Meslier: ecco perché siamo servi

Ecco ciò che scriveva a inizio ‘700 nel suo “Testamento” il prete Jean Meslier. Non posso dire di essere d’accordo su tutto ma alcune delle cose che dice erano vere 300 anni fa come oggi.

“La vostra salvezza è nelle vostre mani, la vostra liberazione dipenderebbe solo da voi, se riusciste a mettervi d’accordo; avete tutti i mezzi e le forze necessarie per liberarvi e per rendere schiavi i vostri stessi tiranni. I vostri tiranni, infatti, per quanto potenti e terribili possano essere, non avrebbero alcun potere su di voi senza voi stessi; tutta la loro potenza, tutte le loro ricchezze, tutta la loro forza, viene solo da voi: sono i vostri figli, i vostri congiunti, i vostri alleati, i vostri amici che li servono, sia in guerra sia nei vari incarichi che essi assegnano loro: essi non saprebbero far niente senza di loro e senza di voi.

Essi utilizzano la vostra stessa forza contro voi stessi, per ridurvi tutti quanti in schiavitù […]. Ciò non succederebbe davvero se tutti i popoli, tutte le città e tutte le province si coalizzassero e cospirassero insieme per liberarsi dalla comune schiavitù. I tiranni sarebbero subito schiacciati e annientati. Unitevi dunque uomini, se siete saggi, unitevi tutti se avete coraggio, per liberarvi dalle vostre comuni miserie”.

“Trattenete con le vostre mani tutte queste ricchezze e tutti i beni che producete in abbondanza col sudore del corpo, teneteveli per voi e per i vostri simili, non date niente a questi superbi e inutili fannulloni, che non fanno nulla di utile, e non date niente di tutto ciò a tutti questi monaci e questi ecclesiastici che vivono inutilmente sulla terra, non date niente a questi nobili fieri e orgogliosi che vi disprezzano e vi calpestano […]. Unitevi tutti nella stessa volontà di liberarvi da questo odioso e detestabile giogo del loro tirannico dominio, nonché dalle vane e superstiziose pratiche delle loro false religioni.

E così non vi sia tra di voi religione diversa da quella della saggezza e della moralità, da quella dell’onestà e della decenza, della franchezza e della generosità d’animo; non ci sia religione diversa da quella che consiste nell’abolire completamente la tirannide e il culto superstizioso degli dèi e dei loro idoli, nel mantenere viva la giustizia e l’equità ovunque, nel lavorare in pace e nel vivere tutti in una società ordinata, nel mantenere la libertà e, infine, nell’amarvi l’un l’altro e nel salvaguardare da ogni pericolo la pace e la concordia tra di voi […]”.

Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Jean_Meslier

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Un sindaco (donna) che resiste al “far-west” Calabria

Intimidazioni alla prima cittadina di Isola Capo Rizzuto: tre auto andate in fumo in poche notti sono il risultato della battaglia contro lottizzazioni e speculazioni

In Calabria c’è una cosa che non devi mai fare: metterti contro troppi poteri forti. La ‘ndrangheta, le imprese fameliche che vogliono mangiarsi il territorio e la malapolitica. Carolina Girasole, professione biologa, madre di due bambine e sindaco di Isola di Capo Rizzuto per passione civile, ha fatto tutto ciò. Si è schierata contro, e nell’esclusivo interesse della sua comunità. Gli altri lo hanno capito e hanno risposto alla maniera di “certa” Calabria: minacciando.
In quattro notti, dal 1 luglio in poi, sono andate in fumo la macchina del direttore dell’Ufficio urbanistico, quella del vicesindaco Anselmo Rizzo, e quella del sindaco. Un falò dell’infamia. Da allora la sindaca Carolina vive “sotto vigilanza”, nel senso che ogni volta che deve uscire (per la sua attività di sindaco, per fare la spesa, per accompagnare le bimbe al mare, insomma, per vivere) deve avvisare i carabinieri che la scortano e la proteggono. Vanno così le cose nel Far West Calabria.
Parliamo con la sindaca per capire chi c’è dietro quella notte dei fuochi, chi minaccia la sua amministrazione. “Ci stiamo interrogando, ma non riusciamo a concentrarci su un solo aspetto. Perché da due anni una sola cosa è certa: abbiamo colpito molti interessi”.
Isola di Capo Rizzuto, 15 mila abitanti a ridosso di Crotone. L’isola del sole, la chiamano, per il mare e la bellezza delle coste. “Un patrimonio che qui fa gola a tanti – dice la sindaca –, soprattutto a chi vuole cementificare. Penso non solo al classico abusivo, ma a chi ha in mente la costruzione di villaggi turistici e si preoccupa poco del territorio”.
Fermiamoci un attimo per ricordare che anni fa sulle coste di Crotone e dintorni qualcuno voleva tirar su “Europaradiso”, un megainsediamento per 14 mila turisti, un investimento da 7 miliardi di euro dietro il quale c’è il fondato sospetto di interessi mafiosi. “Quando due anni fa – ragiona la Girasole – vincemmo le elezioni sapevamo di andare incontro a una serie di conflitti.
Abbiamo rimesso in discussione tutto: rifatto vecchi bandi di gara, rivisto appalti e concessioni e soprattutto abbiamo messo le mani su tutte le lottizzazioni, quelle sulla costa in modo particolare. Isola è bellissima, il mare ancora limpido, ma dobbiamo risanare le ferite che in questi anni sono state inferte al territorio, per questo abbiamo iniziato una serie di abbattimenti”. Insomma, una montagna da scalare nella Calabria delle devastazioni delle coste, degli abusivismi, del mare ridotto ad una fogna.
Ma c’è anche altro ad aver dato fastidio: la confisca dei terreni del clan Arena. La cosca che a Isola comanda tutto, una delle “famiglie” più potenti della ‘ndrangheta, con propaggini in Lombardia ed Emilia-Romagna. Poche settimane fa Carolina Girasole era sui terreni (cento ettari) strappati al clan, per mietere l’orzo. “Non si trovava una trebbiatrice – ricorda Antonio Tata, responsabile di Libera -, tutti avevano paura, ma siamo riusciti lo stesso a salvare il raccolto”.
A maggio, sempre sui terreni degli Arena, sindaco e don Luigi Ciotti erano a raccogliere finocchi, quintali di prodotto subito entrato nel circuito di Libera e delle sue coop, ma anche regalato durante la manifestazione del Primo maggio a Rosarno. Segnali importanti che hanno dato fastidio alle cosche perché rappresentano il segno della loro impotenza. “Non siamo degli eroi – dice la sindaca -, ma se in Calabria vuoi amministrare in nome della comunità e non di interessi particolari non puoi fare diversamente: devi rompere schemi, colpire interessi, anche quelli grandi”.

Carolina Girasole e i suoi amministratori hanno iniziato un lungo braccio di ferro con le potentissime imprese dell’eolico. “Qui – ci racconta – esiste il più grande parco eolico d’Europa, hanno occupato fette enormi del territorio, ma versano al Comune solo 350 mila euro l’anno, a prescindere del fatturato che realizzano e che è altissimo come si può immaginare. Non è giusto, stiamo tentando di ridefinire gli accordi.
Con la società che gestisce l’altro parco, che fattura un terzo del precedente, ci siamo in parte riusciti portando la parte dovuta al Comune a 750 mila euro l’anno. Sono soldi che servono alla comunità, che investiremo in scuole, servizi e opere pubbliche”.
Bracci di ferro, tensione, battaglie, anche per i parchi fotovoltaici. “Stiamo rivedendo tutto, al momento abbiamo bloccato le concessioni, soprattutto quelle sulla zona costiera”.
Un’ultima domanda, la famiglia. Cosa è successo quando a casa hanno saputo della macchina incendiata? “Problemi, soprattutto con le bambine, ma alla fine la mia famiglia ha capito e ha risposto con grande dignità. Un valore eversivo in terra di Calabria, ma questa è una guerra che dobbiamo vincere”.

da Il Fatto Quotidiano del 20 luglio 2010

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Perché l’ANPI resta a guardare?

STATUTO DELL’ A.N.P.I.

Articolo 2
L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia ha lo scopo di:
a) riunire in associazione tutti coloro che hanno partecipato con azione personale diretta, alla guerra partigiana contro il nazifascismo, per la liberazione d’Italia, e tutti coloro che, lottando contro  i nazifascisti, hanno contribuito a ridare al nostro paese la libertà e a favorire un regime di democrazia, al fine di impedire il ritorno  di qualsiasi forma di tirannia e di assolutismo;
     …
     …

m) dare aiuto e appoggio a tutti coloro che si battono, singolarmente o in associazioni, per quei valori di libertà e di democrazia che sono stati fondamento della guerra partigiana e in essa hanno trovato la loro più alta espressione.

Di fronte al dissolvimento anche della seconda Repubblica, per le stesse cause che portarono al disfacimento della prima, davanti all’inerzia dei partiti della sinistra e dei sindacati confederali, con l’eccezione lodevole dell’azione di contrasto della  FIOM e dei COBAS alla FIAT e del tentativo delle fabbriche di Nicky (Vendola) di consegnare all’Italia un leader credibile, autorevole e carismatico per tutto il centro-sinistra, non si comprende l’immobilismo dell’ ANPI, soprattutto in considerazione dell’articolo 2 del suo Statuto ed in particolare del paragrafo m).
Davanti alla prepotenza ed alla tracotanza berlusconiana ed alla mafia che abbatte le statue di Falcone e Borsellino, appena collocate, nell’anniversario della strage di via D’Amelio, manca la presenza attiva di una forza come l’ANPI !

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L’antifrasi

Intercettazione dell’aprile 2010. Luogo imprecisato in Brianza.

B/P3: L’Italia è fallita
T/Rex: E’ sufficiente non dirlo
T/Rex: … e dire il contrario è ancora più efficace!
B/P3: Ma l’Italia è fallita lo stesso, ogni mese il debito pubblico cresce di 10/15 miliardi, sai perfettamente che tra poco non riuscirai a pagare gli interessi sul debito… Raccontare balle non serve più… 1900 miliardi di debito previsti per la primavera 2011…
T/Rex: Faremo la politica dell’Antifrasi (*)1…
B/P3: Antifrasi?
T/Rex: Si, un po’ come l’Antimafia che si mette d’accordo con Provenzano…
B/P3: (Risate…)
T/Rex: E’ semplice, faremo il contrario della Grecia
B/P3: Spiegami
T/Rex: George Papandreou ha annunciato il default, tu dirai che siamo in ripresa, che stiamo meglio della media degli Stati europei (*)2
B/P3: Io lo dico pure, sai che non ho problemi… ma la barca affonda comunque… La disoccupazione reale è la più alta di Europa, gli stipendi sono i più bassi e i soldi della cassa integrazione stanno per finire
T/Rex: La Grecia ha prima dichiarato la crisi e poi ha attuato le misure anti crisi. Una figura di merda… Noi faremo invece una bella figura. Attueremo le misure anti crisi senza dichiarare il pre default, ma diremo che sono per il rilancio
B/P3: Gli italiani sono stupidi, ma non fino a questo punto…
T/Rex: Tu li hai sempre sopravvalutati, altrimenti gente come Ingroia e Travaglio sarebbe già in carcere tra l’esultanza del popolo. Beh, con loro puoi sempre provarci più avanti…
B/P3: Abbiamo alternative?
T/Rex: Sì, il colpo di Stato, ma lo vedo bene solo come ipotesi di riserva, Papandreou ha bloccato gli stipendi dei dipendenti pubblici, aumentato l’età pensionabile, messo in vendita le isole greche (*)3. Noi faremo lo stesso. La chiameremo manovra per lo sviluppo e diremo che ce la impone l’Europa. L’Italia sarà venduta ai privati attraverso il federalismo demaniale, per la pensione ci vorranno oltre 40 anni di contributi e ci sarà il blocco degli aumenti al settore pubblico per tre anni. L’importante è tenersi buone la Confindustria e le banche. Non toccheremo i guadagni delle concessioni pubbliche e non tasseremo il settore bancario
B/P3: Che ne dici di due spaghetti alla puttanesca e un branzino?
T/Rex: Eccellente idea, a tavola volevo parlarti dei Parchi Pubblici in concessione ai privati e della tassa sul macinato, sai… quella vecchia legge dell’Ottocento di Luigi Menabrea
B/P3: Ah, volevo chiederti, ma il default riusciremo a evitarlo?
T/Rex: No, ma non se accorgerà nessuno

(*)1 Antifrasi: consiste nel dire il contrario di ciò che si pensa. Si divide in ironia (più leggera) e sarcasmo (pesante).
(*)2 Fatto effettivamente avvenuto con la dichiarazione di crescita del Pil italiano superiore agli Stati europei (+ 0,4%).
(*)3 Marzo 2010, il Governo greco vara una serie di misure volte a sanare i conti pubblici, quali il blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici e una riforma del sistema pensionistico, per un totale di 4,8 miliardi di euro.

da www.beppegrillo.it     18 luglio 2010

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A un passo dalla fine

Semplicemente demoralizzante: per fortuna, quasi per un processo naturale voluto da un misericordioso disegno divino, il sistema è alla frutta.

Vent’anni, maturità classica in tasca, e in cerca di un lavoro? Commessa a 200 euro al mese, compresi gli straordinari.

È la proposta che si è sentita fare una ragazza di Conegliano Veneto (Treviso), nel cuore del ricco Nordest. Delusa e mortificata, ha detto addio ai suoi sogni di indipendenza economica e ha raccontato tutto al padre, un dirigente d’azienda che ha scritto al Gazzettino per denunciare l’episodio. Sei giorni di lavoro su 7: duecento euro Nei giorni scorsi la ragazza si è presentata in un’agenzia di lavoro interinale in cerca di un impiego.

Superata una prima selezione fra una quindicina di candidate, le viene offerto un posto da commessa in un negozio di abbigliamento intimo della città: lavoro a tempo pieno per sei giorni su sette a 200 euro netti al mese e, in caso di bisogno, disponibilità a fermarsi a anche un po’ di più. Così per i primi tre mesi, poi si vedrà. Insomma uno stipendio da fame, anche per una ragazza pronta ad ad adattarsi pur di non diventare una “bambocciona”. “Fuori legge” A Conegliano la reazione di commercianti, sindacalisti e degli stessi operatori delle società di ricerca e offerta di lavoro è unanime: un contratto del genere è fuori legge, è un “caso estremo” che per fortuna rappresenta l’eccezione e non la norma, ma in tempi di crisi è un campanello d’allarme non va sottovalutato: “Spero che questo caso non sia il sintomo del ritorno ad una pratica in uso nei laboratori tessili negli anni ‘90 – sottolinea il segretario della Filcams Cgil di Treviso, Luigi Tasinato – quando versavano ai dipendenti lo stipendio previsto in contanti e se ne facevano restituire immediatemente una parte”.

Quello della ragazza di Conegliano Veneto non sembra essere però un caso isolato, almeno a giudicare da quanto i lettori di City scrivono sulla pagina Facebook del giornale. “Si scandalizzano perchè è successo al Nord, ma a Napoli mi è successo di ricevere per un lavoro di call center di 4 ore al g 6 g su 7 ben 100€ al mese… E non credo si parlasse di contratti…”, scrive Rosa Rossella Cimminiello. “100 € di base , più provvigioni ,,,,, oppure 100€ fissi e solo quelli”, racconta Roberto Romanato. “A me hanno chiesto di lavorare in una fabbrica per prova, due settimane, 80 ore: gratis. In Veneto”, dice invece Laura Martina , e David Chiaramonti rincara: “Ho lavorato un mese in un call center a 300 euro per 30 ore settimanali. E un’altra volta mi è stato proposto uno stage da 40 ore settimanali per 380euro mensili”. Di call center parla anche Viviana Campanella: “Paga minima da fame, 6 cent a telefonata. Provvigioni solo dal 10° contratto andato a buon fine, e cazziatoni se non fissavo almeno 3 appuntamenti al giorno”. E Vitalba Anastasi racconta i mille lavori fatti per poter racimolare almeno mille euro al mese, per poi concludere: “Posso dirmi di essermi sbattuta anche per meno di 200 euro mensili!”. Elisa Pagano dice di aver ricevuto “3,16 euro all’ora per un part time verticale, che si è dimostrato poi essere un 7/7 dalle 6 alle 12 ore al giorno con 30 min di pausa”, e conclude ironica: “Ma anche no?”. Meno ironico “Magico Vento”: “Questa è schiavitù”, dice, “e va repressa senza pietà”.

Derivato dal link http://city.corriere.it/2010/07/15/milano/documenti/vuoi-lavorare-commessa-200-euro-mese-20842779496.shtml

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La nuova P2 di Denis Verdini: ecco perche B vuole il bavaglio, di Gianni Barbacetto

Il cuore del Popolo della libertà ha una vita segreta, un’attività sotterranea. Una “nuova P2” coagulata attorno al faccendiere Flavio Carboni. Le intercettazioni la svelano. Ed è per questo che Silvio Berlusconi dice che questa legge “è sacrosanta”

Il satrapo anziano vuole il bavaglio. “È sacrosanto”, ha detto a Studio Aperto, dopo aver fatto il giro delle radio e delle tv compiacenti, Tg1, Tg2, Tg4, per tentare di fermare gli smottamenti di consenso nella sua maggioranza e nel paese. L’eco delle sue parole risuona ancora in questo giorno di silenzio della stampa italiana. Un giorno in cui è più facile comprendere perché lo vuole a tutti i costi, il bavaglio: sono proprio le intercettazioni a permettere di sviluppare indagini come quella che ha scoperto una “nuova P2” coagulata attorno al faccendiere Flavio Carboni, non senza contatti con il coordinatore del Pdl Denis Verdini. Le intercettazioni, impietose, continuano a disvelare il fondo melmoso e occulto del potere italiano. Scoprono i giochi segreti che si svolgono attorno a Silvio Berlusconi.

Carboni, finito in manette giovedì con altre due persone,  è un “campione d’Italia”. Ha attraversato la storia di questo paese almeno a partire dagli anni Settanta, quando ha avviato affari con Berlusconi, sotto l’ombrello della P2, quella classica, quella diLicio Gelli, di Roberto Calvi (e, appunto, di Silvio Berlusconi, tessera numero 1816). C’è un rapporto storico tra Carboni e i fratelli Silvio e Paolo, fin dai tempi dei progetti edilizi in Costa Turchese, degli investimenti per Olbia 2. C’è una vecchia frequentazione tra Carboni e Marcello Dell’Utri.

Ma non è archeologia investigativa, quella che emerge dall’inchiesta di Roma sulla “nuova P2”. Ci sono, da una parte, gli affari da realizzare oggi: nel settore dell’energia eolica in Sardegna, per esempio, con rapporti stretti con i vertici del potere politico dell’isola, su su fino al presidente della Regione Ugo Cappellacci. Ma, dall’altra, c’è di più. Quello che emerge è un sistema di potere. Il vecchio metodo della vecchia P2: determinare le scelte della politica, pilotare le decisioni della magistratura, teleguidare l’informazione, dirottare soldi e affari. Quel metodo continua anche oggi. Per esempio nei tentativi di influire sulla Corte costituzionale che nel 2009 doveva decidere sul Lodo Alfano (cioè sulla salvezza totale, sull’improcessabilità di Silvio Berlusconi alle prese con il processo Mills). A maggio 2009, a casa del giudice della Consulta Luigi Mazzella, a Roma, arrivano il suo collega Paolo Maria Napolitano, il ministro della Giustizia Angelino Alfano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Carlo Vizzini e lui, Silvio Berlusconi in persona. Una delle più imbarazzanti cene nella storia della Repubblica. Sui giornali esplode lo scandalo. Appare chiaro il tentativo di condizionare la Corte. Eppure il progetto non viene abbandonato. Quattro mesi dopo, a pochi giorni dal giudizio della Consulta, il lavoro iniziato è proseguito da Denis Verdini: il 23 settembre, infatti, il coordinatore del Pdl riunisce nella sua abitazione romana Carboni, Dell’Utri, il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, i magistrati Antonio Martone eArcibaldo Miller, oltre ad Arcangelo Martino e Raffaele Lombardi (i due personaggi arrestati con Carboni nell’inchiesta romana).

L’obiettivo è influire sulla Corte perché non bocci (come invece farà) il Lodo Salvaberlusconi. Ma la superlobby segreta lavora anche per influire sulla decisione della Corte d’appello di Milano che deve valutare l’esclusione della lista Formigoni alle Regionali. Per pesare sull’attività del Consiglio superiore della magistratura. Per sostenere la candidatura di Nicola Cosentinoalle regionali in Campania…

Il fatto che le manovre non riescano non assolve chi comunque le mette in atto, non sminuisce di un grammo le sue responsabilità. La “nuova P2” lavora a tempo pieno per sostituire gli interessi degli “affiliati” alle regole istituzionali, ai percorsi della democrazia. In questo sodalizio, che somma influenze massoniche e presenze opusdeiste (Dell’Utri), ha un ruolo centrale Denis Verdini. Ruolo politico, anche al di là dell’eventuale qualificazione giudiziaria. Verdini è, al tempo stesso, potente coordinatore del Pdl, banchiere di un piccolo Banco Ambrosiano pronto a finanziare gli amici, punto di riferimento degli uomini della “cricca”.

Il Popolo della libertà ha un cuore segreto, un’attività sotterranea. Le indagini dei magistrati, con le intercettazioni telefoniche e ambientali, possono svelarli. Ecco perché per Silvio Berlusconi, massimo punto d’equilibrio politico della “nuova P2”, la legge bavaglio “è sacrosanta”.

da il fatto quotidiano
8 luglio 2010

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La nuova Classe Operaia di Loris Campetti

Una nuova classe operaia è entrata in gioco. Un paio di generazioni di giovani sta portando nelle lotte sindacali dei metalmeccanici passione e determinazione, rafforzate da un prezioso senso di appartenenza nell’ organizzazione di cui si fidano. E si sono date una rappresentanza diretta nelle fabbriche con le stesse caratteristiche. I delegati e le delegate della Fiom giunti da tutt’Italia nel luogo simbolico del conflitto, Pomigliano d’Arco, hanno una certezza: tocca a noi giovani difendere le conquiste sindacali, civili e politiche che i nostri padri e i nostri nonni hanno strappato con le lotte.

La stagione è cambiata, quella delle grandi conquiste è alle loro spalle, oggi bisogna difendersi da usa la crisi per far piazza pulita dei diritti e riportare tutto il potere nelle mani dei padroni, avendo a mezzo servizio una politica subalterna.
Si chiede il segretario Landini: «Ma in Parlamento, chi è in maggioranza e chi all’opposizione?».
Queste ragazze e ragazzi orgogliosi e combattivi di Pomigliano, degli altri stabilimenti Fiat, dei grandi gruppi e delle aziende del sud sanno di vivere questa stagione, vedono che gli attacchi alla Costituzione arrivano da tutte le parti, pensano che bisogna unificare le lotte e hanno in comune con i padri e i nonni la dignità.
Un concetto si traduce nel rifiuto di barattare il valore del lavoro con il valore dei diritti perché «il lavoro senza diritti non ha valore». «In fabbrica, in ufficio, a scuola, a casa senza diritti siamo solo schiavi», sta scritto nello striscione che fascia il palco del cinema-teatro Gloria.
Accanto un altro striscione: «La Panda per fare quello che gli pare», a sinistra Marchionne e a destra la Panda, vettura «schiavi in mano».
Mario, delegato di Pomigliano, apre i lavori ringraziando le centinaia di operai e degati che rappresentano la geografia metalmeccanica italiana e viene subito interrotto da standing ovation. Ringrazia la solidarietà «attiva» fatta non di e-mail ma di scioperi, messi in campo da chi sa che se Marchionne passasse a Pomigliano si aprirebbe una breccia pericolosissima e l’onda anomala travolgerebbe contratti, leggi, Costitutuzione e l’intero sistema di relazioni sindacali.
La Fiat battipista, un’altra volta. Per questo «Pomigliano non si piega» è diventata la parola d’ordine dell’intero movimento. In sala e sul loggione si riconoscono volti e storie note nella crisi, scalatori di tetti e occupanti di strade, autostrade, ferrovie, comuni.
Tutti coniugano insieme lavoro e diritti. Come i raccoglitori di pomodori di Rosarno o gli operai Indesit. Mario rende onore ai 1.800 eroi che hanno votato no, rifiutando il ricatto Fiat, resistendo a pressioni e minacce dei capi, fottendosene dell’occhio degli spioni.
Hanno votato no allo scambio lavoro-diritti, vogliono il lavoro, sono pronti ad aprire una vera trattativa con la Fiat perché finora c’è stato solo un diktat. Una trattativa sulla produttività, sui turni anche, ma nel rispetto della dignità di chi butta il sangue alla catena di montaggio: «Sul diritto a scioperare, ammalarsi, mangiare nella pausa dal lavoro e non al termine del turno e solo se non ci sono straordinari, non apriremo brecce».
E giù applausi.
Ricorda il gioco sporco di Fim e Uilm che hanno «tradito la delega ricevuta dai lavoratori» per entrare nel coro. «Cari compagni della Cgil, state attenti ai rapporti unitari futuri con Cisl e Uil».
E conclude, dall’alto dei suoi 35-40 anni: «Questa vicenda mi ha fatto invecchiare in fretta. Ma voi che siete qui mi date la forza di andare avanti. Vi bacerei uno a uno».
Chi – lontani e vicini – sperava che il passaggio del testimone Fiom da Rinaldini a Landini potesse «ammorbidire» la linea dei meccanici Cgil, in questi giorni è rimasto deluso. Con l’assemblea di ieri, poi, ogni residua illusione finisce nel cestino.
Landini, più giovane di Rinaldini, parla come i suoi operai, viene dalla fabbrica e raggiunge il loro cuore. dice con parole dirette quel che tutti provano: fierezza, razionalità, autonomia (dai padroni, dal governo, dai partiti), democrazia verso l’alto e verso il basso.
Ricostruisce la vertenza sbugiardando i luoghi comuni – l’assenteismo, l’idea fessa secondo cui Pomigliano è un caso speciale, non un messaggio generale – e ripete la disponibilità Fiom a trattare davvero, sul lavoro, sulla produzione, non sui diritti.
«La Fiom non chiederà mai ai lavoratori di votare contro la Costituzione». Applausi. Landini convince, è un vero sindacalista e ha dalla sua la rete di delegati e dirigenti costruiti sapientemente nella stagione di Rinaldini.
Tutti e due vengono, forse non a caso, da Reggio Emilia. Tutti e due hanno lavorato con Sabattini, conoscono il valore dell’autonomia, anzi dell’indipendenza. Persino dentro la Cgil che fatica a far sua fino in fondo la lotta di Pomigliano, come faticò a far sua quella di Melfi che riuscì a liberarsi da un giogo stretto da Romiti non dissimile da quello che vorrebbe stringere Marchionne, che pensa che quel che si può fare in America, compresa la messa in mora dello sciopero, si possa fare ovunque.
All’assemblea non c’era Epifani, impegnato in Canada. Non c’era chi dovrebbe prendere il suo posto, Camusso, impegnata altrove. C’era Scudiere, promosso dalla segreteria piemontese a quella nazionale. Ha difeso diritti e Costituzione, ha chiesto «realismo», «disponibilità», «modernità», «confronto». Qualche applausino educato per l’ospite.
Dal palco interventi a decine, chiude Mimmo di Pomigliano, «fiero di far parte della Fiom». Ha un’idea: «Al centro le persone che lavorano, non il mercato. La nostra forza sta nel 40% degli operai che hanno avuto coraggio e dignità facendo fallire il piano ordito dalla Fiat», e invita la Cgil a prender nota. Il domunento finale letto da Landini passa all’unanimità: chiama alla lotta la Cgil, fissa appuntamenti, una marcia su Palazzo Chigi da Termini Imerese che coinvolga tutte le regioni, già a luglio.
Appuntamento a lunedì, quando la Fiom consegnerà nelle mani di Fini 100mila firme per una legge su democrazia e rappresentanza e terrà davanti a Montecitorio un Comitato centrale aperto a chiunque abbia a cuore diritti, democrazia, Costituzione.

Il Manifesto, 2/07/2010

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