Il Belpaese della disuguaglianza: metà della ricchezza al 10% degli Italiani, di Roberto Mania

La crisi ha aumentato le distanze sociali. Classe media frantumata. Peggio di noi fra le nazioni sviluppate solo Messico, Turchia, Portogallo, Usa e Polonia

ROMA – Don Paolo Gessaga la spiega così, quasi con uno slogan pubblicitario: “La povertà non è più “senza fissa dimora””. La povertà è accanto a noi. Diffusa e afona, al pari della diseguaglianza. “È meno apparente, ma è più profonda”, aggiunge il sacerdote che ha fondato la catena degli empori della Caritas. Dalla sua parrocchia di San Benedetto in via del Gazometro a Roma, nel quartiere popolare Ostiense, questo cinquantenne arrivato dal varesotto, vede, e tocca, da vicino le nuove povertà e le nuove diseguaglianze, coda velenosa della Terza Depressione mondiale come l’ha chiamata il premio Nobel per l’economia Paul Krugman. La crisi ha accentuato le diseguaglianze e frantumato anche la middle class italiana. Siamo diventati tutti americani. E l’Italia, in termini di reddito, è un paese sempre più diseguale: ricchi e poveri, giovani e anziani, uomini e donne, nord e sud. L’eguaglianza non c’è più, né si ricerca, e le distanze si allargano. Lo dice Don Paolo, lo certificano l’Ocse e la Banca d’Italia. Peggio di noi, tra le nazioni cosiddette sviluppate, solo il Messico, la Turchia, il Portogallo, gli Stati Uniti e la Polonia.

E forse non è neanche più un caso che l’indice per misurare il tasso di diseguaglianza nella distribuzione del reddito sia stato definito nel secolo passato da uno statistico-economista italiano: Corrado Gini. Forse era già quello un segno premonitore. Ecco, il “coefficiente  Gini” ci dice quanto siamo peggiorati. E peggioreremo ancora se è vero che la discesa ha subito un’accelerazione con la recessione precedente, quella dei primi anni Novanta. Meno profonda di questa e più celere nell’abbandonarci, però. “L’esperienza del 1992-93 quando l’economia italiana attraversò una fase severamente negativa, suggerisce che a una crisi economica può seguire un persistente aggravamento della diseguaglianza”, ha scritto l’economista della Sapienza di Roma Maurizio Franzini, nel suo recente libro “Ricchi e poveri” (Università Bocconi editore). Basterà aspettare i prossimi mesi.
Più basso è l’indice Gini più eguale è la società. Il nostro indice Gini arriva a 35. In Polonia è 37, negli Stati Uniti 38, in Portogallo 42, in Turchia 43 e in Messico 47. La Francia ha un coefficiente del 28 per cento e la Germania, nonostante gli effetti della riunificazione est-ovest, è al 30. In alto i paesi dell’uguaglianza, l’Europa del nord: la Danimarca e la Svezia con un coefficiente Gini del 23 per cento.
C’è anche un altro modo per misurare la diseguaglianza, dividendo la popolazione in decili: il 10 per cento più ricco e il 10 per cento più povero per poi calcolare quante volte il reddito del primo gruppo supera il secondo. Anche qui siamo messi male, malissimo: gli italiani più ricchi hanno un reddito superiore di dodici volte quello dei più poveri. Certo, in Messico questo rapporto sale a 45, ma nella vecchia Europa ci supera solo la Gran Bretagna con un rapporto che sfiora il 14, mentre la Germania è al 6,9, la Spagna al 10,3, la Svezia al 6,2. Conclusione di una ricerca dell’Ires appena uscita (“Un paese da scongelare”, di Aldo Eduardo Carra e Carlo Putignano, edito da Ediesse): “In Italia i ricchi sono più ricchi, il ceto medio è più povero e i poveri sono molto più poveri”. E così, in un decennio le diseguaglianze si sono accresciute di oltre cinque punti. Il coefficiente Gini era 29 nel 1991, poi è salito al 34 nel 1993. E ora – si è visto – è al 35. Ma nulla fa pensare che si fermi lì. Anzi: tutto fa pensare il contrario. Altri paesi – la Spagna, per esempio – si sono mossi in direzione esattamente opposta.

La ricchezza è saldamente nelle mani di pochi e lì ci rimane, impedendo la mobilità sociale, condizionando le carriere, costruendo pezzo per pezzo una parte della nostra gerontocrazia. Secondo l’ultimo dato della Banca d’Italia contenuto nella periodica indagine su “I bilanci delle famiglie italiane”, il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede quasi il 45 per cento dell’intera ricchezza netta delle famiglie. Un livello rimasto sostanzialmente invariato negli ultimi quindici anni. Partecipiamo non sempre consapevolmente a un processo di divaricazione che spinge la classe media verso il basso, i super-ricchi verso l’alto e affonda i più poveri. “Che oggi sono anche in giacca e cravatta, basta guardare come sono cambiate le persone che almeno una volta al giorno vengono a mangiare alla Caritas”, racconta Don Paolo da quello che è un osservatorio strategico anche perché Roma è fondamentale nell’attribuire al Lazio il primato negativo della regione più diseguale d’Italia con il 33,9 di coefficiente Gini.   Pesano, nella Capitale, ma non solo qui, il caro-casa e la precarietà del lavoro. In alto, la regione italiana dell’eguaglianza è il Friuli Venezia Giulia, regione a statuto speciale, laboriosa e dal benessere diffuso. L’eguaglianza è anche questo.
E, probabilmente, è anche uno dei fattori che porta la provincia di Trieste a un triplo primato: l’età media più elevata tra le province del nord-est, la più alta percentuale di anziani oltre il 65 anni (30,2 per cento), e l’incidenza più elevata di residenti con 80 anni e più (11,2 per cento). Anche nel 2028 – secondo la Fondazione Nord-Est – Trieste manterrà i primati. Perché l’eguaglianza – è la tesi originale che Richard Wilkison e Kate Pickett illustrano nel loro “La misura dell’anima” (Feltrinelli) – migliora “il benessere psicologico di tutti noi”. Di più, secondo i due studiosi: “Tanto la società malata quanto l’economia malata hanno le proprie origini nell’aumento della diseguaglianza”. E infatti due economisti come Jean-Paul Fitoussi e Joseph Stiglitz pensano che all’origine della grande crisi provocata dai mutui subprime ci sia proprio l’aumento delle diseguaglianza che, ad un certo punto, ha fatto implodere il sistema finanziario.

Di certo tra i frutti di questa “economia malata” ci sono i working poor, i lavoratori poveri, più tute blu che colletti bianchi, ma ci sono anche – lo abbiamo visto – gli impiegati, la classe di mezzo. Un fenomeno che in Italia non avevano ancora conosciuto in queste dimensioni ma che è anch’esso conseguenza di una diseguaglianza crescente. Tra gli operai i “poveri” sono il 14,5 per cento. Percentuale che si impenna fino a sfiorare il 29 per cento nelle regioni meridionali. Il “caso Pomigliano” ha fatto riscoprire la classe operaia e anche la distanza abissale di reddito tra l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, e i suoi turnisti: il primo guadagna 435 volte di più dei secondi.

Nemmeno la recessione è stata, ed è, uguale per tutti. I giovani stanno pagando più caro. È l’Istat che lo certifica nel suo Rapporto annuale: “La crisi ha determinato nel 2009 una significativa flessione dei giovani occupati (300 mila in meno rispetto all’anno precedente), i quali hanno contribuito per il 79 per cento al calo complessivo dell’occupazione”. Un giovane su tre è senza lavoro. Un giovane – ricordano Tito Boeri e Vincenzo Galasso nel loro “Contro i giovani” (Mondadori) – guadagna il 35 per cento in meno di chi ha tra i 31 e i 60 anni (era il 20 per cento negli anni Ottanta). Ecco: così, partendo dal basso, si costruisce un paese diseguale.

la Repubblica
05 luglio 2010 

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La D’Addario e i puttani

A piazza Navona c’era la D’Addario e c’erano i puttani del giornalismo e della politica italiana. La prima ha praticato la professione più antica del mondo, ma non la peggiore. I secondi si sono prostituiti per decenni e hanno trasformato l’informazione e la politica in un bordello. Il bavaglio  è per loro una seconda natura e, se lo contestano, è perché sanno che sono arrivati al capolinea. Gli artefici dell’ascesa di Berlusconi, i suoi veri protettori, e qualche volta anche magnaccia, erano in piazza a pontificare. L’arrivo della D’Addario ha provocato un corto circuito.
La prima pietra l’ha lanciata Roberto Natale, presidente della Federazione Nazionale Stampa (FNSI): "Non è gradita". Parte del popolo dei "No alla legge bavaglio" l’ha fischiata e accolta al grido di: "Escort di merda". Una lapidazione pubblica della meretrice. La sua presenza era, per i padri nobili della sinistra e per i giornalisti a novanta gradi, (la loro posizione professionale preferita) un’offesa alla dignità. Il segretario della FNSI Franco Siddi ha declamato dal palco: "La libertà è soprattutto conoscenza. La Fnsi si opporrà con tutte le sue forze, oggi con la piazza e domani ricordando sui giornali, con articoli e servizi, i pericoli che stiamo correndo. Da parte nostra non ci fermeremo e siamo pronti, se il provvedimento fosse varato, a rivolgerci alla Corte Ue per i diritti dell’Uomo che certamente ci darebbe ragione". Alla D’Addario, sulle cui intercettazioni i giornali ci hanno campato un’intera estate, questa libertà è stata negata. Anche il pregiudicato pidmenoellino Enzo Carra si è alterato: "Sono qui per la libertà di informazione e trovo davvero squalificante che un evento così importante e imponente venisse monopolizzato dal protagonismo della signorina D’Addario". Lui può dirlo. A differenza della "signorina" ha frequentato le patrie galere che per questi politici sono come una medaglia al valore. Benedetta Buccellato dell’Associazione per il teatro italiano ha aggiunto: "Mi sembra eccessivo che una escort sia venuta qui nel retropalco a fare la sua conferenza stampa, è la vergogna della nazione". La vergogna della nazione, da non confondersi con la D’Addario, erano i giornalisti presenti imbavagliati dalla nascita e i politici che hanno permesso ogni legge ad personam, ogni conflitto di interessi e consegnato l’informazione nelle mani di Berlusconi.
In piazza c’erano Enrico Letta (il nipote di suo zio), Walter Veltroni, Piero Fassino, Anna Finocchiaro, Paolo Cento e persino il desaparecido Bertinotti. Veltroni e Bertinotti, va ricordato, sono i due signori che hanno fatto cadere il primo e il secondo governo Prodi riconsegnando l’Italia a Berlusconi. Bersani ha rammentato la sofferenza di Morfeo Napolitano: "Il presidente della Repubblica ha ricordato con qualche amarezza che i suoi consigli non sono stati seguiti. Loro hanno voluto forzare calendarizzando il ddl sulle intercettazioni. A questo punto io sono perché il ddl venga ritirato. Lui si aspettava delle modifiche che a dire il vero ci aspettavamo tutti".
Due anni fa ci fu il secondo Vday. Libera informazione in libero Stato. Un milione e mezzo di firme per l’abolizione della legge Gasparri, dell’ordine dei giornalisti di mussoliniana memoria e del finanziamento pubblico ai giornali. Il giorno successivo la Repubblica attaccò la manifestazione con un editoriale in prima pagina, il Corriere della Sera lo citò appena, preferendo un’ampia intervista al politologo Dell’Utri e le televisioni lo ignorarono.
A piazza Navona erano presenti i puttani della Seconda Repubblica. Tutti nostri dipendenti, giornalisti e i parlamentari finanziati dalle nostre tasse. La D’Addario avrà i suoi difetti, ma almeno non è mantenuta da noi.

da www.beppegrillo.it     4 luglio 2010

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Nata femmina: Lettera aperta della scrittrice albanese Elvira Dones a Berlusconi

Egregio Signor Presidente del Consiglio, le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humour ha toccato persone a me molto care: "le belle ragazze albanesi".
Mentre il premier del mio paese d’origine, Sali Berisha, confermava l’impegno  del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che "per chi porta belle ragazze possiamo fare un’eccezione".
Io quelle "belle ragazze" le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia.
Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A "Stella" i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana.
Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede.
Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi.
Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri.
E’ solo allora – tre anni più tardi – che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio.
Ai tempi era una bella ragazza, sì.
Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna.
Quel "puttana"  sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell’uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l’utero.
Sulle "belle ragazze" scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato.
Anni più tardi girai un documentario per la tv svizzera: andai in cerca di un’altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi.
Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato.
E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia.
Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E’ una storia lunga, Presidente…
Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei.
Ma l’avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio.
In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo.
In questi vent’anni di difficile transizione l’Albania s’è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta.
L’Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite.
Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci.

Questa "battuta" mi sembra sia passata sottotono in questi giorni, (qualche settimana fa n.d.r.), in cui infuria la polemica Bertolaso, ma si lega profondamente al pensiero e alle azioni di uomini come Berlusconi e company, pensieri e azioni in cui il rispetto per le donne é messo sotto i piedi ogni giorno, azioni che non sono meno criminali di quelli che sfruttano le ragazze albanesi, sono solo camuffate sotto gesti galanti o regali costosi.
Mi vergogno profondamente e chiedo scusa anch’io a tutte le donne albanesi.

Merid Elvira Dones

 

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Uno stagista su mille ce la fa, ma com’è dura la salita

Cari amici stragisti,
in questo anno e mezzo di Luce StRagista ne ho visti di colloquianti, cacciatori di tester e showman/intrattenitori delle agenzie intratterinali. E c’è solo una domanda, o meglio un’affermazione, a cui non ho mai saputo rispondere.
Alla fine del colloquio, dopo la (mancata) proposta economica, gli esaminatori di civvù di solito sembrano giustificarsi con "sì, è uno stage ma…. se sei davvero bravo poi l’inserimento arriva…" (© I Legalizzati) oppure "Le persone in gamba ce la fanno sempre. Tranquilla!"( © I Sinceri Riuniti), "Se diventi intispensabile, forse dopo i 6 mesi, tu potere restare in Palazzo Kabul s.r.l." (© Adolf).
Insomma, se vuoi strappare un contratto a Pre-getto, a prestazione occasionale (niente di sessuale… state tranquilli!) devi mostrarti Brava, Indispensabile e con una bella Gamba. Una BIG Stagista.
Ma nella categoria gggiovani di oggi, di BIG ce ne sono davvero pochi. Almeno a sentire i numeri dell’ultimo sondaggio condotto da Isfol e La Repubblica degli stagisti.

Il 52,5% degli stage si conclude con una stretta di mano ( o con il gesto dell’ombrello da parte dello stRagista) e nel 17,4% con un prolungamento dello stesso. Il 6,4% degli StRagisti ottiene un contratto a Pre-Getto e il 6,8% una collaborazione occasionale. Solo il 5,6% raggiunge il traguardo di un contratto a tempo determinato e un fortunatissimo 2,3% l’ indeterminato.

E per diventare BIG, ma very BIG bisogna ripetere l’esperienza più e più volte. Del resto repetita iuvant… fino alla soglia dei 30 anni. Davanti ad un 48% di stagisti che ha svolto un’unica esperienza di stage, il 33% ne ha fatti due, il 13% tre, il 4% quattro, l’1% cinque e un altro 1% più di cinque stage.

Ma se anziché provare la difficile carriera di BIG, si tentasse direttamente di entrare nel difficile mondo del lavoro? Beh le offerte si fanno ancora più limitate visto che tra il 2008 e il 2009 le offerte di stage sono aumentate del 30%, mentre quelle di lavoro sono diminuite del 45%.

Non resta allora che aspirare alla carriera da StRagista, facendo i conti in tasca con pochi spiccioli. La maggior parte degli stagisti (52%), infatti, non riceve nulla, a parte la gloria. Il 17,3% percepisce tra i 500 e i 250 euro, il 14% meno di 250. I Paperini sono, invece, gli stagisti che ottengono tra i 500 e i 750 euro (11%) e oltre i 750 (5,3%).

Insomma non è vero che tutti i BIG ce la fanno. Il 2,3% ce la fa, ma com’è dura la salita…

da Vita da stragista  30 giugno 2010

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