportare anche a livello di addestramento, di armi, le munizioni, di uomini i gruppi neofascisti. Queste cose sono emerse anche negli anni seguenti a Piazza Fontana, per esempio c’è l’inchiesta sulla Rosa dei Venti fatta dal giudice Tamburino nel ’74 che dimostra questo, l’inchiesta Salvini dimostra questo.
Quindi supporto logistico, supporto in fatto di esplosivo e poi fondamentalmente una carta bianca agli stagisti che hanno agito autonomamente. Non c’era l’agente della Cia che metteva la bomba in Piazza Fontana, c’erano dei neofascisti italiani che con l’esplosivo americano andavano a fare la strage.
Maria Elena Scandaliato: "Senz’altro dagli anni Settanta ad oggi l’ingerenza americana si è saldata, non c’è più neanche la controparte che la metta in discussione, negli anni Settanta c’era una controparte che metteva in discussione realmente la presenza delle basi americane e delle basi Nato in Italia perché c’era il rischio concreto di una guerra nucleare in cui l’Italia sarebbe stato uno dei primi obiettivi, essendo uno dei punti di lancio dei missili privilegiato. Quindi c’era un’altra parte che rispondeva alla sinistra che metteva in discussione l’appartenenza stessa dell’Italia alla Nato.
Oggi tutto questo non c’è più, quindi la forza americana in Italia è radicata senza più neanche essere discussa, ancora più di prima secondo me, quindi ancora più forte e soprattutto nessuno la mette in discussione, né a destra, a destra va beh va da sé che nessuno la metta in discussione, ma neanche a sinistra. Tutti i partiti che fanno parte della rosa parlamentare sono ben lontani dal discutere la presenza americana, soprattutto le regole, le norme in base alle quali gli americani continuano a mantenere le loro basi e le basi Nato in Italia.
E il rischio comunque che l’Italia sia sempre in mezzo a un possibile scontro nucleare c’è, è reale, anche se nessuno ne parla, anche se nessuno denuncia questo concreto rischio.
Andrea Sceresini: "Restano da chiarire ancora molte cose, dopo avere parlato anche con Maletti e con vari personaggi dei servizi segreti, piuttosto che legati a ambienti dell’estrema destra terrorista etc., abbiamo visto questa cosa, che tutti quanti hanno paura di dire qualcosa, c’è una verità che molti ammettono di conoscere, ma non hanno mai detto, non hanno mai dichiarato. Ci sono dei verbali di alcuni interrogatori di alcuni dei personaggi legati per esempio alla Rosa dei Venti che tutt’oggi, a 40 anni di distanza, sono ancora sottoposti a segreto di Stato e nessuno sa cosa hanno detto in questi interrogatori. C’è paura di dire qualcosa, una verità, anche Maletti.. per esempio noi siamo stati a trovare Licio Gelli e quest’ultimo ci ha detto che Maletti quando è venuto in Italia nel 2001 a testimoniare su Piazza Fontana aveva un salvacondotto di un tot di giorni, poniamo di dieci giorni. Ha testimoniato e dopodiché è andato a trovare Gelli
a Villa Wanda, i due si sono incontrati e Gelli gli ha detto “Te che ci fai qua in Italia? Tornatene subito in Sudafrica, domani prendi il treno te ne vai a Marsiglia, prendi l’aereo e te torni in Sudafrica perché se stai qua per te è pericoloso”.
E questo è un atteggiamento che un po’ tutti questi personaggi hanno, cos’è l’inconfessabile che non si può dire? Il coinvolgimento di Andreotti? Non penso, alla fine Andreotti comunque è stato sputtanato in tutte le salse, dal caso Pecorelli alle frequentazioni mafiose, evidentemente c’è qualcosa di più grosso che probabilmente continua ancora oggi. Maletti ci dice che tra coloro che stavano in Piazza Fontana c’era un uomo che era stato ministro nel penultimo governo Berlusconi, questo c’è anche nel libro. Quindi vuole dire che i personaggi più o meno sono rimasti a galla, sono sempre gli stessi, le strutture non sono cambiate, le situazioni neanche e quindi il confessare la verità, il dire la verità fino in fondo porterebbe a dei problemi politici di stabilità politica anche oggi. E questa è una dimostrazione che chi sa le cose è meglio che non parli.

Che senso ha ricordare.
Maria Elena Scandaliato: "La gente vorrebbe sapere una verità rispetto a una vicenda che ricordo che fa parte della mia memoria civile. Per esempio noi stiamo parlando di Ordine Nuovo come di un movimento di estrema destra, di un’organizzazione di estrema destra neofascista che ha fatto decine di vittime innocenti, portando avanti quello che veramente possiamo definire terrorismo, cioè seminare il terrore e il panico tra la gente colpendo nel mucchio indiscriminatamente. E parliamo di stragi enormi, gravissime che hanno veramente ucciso decine di innocenti.
Quello che diceva Andrea all’inizio, che chiedendo a uno studente, anche universitario medio milanese chi ha messo la bomba a Piazza Fontana nel ’69 ti rispondono le Brigate Rosse, fa capire che proprio è stato rimosso tutto, Ordine Nuovo se si va da un ragazzo di 20 anni con una cultura generale media non sa neanche cosa sia, eppure se volessimo mettere sul piatto della bilancia anche banalmente i morti dovrebbe saperlo, dovrebbe conoscerlo almeno tanto quanto le Brigate Rosse, eppure non lo conosce nessuno!
Questa è una cosa grave che ci fa capire quanto in realtà la memoria sia stata assolutamente insabbiata, messa in una scatola e buttata in fondo al mare, la memoria civile e politica italiana, la memoria condivisa di cui ci parlano oggi non è niente, è acqua fresca, non ha nessun senso, è vuota, è priva di contenuti, non esiste una memoria condivisa, almeno secondo noi.
Andrea Sceresini: "Poi ci sono un sacco di operazioni fatte dalla Cia in Italia delle quali non sa niente nessuno, per esempio c’è l’operazione Blue Moon della quale nessuno sa niente che però emerge nelle carte processuali sia ai tempi della Rosa dei Venti, ma anche nel processo di Piazza Fontana quello recente, che è una operazione che i servizi americani fatto in Italia per portare l’eroina dentro il movimento studentesco, per distribuire la droga ai giovani e fiaccare la combattività degli operai, degli studenti etc. etc.. Ed è una operazione che, a quanto risulta dalle carte, è stata fatta ma nessuno ne sa niente, nel senso che nessuno la conosce, neanche noi prima di leggere i verbali del processo ne sapevamo nulla, eppure l’eroina in Italia negli anni Settanta ha fatto qualcosa come 6 – 7 mila morti. Evidentemente c’è una volontà di non sapere, di non scavare, di non scoprire queste cose, non ricordarle, non tramandarle.
Maria Elena Scandaliato: "Queste, le bombe, le stragi, sono le basi su cui è stata costruita la Repubblica Italiana e non va dimenticato questo, che poi se proprio vogliamo andare a cercare anche quelle precedenti Portella della Ginestra era questo, è stata questo già molto tempo prima. La Sicilia di oggi è stata costruita su quelle basi, l’Italia di oggi, l’Italia dei Berluscones e l’Italia dove non c’è opposizione politica in Parlamento, dove c’è praticamente un partito unico perché è così secondo me, è l’Italia che è poggia su queste basi, sulle stragi, sulla strategia della tensione, sulla sovranità limitata imposta dagli Stati Uniti. Questa è l’Italia. Attraverso queste basi possiamo capire e interpretare bene quella che è l’Italia di oggi."

dal blog di Beppe Grillo   8 maggio 2010 

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Agenzie di rating Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch: i verdetti dubbi dei “giudici” del mercato

Le "tre sorelle" controllano il 96% del mercato e le loro valutazioni sono cariche di implicazioni spesso scomode. Un monopolio che la Bce vorrebbe spezzare. Perché è dubbia l’indipendenza di giudizio di agenzie che non sono fuori del mercato e sono controllate da investitori

ROMA – Il "duello" tra Bankitalia e Moody’s a proposito della solidità del sistema bancario italiano suggerisce un approfondimento sul ruolo delle agenzie di rating. O, sarebbe meglio dire, sul loro potere. Perché le loro previsioni, le loro analisi e i loro verdetti sono spesso contestati ed hanno effetti pesantissimi non solo sui mercati. Come mostra la frizione di oggi e la sofferenza delle Borse europee dopo l’allarme di Moody’s sul rischio di contagio dalla Grecia. Non a caso l’Unione Europea – attraverso la Banca centrale di Francoforte – vorrebbe spezzare il monopolio delle cosiddette "tre sorelle", le agenzie Moody’s, Fitch e Standard & Poor’s, capaci di "controllare" circa il 96 % del mercato, con un proprio sistema di valutazione della solidità finanziaria dei Paesi della zona euro.

L’Ue insomma vorrebbe un nuovo organismo le cui valutazioni dovrebbero essere frutto di quella indipendenza di giudizio che le "tre sorelle" vantano dagli inizi del Novecento, ma che oggi più di qualcuno mette in dubbio. Perché, è l’accusa, le agenzie di rating non sono esterne al mercato, ma sono comunque controllate da investitori. Che possono ricevere grandi benefici dalle oscillazioni causate dai giudizi delle "tre sorelle". Chi c’è dunque dietro questi "giudici"?

Moody’s – Caso esemplare. La maggioranza del capitale è in mano a un drappello di importanti azionisti, tutti grandi gestori di fondi di investimento. I primi quattro controllano il 49% delle azioni. Si tratta di Berkshire Hathaway (19,1%) presieduta dal finanziere Warren Buffett, detto "l’oracolo di Omaha", secondo Forbes uno degli uomini più ricchi del pianeta. A seguire, società di investimenti come Capital Research Global Investors (10,30%), Capital World Investors (10,03%) e Fidelity Management & Research (9,61%). Ognuno di questi azionisti controlla asset in ogni settore dell’industria e della finanza (inclusi bond stranieri) per centinaia di miliardi di dollari. A sua volta Moody’s è quotata in Borsa: nel 2009 ha avuto un fatturato di 1,8 miliardi di dollari con utili pre-tasse di 687 milioni.

Standard & Poor’s – Fa parte del gruppo McGraw-Hill, public company quotata alla borsa di New York, attiva nell’editoria e nei servizi finanziari. Tra l’altro, controlla il settimanale Business Week. L’azionariato di McGraw-Hill è molto simile a quello di Moody’s, anche se con un grado inferiore di concentrazione proprietaria: al primo posto c’è Capital World Investors (presente anche in Moody’s) con il 7,69%, quindi T. Rowe Price Associates (6,67%), BlackRock Global Investors (4,39%) e un altro investitore presente in Moody’s, ovvero Fidelity Management & Research (3,86%). Nel 2009 i Credit Market Services di S&P hanno fatturato 1,74 miliardi di dollari, contribuendo in maniera sostanziale al fatturato del gruppo: quantificabile in 5,95 miliardi di dollari (con utili di 1,17 miliardi).

Fitch – Qui lo scenario cambia. Terza agenzia a livello mondiale, con circa il 16 % del mercato (laddove S&P e Moddy’s ne hanno circa il 40 per cento a testa), Fitch funge spesso da "arbitro" quando i giudizi delle due "sorelle" maggiori divergono. E’ controllata al 60% da una holding, la Fimalac, acronimo di Financière Marc de Lacharrière, posseduta al 65,75% da Marc Eugène Charles Ladreit de Lacharrière. Chiamato anche MLL, de Lacharrière è un ex banchiere oggi finanziere che figura al tredicesimo posto fra gli uomini più ricchi di Francia, con un patrimonio stimato in 1,1 miliardi di dollari. MLL crea la Fimalac nel 1991 e attraverso la holding acquisisce partecipazioni come Crèdit Lyonnais, France Tèlècom, Air France, Renault, Canal Plus. Poi disinveste, per dedicarsi interamente ai servizi finanziari, tramite Fitch. Il restante 40% di Fitch è nelle mani del gruppo Hearst. Fitch Ratings nel 2009 ha generato un fatturato di 683 milioni di euro. Nel primo trimestre del 2010 il fatturato è passato a 115 milioni (+8% sullo stesso periodo del 2009).

da Repubblica (06 maggio 2010)

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24.04.2010 Anniversario della morte di Antonio Gramsci

Antonio Gramsci (Ales, 22 gennaio 1891 – Roma, 27 aprile 1937) è stato un politico, filosofo e giornalista italiano. Tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia (1921), fu incarcerato fra il 1926 e il 1937 dal regime fascista di Mussolini e rilasciato poco prima della morte, avvenuta in seguito al grave deterioramento delle sue condizioni di salute durante gli anni di prigionia.

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

11 febbraio 1917

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