Diritto di sciopero di Sergio Bologna

Com’è bello sentire il cuore del “popolo di Sinistra” pulsare così forte per gli operai di Pomigliano, inalberare ancora la bandiera dell’art. 1 della Costituzione, ergere il petto contro gli attacchi al diritto di sciopero!
Che spettacolo di virtù civiche e di democrazia! Poi ci viene un dubbio: ma dove cazzo eravate in questi ultimi quindici anni? Davanti ai videogiochi?
Non vi siete accorti che il diritto di sciopero non esiste di fatto per più di un milione di precari e lavoratori autonomi da un bel po’ di tempo? Quelle migliaia di giovani laureati che lavorano gratis nei cosiddetti tirocinii, hanno diritto di sciopero quelli? Messi insieme fanno dieci Pomigliano.
C’è un’intera generazione che è cresciuta senza conoscere diritto di sciopero, né Cassa Integrazione, né sussidio di disoccupazione, niente.
“Bamboccioni” li ha chiamati un Ministro (di centro-Sinistra ovviamente). Ma tornate davanti alla tele a guardarvi Santoro! Raccontatevi barzellette su Berlusconi, leggetevi “Repubblica” come la Bibbia, che altro in difesa della democrazia e del lavoro non sapete fare!

Come si fa a difendere la democrazia?

La domanda avrebbe dovuto essere più difficile. Come si fa a difendere (ormai) la dignità del lavoro?
Il nodo infatti sta tutto qui. La storia della democrazia occidentale ha due passaggi: quello delle libertà (di opinione, di associazione, di religione ecc. ecc.) e quello della sicurezza sociale.
Il primo viene dalla Rivoluzione francese, il secondo dall’affermazione del movimento operaio e sindacale. Il primo è costato un sacco di morti, il secondo forse molto di più, ma in genere morti silenziose.
Milioni di donne e di uomini che hanno rischiato la vita, la miseria, la galera, il licenziamento per essere rispettati sul luogo di lavoro ed avere dallo stato un sistema previdenziale e assistenziale, il cosiddetto “modello sociale europeo”.
L’azione quotidiana di quei milioni di persone ha creato case del popolo, cooperative, scuole professionali, asili nido, ambulatori – insomma una specie di società parallela che viveva “separata” e con minimi livelli di autosufficienza dalla società in generale.
Ha posto per prima il problema dell’eguaglianza femminile, ha combattuto l’alcolismo, ha guardato con rispetto ed interesse agli altri popoli (che conosceva, perché era costretta ad emigrare), ha condotto la lotta antifascista. Ed ha capito una cosa fondamentale che la cultura borghese non vuole capire: un diritto vale quando esiste nei fatti non quando è scritto sulla carta di una qualche costituzione.
E’ una diversa concezione della democrazia, quella sostanziale contrapposta all’idea formale di democrazia. Di questa parlo io. Se non ci mettiamo d’accordo sui termini, è difficile capirsi. Nell’Italia del secondo dopoguerra questa forma di democrazia era forse la più solida d’Europa, grazie anche ai comunisti, ai socialisti, ai cattolici di base, a tutti coloro che avevano imparato queste cose sul luogo di lavoro.
Questo immenso patrimonio è andato disperso, in parte anche per scelte politiche precise: si pensi al XIX Congresso del PCI, artefice l’attuale Presidente della Repubblica, più ancora che Occhetto, che ha buttato a mare come roba vecchia il partito di massa per scegliere il toyotista lean party (“è come se si fossero licenziati su due piedi 800.000 militanti”, disse una volta una compagna che aveva fatto la Resistenza).
Si pensi all’ondata di privatizzazioni, che hanno consegnato nelle mani di qualche avventuriero della finanza enormi patrimoni economici pubblici (e l’operazione “Mani Pulite” che avrebbe dovuto colpire la corruzione, in realtà ha dato una mano a questo trasferimento di ricchezza dal pubblico al privato).
Ma questo è il meno, dopo tutto, il partito di massa era formula vecchia e l’economia pubblica era saccheggiata dai partiti di maggioranza. Là dove la democrazia sostanziale italiana muore, là dove c’è il vero passaggio di civiltà, la vera tragica svolta epocale, è nella flessibilizzazione del lavoro.
E’ lì che vengono erosi nei fatti diritti che sulla carta esistono ancora. Le imprese si frammentano e così si arriva ad oggi dove il 52% della forza lavoro dipendente non gode delle tutele dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori perché il numero degli addetti è inferiore alla soglia dei 15.
Gli accordi sindacali del luglio 1993 garantiscono tregua salariale e di fatto spengono le lotte operaie (chi è andato in queste settimane a parlare con gli operai delle fabbriche occupate o presidiate dai lavoratori, ha trovato fabbriche che non scioperavano da 16 anni).
E’ cambiata la struttura tecnica dell’impresa, lo stile di management, il lavoro sempre più precario, l’impossibilità dei giovani d’inserirsi…si potrebbe continuare all’infinito (la globalizzazione ecc. ecc.). Tutte cose considerate “minori”, che non fanno notizia, quotidiane, ma è qui che la democrazia sostanziale muore e attraverso le quali si perdono anche libertà civili (di recente ho scoperto che esistono contratti che prevedono il licenziamento per il dipendente che “confessa” a un suo collega quanto percepisce di salario).
E’ sul rapporto di lavoro che l’uomo perde la sua dignità, quando si accetta come normale e persino lodevole che giovani, soprattutto laureati, lavorino per mesi gratuitamente in cosiddetti tirocinii con la speranza di essere assunti (ma perché mai se ci sono altri mille pronti a prendere il loro posto gratis?).
E’ qui che muore la democrazia, è qui che sta morendo il diritto di sciopero, anche se nessuno lo ha tolto dalla carta costituzionale. Muore nei fatti. Ma su questo si tace, lo si considera un’evoluzione fisiologica dei modi di produzione.
L’attenzione è posta su intercettazioni, conflitti d’interesse, mafie, il protagonista della società, la grande speranza è il magistrato, figura che assume il ruolo del demiurgo, del liberatore dal Male. Ne risulta distorta la stessa funzione della magistratura, prevista dai principi della democrazia borghese.
La magistratura non deve sostituirsi all’azione politica. Ma la politica, la vera politica, è quella praticata dalla società, non dai partiti, dai milioni di uomini e di donne che giorno per giorno cercano di rendere più civile l’ambiente in cui vivono, più giusta la relazione tra persone, di quelli che non fanno alcun atto di eroismo né alcun gesto da prima pagina.
Come può la magistratura dare un supporto a queste mille azioni quotidiane? Su questo microcosmo è impotente (e forse disinteressata). Molte di queste pratiche sociali – unico baluardo di una democrazia sostanziale – sono note.
Ma rimane ancora da capire come si fa a rovesciare il degrado dei rapporti di lavoro. Gli stessi giuslavoristi affermano che non è più questione di produzione legislativa ma di contrattazione. Come si fa a inculcare nei giovani la volontà di ribellarsi a questo, come si fa a trovare nuove tecniche di autotutela e di negoziato con le gerarchie aziendali?
Queste sono le domande centrali. Ci sono riusciti operaie e operai analfabeti, che vivevano in condizioni miserabili, ci hanno messo mezzo secolo (dalle prime società di mutuo soccorso ai primi sindacati industriali). Perché non dovrebbero riuscirci milioni di giovani scolarizzati, overeducated?
Chi non è d’accordo con il mio piccolo sfogo forse ha un’idea della d
emocrazia del tutto diversa dalla mia, ritiene più urgenti certe battaglie di altre, considera “un male minore” quelle che per me sono vere tragedie della civiltà. Si tratta di punti di vista, ma come faccio a rinunciare al mio, se su quello ho costruito 50 anni di presenza nella società e di comportamento privato?

fonte: Nazione Indiana

* CHI E’ SERGIO BOLOGNA:
Sergio Bologna (Trieste, 1937) è uno dei più autorevoli esponenti teorici del cosiddetto "operaismo italiano". Negli anni ’60 ha partecipato alle esperienze delle riviste Quaderni rossi e Classe Operaia. Nel biennio rosso ’68/’69 è stato uno degli animatori dell’intervento nelle lotte operaie e promotore del giornale La Classe e tra i fondatori di Potere Operaio. Ha insegnato Storia del movimento operaio e della società industriale in diversi atenei in Italia e all’estero dal 1966 al 1983. Negli anni Settanta ha fondato e diretto la rivista «Primo Maggio». Dal 1985 svolge attività di consulenza per grandi imprese e istituzioni.

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Il via al federalismo demaniale: lo Stato cede pezzi d’Italia

C’è l’isola di Santo Stefano e il Museo di Villa Giulia. C’è la spiaggia del lago di Como e l’archivio di stato di Trieste. Ci sono alcune vette delle Dolomiti e gli isolotti prospicienti Caprera. E ancora, ex caserme, fari, interi palazzi. C’è l’area del mercato romano di Porta Portese e l’Idroscalo di Ostia, teatro del barbaro assassinio di Pier Paolo Pasolini. Sono solo alcuni dei tantissimi pezzi d’Italia pronti a passare di mano. Dallo Stato agli enti locali. Per ora. Per Comuni e Regioni, infatti il patrimonio potrebbe solo transitare per arrivare nelle mani dei privati.

Valorizzazione & speculazione
Si chiama federalismo demaniale. Un nome innocuo per un’operazione disciplinata da un decreto approvato a fine maggio. Sta prendendo corpo, l’Agenzia per il demanio ha già preparato un elenco, ancora provvisorio e decisamente corposo: 11 mila schede, 19 mila cespiti contenuti in cinque, seicento pagine diffuse in parte dall’Ansa che oggi le pubblica sul suo sito. A fine luglio l’elenco definitivo. Un nome innocuo, che cela la grande insidia della speculazione e della sottrazione alla collettività di beni finora di tutti.

La parola chiave è «valorizzazione»: Comuni e Regioni possono acquisire questi beni a titolo gratuito se sono in grado di «valorizzarli». Può significare trarne vantaggio rendendoli accessibili, fruibili, sottraendoli all’abbandono o all’incuria. Ma, molto più prosaicamente, possono «valorizzarli» “alienandoli”, cioè vendendoli: lo prevede il decreto, con la sola condizione che gli introiti vadano ad alleggerire il debito. Accanto a ogni bene l’agenzia del Demanio pone il suo valore: il museo di Villa Giulia a Roma, che ospita rarità come la famosa coppia di sposi etruschi (eventualmente, rischiano lo sfratto?) ha un valore di inventario di quattro milioni e mezzo di euro. L’archivio di Stato di Trieste ha un valore di 5 milioni; l’archivio della Corte dei Conti (Roma) quasi 67 milioni e l’intero Idroscalo di Ostia 6 milioni e 700mila euro. Il totale è di oltre 3 miliardi.

L’intero valore dell’isola di Santo Stefano nell’arcipelago Pontino verrà dato dalla somma dei suoi pezzi: l’approdo agli arenili e , soprattutto, l’ex carcere. Un pezzo, sì, ma di storia. È un luogo simbolo della Resistenza italiana, è lì che fu rinchiuso tra gli altri Sandro Pertini. «Esiste un progetto per trasformare il carcere borbonico in un mega albergo di lusso», denuncia il presidente dei Verdi Angelo Bonelli. E’ questo che diventerà? Anche sull’idroscalo di Ostia «esistono fortissimi appetiti speculativi», continua l’ambientalista che annuncia una raccolta di firme da parte dei Verdi per una petizione.

Il 50% al Nord
C’è poi un altro aspetto. Il 50% del patrimonio trasferibile è concentrato al Nord. E se si include in Lazio (che ha il 27% grazie a Roma) si arriva al 76% concentrato in tre sole regioni. «Quello che prima era di tutti gli italiani verrà concentrato nella disponibilità di 4-5 regioni e i proventi delle alienazioni oltre a fare la fortuna dei poteri forti andranno a ripianare i deficit delle regioni del nord e del Lazio», conclude Bonelli. Ma per il sindaco di Roma, Gianni Alemanno si tratta di «una grande opportunità per Roma». Quanto all’Idroscalo, l’area «sarà riqualificata e il suo utilizzo avrà carattere ambientale e paesaggistico». Si attendono i fatti. Dello stesso avviso il presidente del Veneto, il leghista Luca Zaia, «Stiamo andando nella direzione giusta, anche dal punto di vista dei simboli».

Diventa “simbolico” il caso delle Dolomiti. Sono state dichiarate patrimonio dell’umanità «sono beni universali, non può essere che lo Stato a gestirli – afferma il deputato Pd Enrico Farinone – Federalismo sì, estremismo federalista no», conclude. Ma per Zaia al momento «Il fatto che pezzi così famosi delle Dolomiti, ritornino alle loro comunità riporta alla responsabilità». Ce ne vuole davvero tanta per evitare che la partita si trasformi in un preziosissimo suk.

da CONTROLACRISI.org   28 giugno 2010

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Acqua pubblica: Davide contro Golia, di Andrea Palladino

Un movimento in tanti aspetti simile a quello nato all’epoca del G8 di Genova: i partiti sono ospiti, una rete diffusa, capillare e solida di movimenti e associazioni. E’ impossibile nelle pagine di un giornale elencare le centinaia di sigle che hanno reso possibile un obiettivo così straordinario. Si possono indicare le aree, sapendo che si sta facendo il torto a qualcuno: i cattolici progressisti insieme ai centri sociali, interi pezzi di sindacato, soprattutto un milione tondo tondo di firme per l’acqua pubblica.
Ovvero duecento cinquantamila in più del traguardo che inizialmente il Forum si era dato per questa campagna referendaria. Una gigantesca grande risposta a politiche di governo liberiste, Cgil e Cobas insieme alle associazioni di consumatori, il mondo ambientalista al gran completo, fino ai lavoratori delle società che gestiscono l’acqua.

E poi cittadini comuni, quell’onda che progressivamente cresce attorno al popolo viola, le piazze per la difesa del diritto all’informazione, pezzi di quell’Italia che vuole capire perché siamo il paese più autoritario, più liberista e meno libero d’Europa.
Per capire conviene fermarsi in uno dei banchetti sparsi in Italia: «Acqua pubblica? Non c’è bisogno di spiegare nulla, firmo subito», è la frase più comune. Poi la seconda domanda riguarda il marchio doc: «Non siete per caso quelli dell’Idv, vero?», come chiedeva un’anziana signora a Roma.
Domande a fiumi: come difendersi dalle società private, come ribellarsi all’aumento delle tariffe, come fare le analisi all’acqua che beviamo. In un clima che può ricordare le feste di paese. Come quando sulla cima dello Zoncolan, durante il giro d’Italia, sono apparsi i banchetti, scatenando gli applausi dei tifosi. O come a Nettuno, la settimana scorsa, quando le persone hanno lasciato la spiaggia per andare ad ascoltare Ascanio Celestini, e a firmare.
A ripercorrere a ritroso la strada che ha portato alla mobilitazione milionaria, si trovano episodi che raccontano bene quanto vale questo milione di firme.
Due erano gli ostacoli solo apparentemente insormontabili, i partiti politici e l’informazione. Partiamo dall’ultimo, è una storia che ci riguarda da vicino. Fino a pochi mesi fa il tema acqua pubblica era sostanzialmente un tabù. E d’altra parte guardando le grandi imprese e i forti poteri finanziari che si nascondono dietro la privatizzazione delle risorse idriche si trovano nomi che pesano nei media mainstream.
Grandi gruppi come Acea, ad esempio, hanno tra gli azionisti industriali di peso come Caltagirone, salito oggi al 13% della società romana, pronto a scalare il gruppo in vista dell’ulteriore privatizzazione già avviata da Alemanno. Il nuovo colosso multiutility del Nord, Iride, ha visto l’ingresso pesante di F2I, alla cui presidenza siede il nuovo banchiere di dio Ettore Gotti Tedeschi, a capo dello Ior, la banca del Vaticano.
O le potentissime lobby delle acque minerali, budget destinati alla pubblicità in grado di interferire nelle scelte del mondo televisivo.
Golia contro le voci che hanno accompagnato in questi anni la crescita del movimento per l’acqua pubblica, raccontando cosa significa privatizzare l’acqua, trovandosi davanti alla porta i tecnici delle multinazionali e i vigilantes pronti a tagliare i tubi se non riesci a pagare.
Il vero ostacolo, quello apparentemente più difficile, è venuto però dai partiti, anche dell’opposizione. Al momento della presentazione dei quesiti fu l’Italia dei Valori, con un Di Pietro particolarmente agguerrito, a cercare di allungare una gamba per lo sgambetto. Prima l’IdV chiese un posto in prima fila nel comitato organizzatore del referendum, dopo aver capito che quell’anomalo movimento poteva arrivare molto lontano; poi forzò la mano, presentando un quesito alternativo – che mantiene il modello privato come una delle scelte possibili di gestione – sul tema dell’acqua.
Segue la questione Pd. O meglio, di una parte del Pd. O, meglio ancora, probabilmente di una parte minoritaria del Pd. Una posizione ufficiale, come è noto, ancora non c’è. Ufficialmente si è espresso contro i referendum e contro la totale gestione pubblica dell’acqua il gruppo che si riconosce nella componente "ecodem". L’impressione è che nell’alta dirigenza conti probabilmente molto il Pd "di governo", quella parte del partito che è storicamente vicina alle gestioni miste pubblico private – vedi il modello Toscana, o il colosso Acea – oggi in forte difficoltà rispetto ad un referendum chiaro e radicale.
I partiti della sinistra hanno invece accolto l’invito del Forum a dare una mano senza protagonismi. Federazione della sinistra, Sel, Verdi, Sinistra critica e PCdL fanno parte del comitato di sostegno al referendum, dando un sostegno deciso ma autonomo.
Quel milione tondo tondo di firme è dunque stato possibile grazie alla mobilitazione nata e cresciuta dal basso, nelle piccole sedi improvvisate di centinaia di comitati locali, abituati ad aprire le porte a cittadini di ogni tipo, arrivati con bollette a tre zeri in mano e magari con l’acqua staccata. Sono comitati dove in prima fila trovi le donne che fanno i conti per prime con la crisi economica e con la scientifica capacità predatoria delle multinazionali dei servizi, o gli anziani, memoria storica della capacità di combattere al minimo odore di ingiustizia.
E poi professionisti, operai, insegnanti, precari stufi di essere visti come la parte flessibile del lavoro, stranieri che scoprono come l’Italia non sia quel paradiso promesso e non mantenuto. Un’esperienza di lotte e vertenze accumulate in cinque anni, partite dopo le prime privatizzazioni vere, spacciate per gestione mista.
La macchina organizzativa per i referendum è partita a fine marzo, grazie a volontari e forme creative di autofinanziamento. C’è chi ha creato il gadget richiestissimo delle borracce con la scritta "l’acqua non si vende", chi ha preparato i manifesti che univano il 25 aprile con la liberazione dell’acqua, chi si è ingegnato a realizzare i sistemi informatici per il conteggio delle firme. Ma subito tutti hanno capito la potenzialità dirompente dei tre quesiti: chiedere una gestione pubblica senza se e senza ma, mettendo all’angolo le mediazioni, gli interessi e quel sistema gelatinoso che garantisce lobbies e affari era quello che questo paese aspettava.
Non servivano manifesti, campagne pubblicitarie e informazione diffusa. I referendum dell’acqua pubblica vincono proprio perché sono radicali, perché toccano sulla carne viva un paese ferito. Un vero uovo di Colombo.

Il Manifesto, 20/06/2010

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Grande Fratello Europeo per spiare che si oppone di Tony Bunyan

Uno «strumento» per mettere sotto osservazione in tutta l’Unione europea le persone considerate «radicali». Lo ha adottato il 26 aprile scorso il Consiglio per gli affari generali del Consiglio dell’Unione europea che, senza dibattito, ha dato il suo consenso alle conclusioni «sull’uso di uno strumento standardizzato, multidimensionale e semistrutturato per la raccolta di dati e informazioni sui processi di radicalizzazione nell’Ue». La decisione è passata praticamente inosservata. Eppure inciderà pesantemente sulla vita di milioni di persone. Perché lo «strumento» di cui parla il piano non servirà per mettere sotto osservazione chi ha intenzione di attuare azioni terroristiche – d’altronde, contro di loro, esiste già lo strumento penale. Al contrario nel documento dettagliato (e segreto) si dice esplicitamente che sotto mira finiranno anche persone che esprimono opinioni collocabili in un’area ideologica «di estrema destra /sinistra, islamista, nazionalista, antiglobalizzazione ecc…».

Lo «strumento» dovrebbe evitare che le persone si avvicinino al terrorismo attraverso la «radicalizzazione». Come? In primo luogo, analizzando i «diversi ambienti» in cui avviene la «radicalizzazione» e, in secondo luogo, attraverso l’introduzione di «modi sistematici» per lo scambio delle informazioni sugli individui o i gruppi che usano il linguaggio dell’odio (hate speech) o incitano al terrorismo.Verranno scambiate informazioni sui leader radicali che promuovono il terrorismo e verranno seguiti i loro movimenti con lo scopo di «interrompere i processi di radicalizzazione o per notificare uno stato di allarme nei loro confronti» L’allarme potrebbero poi innescare delle azioni, come un interrogatorio, mettere una persona sotto sorveglianza, o addirittura in detenzione e così via. Nel frattempo, viene chiesto a Europol di «creare delle liste di coloro che sono coinvolti nel radicalizzare/reclutare o nel trasmettere messaggi radicalizzanti, e di prendere delle misure adeguate». A prima vista, questi piani per contrastare il terrorismo sembrano un passo logico. Però, questa impressione dura solo fino a quando si esamina il documento segreto che è all’origine delle conclusioni. E’ chiaro infatti che l’obiettivo non sono le persone o i gruppi che hanno commesso o hanno piani per commettere degli atti terroristici, né quelli che incitano all’uso del terrorismo, in quanto entrambi possono essere contrastati attraverso l’uso del diritto penale (arresto, imputazione, sentenza, ecc.). Piuttosto, l’obiettivo sono le persone e i gruppi che sostengono delle idee radicali che sono descritte come quelle che diffondono gli «rm» (messaggi radicali). Come fare a definire chi si trova nell’«estrema sinistra»o chi è «islamista» o «antiglobalizzazione»? Chi sarà incaricato di individuare l’area di appartenenza politica dei «radicali»? Ma non solo. Chi userà questo «strumento» che metterebbe sotto sorveglianza un arco ampio di persone e di gruppi? E infine, come verrà usata l’informazione raccolta? Il documento fornisce solo parziali risposte a questi interrogativi. Ma, degne di nota, sono le 70 domande che gli utilizzatori dello «strumento» dovranno compilare. Presumibilmente, le 70 domande si baseranno sulla raccolta di intelligence dai dati personali e dalla sorveglianza . Alcune sono davvero bizzarre, altre che dimostrano quanto sarà intrusiva questa attività per coloro che cascano nella «ragnatela del sospetto» dello Stato. Qualche esempio: «Situazione economica? Disoccupato, peggioramento della sua posizione economica, ecc.». Oppure. «Caratteristiche psicologiche rilevanti? Disturbi psicologici, personalità carismatica, personalità debole, ecc.». Ci sono milioni di persone nell’Ue con delle idee «radicali» che potrebbero facilmente, secondo la loro terminologia, usare delle tesi che sono anche adoperate dai cosiddetti «rm», senza avere alcuna intenzione di usare o di incoraggiare l’uso della violenza. Qualsiasi persona «radicale» potrebbe essere presa di mira, e la vita politica quotidiana potrà essere contaminata da dei sospetti fabbricati dalle agenzie degli Stati senza che questi siano visibili e senza che nessuno ne debba rendere conto. Il dibattito e l’attività politica legittimi svolti all’aperto potrebbero diventare l’ennesima vittima della «guerra al terrorismo».

Il Manifesto, 19/06/2010

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Franco Berardi “Bifo”: il segnale che viene da Pomigliano

Scrive Giorgio Cremaschi in una nota dal titolo: "Fallito il plebiscito Fiat a Pomigliano"

"Più del 40% degli operai, quelli che devono faticare in turni crescenti e pause calanti, ha detto no. Nonostante il clima di intimidazione e il ricatto. E’ un fatto clamoroso che conferma il valore della scelta della Fiom di non firmare. Ora è più forte la difesa del Contratto nazionale, dei diritti e della Costituzione. Il coraggio dei tanti operai che hanno rifiutato il ricatto Fiat si trasmette a noi e a tutto il mondo del lavoro per continuare. Il diritto al lavoro e i diritti del lavoro non possono, non devono essere posti in alternativa tra loro."

Quello che accade a Pomigliano segna un passaggio importante. Lo schiavista Marchionne ha tentato di costringere gli operai ad accettare la sottomissione assoluta in cambio del diritto a farsi sfruttare, e gli operai hanno detto no. Del tutto isolati, e per questo forti, e per questo uniti e per questo vincenti gli operai hanno detto: meglio disoccupati che schiavi.
Da trent’anni il capitalismo aggredisce gli operai globalizzando il mercato del lavoro, contrapponendo i polacchi ai napoletani, e i cinesi a tutti gli operai del mondo.
La sola risposta efficace finora è stato il suicidio. A migliaia, a decine di migliaia, i lavoratori si sono uccisi, negli ultimi anni. I contadini indiani come i tecnici e gli impiegati della Telecom France.
Ma quando l’alternativa è tra morire di fame o accettare lo schiavismo è naturale che la maggioranza si pieghi. E tutti si aspettavano che a Pomigliano i lavoratori si sarebbero piegati al ricatto. Non è andata così.
Qualcosa sta cambiando all’orizzonte del pianeta. Il crollo dell’economia finanziaria disegna un diverso panorama all’orizzonte. In cambio della sottomissione assoluta gli schiavisti non offrono più nulla. Poco alla volta lo capiranno anche i polacchi. I cinesi cominciano a capirlo. Come dice un operaio della Foxconn: "Con gli straordinari posso raggiungere i duecento dollari al mese, ma dopo aver pagato l’affitto il cibo e i vestiti non mi resta niente." (Hang Dongfang).
Alla Foxconn, che occupa 400.000 persone costrette a lavorare 70 ore la settimana per salari di 160 dollari al mese, si moltiplicano gli scioperi selvaggi e i sabotaggi.

La civiltà sociale nella quale i lavoratori potevano ottenere almeno qualche briciola, è finita. Il livellamento del salario globale avvicina il momento in cui gli operai fermeranno la macchina dello schiavismo?
E’ presto per dirlo, ma i segnali in questa direzione si moltiplicano.
Pomigliano è un segnale squillante.
Gli operai possono, da soli, innescare l’esplosione sociale che tutti in Europa stiamo aspettando. Ma da soli non possono vincerla. Non sono più, come erano negli anni ’60, il centro dell’accumulazione capitalista e non sono più la forza produttiva generale.
Nel prossimo precipitare della crisi gli operai di fabbrica possono innescare una rivolta generalizzata, ma da soli non possono vincerla.
E’ il lavoro cognitivo precario che deve uscire dal cinismo e dalla paralisi, per dare forma positiva alla rivolta.
Forse è venuto il momento di piantarla con l’indignazione e con la denuncia frustrante delle mille porcherie di tutti i Berlusconi del mondo.
Forse è il momento di concentrare tutta l’attenzione su un argomento diverso: come può il lavoro precario e cognitivo trasformare l’esplosione imminente del lavoro operaio in un processo di redistribuzione della ricchezza, di esproprio generalizzato, di sabotaggio contro la macchina mediatica dello schiavismo, di autonomia della società dal dominio criminale della finanza?

da CONTROLACRISI.org   23 giugno 2010

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La terra dei lavoratori di Tychy

Inoltriamo la ormai famosa lettera dei lavoratori di Tychy per tutti coloro che non l’avessero ancora letta. A Pomigliano l’hanno letta in tanti.

La lettera di un gruppo di lavoratori della fabbrica di Tychy, scritta il 13 giugno, in Polonia, ai colleghi di Pomigliano d’Arco che stanno per votare (il 22 giugno) se accettare o meno le condizioni della Fiat per riportare la produzione della Panda in Italia.

La Fiat gioca molto sporco coi lavoratori. Quando trasferirono la produzione qui in Polonia ci dissero che se avessimo lavorato durissimo e superato tutti i limiti di produzione avremmo mantenuto il nostro posto di lavoro e ne avrebbero creati degli altri. E a Tychy lo abbiamo fatto. La fabbrica oggi è la più grande e produttiva d’Europa e non sono ammesse rimostranze all’amministrazione (fatta eccezione per quando i sindacati chiedono qualche bonus per i lavoratori più produttivi, o contrattano i turni del weekend)

A un certo punto verso la fine dell’anno scorso è iniziata a girare la voce che la Fiat aveva intenzione di spostare la produzione di nuovo in Italia. Da quel momento su Tychy è calato il terrore. Fiat Polonia pensa di poter fare di noi quello che vuole. L’anno scorso per esempio ha pagato solo il 40% dei bonus, benché noi avessimo superato ogni record di produzione.

Loro pensano che la gente non lotterà per la paura di perdere il lavoro. Ma noi siamo davvero arrabbiati. Il terzo “Giorno di Protesta” dei lavoratori di Tychy in programma per il 17 giugno non sarà educato come l’anno scorso. Che cosa abbiamo ormai da perdere?

Adesso stanno chiedendo ai lavoratori italiani di accettare condizioni peggiori, come fanno ogni volta. A chi lavora per loro fanno capire che se non accettano di lavorare come schiavi qualcun altro è disposto a farlo al posto loro. Danno per scontate le schiene spezzate dei nostri colleghi italiani, proprio come facevano con le nostre.

In questi giorni noi abbiamo sperato che i sindacati in Italia lottassero. Non per mantenere noi il nostro lavoro a Tychy, ma per mostrare alla Fiat che ci sono lavoratori disposti a resistere alle loro condizioni. I nostri sindacati, i nostri lavoratori, sono stati deboli. Avevamo la sensazione di non essere in condizione di lottare, di essere troppo poveri. Abbiamo implorato per ogni posto di lavoro. Abbiamo lasciato soli i lavoratori italiani prendendoci i loro posti di lavoro, e adesso ci troviamo nella loro stessa situazione.

E’ chiaro però che tutto questo non può durare a lungo. Non possiamo continuare a contenderci tra di noi i posti di lavoro. Dobbiamo unirci e lottare per i nostri interessi internazionalmente.

Per noi non c’è altro da fare a Tychy che smettere di inginocchiarci e iniziare a combattere. Noi chiediamo ai nostri colleghi di resistere e sabotare l’azienda che ci ha dissanguati per anni e ora ci sputa addosso.

Lavoratori, è ora di cambiare.

Originale tratto da libcom.org/news/letter-fiat-14062010

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
SEZIONE DI MILANO

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Il mio maestro José: Saviano ricorda Saramago. Di Roberto Saviano

Di tutte le cose che poteva fare Josè Saramago morire è quella più inaspettata. Se conoscevi Josè proprio non lo mettevi in conto. Sì, certo tutti muoiono, anche gli scrittori.
Ma lui non ti dava proprio alcuna impressione di essersi stancato di vivere, respirare, mangiare, amare. Si era consumato negli ultimi anni, tra la carne e le ossa sembrava esserci sempre meno spessore, la sua pelle sembrava un sottile mantello che ricopriva il teschio. Ma diceva: «Potessi decidere, io non me ne andrei mai».

Parlare della morte di qualcuno cui si è voluto bene, molto bene, rischia di essere solo un esercizio retorico, una proclamazione di memoria e virtù del defunto. L´unico modo che si ha per mantenersi sinceri, è quello di tentare di descrivere lo spazio di vita in più che ti ha dato chi ha finito di respirare. Questo vale la pena fare. Vedere quanto ti è stato sommato alla tua vita, ciò che ti è rimasto dentro, che riuscirai a passare a chi incontrerai, e questo sì, ha il sapore della vita eterna. In fondo molto non è andato via, se molto sei riuscito a trattenere.

Avevo conosciuto Saramago per la prima volta come tutti, leggendolo. Il Vangelo secondo Gesù era il suo libro che mi aveva cambiato, trasformando il modo di sentire le cose. Quel Gesù uomo, che sbaglia, ama, arranca, cerca di essere felice, mi era sembrato essere un personaggio del tutto nuovo nella storia della letteratura. Era una sintesi dei vangeli apocrifi, dei vangeli ufficiali, dei racconti pagani e delle leggende materialiste sul Cristo socialista. Era il Gesù dell´amore carnale verso Maria Maddalena. Su questo Saramago ha scritto parole incantevoli come solo il Cantico dei Cantici era riuscito a creare: «Guarderò la tua ombra se non vuoi che guardi te, gli disse, e lui rispose “Voglio essere ovunque sia la mia ombra, se là saranno i tuoi occhi”».

E´ un Gesù umano che non vuole morire: è il contrario della santità, è uomo con i suoi errori, peccati, talenti e con il suo coraggio. Sembra dire al lettore che basta esser fedeli a se stessi per conoscere la vita e non diventare dei servi, o degli schiavi. «Allora Gesù capì di essere stato portato all´inganno come si conduce l´agnello al sacrificio, che la sua vita era destinata a questa morte, fin dal principio e, ripensando al fiume di sangue e di sofferenza che sarebbe nato spargendosi per tutta la terra, esclamò rivolto al cielo dove Dio sorrideva, Uomini, perdonatelo, perché non sa quello che ha fatto». Proprio così: il Gesù di Saramago rivolgendosi all´uomo chiede di perdonare Dio, ribaltando la versione evangelica del “Padre perdona loro”.

E poi ho letto Cecità, altro suo romanzo che ho amato molto e che spesso mi torna in mente. In una frase. Pronunciata da lui per rispondere a me che maledivo certe scelte che mi avevano rovinato la vita. «Arriva sempre un momento in cui non puoi fare altro che rischiare». E la parola di Saramago era sempre una parola rischiosa, non cercava mai di farsi comoda.

Sognavo di trasferirmi da lui, come mi aveva consigliato, esprimendomi solidarietà nei giorni più difficili. Non lo dimenticherò mai. E non dimenticherò mai l´imbarazzo estremo in cui mi trovai quando mi definì “maestro di vita”. Io che da lui cercavo continuamente indicazioni, esperienza, per galleggiare in un oceano di difficoltà, bile, rabbia, ostilità. Lui era un maestro che insegnava per farsi a sua volta insegnare. A Stoccolma disse che nella sua vita le persone più sagge che avesse mai conosciuto erano i suoi nonni. Entrambi analfabeti. La loro saggezza era stata costretta a rinunciare per povertà al libro, alla musica, ai teatri, ai dipinti, ma che era riuscita a conoscere la vita, a sentirne con generosità quello che José chiamava sussurro. «Tutte le cose, le animate e le inanimate, stanno sussurrando misteriose rivelazioni».

Una volta scambiandoci alcune riflessioni sullo stile, citai Albert Camus convinto che «lo scrittore che decide di scrivere chiaro vuole lettori, lo scrittore che scrive oscuro vuole invece interpreti». E la risposta fu: «ecco cos´hanno di simpatico le parole semplici, non sanno ingannare». Trovare parole semplici è il mestiere più complicato che sceglie di fare uno scrittore. Avevi ragione, José: «il viaggio non finisce, solo i viaggiatori finiscono”. E ora tocca a noi qui. Continueremo a camminare con le tue parole a indicarci la strada senza fine.

Repubblica, 19 giugno 2010

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Un’altra email di un compagno della Sinistra Antagonista

Si erano inventati un emendamento proprio carino.

Zitti zitti, nel disegno di legge sulle intercettazioni avevano infilato l’emendamento 1.707, quello che introduceva il termine di “Violenza sessuale di lieve entità” nei confronti di minori.
Firmatari, alcuni senatori di Pdl e Lega che proponevano l’abolizione dell’obbligo di arresto in flagranza nei casi di violenza sessuale nei confronti di minori, se – appunto – di “minore entità”.
Senza peraltro specificare come si svolgesse, in pratica, una violenza sessuale “di lieve entità” nei confronti di un bambino.
Dopo la denuncia del Partito Democratico, nel Centrodestra c’è stato il fuggi-fuggi, il “ma non lo sapevo”, il “non avevo capito”, il “non pensavo che fosse proprio così” uniti all’inevitabile berlusconiano “ci avete frainteso”.
Poi, finalmente, un deputato del Pd ha scoperto i firmatari dell’emendamento 1707.

Annotateli bene:
sen. Maurizio Gasparri (Pdl),
sen. Federico Bricolo (Lega Nord Padania),
sen. Gaetano Quagliariello (Pdl),
sen. Roberto Centaro (Pdl),
sen. Filippo Berselli (Pdl),
sen. Sandro Mazzatorta (Lega Nord Padania) e il
sen.Sergio Divina (Lega Nord Padania).

Per la cronaca, il sen. Bricolo era colui che proponeva il “carcere per chi rimuove un crocifisso da un edificio pubblico” (ma non per chi palpeggia o mette un dito dentro ad una bambina);
il sen. Berselli è colui che ha dichiarato “di essere stato iniziato al sesso da una prostituta” (e da qui si capisce molto…);
il sen. Mazzatorta ha cercato di introdurre nel nostro ordinamento vari “emendamenti per impedire i matrimoni misti”;
mentre il sen Divina è divenuto celebre per aver pubblicamente detto che “i trentini sono come cani ringhiosi e che capiscono solo la logica del bastone” (citazione di una frase di Mussolini).

Complimenti alle carogne.
E a chi li ha votati. Complimenti…, bella gente.

Se  posso aggiungere: sicuramente chi li ha votati non li ha scelti, la nostra legge elettorale è una porcata che non ci consente di scegliere le persone ma di votare un partito… è il partito che si sceglie le carogne di cui sopra…. Ognuno tragga le proprie considerazioni su cosa sarà opportuno fare la prossima volta in cabina elettorale…

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