L’Europa e la shock-doctrine

Naomi Klein, nel volume The shock doctrine: the rise of disaster capitalism (Klein 2007), ha sostenuto – traendo spunto da quanto successo in seguito all’uragano Katrina – che il metodo privilegiato per imporre radicali misure di ingegneria sociale ed economica consisterebbe nell’utilizzare i momenti di traumi collettivi. L’idea che esista una vera e propria economia da post-shock avrebbe meritato ben altra attenzione. Ma poiché non è stata accompagnata, come vuole la teoria dominante, da una buona dose di equazioni e di stime econometriche non è stata ritenuta rilevante. Eppure, proprio in questi giorni, subito dopo le perturbazioni che hanno interessato l’Unione Monetaria Europea, la sua valuta e in modo più marcato  la Grecia, la tesi della “shock doctrine” assume una certa capacità interpretativa. La crisi finanziaria che abbiamo attraversato sta modificando radicalmente e irreversibilmente il quadro della politica economica europea.

Quanto una simile mutazione imprimerà stabilità di lungo periodo alla valuta comunitaria non è ancora dato sapere; ma c’è il forte rischio che la nuova Europa sarà meno “mediterranea” e ridimensionerà  il ruolo delle finanze pubbliche nazionali nelle politiche di riequilibrio territoriale.
Ma proviamo a ricostruire gli eventi seguendo un punto di vista più critico di quello che di solito ci viene presentato. Alla fine del primo trimestre del 2010 l’Europa dell’euro sembrava trarre un sospiro di sollievo: la fase terribile della crisi internazionale, innescata dalle follie del mercato finanziario americano, pareva aver esaurito la sua ondata di urto. L’Europa comunitaria, come pure l’Italia anche se in misura inferiore, ne usciva con le ossa rotte ma, tutto sommato, ancora viva. La disoccupazione era cresciuta ovunque, ma il sistema bancario, con la dovizia d’interventi nazionali di salvataggio o di difesa preventiva della capitalizzazione, non aveva bruciato ricchezza dei risparmiatori. Il costo, se di costo si può parlare, che l’Europa pagava all’attenuazione della crisi era un marcato appesantimento delle finanze pubbliche.
Era, si noti, un appesantimento differenziato ma generalizzato che coinvolgeva tutti i paesi, dalla Germania alla Finlandia, dalla Francia alla Grecia. In media i bilanci comunitari passavano da un sostanziale pareggio a sei punti percentuali di disavanzo.
Era un costo inevitabile? Certamente sì. Lo stesso Fondo Monetario Internazionale, che oramai da un ventennio tartassava i paesi emergenti debitori con gli asfissianti principi della finanza sana, apriva, dopo il macello statunitense, qualche varco analitico alla discrezionalità della politica fiscale.
Ma solo nel breve periodo.
La teoria keynesiana – recuperata anche da autorevoli studiosi come Krugmann (2005 e 2009) o Solow (2005) – non veniva  riabilitata ma, di certo, era un po’ meno vituperata. Ammesso (ma assolutamente non concesso) che il nuovo stato dei disavanzi  fosse deteriorato o fosse considerato tale dai governanti dei paesi europei, e che vi fosse dunque una esigenza di una loro riduzione, sarebbero state necessarie molta sagacia e molta accortezza: il saper discernere la componente fisiologica da quella patologica dell’aggravamento dei bilanci, gli intenti di stabilizzazione del ciclo da quelli di mero trucco contabile, la consapevolezza che “il pubblico non è cattivo” e che non sempre, anzi quasi mai, le valutazioni del mercato finanziario sono corrette.
Un’autorità reputata e credibile, sensibile agli squilibri regionali e territoriali dell’Unione, si sarebbe uniformata al principio del “natura non facit saltus”, piuttosto che al terrorismo da shock doctrine. Invece l’allarmismo riguardo alla sostenibilità dei conti pubblici è prevalso tanto nella Commissione quanto nella Banca Centrale Europea.
Il lettore che avesse il tempo (e coraggio) di ripercorrere l’infinita serie di rapporti, di convegni e di occasional paper (fra tanti si veda Perotti 2002) delle due istituzioni troverà una tesi unica, secondo la quale con il Patto di Stabilità, l’Europa si era incamminata con i suoi disavanzi verso la “meta” del pareggio di bilancio. Per l’establishment di Bruxelles e Francoforte questo traguardo era appetibile. La crisi, dunque, è stata, in questo itinerario, una pausa che ha costretto a sopportare gli squilibri nei bilanci pubblici.
Ma ora la possibilità di deroga deve essere revocata: saranno i mercati finanziari, stabilendo con i differenziali di rendimento dai titoli tedeschi, che decideranno quanto ora la Grecia, ma poi il Portogallo, la Spagna, l’Irlanda e l’Italia siano affidabili e solvibili.
E così quegli stessi mercati e quelle stesse istituzioni che le vicende di Lehman Brothers, di Goldman Sachs, di Moody’s avevano sconfessato, tornano per incanto a essere legittimati e a fornire la direzione alle autorità di politica economica.
La scellerata (ri)legittimazione di queste istituzioni, più che le preoccupazioni politiche della Merkel, sono alla base del dramma sociale greco e dell’angoscia che ancora avviluppa le piazze europee. La shock doctrine ci propina oggi, con la nuova versione del Patto di Stabilità, un’assoluta assenza di discrezionalità di bilancio, specie in quei paesi mediterranei sotto l’occhio del ciclone.
Il ministro del Tesoro, che autoincorona il nostro governo per i successi diplomatici di Bruxelles, ha preannunciato una mega manovra finanziaria di 25 miliardi di euro di riduzione del disavanzo. E ora dovremo anche discuterla preventivamente in sede comunitaria.
Tirando le logiche conclusioni, c’è la quasi certezza che ora saranno le prestazioni sociali, i finanziamenti territoriali, il sostegno al reddito e le spese per l’istruzione a subire un ulteriore ridimensionamento.

Carlo Iannello, Enrico Sergio, Levrero Andrea, Pacella Rosaria,Rita Canale
Università degli Studi di Napoli “Federico II”
(maggio 2010)

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